Nuovo Masada

dicembre 17, 2009

MASADA n° 1049. 17-12-2009. JUNG – PSICOANALISI – LEZIONE 10

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(Pittura di Marzio Banfi)

Da una serie di corsi tenuti a Bologna dalla Prof. Viviana Vivarelli,
autrice del libro “Lo specchio più chiaro”, sulla vita e le opere di Carl Gustav Jung.

L’inconscio collettivo – Transfert e controtransfert

L’INCONSCIO COLLETTIVO

La psiche è un mondo che contiene l’io come l’inconscio. Non sono io che vivo ma è la vita che vive in me
(Jung)

Questi in realtà sono i pensieri di ogni uomo in ogni epoca e luogo, non nascono con me/ Se non son vostri quanto miei non sono niente, o quasi niente/ Se non sono l’enigma e la sua soluzione non sono niente/ Se non vi sono vicini quanto sono distanti non sono niente/ Questa è l’erba che cresce dovunque sia l’acqua e la terra/ Questa è l’aria comune che bagna il globo…”
( Walt Withman)

“… Il fiume corre / nel sonno, nel deserto, in scantinati / il fiume mi rapisce, io sono il fiume”
(Borges)

Freud aveva intuito la presenza nella psiche di un attore nascosto che poteva perturbare l’io ed era l’inconscio individuale, il luogo dei contenuti rimossi, la cantina dove la parte cosciente della psiche getta le cose che non sopporta di vedere. E, poiché il grande tabù di Freud era il sesso, egli pensa che la cantina dell’inconscio nasconda corpi di reato di tipo sessuale, che devono essere portati alla luce, perché, altrimenti, possono immobilizzare energie utili al soggetto.
Quando Freud esamina un sogno, lo fa con metodo analitico, scomponendolo in parti e cercando riferimenti sessuali nel passato del soggetto. Il sogno è un indizio di colpa e Freud interpreta i simboli del sogno come simboli sessuali. Si comporta come un poliziotto che cerca indizi di reato con un metodo inquisitorio basato sulle libere associazioni. Scompone il sogno in parti e per ognuna chiede: “Cosa ti fa venire in mente?”
Jung allarga questa intuizione che riguarda solo il passato sessuale del soggetto e della sua storia a un quadro più ampio, che riguarda tutta l’umanità, tutta la specie umana, e può avere riferimenti di ogni tipo e non solo sessuali.
Intorno all’inconscio individuale pone un INCONSCIO COLLETTIVO, una zona ignota che non riguarda il soggetto e la sua storia bensì la storia dell’intera umanità.
Questa energia intelligente contiene tutti i saperi di ogni tempo umano, è la matrice di tutte le culture e ha un linguaggio autonomo formato da simboli universali che appare nei grandi sogni, nei miti, nelle fiabe, nell’arte, nelle religioni.. è come una mente a sé stante da cui emergono i popoli e gli individui e che parla all’uomo attraverso una funzione superiore che Jung chiama IMMAGINAZIONE ATTIVA, e che non è da confondersi con la comune fantasia.
Jung intuisce l’esistenza di una simbolica universale che riguarda l’energia della vita, di cui l’energia sessuale è solo una manifestazione, ma questa energia si manifesta in molti modi, spirituali, religiosi, sociali, artistici ecc.

Jung fa uscire il sogno dal ristretto ambito sessuale freudiano e lo guarda come un enorme referente culturale, con un proprio linguaggio e proprie potenzialità, e un patrimonio analogico-simbolico che sta alla base di tutte le formazioni culturali dell’umanità e che promana da un altro livello di realtà, una meta-psiche o psiche universale.
L’inconscio individuale freudiano riguarda il soggetto, l’inconscio collettivo junghiano riguarda la specie umana, l’umanità nella sua totalità.
Per Freud i simboli dei sogni sono solo sessuali, c’è una sola energia che è la LIBIDO.
Per Jung i modi dell’energia sono tanti, li chiama ARCHETIPI, e sono ancora di più i simboli in cui essi si rappresentano.
Col pensiero junghiano si entra in un mondo vasto e ricchissimo, in cui i simboli riguardano tutta la cultura umana, come specificità della nostra specie, che ha saputo produrre umana, l’arte, la filosofia, la poesia, le religioni, i miti, le fiabe, gli ideali, persino le grandi ideologie sociali o politiche.
L’ipotesi di Jung è che, come esiste un inconscio collettivo comune a tutti, così è comune all’umanità in tutti i suoi tempi e luoghi un linguaggio, una simbolica che collega tra loro tutti gli uomini della Terra, perché è perenne e universale.
Così egli tratta i simboli col metodo comparativo e analogico, per esempio mette a confronto culture diverse, religioni, narrative ecc., usando non l’associazione ma l’amplificazione, che consiste appunto nell’allargare il significato di un simbolo cogliendolo da prospettive culturali diverse.

Ora i sogni sono molti, ma la maggior parte di essi non ha un grande significato, molti sono fisiologici al vivere, digestivi o rielaborativi del quotidiano, in grado di metabolizzarlo, ma qualche volta, raramente, arrivano sogni straordinari che formano un mondo a parte, che sono un messaggio di particolare pregnanza che l’inconscio collettivo manda a noi. Spesso il sognatore non li comprende e cerca di elaborarli col linguaggio razionale e avrebbe bisogno di un lettore universale dei sogni per raggiungerne il significato. Ma, che noi lo comprendiamo o no, un sogno straordinario resta un grande messaggio energetico che ci alimenta e modifica come il latte della mamma nutre il neonato anche se egli non è capace di dirne il nome.
Tutti gli uomini dunque hanno un linguaggio inconscio universale loro proprio che è simile in tutto il mondo, che vale in tutti i tempi, per tutti gli uomini, e non è culturale ma pre-culturale, cioè è la fonte stessa della cultura.
Come fa Freud? Prende un sogno, lo spezzetta, chiede al paziente cosa gli viene in mente, stimola le sue ‘associazioni’. Di associazione in associazione arriva a un contenuto rimosso, a un complesso, cioè a un contenuto perturbante con forte capacità attrattiva che lega a sé altri contenuti mentali. Ovviamente trova la causa di tutto nel passato del sognatore. Così, attraverso il sogno di un soggetto, Freud arriva alla sua infanzia e ai suoi rapporti col padre o con la madre.
L’interpretazione di Jung è completamente diversa, perché egli si accorge subito che ci sono dei sogni che non hanno niente a che fare con l’infanzia o il passato e tanto meno col sesso, ma contengono simboli universali produttori di futuro, simboli che spesso il sognatore nemmeno capisce, in quanto li riceve ma non li produce. Gli antichi greci dicevano: “Il sogno entra nella stanza” come a dire che ci sono sogni che vengono da fuori.
Dunque alcuni sogni sono diversi, non derivano da quello che si sa o che si è, dalla nostra memoria o dal nostro passato, ma da una memoria più grande comprensiva di futuro, qualcosa che somiglia all’Akasha induista o al luogo delle memoria universale, Mimir, degli antichi celti. Questi sogni non nascono dalle conoscenze del soggetto ma da un piano psichico superiore o più profondo. Il sogno straordinario sembra venire da una psiche più grande dell’inconscio individuale, che sa più di quello che so io, che vede il mio futuro, che conosce cose che non dovrei sapere per le regole spazio-tempo, e che è la psiche universale, dell’intera specie umana, una grande forza naturale che mi precede e mi contiene e da cui io emergo come ente particolare.
Se un sogno è eccezionale, non viene da me ma mi raggiunge, mi attraversa, come se arrivasse da una fonte più alta, da un oracolo, il quale non sa solo il mio passato ma anche il mio futuro, cioè mi legge interamente e può leggermi anche nel corso di vite successive. I Tibetani lo chiamano bar-do, cioè ponte. Il sogno, come la morte, o ogni stato modificato di coscienza è un ponte che collega il mio essere singolo e individuale a un qualcosa che è collettivo e universale. Si può vedere quanta visione mistica ci sia in questa intuizione di Jung. E’ qui che si situano i santi, i preveggenti, gli scopritori, i poeti.

