Nuovo Masada

dicembre 5, 2009

MASADA n° 1043. 4-12-2009. Guardando Copenhagen

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 8:52 am

Siamo su un treno che va a trecento chilometri all’ora, non sappiamo dove ci sta portando e, soprattutto, ci siamo accorti che non c’è il macchinista
Carlo Rubbia

Formamentis
“…a cosa si è ridotta, che cos’è oggi, in Italia, la cosiddetta “volontà popolare”? Un apostrofo rosa tra le parole t’inculo”.
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Ho incontrato i lavoratori dell’Agile dopo l’incontro a palazzo chigi. Mi hanno detto “prima eravamo nell’inferno, e adesso?”

Pensate a questo evento: entra un ladro in casa, chiamiamo la polizia e non risponde nessuno perchè i call center gestiti da questa gente non possono più lavorare e pagare i lavoratori (già precari),
oppure pensate se andate in aeroporto, prendete un aereo e vi ritrovate in una località diversa perchè i terminali non funzionavano (perchè i dipendenti agile si stancheranno prima o poi di lavorare gratis),
oppure pensate che andate al bancomat e il vostro pin non funziona più e i tecnici non possono andare perchè è da luglio che non vengono pagati e prima o poi si stancano tutti.
Insomma.. nelle loro mani c’è la nostra vita, non possiamo far finta che non ci sono solo perchè ormai i giornali ne hanno parlato e ne ha parlato (molto bene, anche) annozero

Abbiamo ricostruito la storia qui
http://www.censurati.it/?q=node/3912 divulgate come potete chiunque abbia un blog ne ha dovere morale
oppure prendete info da http://lavoratoriagileinlotta.blogspot.com/

Quando comincia l’inferno Berlusconi?

Michele: Io ricordo una massiccia campagna pubblicitaria che copriva tutto il territorio nazionale con un bambino che diceva “FOZZA ITAIA” alla fine del 1990 o inizi del 1991. Berlusconi ha sempre negato che ne fosse lo sponsor e l’agenzia pubblicitaria disse solo che si trattatava ” di un privato” ma era ben strana la circostanza che poco dopo si cominciò a parlare di un nuovo partito chiamato “Forza Italia” e che, dopo l’appoggio a Fini come sindaco di Roma ( poi vinse Veltroni allora semi-sconosciuto)fu fondato questo nuovo partito. Qualcuno si ricorda?
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Viviana Vivarelli

Falsa la realtà chi scrive, come Repubblica, che B non poteva essere il mandante delle stragi del 93 (come sostengono i pentiti, per una destabilizzazione del paese che preparasse l’avvento dell’uomo della sicurezza) , mente chi sostiene che B non poteva essere colluso con la mafia esecutrice di quelle stragi perché non formò il suo partito che nel 94. Queste sono appunto le bugie di B, che non è uno che improvvisa ma per ogni cosa si prende una accurata preparazione.
Prima di tutto i suoi rapporti con la mafia partono da quando aveva 26 anni e iventà di colpo uno degli uomini più ricchi d’Italia riciclando enormi capitali di cui non disse mai la provenienza. Inoltre la sua preparazione al nuovo partito appoggiato dalla P2 e dalla mafia partì molto prima, tanto che in Sicilia si parlava già da tempo dell’arrivo di un grande imprenditore molto potente amico delle persone giuste che avrebbe messo le cose a posto. Sono i siciliani stessi a dirlo, non c’è che da chiedere. E in 9 mesi non si ottengono 8 milioni di voti e soprattutto in Sicilia partendo dal nulla e diventando il primo partito d’Italia. La mafia si premurò di preparargli il bacino elettorale tant’è che i voti ci furono in obbedienza e da subito e non sono cose queste che si fanno su due piedi, soprattutto in Sicilia. Le stragi e l’arrivo di B in politica furono voluti e attentamente preparati per contrastare l’avanzata della sx, che avrebbe danneggiato gli affari della mafia, e B fu l’uomo giusto, in quanto era già un suo uomo di fiducia come riciclatore di capitali mafiosi e uomo di rispetto di Cosa nostra, in caso contrario la mafia non gli avrebbe dato un tale gigantesco appoggio da farne il suo massimo referente politico. Non si dimentichi che in Sicilia B prese 61 seggi su 61 e questa non è cosa che avviene a caso o si improvvisa, soprattutto se il percettore è uomo del nord e non del territorio. Il livello di libertà elettorale nell’isola è pari a quello di una tribù afgana.
Già dal 90 la mafia aveva preparato il terreno dicendo che sarebbe arrivato un nuovo partito e che a capo c’era un imprenditore molto bravo che si chiamava B e che bisognava votarlo perché amico degli amici. Nel 92 il progetto era pronto e nel 94 partì. Le stragi sono del 93, dopo la vittoria della sx, ma il piano per bloccarla è precedente, e sbaglia D’Avanzo a ripetere che B si muova solo nel 93, questa è l’ufficialità, ma tutto era pronto da molto prima. E citare addirittura la data della firma dal notaio come inizio del nuovo movimento politico è ridicolo e solo un clone di B può avere la faccia di farlo.
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La paura di aver coraggio
Rosario Amico Roxas

Che si sia trattato di un “fuori-onda” rubacchiato, estemporaneo, occasionale, può crederlo solo chi crede in babbo Natale. Uno sfogo simile, che rappresenta una denuncia e una intolleranza ai sistemi autoritari ed autoreferenti del cavaliere, non avviene origliando dietro la porta. Fini ha cercato solo il modo meno frontale per costringere gli italiani ad aprire gli occhi, e lo ha fatto confermando tutto ciò che ha detto senza pietire scusanti.
Quanti altri parlamentari del PdL la pensano esattamente nello stesso modo ma preferiscono chiudere entrambi gli occhi per non mettere a rischio la cornucopia che è caduta loro addosso ? Istituzionalmente ogni parlamentare rappresenterebbe una fetta dell’elettorato, un portavoce, un referente del popolo sovrano, mentre in realtà rappresenta ed avalla solo che gli viene ordinato, pena l’esclusione dai benefici di cui gode. La minaccia aleggia sopra le loro teste ed è rappresentata dalla esclusione dalle liste elettorali, con un mesto ritorno al “travaglio usato”.
Personaggi senza arte né parte, diventati ministri, portavoce, esibizionisti, titolari di privilegi mai sognati, non ardirebbero mai esporsi alle ire del capobastone, compromettendo la loro lussuosa e lucrosa condizione di peones scodinzolanti.
Sostenere le proprie idee e pretendere il rispetto per esse è prova di coraggio, perché sfida le ire e le vendette del potente che si sente oscurato, mentre esige brillare di una luce artificiale che si è puntata addosso. Ma il coraggio “se uno non ce l’ha non se lo può dare”, così gli accattoni del pensiero unico si trasformano in tanti don Abbondio, pronti a scodinzolare al capo in nome e per conto di quella fetta di popolo sovrano che, invece, vorrebbe una prova di dignità e non solo politica. Si concretizza la “paura di aver coraggio”, perché il coraggio minaccia di diventare l’anticamera dell’anonimato…. Basta guardarli in faccia e identificarli uno per uno….. cosa farebbero nella vita se privati della condizione di privilegio che il capo ha loro accordato ?
Elencare i loro nomi…? Sarebbe molto più agevole elencare i pochissimi che potrebbero tornare a lavorare, gli altri rimangono solo pupazzi mossi a piacimento dal puparo, che minaccia di tagliare i fili che li reggono.