Il sogno serve a Freud per tornare nel passato, a Jung per guardare nel futuro.
Per Jung certi sogni sono oracoli, hanno un carattere sacro e devono essere ascoltati con reverenza.
Nel mondo antico l’oracolo era un luogo o modo o persona attraverso cu si apriva una porta verso l’infinita conoscenza e potenza, quella che sapeva tutto e che poteva fare i miracoli. L’oracolo era un mediatore, un ponte, attraversi cui la conoscenza divina contattava quella umana e il fedele si rivolgeva all’oracolo per avere auspici sul futuro o guarire dai suoi mali. Allo stesso modo Jung considera certi sogni.
L’IMMAGINAZIONE ATTIVA non è la semplice immaginazione ma un vero e proprio canale paranormale per contattare l’oltre da noi, e il sogno può essere un varco verso ciò che ancora non è, un mezzo per preparare o vedere il futuro o cose che normalmente non sappiamo.
Non si tratta più di pescare nella memoria del passato infantile ma di diventare coscienti del nostro compito esistenziale, così da stimolare l’evoluzione. Il che presuppone che noi non nasciamo a caso, ma con un compito preciso, e vivere bene vuol dire appunto scoprire e realizzare quel compito. Se non arriviamo a questo, la nostra vita può essere sprecata. Noi dobbiamo arrivare ad intuire qual è il nostro compito esistenziale, se siamo nati per esercitare la conoscenza o l’amore o la pazienza o il coraggio, quali sono i nostro archetipi prevalenti. I sogni, i miti, le visioni.. ci aiuteranno in questo, ci faranno capire nella grande sinfonia universale qual è la nota della nostra canzone.
Freud voleva solo far sparire un sintomo, ma Jung parla all’uomo generale, malato o non malato, per aiutarlo a crescere e a sviluppare se stesso. Ecco perché il pensiero junghiano non è solo terapeutico ma anche etico e metafisico e per qualcuno può significare l’inizio di una via mistica.
Jung cerca una visione superiore per un futuro più evoluto, nell’uomo ma per l’umanità. Vuole scoprire il progetto di ogni vita.
‘Avere coscienza’ per Freud vuol dire migliorare la comprensione logica o la chiarezza intellettiva, vedere e sapere di più, focalizzare l’attenzione su qualcosa di visibile o di pragmatico. Ma per Jung ‘avere coscienza’ vuol dire camminare, evolvere, progredire, diventare ‘illuminati’, cioè capire qual è il nostro posto nel mondo, per quale motivo siamo venuti a nascere, qual’è il senso della nostra vita nell’ordine universale, come possiamo essere utili all’umanità. E questo è un compito eminentemente etico.
Il discorso junghiano è sempre morale e sociale, parte dall’io ma tende all’umanità tutta intera. Non si propone tanto la guarigione quanto l’evoluzione, e attribuisce la sofferenza a carenza di anima.
Dice: “Noi siamo tutti nevrotici, in quanto siamo poveri d’anima.
Per cui a volte si può guarire dando alla nostra vita uno scopo più alto, che può essere anche quello di coltivare un giardino.
In questa evoluzione, il simbolo è importante, perché è una immagine guida, è il frammento di un disegno spirituale che ci appartiene, che è il nostro progetto ideale di vita e che dobbiamo scoprire e realizzare, è il modo con cui le grande forze della vita si rappresentano a noi per guidarci lungo il nostro destino.
Questa è l’intuizione di Jung: esiste un inconscio collettivo che parla a tutta l’umanità, che è la matrice della cultura, che spinge l’evoluzione umana.
La vita si manifesta attraverso potenti energie che nascono dall’inconscio collettivo, come patrimonio comune a tutta l’umanità. In questo Tutto antico e primordiale, in questa psiche allargata e meta-umana, troviamo tutte le esperienze più importanti dell’uomo: la nascita, la morte, l’amore, la maternità, l’eroismo, il rapporto con la natura, l’amore per la conoscenza, la bellezza… Sono i fondamenti della psiche umana, le sue caratteristiche più forti, le sue linee guida. Ognuno di essi è una fonte potente di energia e di vita.
Se l’uomo perde il rapporto con queste potenti energie del vitale, se non le vive, se non se ne alimenta in modo corretto, perde la propria luce, dimentica la propria anima.
L’alienazione più grande, per Jung, è quella dall’energia della vita. Come diceva una centenaria: “Ci vuole molta vita per vivere la vita”. La depressione, per esempio, stacca il sentimento dal colore del vivere, e la salvezza consisterà proprio nel ristabilire il contatto perduto con le potenti energie vivificanti, quelle che ci fanno sentire vibranti, senzienti appassionati, intensi…. Quanto più l’uomo sarà presente alle energie della vita e le attiverà, tanto più sarà sano e vitale e si evolverà bene per il bene di tutti. Se invece le perderà o si attaccherà a cose sterili, meccaniche e morte, diventerà a sua volta sterile, meccanico e morto… alienandosi dalla sostanza della vita stessa e conducendo una sorte miserevole. Sarà un disgraziato, magari ricco e potente, ma sempre un povero di spirito.