Ecco l’esplosivo Fini che parla in privato credendo spento il microfono:
“Il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza, speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da… perché è una bomba atomica”.
Trifuoggi: “Assolutamente sì… non ci si può permettere un errore neanche minimo”.
Fini: “Si perché non sarebbe solo un errore giudiziario, è una tale bomba che… Lei lo saprà: Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro degli Interni, e di … Uno è vice presidente del CSM e l’altro è il Presidente del Consiglio….No, ma lui, l’uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo: magistratura, corte dei Conti, Cassazione, capo dello Stato, Parlamento. Siccome è eletto dal popolo…. Ma io gliel’ho detto… confonde la leadership con la monarchia assoluta…. poi in privato gli ho detto… ricordati che gli hanno tagliato la testa a… quindi statte quieto”.
(Citato da Il fatto) Che i Bondi e i Capezzone diano fuoco alle fiamme. O alle ceneri.

antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578
Quanto ci sarebbe piaciuto sentire queste parole in pubblico da Bersani o da D’Alema. Le ha dette in privato Fini ma restano lo stesso come dei marchi a fuoco su B. E che le dica Fini o Bossi quando poi costoro votano all’unanimità qualunque porcheria di B e sono i suoi puntelli in una scalata abnorme al potere non fa che confermarci il tradimento di questi due personaggi a qualunque idea di onestà, libertà o democrazia.
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Beppe Grillo

Viviamo una fase storica ineguagliabile. La peggiore dello Stato italiano. Berlusconi è il peggior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni, Napolitano il peggior presidente della Repubblica (un vero outsider che fa rimpiangere anche Giovanni Leone cacciato a pedate), il Pdmenoelle è la peggior opposizione da quando esiste il Parlamento con Bersani maggiordomo di D’Alema, il politico più intelligente e trombato, ma anche trombante, della Repubblica. Voglio essere ottimista. Siamo in fondo al pozzo e possiamo smettere di scavare. Siamo arrivati dall’altra parte. Mi sento come un italiano verso la fine della seconda guerra mondiale sotto le bombe. Sa che non potrà continuare a lungo. Che il cielo tornerà azzurro e potrà uscire in strada, felice come un bambino, a baciare la prima sconosciuta. Il mio ottimismo è ragionato. Lo Stato è fallito, un miliardo al giorno di debito pubblico è insuperabile anche da Tremorti. Milioni di persone hanno perso il lavoro e la casa. La cassa integrazione è vicina al tracollo. Il Parlamento non esiste, è stato espropriato da dei delinquenti costituzionali. La Chiesa comanda. La mafia comanda. La camorra comanda. La ‘ndrangheta comanda. Il cittadino non conta nulla. Tutto è perduto e soprattutto l’onore. Italiano e pagliaccio sono sinonimi nel mondo. “Italian fucking clown”. Il Consiglio dei ministri è una replica continua di “Oggi le comiche”. Qualunque prostituta, qualunque idiota potrebbe diventare ministro in Italia. Questo regime, come a suo tempo il fascismo, non lo può più salvare nessuno. Si è schiantato insieme alla disonestà e indifferenza di molti italiani negli ultimi anni. Come, quando dopo una tragedia, ci si risolleva per necessità, così avverrà nel prossimo futuro. Il MoVimento a Cinque stelle non ha legami con il passato, con nessuno dei nomi marci di corruzione che ci governano. Il MoVimento parte da zero, dal basso, questa è la sua forza. Il MoVimento si presenterà per le regionali in Emilia Romagna, Campania, Veneto e Piemonte, con capolista Davide Bono. Molte Liste a Cinque Stelle si stanno preparando per le amministrative. Lo Statuto è quasi pronto e anche l’iscrizione on line. Il 5 dicembre ho dato l’adesione al No B-day. Non sarò sul palco e non parlerò in quanto richiesto dagli organizzatori. “Per noi è un politico e quindi non parlerà” ha deciso il comitato promotore. Viviamo uno scempio sociale e istituzionale che nessuno avrebbe creduto possibile, io per primo. Siamo ancora nello scantinato, dalle televisioni arrivano le voci di un presente che è già passato, degli Schifani, Gasparri, Dell’Utri, Casini. Così presenti eppure già lontane. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
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Rita Borsellino
”Da UE schiaffo a chi vuole vendere beni”

Bruxelles. “Ancora una volta, l’Unione europea riconosce la validità dello strumento della riconversione a fini sociali dei beni confiscati alla mafia dando un altro schiaffo a chi in Italia lavora per mettere all’asta e riconsegnare ai boss un patrimonio sottratto col sudore e col sangue alla criminalità organizzata”.
Così l’eurodeputata Rita Borsellino commenta la decisione della Commissione europea di implementare il finanziamento per la riconversione dei beni confiscati alla mafia, investendo 64 milioni di euro per il periodo dal 2007 al 2013. “Ai ministri Alfano e Maroni – ha aggiunto – ricordo che solo pochi giorni fa il Parlamento di Strasburgo ha votato a larga maggioranza la mia proposta di destinare a fini sociali, a livello europeo, i beni confiscati alla criminalità organizzata. E a poco valgono le rassicurazioni di Alfano, perché, a parte il fatto che non si capisce bene come si farà ad evitare che i prestanome partecipino all’asta, bisognerebbe chiarire al ministro un aspetto più volte denunciato dagli esperti: ossia la lentezza con cui vengono destinati i beni. Ad oggi, su 8.620 beni sequestrati in tutta Italia, ben 3.213 sono ancora in mano al Demanio”.
ANSA
www.antimafiaduemila.com/content/view/22496/48/

2 milioni di disoccupati
Ida Rotano (aprileonline) (sunto)

Istat, la disoccupazione a ottobre sale all’8%. Ai massimi dal 2004.
2 milioni di disoccupati, un balzo indietro di 6 anni: l’Istat sull’occupazione dicono che la crisi picchia duro e colpisce i lavoratori, i giovani precari, le imprese specie quelle piccole. In prospettiva il dato è ancora più allarmante se si considera il numero senza precedenti dei lavoratori in cassa integrazione.
Eppure il ministro Sacconi decide di minimizzare: la disoccupazione all’8% è “sempre meno del 9,8% della media Europea”, spiega. “L’Italia ha un tasso di disoccupazione ‘significativamente al di sotto della media Ue” prosegue il ministro del Lavoro perché a fronte di una grande crisi sociale gli ammortizzatori sociali nel nostro Paese “‘hanno funzionato”. Nella Finanziaria 2010 – ha precisato – ci sono risorse più che sufficienti per gli ammortizzatori”.
Inascoltato Bersani: “il governo la smetta di dire che le cose vanno bene e prenda atto dei problemi”. Con la mobilitazione dell’11 e del 12 dicembre sul lavoro, “porteremo in piazza le proteste e le preoccupazioni dei cittadini insieme a proposte concrete per difendere il lavoro e dare una spinta reale all’uscita dalla crisi”.
Fioroni: “E’ sconcertante che di fronte ai dati Istat che sbattono in faccia al Paese un record di disoccupazione dell`8%, il peggior dato dal 2004, il governo non sappia fare altro se non dire che c’è chi sta peggio. Due milioni di disoccupati, con un tasso di disoccupazione giovanile al 26,9%, e una crescita del 4,5% rispetto ad ottobre dello scorso anno, sono cifre che dovrebbero far accapponare la pelle e spingere il governo ad occuparsi di quella che è la vera emergenza nazionale. Questa è la priorità, non altre, su cui cercano colpevolmente di spostare l’attenzione governo e maggioranza”.
Massimo Donadi, IdV: “I dati sull’occupazione sono allarmanti ed allarmante è anche l’immobilismo del governo, mentre servirebbero interventi immediati per sostenere l’occupazione e ampliare la rete di protezione per chi perde il posto”.
Giuliana carlino (IdV): “Ma la crisi non era alle nostre spalle? Il governo meno credibile della storia della Repubblica ha prima sostenuto che la crisi non ci fosse, poi da qualche settimana ha cambiato strategia. La crisi è finita urlano ai quattro venti B e i suoi discepoli. Invece i dati dell’Istat ci ricordano la drammaticità della situazione in un paese che ha cifre record di disoccupati. Ha ragione B: la crisi finanziaria, quella dei ricchi, è forse alle spalle.
Resta la crisi dei poveracci, dei precari, dei disoccupati e dei giovani di cui uno su 4 non trova lavoro. Di quella il governo fa finta di non accorgersi e non prende alcun provvedimento, tutto intento a difendere il suo premier dai processi con l’ennesima legge ad personam”.

E’ in crisi anche il mondo delle imprese, lo dice la Marcegaglia- E chiede più investimenti alla ricerca, con il contestuale rifinanziamento del credito d’imposta e più attenzione al credito. Oltre al fondo da 3 miliardi necessario per aumentare la capitalizzazione delle imprese, chiede sostegno per i settori colpiti dalla crisi, e non solo per l’auto. La riduzione del cuneo fiscale e contributivo e la detassazione e la decontribuzione del salario di produttività.
L’ISTAT dice che per la prima volta dal marzo del 2004, il tasso di disoccupazione è salito all’8% per un totale di più di 2 milioni di disoccupati, il 13,4% (+236 mila unità) rispetto a ottobre 2008. Gli occupati sono 23.099.000. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,9%, + 4,5 punti percentuali rispetto a ottobre 2008. Gli inattivi, che non risultano né occupati né in cerca di occupazione, tra 15 e 64 anni, sonoi 14.741.000, 210.000 in più in un anno.
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ALTERNATIVE 2010
Raniero La Valle

Il 2009 che tramonta è stato ambiguo, ma non finisce con una prognosi infausta, apre a delle alternative.
Esso è stato ambiguo nella Chiesa, perché c’è stato un momento, al rientro dei vescovi lefebvriani nella comunità cattolica, in cui si è temuto che si potesse perdere, con il Concilio, la Chiesa, quale era stata “aggiornata” per entrare nel terzo millennio. Ma la Chiesa ha risposto, il Concilio ha resistito, e il Papa ha confermato il Concilio.
L’alternativa è ora quella di una vigorosa ripresa degli insegnamenti e delle riforme del Vaticano II, per quel “balzo innanzi” che la Chiesa di Giovanni XXIII e di Paolo VI aveva sognato, oppure che prevalga la linea di una rivincita del Papa sul Concilio, come quella richiesta dal direttore di “Divinitas” mons. Gherardini con l’appoggio di altri prelati e vescovi, che hanno rivolto una supplica a Benedetto XVI per una definitiva revoca dell’autorità dottrinale del Vaticano II: “Basta una sua parola, Beatissimo Padre, perché tutto… ritorni nell’alveo della pacifica e luminosa e gioiosa professione dell’unica Fede nell’unica Chiesa” (v. Rocca, n. 22, pag. 55).
Il 2009 è stato ambiguo nel mondo, perché la Grande Potenza che più di ogni altra nell’ultimo ventennio aveva rappresentato una turbativa e un pericolo per l’ordine mondiale, gli Stati Uniti, ha operato una spettacolare conversione, pronunciandosi per la pace, per il disarmo nucleare, per l’ONU, per i diritti umani, per la difesa del clima, per le energie alternative, per la legalità internazionale, per il pluralismo e il dialogo tra le culture e tra le fedi. Questa linea però non è riuscita a decollare. Con l’Afghanistan, con Israele, con l’Iran Obama ha dovuto scontare una tragica impotenza; e in patria è braccato in modo maccartista come comunista, perché vuol dare l’assistenza medica anche agli americani poveri; e l’anno è finito con l’ultimo dei Kennedy, Patrick, figlio di Ted, a cui il suo vescovo, l’ordinario cattolico di Rhode Island, ha tolto la comunione perché nella riforma sanitaria, che egli come deputato democratico sostiene, è previsto che sia pagato anche l’aborto, mentre l’aborto ognuno dovrebbe pagarselo da sé.
Qui l’alternativa è quella di un successo di Obama sia nei confronti degli altri leaders mondiali, sia nei confronti della sua opinione pubblica interna e del Congresso, oppure della rivincita dell’idea che gli Stati Uniti o sono la destra politica militare e religiosa del mondo, o non sono.
Il 2009 è stato ambiguo in Italia, perché mentre i fuorilegge sono al governo (fuori della Legge esistente, non di quella che essi si stanno facendo per sé), la legalità ha retto, la Costituzione ha resistito, la Corte Costituzionale non si è arresa, e la magistratura continua a esercitare, finché le è permesso, il controllo di legittimità. Le istituzioni dunque tengono. Non però la realtà economica. Col tenore di vita, i consumi, la precarietà e la disoccupazione la gente sta peggio, ma la rigida “linea Pella” (la cui sconfitta nei primi anni della Repubblica portò l’Italia al livello economico delle maggiori potenze industriali) tornata ora in auge con Tremonti, ha evitato almeno lo sfascio della finanza pubblica.
Più univoca è invece la direzione spirituale e culturale nella quale il Paese viene condotto dalle ideologie dell’attuale classe dirigente. Si vuole fare interiorizzare l’idea che l’Altro è un pericolo, è l’ostacolo al tuo desiderio, è quello che siede sulla tua panchina; l’altro è il problema da risolvere; meglio ancora che non ci sia. Tu ti devi arrangiare da te: se ti licenziano “inventati” un lavoro, se sei insicuro, fai le ronde, se abiti in una strada, in un condominio, monta in vedetta, fatti delatore, dagli all’untore. Ottocento sono le ordinanze che i sindaci italiani hanno emesso in questi mesi contro stranieri, immigrati, mendicanti, drogati e altri appartenenti alla “feccia e schiuma dell’umanità”, per usare una parola che non è di un leghista, ma di Nietzsche, per dire come questa cultura venga da lontano.
In tal modo si crea un clima, un nemico, poi avvenga quel che può; come in guerra, basta che uno vesta la divisa dell’avversario per essere ucciso. Nella New Orleans del 1891 i siciliani immigrati erano tutti riconoscibili per il colore, i costumi, la lingua, l’accusa di mafia. Undici furono linciati.
Qui l’alternativa è che o rientriamo in noi stessi, torniamo alla nostra antica pietà, ci facciamo di nuovo patria di umanesimo, di rinascimento, di civiltà senza frontiere, oppure diventiamo tutti clandestini, tutti estranei gli uni agli altri, esuli dal nuovo secolo delle genti, fuorusciti dal diritto. Questa alternativa non si decide al Consiglio dei ministri, né in Parlamento, né a Ballarò, ma nel Paese, nel nostro cuore.
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Un gruppo di ergastolani ostativi ha deciso di cercare di rompere il silenzio che li circonda.
Alfrhaed, Marialuce e Angelanima, persone con l’amore nel cuore, i tre amministratori del blog, hanno raccolto le nostre urla dal silenzio e hanno aperto questo spazio per diffondere le nostre voci.
Cosa diremo?
Che condannare un adolescente alla pena dell’ergastolo ostativo è un crimine peggiore di quello che si vuole punire;
che si dà la pena dell’ergastolo ostativo per debolezza e vigliaccheria perché non si ha il coraggio di dare la pena di morte, una pena molto più umana della pena dell’ergastolo ostativo perché nei paesi dove esiste la pena di morte almeno prima che ti ammazzino ti fanno firmare il foglio di scarcerazione;
che la pena dell’ergastolo ostativo è solo una pena di odio e vendetta;
che mentre la pena di morte è solo il nulla, la pena dell’ergastolo ostativo è il nulla insieme a un dolore infinito;
che l’ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio di legge spera che la sua vita passi sempre più in fretta perché morendo esce subito il suo cadavere.