Pensiamo all’uomo di oggi che sta perdendo il legame col suo io più profonda, col rapporto con gli altri, con la natura, gli animali, i sentimenti, il pianeta Terra, la bellezza… o addirittura non riesce più a distinguere tra mercato e morte, così da essere sballottato in una insicurezza perenne, in una precarietà del vivere, senza basi né speranza, risucchiato da attività inumane o dal vuoto interiore, spesso in condizioni che non gli lasciano spazio per essere se stesso, e che si vede proporre fini fittizi da una società mercantile, arida, disumana, che ignora le sue esigenze fondamentali e che spesso non gli dà nemmeno il conforto di valori universali.
C’è una parola che riassume tutto questo ed è ANOMIA, perdita di principi interni, perdita del senso di ciò che si è, perdita della socialità, della comunanza con gli altri, delle leggi fondamentali di convivenza che tutelano la vita. Etimologicamente viene dal greco a-nomos, senza leggi, senza principi. Ora, le leggi di uno stato devono corrispondere a valori sociali condivisi; quando cessano di essere mirate all’aiuto sano di una comunità in evoluzione, quando non sono poste per il bene di tutti ma si piegano al vantaggio di singoli individui o fazioni, diventano assurde e insensate, cessano di essere una guida morale e creano disgregazione sociale. Il soggetto viene risucchiato da una mancanza di eticità collettiva, perde le fondamenta stesse del proprio agire etico, si aliena dal corpo sociale e dunque anche dalle proprie leggi morali, entrando in un solipsismo pauroso. E’ un’altra forma di alienazione. Durkheim indicava con anomia una “assenza di norme collettive condivise o una società i cui capi seguivano condotte diverse da quelle desiderate dai cittadini.” Questi capi possono parlare di valori ma sol in astratto mentre in concreto attuano comportamenti che distruggono ogni norma. In questa società si può anche sparlare di valori, ma essi, non essendo praticati, si svuotano e vengono, di fatto, annientati.
Quando le parole si svuotano di senso, quando i discorsi si discostano dai comportamenti, quando i ruoli non corrispondono ai compiti, si crea un caos cognitivo e comportamentale. La civiltà attuale, sia nei singoli governi che negli organismi internazionali o nelle corporation, mostra uno scarto troppo grande tra i comportamenti politico-economico-sociali e i valori della vita. Siamo una società deviata che si sta scavando la fossa, per questo si parla di SUICIDIO ANOMICO, il cui indizio principale è la mancanza di solidarietà tra gli uomini o delle istituzioni con i cittadini.
Ma una società anomica, che si allontana dai valori della vita, che non ha principi propri, che non si dà regole di condotta condivise, che non crea un futuro collettivo, è destinata al suicidio.
Il discorso di riattivare gli archetipi non è dunque solo estetico o edonistico, è un discorso etico e dunque politico. Quando l’etica perde di significato e al vertice degli stati non ci sono più capi carismatici che ne difendono i valori, ma individui che avvantaggiano se stessi, si svuota non solo la politica, l’economia e lo stato, ma anche il singolo individuo, che rischia di scollegarsi dalla compagine sociale e da se stesso, in quanto non trova più modelli etici cui riferirsi che siano la sua base e la sua forza.
Ecco come una classe politica degenerata può portare a rovina un intero stato.
La sindrome individuale può riflettere la sindrome sociale.
Le malattie del nostro tempo sono la mancanza di identità e la non appartenenza, le due cose sono collegate: noi ci identifichiamo in quanto, anche, apparteniamo. Dovremmo essere nutriti dai valori religiosi, spirituali, sociali, culturali, quelli che formano la base della nostra cultura. Ma quando questi non stanno insieme, si creano derive paurose e si scatenano energie disgreganti.
Quando Jung dice che “siamo poveri d’anima”, intende questo inaridirsi, questa caduta del senso di appartenenza sociale, questo allontanarsi dal significato potente della vita che “o è vita insieme o non è niente”. L’uomo è un essere eminentemente sociale. Non può vivere solo per se stesso. E’ troppo poco. Solo con se stesso muore.

Si noti che Jung non parla mai di Dio e che non c’è bisogno di parlare di Dio per postulare un’etica, per vivere religiosamente, il che vuol dire vivere per la coesione degli uomini e non per la loro disgregazione.
Quando Jung dice che siamo poveri d’anima intende l’affievolirsi nell’uomo del sacro, che è il sentimento di rispetto verso le energie superiori, le energie della vita che tengono insieme i popoli e tengono unite le energie di ognuno, in una armonia individuale e sociale.
E non ci sembra che il mercato o il potere siano, oggi, giusti sostituti dei valori etici universali, della solidarietà sociale, della partecipazione e della compassione, di quella cosa che si chiama ‘sim-patia’ umana, sentire insieme, soffrire insieme, cercare insieme una forma di riscatto dalle nostre prigioni, tutto quell’insieme di valori e legami che rendono vivo e ricco un aggregato sociale e costituiscono la sua cultura e che rendono degna di vivere la vita di ognuno, dandole uno scopo sociale.
Il mercato non è cultura, non è cultura il potere, questi mali sono invece la distruzione di ogni cultura, di ogni regola umana e di ogni etica, fino allo scadimento supremo della qualità del vivere, che non sta nel possesso o nella difesa del proprio potere, ma in qualcosa che elevi l’uomo sopra se stesso.
Il rispetto alla vita non può essere sostituito con il culto del denaro o del potere; lo spirito entra in sofferenza.

L’inconscio collettivo è una energia potente che contiene tutte le qualità dell’energia vitale e rinasce in ogni uomo, come un patrimonio ereditario.
Questa potente energia della vita si manifesta attraverso linee guida che attivano comportamenti e emozioni. Jung chiama queste linee o forme del vivere ARCHETIPI, esse sono le forze naturali che hanno mosso la mente dell’uomo da tempi infiniti, toccando tutte le parti fondamentali della sua mente, sono in noi mente fin dalla nascita come un patrimonio genetico, così come nel corpo abbiamo gli istinti, e non dovremmo inaridirle, perdendoci in un mondo fittizio e artificiale, perché altrimenti perderemmo le radici essenziali di noi stessi, ci alieneremmo dalla vita.
Attivando gli archetipi, restiamo in contatto con l’inconscio collettivo, e, per esempio, riprendiamo la solidarietà con gli altri uomini, il rispetto per la natura, l’eroismo del vivere, la giusta distinzione tra vita e morte, il rapporto con l’anima, la creatività, la partecipazione alla bellezza, la distinzione tra bene e male, tutto ciò che distingue l’uomo dagli animali e costituisce prerogativa specifica della specie umana…
Solo col riattivarsi degli archetipi ci sarà speranza per l’umanità, altrimenti diventeremo una società artificiale, inumana, una civiltà delle cose, diventeremo non più uomini ma prodotti robotici, innaturali, dominati dalle immagini mediatiche di una civiltà che è rinnega l’uomo.
Uno di questi archetipi è il rispetto della vita. Un procuratore ha detto: “L’abitudine alle troppe morti di mafia o di guerra ci disabitua dal rispetto alla vita”. Il rispetto alla vita è un archetipo che stiamo perdendo. Anche il rispetto della natura è un archetipo che stiamo perdendo. Come perdiamo l’empatia per le sofferenze dell’altro. Questo dà il segno della nostra degenerazione come esseri umani.
Quei fondamenti del vivere che Jung chiama archetipi sono la specificità del mondo umano e hanno una loro sacralità, tanto che le religioni antiche rappresentavano queste forze della vita come divinità e le riattivavano nell’anima dei fedeli attraverso riti e miti.
Non diversamente oggi dovremmo riattivare gli archetipi della nascita della luce o della resurrezione della psiche.
Jung dice che queste energie sono ‘numinose’, da ‘numen’= dio, per indicare il loro carattere sacro.

L’inconscio collettivo è la terra degli archetipi, le grandi pre-forme, o eidos, che guidano la storia dell’uomo. Gli archetipi non si possono definire, vanno vissuti, così come l’amore non si può spiegare ma deve essere messo in atto, così come il rispetto per la vita o il senso della bellezza. Non sono valori, questi, che si possono spiegare. Si devono vivere.
Queste energie non logiche e non definibili possono entrare nella nostra vita in molti modi, possono essere riattivate anche da sogni straordinari o esperienze alte come l’arte, l’innamoramento, i grandi valori, il servizio sociale, la cultura, gli ideali di lotta e di vita…
Per Jung queste sono tutte vie spirituali. Per cui la sua spiritualità o la religiosità non si identificano con le chiese o l’ortodossia religiosa ma rientrano in un discorso più ampio, che rispetta ogni religione come ogni valore laico ed entra nel cuore stesso della vita prima delle forme istituzionali che le varie società hanno loro dato.