Se volete ascoltare le urla dal silenzio e le urla degli uomini ombra visitate il blog

www.urladalsilenzio.wordpress.com

Gruppo “Urla dal silenzio” su Facebook:
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Considerazioni sulla lettera di Celli a suo figlio
Giuliano Garavin

Cosa dovrebbero fare coloro poi che non sono in possesso della laurea e ai quali il titolo di studio superiore è stato regalato in una delle tante scuole italiane senza qualità? In tutta l’Europa il tasso di disoccupazione è estremamente elevato, in alcuni Paesi come la Spagna il tasso ufficiale è ancor più elevato di quello italiano. La prospettiva di mettere in competizione i lavoratori manuali italiani con “sans papier” e rifugiati dalle guerre in Africa e in Medio Oriente appare assai poco realistica. Non esiste dunque una vera alternativa occupazionale per il grosso dei cittadini italiani se non quella di rilanciare nel nostro Paese la produzione, i servizi, l’agricoltura
Quando si espone in pubblico il Direttore generale di un’università privata importante come la Luiss, l’università fondata da Guido Carli e punta di diamante del liberalismo italiano, occorre prestargli attenzione. In una lettera aperta indirizzata al figlio non ancora laureato, gli prospetta un avvenire nero in Italia fatto di mediocri che entrano nei consigli di amministrazione, di ignoranti che vengono nominati ai vertici delle “multiutility” (società dell’acqua, energia elettrica, gas), di squali arrivisti privi del più elementare senso della solidarietà umana. Egli ne deve saper qualcosa essendo l’autore del denso pamphlet dal titolo “Comandare è fottere”. Alla fine di una missiva che sembra sincera e accorata Celli fa anche cenno a proprie colpe, sembra di capire che per essere dove è ora – ma in passato ha svolto ruoli direttivi in Rai, Eni, Unicredit – non deve aver lesinato molte delle pratiche che attribuisce agli altri, e chiede al figlio di lasciare il Paese per riuscire a realizzarsi nel proprio la lavoro.
Pubblicata sul sito de “la Repubblica” questa lettera ha comprensibilmente generato migliaia di commenti da parte di madri di figlie serie e studiose, comunisti che chiedono di non essere annoverati tra coloro che hanno spinto il Paese al degrado, anonimi che affermano che la “sporcizia” esiste da molto prima che se ne accorgesse Celli, da genitori pienamente concordi con il Direttore della Luiss e da altri che non verserebbero lacrime a vederlo pensionato e imbarcato su un aereo. Un post scelto tra i molti: recitava un’insegna pubblicitaria in una vetrina di un’agenzia di viaggi inglese: “andate a visitare l’Italia prima che gli Italiani finiscano di distruggerla!” Beh siamo a questo livello. Ma la cosa più grave è che adesso, chi ha fatto parte della classe dirigente che ha distrutto questo paese, ci consiglia, a noi giovani, di fare le valige… comunque brutto insegnamento questo del padre al proprio figlio: scappa da qua, pensa a te stesso, ti realizzerai meglio altrove tu che puoi! Io invece mi sento parte di una comunità, mi sento italiano e verso l’Italia e la sua storia sento di avere dei doveri e preferisco soffrire con essa piuttosto che abbandonarla. Non dico che non si debbano fare esperienze all’estero, purchè limitate nel tempo e con lo scopo di portare nuove conoscenze qui nel nostro paese. Mi spiace, noi questo paese non lo abbandoniamo, la trincea è qui sotto casa, e questo paese lo salveremo come altri italiano lo salvarono quando ci fu bisogno di loro.
Alfiu
Sono soprattutto i genitori a intervenire e per lo più concordano con Celli. I giovani che partecipano al dibattito sono in misura preponderante laureati che vivono le contraddizioni di un mondo del lavoro bloccato. Sono quasi tutti esponenti di quel mondo che Paul Ginsborg ha definito “ceti medi riflessivi”.Tante considerazioni che sorgono dalla lettera di Celli non trovano però adeguato spazio negli interventi sul sito.
In 1° luogo. La possibilità di scappare dall’Italia sembra aperta soprattutto ai laureati, meglio ancora se già in possesso di Master. Si profilano scenari di fuga in Spagna e in Europa del Nord: se è pur vero che il settore dei servizi in questi Paesi sembra funzionare meglio che in Italia vi sono inquietanti segnali che ci vengono dalla Gran Bretagna di un dilagare della povertà anche nei ceti medi. Cosa dovrebbero fare coloro poi che non sono in possesso della laurea e ai quali il titolo di studio superiore è stato regalato in una delle tante scuole italiane senza qualità? In tutta l’Europa il tasso di disoccupazione è estremamente elevato, in alcuni Paesi come la Spagna il tasso ufficiale è ancor più elevato di quello italiano. La prospettiva di mettere in competizione i lavoratori manuali italiani con “sans papier” e rifugiati dalle guerre in Africa e in Medio Oriente appare assai poco realistica. Non esiste dunque una vera alternativa occupazionale per il grosso dei cittadini italiani se non quella di rilanciare nel nostro Paese la produzione, i servizi, l’agricoltura.
L’auspicio della fuga dall’Italia prevale in Celli e nei suoi commentatori sull’identificazione dell’approdo: questione non insignificante. All’inizio del Novecento l’approdo degli italiani erano gli Stati Uniti, terra di lavoro ma anche delle opportunità, così Terra Promessa poteva apparire l’America Latina. Negli anni Cinquanta e Sessanta sono stati i Paesi dell’Europa del Nord, con la loro impetuosa ripresa industriale e manifatturiera dopo le durezze della Seconda guerra mondiale, ad attrarre i lavoratori dell’Europa meridionale. Poi la stessa Italia è divenuta Paese di immigrazione. L’approdo degli emigranti rappresenta allo stesso tempo ricerca di lavoro e fiducia in un modello. E quel che è certo è che nel mondo occidentale, nel tradizionale mondo atlantico, non ci sono grandi modelli e terre di opportunità disposizione. Gli Stati Uniti mostrano oggi tutti i difetti di una rincorsa crudele ai facili guadagni della finanza e la Scandinavia, dove meglio si conciliano imprenditorialità e sicurezza sociale, non può e non vuole ospitare molto di più di quanto già ospita. Se non si vuole guardare a nuovi orizzonti come quello cinese e brasiliano, tutti e due modelli sociali contraddittori nei quali l’iniziativa dello Stato riveste il ruolo centrale, anche qui non c’è altra scelta che ridisegnare un modello europeo che oggi è solo abbozzato e schiacciato sul favorire competizione e profitti.
Il 3 punto è che nella lettera di Celli, così come nella vasta maggioranza dei commenti, il principale problema della nostra società sarebbe l’assenza di “meritocrazia”. La richiesta di meritocrazia porta però quasi inesorabilmente al lamento inconcludente di chi si crede migliore degli altri senza necessariamente esserlo. L’assenza di meritocrazia è il prodotto diretto di un sistema che sta definitivamente espellendo il pubblico, la solidarietà e la partecipazione dal terreno dell’economia e dei rapporti sociali. Gli ultimi fenomeni in questo senso: la riduzione dei fondi a scuola e università, la privatizzazioni delle riscossioni tributarie degli enti locali, la privatizzazione dell’acqua, la riduzioni di qualsiasi vincolo tra imprese e dipendenti con proliferare di partite Iva e di lavoro precario. Il dominio dell’economia capitalistica è inevitabilmente “killer di meritocrazia” perché in questo tipo di economia gli unici dipendenti e dirigenti buoni sono quelli che permettono di massimizzare il profitto costi quello che costi, e non di certo i più bravi. E’ questa la spiegazione del fatto che vengono posti alla guida delle multiutility perfetti ignoranti che però danno ampie garanzie di profitti a breve sulle spalle degli utenti. Ho letto un brano illuminante di uno dei più importanti scrittori tedeschi che descriveva lo “shock” del passaggio dalla Germania dell’Est, regime del quale peraltro ha contribuito alla caduta, alla Germania occidentale. Nella Germina comunista infatti la ragione dello scrivere era data dall’importanza di quanto si voleva dire; nella Germania dell’Ovest l’importanza sembrava risiedere nel possibile mercato per un dato prodotto letterario. E’ un ragionamento schematico ma illuminante sul potere distruttivo della qualità e del merito in un sistema mosso unicamente dalla tensione verso profitti e mercato (per fortuna nessun sistema occidentale e mosso unicamente dalla ricerca del profitto).
Detto questo, avremo noi un consiglio per Celli junior. Se vuole evitare di dover fuggire dall’Italia non ci sono facili ricette su da farsi, ma un buon inizio sarebbe quello di partecipare alla vita di quelle istituzioni che si preoccupano di rilanciare un minimo di solidarietà e partecipazione tra i cittadini italiani, che siano essi partiti o movimenti politici, associazioni di volontariato o sindacati, e di non farsi troppo tentare dai Master della Luiss e della Bocconi.
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Qui Londra
Viviana

Noi siamo a Londra e oggi ci dividiamo così: mio marito va al consolato italiano a protestare contro B, io e mia figlia andiamo alla grande manifestazione per la salvezza del clima prima del summit di Copenhagen a cui convergono persone da tutta l’Inghilterra, ci sono isole in procinto di sparire e l’Italia è una delle terre che, con o senza Berlusconi, rischia di essere sommersa dalle acque, mentre questi criminali pensano solo ai casi loro. Il genero resta a casa con i due bambini piccoli. Cii sono 3 gradi ma è previsto sole. Immagino che in Italia forse una persona su mille sa che stiamo per essere sommersi dalle acque per lo scioglimento dei ghiacciai, ma qui continuiamo a votare persone come Bossi, Berlusconi o Bersani, le prime pagine sono piene delle frasi demenziali di B che dice che è innocente e ha preso 8 milioni di voti in Sicilia senza l’appoggio della mafia e l’unica problema del paese è liberare lui dai suoi delitti e dargli il potere supremo, e migliaia di imbecilli senza cervello seguono lui o un idiota come Bersani che non è nemmeno capace di fargli una solida opposizione, siamo un paese di pazzi e nei partiti continuiamo a litigarci per la divisione in correnti, mentre arriva una corrente che ci spazzerà via tutti.
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Il clima che vogliamo
FEDERICO RAMPINI

La lotta al cambiamento climatico non dipende solo da quel che decideranno Barack Obama e Hu Jintao a Copenaghen. Non è meno importante quello che hanno già deciso Kim e Jon Waldrep a Sacramento. Qui, nella capitale della California dal clima spesso torrido anche in autunno, i coniugi Waldrep hanno appena finito di ridipingere le pareti esterne di casa. Usando una nuova vernice bianca che assorbe meno calore solare, hanno tagliato del 20% i consumi di elettricità per l’aria condizionata. La famiglia Waldrep fa parte del movimento californiano battezzato “cool roofs”, doppio senso che significa tetti freschi ma anche “di moda”. In un mondo dove la temperatura media tende a salire e dilagano i condizionatori d’aria anche in zone dove un tempo non esistevano, una piccola innovazione come questa può avere un impatto cruciale.
Lo ha misurato lo scienziato ambientale Art Rosenfeld, 83 anni, il guru indiscusso dei risparmi energetici in California. Se il mondo intero seguisse l’esempio californiano, “in 20 anni ridurremmo le emissioni di CO2 di 24 miliardi di tonnellate cubiche, l’equivalente di tutta l’anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera nel 2008”. Sarebbe come “spegnere” la Terra per un anno. È d’accordo con lui Noel Perry, che ha creato il pensatoio Next10 nella Silicon Valley, e misura i progressi in questo campo attraverso il rapporto annuo California Green Innovation Index. “Siamo il modello – dice Perry – per il resto del paese: per ogni dollaro di Pil prodotto in California, generiamo metà CO2 rispetto alla media degli Stati Uniti”.
Nella Antelope Valley, ai margini del deserto, la cittadina di Palmdale oltre al sole ha un’abbondanza di vento. Così la società privata che ha in appalto la gestione dei parcheggi comunali ha avuto l’idea di installare delle micro-turbine eoliche dentro i parking. L’impatto paesaggistico è nullo, sia perché le pale sono molto basse, sia perché i parcheggi non sono zone di qualità estetica. Basta il parcheggio di un solo ipermercato Wal-Mart per produrre 76.000 kilowatt di corrente elettrica all’anno, il consumo energetico del vicinato. Quest’iniziativa di una piccola impresa familiare californiana è una delle tante idee “dal basso”, che fanno massa critica e stanno cambiando il nostro impatto ambientale, senza aspettare quel che i leader del mondo decideranno a Copenaghen.
Lo conferma l’ultima inchiesta dell’autorevole rivista New Scientist: “L’attenzione che rivolgiamo ai vertici mondiali sul cambiamento climatico rischia di farci dimenticare questa semplice verità. Qualunque cosa decidano i governi sui tetti alle emissioni di CO2, alla fine i responsabili del disastro ambientale siamo noi, il cambiamento climatico comincia in casa”.
L’indagine-denuncia del New Scientist punta il dito sui “cinque eco-crimini che commettiamo ogni giorno”. A partire dal risveglio e dalla nostra abitudine più sacra, il caffè. Se si calcola l’energia consumata per coltivarlo, raccoglierlo, trasportarlo dai paesi tropicali, infine azionare la macchina del bar, sei tazzine di espresso al giorno – una dose non rara per l’italiano medio – in un anno generano 175 kg di CO2, cioè quanto un volo Roma-Londra. Un espresso in meno al giorno è già un micro-risparmio del 16%. Poi si passa alla toilette. Anche qui un modesto cambiamento di abitudini può fare una differenza enorme. Ogni kg di rotoloni fatti con carta igienica “riciclata al 100%”, riduce di 30 litri il consumo di acqua e di 3 kilowattora quello di elettricità.
3° eco-crimine: la moda usa-e-getta, i capricci dello stile che riempiono i nostri guardaroba di abiti indossati per una stagione. Negli ultimi 15 anni la produzione mondiale di tessile-abbigliamento è balzata da 40 a 60 milioni di tonnellate, ma un milione di tonnellate di vestiti semi-nuovi finiscono nella spazzatura ogni anno.
4° delitto ambientale, l’ossessione per la pulizia. In Inghilterra è stato calcolato che solo il 7,5% degli indumenti messi in lavatrice sono davvero sporchi. Una famiglia media che manda quattro o cinque lavatrici a settimana crea più di mezza tonnellata di CO2, una bella fetta dell’emissione media del cittadino europeo (10 milioni).
Al 5 posto arriva lo scandalo del cibo buttato via. Questo eco-crimine è moralmente ripugnante. Ma è anche il più diffuso. La famiglia americana media getta via il 30% degli alimenti che ha comprato al supermercato, 48 miliardi di dollari finiscono nella spazzatura ogni anno. Solo il latte fresco buttato via in Inghilterra, per essere prodotto ha creato altrettante emissioni CO2 di 10.000 automobili.

Questo riassunto dei nostri eco-crimini conferma che Copenaghen comincia in casa nostra ogni mattina. È questa consapevolezza che in California ispira un vasto movimento per cambiare le abitudini quotidiane. Vi contribuiscono piccole comunità locali e grandi organizzazioni ambientaliste, capitalisti illuminati e il mondo della scienza.
Vampire Power è l’organizzazione che insegna a combattere i vampiri dell’energia, i succhiatori di corrente nascosti nelle nostre case. Ogni anno in America si sprecano 10 miliardi di dollari per l’elettricità consumata da apparecchi inutilizzati: i computer che rimangono accesi anche a riposo, i videoregistratori, i caricatori di telefonini. Un’altra associazione, Green Inc., si concentra sulle abitudini di lavaggio dei vestiti. Educa i consumatori a selezionare il programma della lavatrice con acqua fredda (si risparmia corrente e i vestiti durano più a lungo). Promuove il cambiamento dei regolamenti condominiali e di quartiere per consentire il ritorno a un costume antico: asciugare i panni bagnati appendendoli fuori. Quando piove o fa freddo basta stendere la biancheria in casa: serve anche a umidificare l’abitazione, due piccioni con una fava.
Se i pionieri californiani riusciranno a cambiare i comportamenti collettivi di una nazione, l’effetto può essere sconvolgente. Lo ha calcolato questo studio della U. S. Energy Information Administration: “Se ogni famiglia americana rinuncia a usare l’asciugatrice elettrica si risparmiano 250.000 tonnellate di CO2. Questo equivale e a chiudere 15 centrali nucleari”. Potenza dei consumatori. Neppure Obama potrebbe decidere d’autorità la chiusura di 15 centrali.
Il modello californiano di un cambiamento dal basso deve molto alle teorie di Art Rosenfeld. Dopo un esordio giovanile come scienziato delle particelle fisiche al Lawrence Berkeley National Laboratory, dallo shock petrolifero degli anni ’70 iniziò la sua crociata per il risparmio energetico. Con una coerenza che negli anni ha dato i suoi frutti. “C’è una forma di energia – ama ripetere Rosenfeld – ancora più pulita del sole, ancora più rinnovabile del vento: è l’energia che non consumiamo”. Grazie alle sue battaglie la California ha adottato standard sempre più severi per la produzione di elettrodomestici, lampadine, caldaie, docce. Grazie a queste misure, dice James Sweeney della Stanford University, “la California ha potuto evitare la costruzione di 24 centrali termoelettriche”. Il Vangelo di Rosenfeld è essenziale, spesso suona come un ritorno all’antico, ma senza ideologismi. “Semplicemente – dice l’anziano scienziato – ricordatevi di spegnere le luci”.
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Il mondo guarda a Copenhagen
Franco Bianco