Mentre l’inconscio individuale si forma in modo diverso per ognuno, l’inconscio collettivo è uguale per tutti, come un patrimonio genetico universale ereditato, un patrimonio della specie.
L’archetipo in sé è una forma vuota, come l’alveo di un fiume che si riempie all’occorrenza quando ne viene l’occasione e può essere vissuto in senso positivo come negativo. L’archetipo è duale. Ha sempre questo doppio aspetto, come lo yin e yang taoista.
Prendiamo l’archetipo dell’eroe che guida gran parte della vita umana, le fiabe dei bambini, gli ideali della giovinezza, le ideologie politiche, la storia dei popoli.. esso può avere una rappresentazione positiva, come Gandhi, o negativa, come Hitler. L’eroe della luce e delle tenebre.
Saranno le circostanze a riempire la forma di contenuto, ma l’archetipo risorgente può essere letto in due sensi, per questo esso è sempre polare, come l’archetipo morte e resurrezione. Queste forme del pensiero sono tipicamente umane, mentre gli istinti appartengono anche al mondo animale. Gli animali non hanno la forma dell’eroe. Sono gli uomini che hanno bisogno di creare eroi.
L’archetipo è uno, ma i suoi simboli possono essere tanti. Gli archetipi non sono definibili, sono grandi energie; i simboli attraverso cui l’archetipo si dispiega non sono creazioni umane, appaiono.. possiamo incontrarli nel nostro cammino o esplodono nelle visioni dei mistici, nei sogni straordinari, nei capolavori dell’arte, nella poesia più grande, nei riti religiosi, nei momenti di espansione psichica.
La nostra anima moderna si è molto impoverita, perdendo proprio queste connessioni con le energie vitali e cadendo in una povertà spirituale che diventa carenza di vita.

Un’opera d’arte che vince i secoli deve il suo valore proprio alla sua capacità di attivare in noi energie archetipiche. La bellezza è uno dei tanti modi con cui la vita vibrante penetra in noi e ci illumina. Un rito religioso ha valore solo se riesce a connettere l’anima con un’energia più grande ed è allora che avviene la trasfigurazione, la catarsi, altrimenti è nulla, puro spettacolo materiale.
Essere in contatto con l’inconscio collettivo vuol dire essere in contatto con l’immenso oceano della vita e dunque sentirsi intensamente vivi e progredire in modo sano, per il bene di tutti.

Freud mira alla guarigione e al reinserimento sociale del paziente nella società così com’è, Jung mira alla liberazione dell’uomo intero e al miglioramento dell’uomo per il miglioramento del mondo.
Freud fa psicoterapia, Jung fa anima. Freud resta uno psichiatra, Jung è uno psicagogo, cioè una guida d’anima, fa un lavoro alchemico cioè di metamorfosi. Metamorfosi vuol dire salire di uno scalino, evolvere cambiando la propria natura, andare dal piombo all’oro.
Così il pensiero di Jung si sviluppa sempre più come un metalinguaggio che porta l’uomo oltre se stesso, in una progressiva ascesi.
La via verso l’alto è costellata di simboli. Essi emergono dall’inconscio collettivo, questo piano profondo e misterioso, comune a tutta l’umanità.

Jung, a differenza di Freud, lavora molto in clinica, esamina molti malati di mente e si convince che una parte segreta della loro psiche produceva il sintomo, la stessa parte poteva portare a guarigione. Non bastava tornare al passato e ricordare, occorreva costruire un progetto di vita per il futuro, cioè portare l’uomo oltre se stesso.
Egli scopre una verità nuova: idee ossessive, fobie, allucinazioni e sintomi sono dentro un percorso mirato; il medico ripercorre questa via, cercando segnali. Anche la follia ha un senso, è un filo rosso da dipanare verso il centro dello squilibrio o del dolore, dove una energia prigioniera deve essere liberata. Nella malattia non c’è caos ma intenzione, non c’è carenza di energia ma potenzialità. La natura ammala, la natura guarisce. Il sintomo è un indicatore, e, dove maggiore è il dolore, maggiore è la salvezza.
Qualche volta soffriamo per cause fisiche, altre volte per problemi psichici, per relazioni difficili, per situazioni del vissuto… ma la sofferenza può nascere anche dal fatto che non sappiamo chi siamo né dove stiamo andando.

IL TRANSFERT

Il medico fa quel che può, ma solo l’inconscio guarisce
(C. G. Jung)

Niente si sa. Tutto si immagina
(Fernando Pessoa)

Jung dice che nessuno conosce se stesso, nella propria psiche ci sono troppe parti oscure, dunque può esserci bisogno dell’analista, ma nell’analisi, come capitò a Freud, egli si imbatte nel TRANSFERT, il trasferimento inconsapevole sull’altro delle proprie rappresentazioni psichiche. Analista e paziente formano una diade particolare, sono come chiusi in un sacco amniotico, cessano di essere due individui distinti, e diventano un connubio di anime. Quando si attivano giochi d’anima, nasce un’alchimia potente che trasforma entrambi, come se essi camminassero uniti.
Nel libro ‘Storia di una schizofrenica ’, come nel film che ne è stato tratto, appare in modo chiaro che la malata trasferisce sulla terapeuta la madre mancante e ristabilisce con lei quei passi necessari alla sua rinascita alla vita, alla sua crescita psichica con la formazione di un Io centrale.
Uno dei cardini del pensiero di Jung è che noi non percepiamo la realtà in modo oggettivo ma attraverso PROIEZIONI, operate da una parte OMBRA, cioè inconscia, insorgente. Dall’inconscio provengono mancanze, bisogni, paure, rimozioni… e più essi sono prevaricanti, più la visione della realtà ne viene distorta e falsificata. Il fenomeno della proiezione non è solo patologico, è il modo umano di conoscere mescolando Io e Non Io, ed è anche il modo fisiologico per cui leggiamo in modo soggettivo ogni altro da noi. La conoscenza è sempre e comunque una mescolanza di soggettivo e oggettivo. Il nostro punti di vista è tale da sommergere ogni oggettività.
Nelle gravi patologie, però, il malato è talmente preda delle sue energie interne da essere incapace di relazionarsi col mondo in modo accettabile. Il problema del vivere bene e dell’evolvere consiste nel ritirare progressivamente queste proiezioni soggettive, riacquistando una visione della realtà più oggettiva possibile. Dove finisce la patologia e inizia la crescita, comincia poi un altro tipo di ricerca della verità, che diventa, nel saggio, capacità progressiva di liberarsi dalle proprie reti interiori, dissolvendo l’inconscio individuale e i suoi condizionamenti fino a raggiungere l’oggetto in sé, ma qui entriamo in una utopia metafisica.
Nella terapia si cerca di ristabilire una accettabile distinzione e relazione tra Io e mondo. Ma in analisi la capacità di proiezione si appunta proprio sulla persona dell’analista e fa parte della stessa analisi, per cui il paziente investe il medico delle sue paure, mancanze o bisogni e lo trasforma inconsciamente in quel soggetto che più lo agita: padre, madre, nemico, partner…
A questo processo di traslazione può corrispondere un processo analogo dell’analista che, a sua volta può proiettare sul paziente i propri contenuti inconsci, producendo un CONTROTRANFERT. Con pazienti molto gravi l’analista può arrivare a un vero contagio psichico; questo può verificarsi con la schizofrenia e costituisce un altro motivo per cui ci si occupa malvolentieri di questa pesante patologia.
Jung avverte che la relazione analista-paziente è molto particolare e mette in gioco entrambi, soprattutto a livello inconscio; ambedue possono essere turbati dal rapporto e rischiano importanti lesioni personali, attivando fattori inconsci con reciproca trasformazione in cui sarà la psiche più forte a dare il colpo decisivo e questa, purtroppo, può essere la psiche del malato.
Il transfert è un momento molto importante nell’analisi perché mette in luce il contenuto rimosso, si attiva dunque in modo tanto più forte quanto più quel contenuto è minaccioso. La forma che si rende visibile investe l’analista mostrandogli il problema in modo attivo, e questi deve restituirne l’energia al paziente.
L’analista si trova al centro di una PERSONIFICAZIONE, per esempio il paziente lo vede come un padre o un ‘salvatore’, ma questo valore in verità non gli appartiene e non può abusarne. E’ una energia che si manifesta ma che appartiene al paziente e che va depurata dagli elementi nocivi per reintegrarne l’energia nel suo patrimonio psichico.
Dice Jung:
Uno dei maggiori ostacoli alla comprensione è la proiezione dello sciamano, del salvatore… l’analista diventa impotente e deve scoraggiare subito questa inflazione. Al fondo di tutto c’è un complesso paterno, un bambino che vede in voi un padre in grado di fare miracoli. Ma voi non potete fare miracoli, occorre mettere i piedi in terra e avvertire il paziente per riportare la cosa a livelli normali…Voi dovete restituirgli il complesso del salvatore, niente di meno e niente di più, qualsiasi cosa significhi. Ma voi non siete il salvatore, di certo non lo siete…il pericolo per ogni analista è di essere contagiato dalle proiezioni di traslazione, soprattutto quando emergono contenuti archetipici” .