Dal 7 al 18 dicembre si svolgerà la più grande Conferenza Onu sui cambiamenti climatici COP15. Il tema e soprattutto il momento in cui si colloca, definiscono la portata storica di un evento, che va ben oltre i suoi aspetti formali: un enorme spazio pubblico, attraversato da dubbi e certezze, conflitti reali tra interessi contrapposti, sancirà la centralità della questione ecologica, a partire dai cambiamenti climatici, nel dibattito globale sulla crisi. Tante le aspettative:essa sarà una di quelle occasioni che potrebbero – lo si può dire senza tema di enfasi eccessiva – cambiare il futuro del mondo.
I responsabili politico-istituzionali dei Paesi che saranno là rappresentati non avranno scusanti, nessuno potrà dire che non sapeva abbastanza o che non aveva tutti gli elementi necessari a prendere le decisioni opportune. La scienza ha prodotto innumerevoli volumi e documenti, che costituiscono altrettanti ammonimenti, che descrivono con autorità culturale e con dovizia di particolari gli scenari terribili che incombono sul pianeta – alcuni dei quali sono stati riportati negli articoli di questa serie divulgativa – ma anche le possibilità di evitarne gli effetti catastrofici.
Esistono calcoli precisi ed attendibili relativi ai costi da affrontare a seconda dell’obiettivo che ci si propone di perseguire: citiamo, come una delle ipotesi “corpose” esistenti, il già ricordato Rapporto Stern (che è una delle proposte principali in campo, ma non mancano obiezioni anche forti – ne faremo cenno più avanti – alle tesi che esso sostiene), che valuta nell’1% del Pil mondiale all’anno (questo vale, attualmente, circa 50.000 miliardi di dollari) per circa venti anni il costo per ridurre le emissioni in modo da mantenere la concentrazione di CO2e al valore di 550 ppm (che è ritenuto, comunque, un limite troppo alto, e non adeguato ad un aumento di temperatura non superiore ai 2°C, come quasi generalmente viene auspicato), e nel 2% del Pil quello per non superare le 500 ppm (più conforme all’obiettivo-limite dei 2°C, come la tabella degli articoli 8° e 9° dimostra).
Esistono, messi a disposizione dalla “economia scientifica”, metodi e modelli matematici per confrontare i costi dell’intervento con quelli dell’inazione, del “lasciar le cose come stanno”, e pervenire dunque, attraverso metodi di “analisi del rischio” di validità scientificamente riconosciuta, ad una griglia di valutazione che fornisca elementi dai quali far scaturire il processo decisionale (inutile dire che tutte queste operazioni sono state già compiute da vari enti di studio, ed i risultati concordano sul fatto che i costi dell’inazione sono molto maggiori di quelli dell’intervento).
Che si debba intervenire, dunque, nessuno può negarlo (al di fuori di uno sparuto gruppo di “scettici”): si tratta di decidere da un lato attraverso quali modalità e con quale tempistica (anche per gli obiettivi parziali, che sarà indispensabile definire, per evitare promesse solo fumose e dilatorie: le tappe intermedie vanno invece stabilite, in modo che possano essere controllate, con un sanzionamento delle inadempienze
) e dall’altro con quale ripartizione dei costi. Per entrambi gli aspetti si dovranno soddisfare i requisiti di efficacia, efficienza ed equità che abbiamo richiamato nel precedente articolo. E, come abbiamo già anticipato, l’equità sarà l’elemento di criticità dell’intero processo decisionale.
Cominciamo con l’osservare che gli interventi devono essere finalizzati non soltanto a quella che abbiamo definito “mitigazione” – cioè misure di riduzione delle emissioni (dei loro “flussi”) che valgano a contenere la concentrazione di CO2e (lo “stock”) entro un valore stabilito (sia esso quello di 550 o di 500 ppm, obiettivi che comportano interventi di diversa entità, nel senso della quantità di emissioni – espressa in Gt, miliardi di tonnellate – che dovrebbero riuscire ad abbattere) – ma anche misure di “adattamento”, essendo quest’ultimo un problema tutt’altro che secondario: è infatti indispensabile predisporre, e molto rapidamente, interventi di contenimento dei danni provocati dagli effetti del riscaldamento già in atto (abbiamo in precedenza richiamato che la temperatura è già aumentata di 0,8°C rispetto a quella, di riferimento, del 1850; ed abbiamo ricordato, nel 9° articolo, i fenomeni evidenti che ne sono conseguenza ed i danni, spesso anche molto rilevanti, che essi stanno causando). Ha scritto Nicholas Stern: «Chi si batte per forti riduzioni dovrebbe sempre sottolineare energicamente che l’adattamento non è questione di secondo piano. In assenza di un processo di adattamento, nei Paesi più poveri sia lo sviluppo economico sia la lotta alla povertà verrebbero seriamente messi in discussione». Ma, aggiunge lo stesso Stern, «Mentre la sfida posta dalla riduzione delle emissioni è di carattere globale, l’adattamento deve essere sviluppato su scala locale o regionale»: e molto spesso, si può facilmente immaginare, quelle “scale locali o regionali” sono localizzate nei Paesi meno sviluppati.
Si pone subito una questione: a carico di chi dovranno essere quei costi? Dovranno essi essere sostenuti dai Paesi direttamente minacciati – che sono spesso, ed anzi quasi sempre, quelli che hanno conosciuto un minore sviluppo – oppure dai Paesi industrializzati, che sono quelli che hanno determinato la situazione in cui viviamo, risultato dell’accumulo di tutte le emissioni precedenti? Dovranno pagare (per la riduzione delle emissioni come per le necessarie misure di adattamento) coloro che finora hanno riempito l’atmosfera dei loro fumi per soddisfare la loro voglia, spesso vorace, di consumare; oppure coloro che sono rimasti al margine non solo del benessere ma della stessa “civiltà”? Ecco, in tutta la sua immediata evidenza, il problema dell’equità che abbiamo più volte richiamato. Ed è un problema che rappresenta il punto nodale, la questione centrale delle decisioni da prendere. Si badi: si tratta di problemi che riguardano non solo chi rischia direttamente di essere colpito dai disastri, ma tutti. Un esempio: se l’aumento del livello del mare minaccerà la vita di alcune popolazioni costiere, queste migreranno in massa – anche a milioni – verso luoghi diversi, e quindi le ripercussioni di quelle ondate migratorie si spargeranno dovunque, non saranno limitate alle zone colpite o a rischio (da questo il monito di Desmond Tutu, che abbiamo riportato nel 9° articolo: «quando i cambiamenti climatici avranno esaurito i mezzi di sussistenza, cacciato la popolazione dalle proprie case e sconvolto interi sistemi economico-sociali……….quando la crisi climatica avrà scatenato disperazione e rabbia, sarà la stessa sicurezza collettiva a essere minacciata, e il problema dei poveri arriverà fin sulla soglia di casa dei ricchi». Di conseguenza, anche i problemi di “adattamento”, pur richiedendo misure “locali”, dovranno rientrare nelle decisioni “globali” ed essere finanziate dalla comunità mondiale, con una ripartizione dei costi che sia, appunto, “equa”.
Anche la regola “chi inquina, paga”, che sembra (ed è) ovvia e condivisibile, merita tuttavia una riflessione attenta: chi è responsabile dell’inquinamento – e deve perciò farsi carico dei costi della riduzione delle emissioni -, il Paese o le Aziende in cui le emissioni hanno luogo, oppure coloro che beneficiano, come “utlizzatori finali”, delle lavorazioni che causano quelle emissioni? Per fare un esempio emblematico: l’azienda statunitense Wal-Mart, la più grande catena al mondo di negozi al dettaglio – una delle prime multinazionali per fatturato, e la prima in assoluto come numero di dipendenti, che superano abbondantemente il milione -, nel 2004 ha fatto produrre in Cina merci, che poi ha importato, per un valore di 18 miliardi di dollari. Chi deve pagare per le emissioni che quella quantità enorme di merci prodotte ha causato, le aziende cinesi oppure la Wal-Mart che ne è stata la committente? Giustamente, ci pare, la scienziata di origine indiana Vandana Shiva – che insieme a Jeremy Rifkin presiede l’International Forum on Globalization, ed è da decenni fortemente impegnata in difesa dei diritti dei Paesi più poveri – ha scritto: «La Cina oggi è diventata la fabbrica del mondo. I Paesi più sviluppati hanno trasferito in Cina molta della loro produzione. L’appalto della produzione è anche l’appalto dell’inquinamento, ma non dei profitti. L’onere del carbonio dovrebbe essere sostenuto dalla società che ne trae profitto, non dal Paese che ne subisce l’inquinamento». Analogo discorso vale per molti altri Paesi, non solo la Cina, dove quelli industrializzati “delocalizzano” o appaltano molte produzioni, specialmente quelle a maggior impatto ambientale.
Come si vede, il problema dell’equità salta fuori da tutte le parti, e rischia di essere il principale inciampo per il raggiungimento di un accordo globale efficace e duraturo (e rispettato: il che non è automatico, come Tokyo insegna). Ma essa riguarda non soltanto la questione, pur importantissima, della ripartizione dei costi, bensì investe la natura stessa delle decisioni da assumere e delle misure da mettere in atto. In questa divulgazione è stato citato spesso Nicholas Stern ed il suo Rapporto (del 2006), che rappresenta senza dubbio uno strumento utilissimo di conoscenza e di valutazione. Ma non è assodato che quanto in esso suggerito debba essere condiviso e fatto proprio da tutti, compresi i Paesi più poveri. La già citata Vandana Shiva ha avuto parole durissime contro Stern e contro buona parte delle soluzioni da lui proposte in ordine alla riduzione delle emissioni. La scienziata, caposcuola della cosiddetta “ecologia sociale”, ha sottolineato che «l’imminente catastrofe climatica è una conseguenza di quasi due secoli di dipendenza dei Paesi industrializzati dai combustibili fossili. Purtroppo anche lo sviluppo è stato fatto coincidere con l’industrializzazione», ed ha aggiunto che «sono i più poveri, che meno hanno contribuito al degrado dell’atmosfera ed alla distruzione della sua capacità di riciclare l’anidride carbonica, quelli che pagano il prezzo più alto», lanciando accuse esplicite e pesanti contro la Stern Review – la rivista diretta da Stern – che a suo giudizio «si concentra su ciò che è più favorevole agli affari, non su ciò che è meglio per il pianeta e per i poveri», e reclamando che «il cambiamento climatico impone un drastico mutamento del nostro modo di pensare e dei nostri schemi di produzione e di consumo». Tesi con le quali appare difficile non concordare.
Molte quindi, e complesse, sono le questioni che “i potenti della Terra” si troveranno davanti a Copenhagen. Esse implicano problemi giganteschi di ordine economico ed industriale, che inevitabilmente coinvolgono anche modelli di assetto sociale e di organizzazione produttiva, scenari di divisione internazionale del lavoro, rapporti fra i Paesi ed all’interno di essi, fra i vari ceti sociali: sono temi sui quali si gioca, in buona parte, l’assetto futuro del mondo. Essi sono di ordine politico ma anche, in ultima analisi, di tipo etico: e sarebbe ora che etica e politica trovassero finalmente il modo di (ri)congiungersi. Le decisioni di cui si parla riguardano il tipo di pianeta che vogliamo lasciare alle generazioni future: che cosa c’è di più etico di questo?
Come ha scritto, nella sua prefazione al libro “Ritorno alla Terra” di Vandana Shiva, Carlo Petrini – l’inventore dello “Slow Food” -, al quale viene ormai riconosciuta una statura di livello mondiale: «Quello che serve è un reale cambiamento nei nostri modi di operare e di pensare: un nuovo umanesimo, una nuova mentalità, nuovi punti di vista nell’affrontare le sfide che ci troviamo di fronte».
Per tutte queste ragioni, per l’enormità della posta in gioco, è giusto guardare con attenzione – non senza apprensione – a ciò che verrà deciso a Copenhagen. Come accade spesso con gli eventi dai quali ci si aspetta molto, è possibile che anche questo finirà con il deludere. Sarebbe un fallimento clamoroso: che la ragione li illumini.
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Di Pietro

Ieri sera sono stato ospite di Giovanni Floris alla trasmissione Ballaro’. Pubblico il video ed il testo del mio intervento, dove rispondo alle dichiarazioni del ministro Sandro Bondi in tema di giustizia.
Testo dell’intervento
Al contrario di quanto afferma l’onorevole Bondi, credo che sia Berlusconi a perseguitare la giustizia e non la giustizia che perseguita Berlusconi. Credo che ci si debba difendere nel processo e non dal processo. Ormai ci si difende dal processo attraverso leggi ad personam, denigrazione degli organi giudiziari e attraverso strumentalizzazioni continue, mi dispiace che, a pensarla così, siano non soltanto alcuni parlamentari del Pdl ma, addirittura, qualcuno della coalizione di cui faccio parte.
Mi permetto di essere d’accordo con il ministro Bondi: il problema non è Berlusconi in quanto tale, ma il berlusconismo che sta invadendo tutte le istituzioni, del quale si sta ammalando tutta la politica e il sistema degli affari in Italia. Non c’è amministrazione pubblica che non sia sotto indagine. Siamo alla vigilia di quello che era accaduto tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, un’Italia piena di mazzette, tangenti, malaffare, dove tutti facevano finta di non vedere e chiudevano gli occhi, fino ad arrivare al punto in cui si diceva “tanto lo fanno tutti”, come disse l’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi.
Non è solo la questione dei processi che riguardano Berlusconi, ma tutte le pubbliche amministrazioni dove c’è un senso di impunità, un livellamento al ribasso dell’etica pubblica, dove la colpa è di coloro che svolgono le indagini e non di coloro che commettono i reati.
Sono orgoglioso, da cittadino e da rappresentante politico, di partecipare alla manifestazione del “No B-Day”, che si svolgerà il 5 dicembre, a Roma, dove centinaia di migliaia di persone indosseranno un indumento di colore viola con il quale vogliono mandare un messaggio importante al Paese: “Svegliamoci prima che sia troppo tardi, prima che la dittatura ritorni in questo Paese”.
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L’amministrazione Obama ha approvato il primo studio sulle cellule staminali embrionali finanziato dal governo federale