Vivere è un’opera d’arte dinamica, una continua interazione tra configurazioni energetiche. Viviamo tra l’arte e la vita. Vivere è anche una questione di ascolto, l’anima ascolta se stessa, l’amico ascolta l’amico, l’analista il paziente. Banhofer diceva: “Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo”. L’ascolto pone il problema della relazione anche su basi inconsce, poiché ciò che ascoltiamo non è solo l’altro, noi ascoltiamo anche noi stessi nell’altro.
La terapia analitica junghiana tratta l’anima e pone in essere un rapporto molto personale e profondo, un rapporto emotivo ed affettivo che coinvolge massimamente l’umanità del medico e il suo inconscio. L’analisi è il rapporto tra due inconsci.
Il medico è un uomo che deve prima di tutto saper fronteggiare i propri problemi, perché solo partendo dal proprio vissuto può sperare di comunicare con l’altro, in questo senso anche i suoi errori sono importanti. Ciò che si produce in analisi è una relazione molto stretta, un rapporto interpersonale che è anche extrapersonale, in cui si hanno effetti e controeffetti a livello inconscio, un rapporto tra esperienze di dolore.
Dice Jung: “Solo il medico ferito guarisce”. Ma anche: “Chi ferisce è ferito, chi guarisce è guarito” . Medico è colui che ha saputo superare i propri dolori, come, nel mondo antico, sciamano era colui che aveva superato la propria morte.
L’analisi junghiana riguarda l’analista non meno del paziente; non ci sono metodi da imparare ma alchimie cui partecipare, sempre nel rispetto, mai nella manipolazione. Jung scrive: “Non cerco di convertire i miei pazienti a qualcosa. Mi interessa soprattutto che ognuno realizzi la sua personale visione di realtà.
Nel rapporto terapeutico l’analista è chiamato in causa con tutto il proprio essere. Interagisce col paziente in una relazione d’anima, dunque analizzerà, insieme a quelli del paziente, anche i propri sogni e le proprie fantasie. Analista e paziente sono due vie che camminano insieme, due energie che interagiscono per comprendersi a vicenda; ciò che li lega è un interesse umano perché “Solo quando il medico è interessato al paziente, la sua azione è efficace”. Ma il medico non può porsi sopra il paziente o servirsi di lui, perché ciò non sarebbe cura ma potere.

Una volta Jung sognò che stava camminando in una valle e aveva alla sua destra un castello su una collina. Una sua paziente stava sulla torre più alta così che, per guardarla, Jung doveva piegare molto la testa all’indietro. Il sogno compensava una mancanza, forse Jung aveva guardata la sua paziente dall’alto in basso e, se così era, l’analisi doveva prendere un’altra via.

C’è un momento in cui l’analista è sovrastante, poi diventa più vicino, infine è pronto per una simbiosi. Per questo il paziente sogna l’analista, l’inconscio dell’uno comincia a comunicare con l’inconscio dell’altro e le proiezioni si formano.
Freud si ammanta di una veste paternalistica e professionale. Jung è molto più diretto e prossimo, capace di umiltà e partecipazione. Pensa che il medico impersonale, chiuso nella sua professionalità carismatica, non sia efficace, e che, usando trucchi e suggestioni, gli effetti sarebbero di scarsa durata. Il medico vero sente il paziente come un problema suo, che lo riguarda profondamente, e cresce nel suo contatto. Il rapporto è quello di due amici. Entrambi si aiutano e attingono insieme a un’energia inconscia che li comprende . Non c’è una posizione gerarchica, ma una esperienza comune.
L’analista dovrebbe poi poter raccontare l’analisi a una terza persona, meglio se di sesso femminile, perché le donne hanno una intuizione particolare che permette loro di scorgere aspetti della psiche che agli uomini possono sfuggire .
La personalità del medico, come dell’amico o dell’insegnante, è di per sé terapeutica a causa dell’alchimia sottile insita nel rapporto di affidamento, che va al di là delle parole. Jung ha su pazienti e allievi un effetto salutare, appare loro come una personalità taumaturgica in virtù del rapporto che si instaura tra salvatore e salvato. Ma quando questo feeling salvico non scatta, Jung è disarmato e lo dichiara onestamente, consigliando al paziente di cambiare analista.
Nel caso di Anna O, Freud si era imbattuto in un fenomeno psicoanalitico preciso: Anna aveva trasferito sul medico i sentimenti inconsci che nutriva verso il padre. Si era innamorata inconsciamente del proprio padre e aveva rivissuto poi il suo complesso spostandolo su Breuer. Questo è il TRANSFERT. Nel rapporto medico-paziente il transfert si realizza spesso, costituendo una spia significativa del contenuto rimosso che diventa visibile e si attiva secondo i suoi modi. I contenuti che il paziente rifiuta di vedere vengono proiettati sull’analista. Le rappresentazioni psichiche inconsce possono essere così esaminate mentre sono in atto. Il medico può anche diventare portatore di valori archetipici ma deve sapere che ogni personificazione è funzionale alla terapia, non può approfittarne o credere che siano rivolte alla sua persona in quanto tale. L’inconscio intuisce immediatamente, anche fuori dalla relazione analitica, quando può fare questa traslazione e la utilizza usando l’altro come sostegno. Più il contenuto è importante, più trabocca l’emozione e si scatenano le passioni. L’analista si trova a impersonare ciò che non è, una figura emergente dall’inconscio del paziente; il suo compito è ingrato ma non può sottrarsi né trarne vantaggio, può solo restituire al paziente il tesoro energetico che questi gli riversa. Se il paziente manda su di lui affetto o amore, gli renderà i suoi valori affettivi, senza diventarne l’amante. L’energia non va usata per sé, ma resa all’altro perché la usi per la sua vita.
Nella prima fase della psicoanalisi il transfert riguardò prevalentemente contenuti sessuali, ma non fu elaborato e sfociò in relazioni sessuali. In realtà non è facile gestire questo rapporto. Il transfert è un fenomeno inquietante e tutt’altro che univoco, difficile da trattare, spia utile che rischia sempre di deviare dai suoi scopi. Il transfert è un processo compulsivo con un forte simbolismo relazionale che non si presenta solo in analisi ma anche in normali situazioni di amicizia o subalternità, per esempio nel rapporto docente-allievo, ma naturalmente il rapporto analitico ne è il luogo privilegiato.

Dice Jung: “Il paziente si consegna nelle mani dell’analista, gli confida i suoi segreti terribili e si crea un grosso rapporto emotivo, avviene una traslazione. E’ come se il paziente consegnasse nelle mani dell’analista la sua stessa esistenza, e può arrivare ad amarlo o ad odiarlo, come se l’altro diventasse suo padre o sua madre. Ho avuto dei pazienti che mi chiamavano ‘Madre Jung’, e questo avviene indipendentemente dall’analista, il quale non viene nemmeno preso in considerazione per il suo sesso o la sua realtà. Freud lo chiama ‘traslazione’ perché pensa al popolo ebraico che trasferiva le sue colpe su un capro che era lasciato libero nel deserto. Io sono ‘ in loco parentis’, sto al posto loro, acquisto una grande autorità ma sono anche perseguitato per questo, per le complesse reazioni emotive che il paziente ha avuto verso i suoi genitori e che ora riversa su di me. La cosa non può durare. Bisogna elaborare la situazione fino ad arrivare al punto in cui il paziente vedrà che io non sono suo padre o sua madre ma sono un essere umano come tutti”.

Jung racconta che una paziente lo sognava come un gigante, un padre molto tenero che cullava sulle ginocchia lei neonata, il gigante era simile a Dio e stava in un mare di grano che si muoveva come un’onda. Jung legge in questo sogno il desiderio di Dio Padre. Lo dice alla paziente e lei di colpo vede un dio pagano, un dio della natura, dio del grano e del vento. E’ come l’emersione di un archetipo perduto, qualcosa di grandioso scatta in lei e non ha più bisogno di proiettarlo su Jung. Spesso le persone troppo razionali non riescono a connettersi con la loro interiorità, allora proiettano il loro desiderio indistinto su qualcun altro, ma, se l’archetipo si libera, esso vive in sé e riempie di bellezza l’anima senza aver bisogno di proiezioni, il soggetto vive una esperienza numinosa dentro se stesso e non dipende più da nessuno.
Quando i contenuti inconsci caotici opprimono il malato “lo isolano in una solitudine interiore incompresa e incomprensibile“, egli sente l’urgenza di portarli alla luce ma non può farlo e impegna gran parte delle sue energie nella rimozione, che lo rende incapace di penetrarne il mistero. Non potendo guardare questi contenuti in sé, per elaborarli può proiettarli sull’analista, perché è più facile vedere fuori quello che non riusciamo a riconoscere dentro. E’ un po’ come quando sogniamo la vicina di casa, la casa accanto, la cugina o la sorella, e in realtà stiamo cercando di guardare la nostra situazione per interposta persona.
Se il punto dolente sono stati i rapporti col padre, può essere che a un certo punto il medico assuma le caratteristiche del padre, in modo che la costellazione dolorosa che imprigiona il paziente possa proiettarsi all’esterno ed essere guardata.

Un giorno viene da me una donna e mi rovescia addosso un torrente di accuse pazzesche contro il marito, dice che è un demonio, che la picchia ecc. Nella realtà il marito è un brav’uomo del tutto innocente. Da dove ha preso quella folle idea? Da se stessa. Sta proiettando il demonio che è nella sua anima, trasferisce i propri desideri, la propria rabbia sul marito. Io glielo spiego, lei capisce e diventa un agnellino”.
“Per l’uomo primitivo il mondo è pieno di misteriose presenze di cui ha terrore! Il cristianesimo e la scienza moderna hanno eliminato questi demoni che sono le forze che si agitano dentro l’uomo ed essi vengono proiettate nel mondo esterno…. finché gradualmente l’uomo non si trasforma in un Uroboro, il serpente che divora se stesso, simbolo che fin dall’antichità indica l’uomo posseduto da un demone. Napoleone ne è un esempio
”.

Il transfert è duplice perché nello spazio terapeutico sono coinvolti due inconsci e uno influenza l’altro. L’inconscio del paziente può attaccare quello dell’analista e contagiarlo, attivando i suoi contenuti profondi, ma anche l’analista può proiettare sul paziente figure o impulsi che lo condizionano, col CONTRO-TRANSFERT. La speranza è che le proiezioni del medico siano minori di quelle del paziente e più controllabili, ma i giochi dell’inconscio rendono ardua la trasparenza, complicando il rapporto e facendo scattare situazioni che possono aggrovigliarlo.

Ho assistito a casi in cui il paziente ha assimilato il terapeuta nonostante tutte le sue teorie e i suoi intenti professionali, e il più delle volte, ma non sempre, a svantaggio di quest’ultimo… Il paziente non sta molto attento alle nostre parole ma viene permeato dal nostro vero essere… L’analista deve essere a conoscenza dei propri complessi perché nel lavoro con il paziente essi verranno inevitabilmente toccati”.

In qualche modo questo non riguarda solo l’analisi ma ogni rapporto, soprattutto se i suoi poli sono fragili o inconsci. Il transfert non è solo una categoria clinica, interessa la relazione in genere. Che lo vogliamo o no, lo stare insieme ci trasforma e può asservirci come liberarci. Procediamo nella conoscenza come procediamo nella relazione. In quanto umani, evolviamo insieme.
Jung diceva: “Non si può vivere con una persona senza essere permeati dalla sua personalità. Ogni passo avanti che il paziente compie può essere un passo avanti che anche l’analista fa.
La relazione analitica è un complesso teatro d’anima dove si recitano le più forti passioni, un mondo senza tempo dove tutto è qui, ora, violentemente. Il dramma è incombente fino alla sua risoluzione o all’epilogo drammatico.
La coscienza è il cerchio minore racchiuso in quello maggiore dell’inconscio, l’isola circondata dall’oceano, ma l’oceano produce ininterrottamente infinite creature, mostri che non si possono dominare ma che ci assediano. L’unica possibilità è portare l’energia a cooperare anziché opporsi. L’analisi dovrebbe essere un grembo protetto in cui imparare a giocare liberamente uscendo dai blocchi coattivi e rivendo le proprie passioni. Analista e medico si incontrano in una zona di inconscio comune, il compito è arduo, sfida l’intelligenza e l’umana simpatia e rischia di generare forze distruttive per entrambi, tanto più che esse non sono visibili e controllabili. La posta è sempre totale. Il medico si trova coinvolto in una relazione essenziale, che può essere familiare, incestuosa, intimista, con un aspetto salvico e uno mortale. Tra i due può scattare un vero e proprio contagio, perché, quanto più la coscienza del paziente è debole, tanto più il suo inconscio è forte e distruttivo, l’energia si sposta tutta da una parte, alimentando l’ombra. Per questo, ogni tanto, l’analista dovrebbe farsi a sua volta analizzare per una purificazione psichica, in quanto l’analisi è simile a una infezione.

In una visualizzazione vidi un analista come un archeologo dell’iperspazio, un viaggiatore di mondi alieni, chiuso in un grosso scafandro di protezione che entrava in una caverna a forma di orecchio penetrando nel profondo della chiocciola (V).

L’interazione delle energie può sconvolgere in modo insidioso il rapporto terapeutico, per cui ci sono rapporti viziati sin dall’inizio che dovrebbero essere immediatamente interrotti. E’ frequente che un analista dica francamente che non se la sente di portare avanti un’analisi. E ci sono casi in cui il suo inconscio resta perturbato gravemente con vere lesioni psichiche. E’ un gioco irrazionale in cui l’energia più forte vince e il paziente può fagocitare il terapeuta.
Nel transfert si manifestano i sentimenti più segreti, vergognosi, osceni e illeciti, con una forza coercitiva terribile. Essi trovano freno nell’inconscio individuale, ma ci sono momenti in cui superano la coscienza e riescono a traboccare.
Quando i contenuti rifiutati sono rimossi con troppa violenza, ne deriva un abbattimento delle energie residue disponibili. Può essere che perdiamo di colpo ogni iniziativa, cadiamo nel caos o nell’apatia, o in stati ingiustificati di ansia, qualcosa si arresta, ci sono doveri inadempiuti, compiti rimandati, ostinazioni deliberate, uno squilibrio del vivere… l’energia vitale si blocca e, invece di rifluire all’esterno e attivarsi utilmente, resta impegnata in compiti di rimozione e vigilanza che paralizzano la vitalità o la rendono frenetica. Anche la frenesia e l’iperattività sono forme di evasione. Oppure accade che passiamo a una fase nuova di vita che richiede di seguire altri interessi o illuminare tendenze trascurate e ciò richiede un grande afflusso di energie e può essere preceduto da un periodo di incubazione, penoso come la malattia che raggiunge il suo acme prima della guarigione. Le nuove configurazioni di energia sono anticipate da periodi bui, incertezza, fatica, abulia… Per riempire una stanza di cose nuove occorre prima vuotarla, perché solo lo spazio attrae contenuti nuovi, ma può essere un lavoro pesante. Quando la coscienza si sente impotente, arriva quel disagio che chiamiamo esaurimento, depressione, apatia, perdita d’anima, astenia… o viceversa una energia esagitata e dispersiva. I primitivi conoscono questi stati e li esorcizzano con rituali sacri, noi siamo impotenti ad affrontarli e ci rifugiamo in euforizzanti o ansiolitici che deviano il compito proprio dell’anima. Ogni volta che si prepara un cambiamento interiore, esso appare alla coscienza come minaccioso; ogni nuovo stato dell’essere è inquietante perché una parte di noi ha paura dell’ignoto; allora l’energia sembra ritrarsi e predomina un’inerzia regressiva o una confusione caotica ansiogena. A quel punto può accadere che il vuoto risucchi anche l’inconscio dell’analista e prepari anche in lui luci di cambiamento. Quando l’inconscio del paziente e quello dell’analista si confondono, si ha una zona crepuscolare comune, una penombra ambivalente che contiene tutto: positivo e negativo, paura e attrazione, propensione e resistenza… Polarità opposte emergono e si mescolano; è la ‘nigredo’, il caos alchemico, da cui deve emergere la ‘lapis filosofale’, la pietra eterna, la sapienza di vita, la chiarezza dell’essere, la sicurezza che risorge. Facilmente, quando il pericolo del mutamento si profila, il paziente tende a fuggire, può persino convincersi di essere guarito o cercherà di aggredire l’analista con accuse e sospetti. La stessa cosa può verificarsi puntualmente all’interno di un rapporto di amicizia o di amore. Tutto viene esasperato e portato al suo acme. La crisi prospetta l’evoluzione ma può precipitare nella rottura, può preannunciare una evoluzione come una regressione. Anche in un matrimonio possiamo aspettarci punti di crisi, in cui i rimossi individuali raggiungono con potenza massima di perturbamento, dopo cui o il rapporto si spezza o i due soggetti arrivano faticosamente a una nuova crescita comune. Procediamo tra morti e caduti, e dovremmo avere rispetto delle nostre ferite.
Diceva una signora: “Ho sognato che io e mio marito lavavamo nel fiume due morti vestiti di bianco”. Solo ove la coppia lavi insieme le sue parti morte e rinasca da esse, si ha evoluzione del rapporto nel fiume della vita. Siamo creature destinate perpetuamente a morire e a rinascere. Per questo l’archetipo di morte e resurrezione è così importante.
La rinascita è contraddittoria, apre speranze ma agita timori, ed è proprio in quell’occasione fragile e delicatissimo che il terapeuta deve rafforzare la parte conscia e rassicurarla, nella ricerca di una nuova pietra per l’edificio a venire ed ecco a quel punto sopraggiunge il transfert come una complicazione ulteriore, che crea false specularità; in esso l’inconscio rivela ma insieme confonde, è ‘Ermes’, il Mercurio saggio e insieme ingannatore, l’energia obliqua e ambigua della complessità relazionale.
Lo specchio distorto in cui l’io vede la sua parte nascosta proiettata sull’altro non appartiene solo all’analisi ma è frequente nella vita ordinaria. Ci sono persone che lo applicano inconsciamente come un boomerang incompleto, incapaci di distinguere fra realtà interna ed esterna. E’ frequente proiettare sugli altri frammenti della nostra anima inconscia; quello che ci dà più noia fuori è qualcosa su cui dovremmo lavorare di più in noi stessi, è il nostro problema. Pensiamo a quanti difetti troviamo negli altri, quante caratteristiche ci danno vere insofferenze, a volte paranoia. Più le nostre critiche sono rigide, fisse e forti, più è facile che ciò di cui incolpiamo il prossimo siano i nostri stessi difetti, quelli che siamo incapaci di scorgere in noi, le parti ombra su cui dobbiamo lavorare. Un timido può essere un aggressivo mascherato, una persona umile può essere un prevaricatore non riuscito, un moralista radicale è fortemente attratto dall’immoralità e così via. Chi ordisce complotti vede complotti ovunque. Quanto meno saremo in grado di riconoscere la parte ombra, tanto più l’immagine che gli altri hanno di noi sarà difforme dalla nostra e ci sentiremo imputare atteggiamenti che ci non riconosciamo affatto, con una forte discrasia tra l’immagine che crediamo di mandare e quella ricevuta.
In analisi si creano situazioni alchemiche particolari. Il rapporto è molto intenso, produce casi di transfert, controtransfert o identificazione. Per Jung, che è un sensitivo, è frequente anche l’identificazione telepatica.
Un caso di telepatia fu questo: gli capitò un paziente depresso, ma la moglie possessiva era gelosa di Jung. La sua gelosia interferiva potentemente. Capita spesso che in una relazione il partner che ha più difficoltà ad amare e ha un’affettività disturbata, sia troppo geloso delle relazioni dell’altro e voglia distruggerle. Non è vero che chi è molto geloso ama di più, la gelosia eccessiva indica difficoltà ad amare, il nocciolo della gelosia è proprio l’affettività disturbata, la gelosia può diventare un complesso che disturba l’Io, oscurando la sua valutazione della realtà. Chi ama se stesso in modo giusto e gioioso, è così pieno di amore che può donarne lasciando spazio alla libertà altrui, ma chi ama male se stesso prova un vuoto costante che cerca di riempire col controllo incondizionato dell’altro di cui diventa tiranno, le gelosia è spesso associata a una manìa di possesso, a un desiderio di tirannide. Le cause del malamore possono essere molte, una disistima dell’io, un senso di inferiorità, una carenza affettiva infantile, una difficoltà a darsi totalmente ovvero un’aridità di base, una povertà di senso personale, un livello basso di spiritualità… Accade così che l’oggetto di gelosia non si senta amato ma maltrattato e provi un senso di squilibrio e ingiustizia, in quanto è oggetto di un controllo menomante. La gelosia eccessiva ha a che fare con un Io disturbato negli affetti o nell’identità, non è mai un dono, è una prigionia e una stortura, che turba l’energia della relazione e la avvelena. L’amore libera, non imprigiona. Nel caso in questione, il marito reagiva a questa espropriazione di sé, diminuendo la propria energia. La possessività della moglie in pratica lo distruggeva. Lo stesso risultato può avere la possessività di una madre. L’accaparramento è un fenomeno che, per riempire l’avidità di uno, spoglia un altro, come avviene per i beni materiali. Il possesso non è ma una forma d’amore, proprio perché, imprigionando l’altro, lo nega. Ma chi è avido di cose altrui vuol dire che non si basta, dunque che è vuoto. Il possesso affettivo, come quello materiale, nascondono un vuoto d’anima, un difetto.
Nel caso della moglie gelosa, la sua energia negativa si interpose tra analista e paziente e indebolì progressivamente il marito, facendolo diventare sempre più depresso, tanto che alla fine interruppe l’analisi. Un giorno Jung era in un albergo e si sentiva nervoso e inquieto. La notte, alle due, si svegliò di soprassalto, per un forte colpo, come se qualcuno fosse entrato nella camera e sentì un dolore sordo alla testa. Accese la luce, guardò anche fuori della porta ma non c’era nessuno. Il giorno dopo venne a sapere che a quell’ora quel suo paziente si era sparato alla testa.
Questo è un caso di rapporto telepatico, non infrequente in terapia dal momento che tra analista e paziente si stabiliscono legami simili a quelli tra madre e figlio, che attivano vie telepatiche. Le energie che vengono risvegliate e agiscono scambievolmente tra i due soggetti non appartengono al campo ordinario. Anche Freud aveva notato il nascere di questi rapporti, anche se la psichiatria tradizionale li ignorava. Molti fenomeni sarebbero più chiari se conoscessimo le coordinate del mondo dell’energia, un mondo di cui sappiamo ben poco, presi come siamo a fissare solo le cose materiali. Poiché la materia percepita è spesso l’unico schermo su cui riusciamo a guardare, l’energia invisibile ha bisogno di proiettarsi nella fisicità della percezione per arrivare a noi.
Spesso ciò che si determina nell’analisi non sembra rispondere a uno schema meccanicistico, è una dinamica di cui non abbiamo le coordinate, simile all’inferenza con cui un guru in meditazione modifica le onde mentali di quelli che meditano con lui. Siamo nella chimica delle energie sottili, non ancora oggetto di scienza. Quando sapremo di più sui campi energetici particolari, forse avremo una nuova psicologia della relazione.
In senso lato la proiezione è quel processo attraverso cui riusciamo a rendere visibile ciò che è invisibile. Per esempio il Male è da sempre stato proiettato in un mondo di demoni e divinità malefiche. Il veggente antico era colui che captava l’energia negativa e la proiettava in una visione personificata, poteva vederla o dipingerla.
La proiezione è spesso l’unico modo che abbiamo per conoscere alcune cose altrimenti inafferrabili. Il Nuovo Testamento dice chiaramente che il male agisce solo se si incarna in persone fisiche o sistemi politici. Eppure spesso esso viene percepito come un’atmosfera che grava nell’aria, una nube, una pesantezza, qualcosa di minaccioso e inafferrabile.
Nella Germania nazista molti parlarono di qualcosa di simile che pervadeva l’intero paese, lo stesso si avvertiva nel Sudafrica al tempo dell’apartheid. La sensazione interiore veniva proiettata all’esterno sotto forma di immagine. Lo stesso accadde all’America nei giorni successivi l’omicidio di Kennedy. Può accadere che un sensitivo senta certe situazioni giorni o anche anni prima che si determinino. Anche Jung ebbe premonizioni relativi allo scoppio della prima guerra mondiale e le proiettò in immagini allucinatorie.
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Elenco delle lezioni precedenti

Lezione 1: https://masadaweb.org/2009/10/06/masada-n%C2%B0-1003-6-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-1/

Lezione 2: https://masadaweb.org/2009/10/13/masada-n%C2%B0-1007-13-10-2009-jung-1-lezione-2/

Lezione 3-4. https://masadaweb.org/2009/10/27/masada-n%C2%B0-1020-27-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-3-4/

Lezione 5-6 : https://masadaweb.org/2009/11/06/masada-n%C2%B0-1025-6-11-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-5-malattie-psicosomatiche/

Lezione 6-7 : https://masadaweb.org/2009/11/17/masada-n%C2%B0-1033-17-11-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-6-7/

Lezione 8- Riepilogo – https://masadaweb.org/2009/11/24/masada-n%C2%B0-1038-24-11-2009-jung-1/

Lezione 9- https://masadaweb.org/2009/11/29/masada-n%C2%B0-1041-29-11-2009-jung-1-lezione-9/#more-3475

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http://masadaweb.org

2 commenti »

  1. Ringrazio per l’iscrizione e ricambio cordialmente gli auguri di buon Natale anche se, essendo ateo, non attribuisco a questo evento annuale un significato per me medesimo particolararmente importante anche se riconosco il tradizionale intenso significato simbolico che esso assume per milioni di credenti, dei quali rispetto l’opinione religiosa (beati loro, essi sono molto più liberi di me, io sento il peso della mia coscienza come unico severissimo giudice delle mie azioni).
    Spero di poter scambiare idee ed emozioni con altri su questo nuovo “mezzo”, anche se la mia attività ed il mio attivismo non mi consente una presenza continua.
    Ad ogni modo grazie di nuovo e auguri!

    Giovanni

    Ciao Giovanni
    il Natale cade nel solstizio d’inverno, quando il giorno diventa più breve e la notte più lunga e in quel momento le cose si invertono e le giornate riprendono a crescere. E’ dunque un giorno ritenuto simbolico in molte religioni e in molti paesi, la rivincita della luce sulle tenebre, e ciò non solo in senso fisico ma anche morale. E’ chiaro dunque perché tanti dei celesti nascono in questo giorno simbolico, portatore di bene e rimangono efficaci i nostri auguri di serenità sia che crediamo o no in una religione.
    Copio dal mio libro:
    “Da tempo immemorabile le varie culture celebrano gli archetipi facendone delle immagini divine, narrandoli con miti o attivandoli attraverso riti collettivi. Le grandi feste religiose si coniugano a miti sacri che celebrano, appunto, archetipi: la nascita, la morte, la trasformazione, la resurrezione ecc.. Il Natale cristiano rappresenta L’ENERGIA CHE NASCE, questo è l’archetipo, l’inizio, la vita, la ripresa della luce, il Bene ecc., i suoi simboli possono essere l’abete, il sempreverde, il Bambino, il Presepe…, e hanno referenti analoghi in tutte le religioni, la FESTA DELL’ALBERO celtica come LA FESTA DELLA LUCE induista. I suoi colori simbolici sono il rosso e il verde. L’archetipo è uno e universale, i simboli con cui i vari popoli lo manifestano possono essere molti, ma unico è il significato sotteso, in quanto in modo diversi i simboli rappresentano una stessa cosa”.
    Sono sempre a tua disposizione ogni volta che vorrai scrivermi su qualunque argomento tu ritenga importante
    Molti cari auguri ancora
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 19, 2009 @ 6:10 pm | Rispondi

  2. […] 10: masadaweb.org/2009/12/17/masada-n%C2%B0-1049-17-12-2009-jung-psicoanalisi-lezione-10 […]

    Pingback di MASADA n°1051. 20-12-2009. PSICOANALISI. JUNG. LEZIONE 11 « Nuovo Masada — dicembre 20, 2009 @ 4:08 pm | Rispondi


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