Si tratta di una ricerca condotta al National Institutes of Health (Nih) su 13 serie di cellule, cui potrebbero aggiungersene altre già nelle prossime settimane. In questo modo la Casa Bianca ha dato il via alla nuova politica sulle staminali derivate da embrioni: un settore della ricerca biomedica tanto promettente quanto controverso.
La cifra iniziale investita dal governo americano ammonta a 21 milioni di dollari. Le prime cellule ad essere trattate dagli scienziati di Bethesda, il comune poco distante da Washington in cui si erge l’Nih, provengono dal Children’s Hospital di Boston e dalla Rockefeller University di New York: in entrambi i casi, si tratta di cellule derivate da embrioni non utilizzati nei casi di trattamento dell’infertilità.
“Siamo di fronte ad un cambiamento profondo”, ha dichiarato Francis Collins, il direttore dell’Istituto. “Questo è il primo di molti altri assegni che permetteranno alla comunità scientifica di esplorare le potenzialità delle cellule staminali embrionali umane”, ha aggiunto. Gli scienziati nutrono grandi speranze nelle straordinarie capacità di trasformazione di queste cellule, che potrebbero rivelarsi preziose per curare una serie di gravi malattie, tra cui tumori, diabete, morbo di Parkinson e paralisi.
L’annuncio del via libera ai fondi governativi arriva a diversi mesi di distanza dalla decisione con cui Barack Obama ha tolto le limitazioni imposte dal governo Bush, che impedivano ai soldi pubblici di finanziare la ricerca sulle staminali. Un tema che, nei mesi scorsi, ha sollevato fortissime polemiche da parte della destra conservatrice. Il via libera di oggi conclude dunque un iter che va avanti da marzo, quando il presidente americano ha invitato l’Nih (il principale centro di ricerca nazionale) a sviluppare delle linee guida per stabilire quali serie di cellule fosse “eticamente corretto” utlizzare.
A luglio, l’Istituto ha fornito le sue indicazioni: in primo luogo, limitare le ricerche ad embrioni in eccesso nell’ambito dei trattamenti contro l’infertilità, a patto che questi siano stati ottenuti secondo precisi standard etici. Tra questi, il fatto che alle coppie non venga offerto alcun incentivo di tipo economico, e che venga data loro la possibilità di scegliere se donare gli embrioni ad altre coppie oppure destinarli alla ricerca. In totale, i criteri per poter procedere sono 15: le serie di cellule di questo primo studio li hanno soddisfatti tutti, e per questo non è stato necessario il ricorso ad un comitato di controllo.
Per Collins, scienziato di fede cristiana, le raccomandazioni fornite dall’Nih “offrono un compromesso etico tra visioni opposte, in quanto le cellule che ricevono l’autorizzazione alla ricerca provengono da embrioni ottenuti sulla base di un processo moralmente accettato”. Per questo, ha spiegato, “si tratta di un processo eticamente accettabile, anche per chi crede nella santità dell’embrione umano”.
L’approvazione dello studio su queste prime 13 linee di cellule apre dunque la strada agli esperimenti sulle staminali embrionali condotti con finanziamenti federali: soltanto all’Nih, sono già 31 i progetti di ricerca che prevedono il coinvolgimento di queste cellule, per un totale di circa 21 milioni di dollari stanziati dal governo. Altre 96 serie di cellule sono all’esame degli esperti, che già venerdì contano di pronunciarsi su almeno una ventina di linee. “Ciò di cui stiamo parlando oggi è solamente l’inizio”, ha sitetizzato Collins.
Via libera di Obama alla ricerca sulle staminali embrionali
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Politica: una diversa prospettiva
Paolo De Gregorio

Credo che molti si domandano perché B, un signore che si è messo in casa il mafioso Mangano, amico e sodale dei delinquenti Previti e Craxi, amico di Dell’Utri e di Cosentino, monopolista editoriale, piduista, mentitore di professione, puttaniere, amico di dittatori, colui che pretende l’impunità con leggi per proteggere solo la sua persona, colui che da 15 anni insulta i giudici (definendoli comunisti)che tentano di processarlo non per colpire la sua attività politica ma per fatti che riguardano la sua disinvolta attività imprenditoriale, perché mai un tale soggetto non viene scacciato come un corpo estraneo alla democrazia?
Per quanto mi riguarda la risposta c’è, basta volerla accettare e, soprattutto, bisogna cercarla nei fatti.
L’opposizione è divisa e dunque non appare credibile come alternativa. Il solo Di Pietro alza un po’ la voce, ma il suo 8% non gli consente grandi strategie. L’unica manifestazione in programma contro il premier (il 5 dicembre) non è stata organizzata dai partiti di opposizione, ma è partita dal web ed è l’unica novità in uno scenario politico stanco e desolante.
E’ profondamente improprio oggi parlare di “sx”. Dalla implosione del PCI si è arrivati, incredibilmente, con la stessa classe dirigente, ad un Partito Democratico appiattito sulle convenienze del capitalismo, non ostile alla Chiesa, partito che quando è andato l’ultima volta al governo, con Prodi, non è stato nemmeno capace di fare una legge severa sul conflitto di interessi e sul monopolio dei media, norme elementari per non passare dalla democrazia alla dittatura.
Il Pdl imploderà non per iniziativa della sx sparita, ma per l’attivismo di Fini, Montezemolo e delle banche legate al Vaticano.
La sx è sparita, si è suicidata, non ha più collegamenti con le masse operaie e dunque non conta più niente. I sindacati sono ancora divisi in sigle che rimandano ai partiti di provenienza e nulla è stato fatto per un sindacato unico dei lavoratori, indipendente e diretto dai lavoratori stessi, senza padrini politici.
Un sindacato unico, indipendente, come una RAI non controllata dalla politica, ma una “public company”, senza pubblicità, indipendente e con il presidente votato da chi paga il canone, sarebbero contrappesi veri a contrastare il potere della Confindustria (sindacato unico dei padroni), e delle Tv private, per contrapporsi al “pensiero unico” oggi dominante.
Una “sx” degna di questo nome dovrebbe promuovere queste iniziative, tornando tra la gente e parlando chiaro, abbandonando quell’immondo politichese che ha allontanato dalla partecipazione milioni di persone.
Questi elementari fattori strutturali di democrazia è impossibile aspettarseli dalle opposizioni oggi esistenti, che non sono su questa lunghezza d’onda, e come minimo la definiscono “antipolitica”.
Solo la senile fissazione di B, che vede complotti di comunisti, toghe rosse e stampa di sinistra, tiene in piedi la balla che esiste ancora una sinistra, mentre c’è da domandarsi se esiste ancora la democrazia.
Comunque sia, oggi abbiamo la prova storica che sia in un regime capitalista, che in un regime comunista, prendiamo ad esempio la Cina, le condizioni materiali di vita dei salariati non cambiano e non vi è molta differenza nello stare sotto il bastone del padrone o di quello del partito.
Una “diversa prospettiva” è quella che può far nascere un movimento che metta al primo posto la sostenibilità ambientale della economia, e soprattutto il superamento della schiavitù salariata, a favore del produrre in modo individuale, familiare o di piccole cooperative, nelle direzioni principali di autosufficienza energetica ed alimentare.
Non vi è nulla di utopistico o idealistico in questa idea, perché già vi sono un milione e mezzo di piccole aziende agricole che oggi producono per il “mercato”, (il che significa produrre profitti per i mafiosi che controllano i mercati generali), che oggi sono alla fame per i bassi prezzi che gli vengono imposti, e possono cominciare a produrre per i bisogni del territorio, vendendo direttamente la propria produzione ai consumatori e ai loro gruppi d’acquisto, con una politica di ribasso dei prezzi.
Non solo, ma una importante novità dovrebbe essere quella di rendere autosufficiente energeticamente ogni azienda, con pannelli fotovoltaici, e avere così un ruolo nel diffondere la microgenerazione elettrica togliendo spazio ai monopoli.
Ci sarebbe un bel da fare per sostenere questa rivoluzione agricola ed energetica, e magari molti dei prigionieri delle grandi città potrebbero scoprire che dà più sicurezza, certezza del futuro, libertà, mettere su una “fattoria solare”, dove il reddito principale viene non dalla campagna, ma dalla vendita di energia elettrica, impegnando lo stesso capitale che ci vuole oggi per comprare una casa in città o mettere su una officina o un negozio.
Nessun vero cambiamento sociale è possibile se non si passa dal grande modo di produrre, che porta guerre, globalizzazione e squilibri, al piccolo modo di produrre, senza concentrazioni, diffusamente sul territorio, senza la schiavitù salariata, da parte di individui, famiglie, piccole cooperative, che possono dimostrare che un altro mondo è possibile.
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Ace gentile segnala:
Caso Stefano Cucchi: “I carabinieri scagionano i carabinieri, gli agenti di custodia assolvono gli agenti di custodia e i medici indagati vengono reintegrati – A noi non rimane altro che assistere a una situazione diventata ormai grottesca: tra farsa e tragedia” (Fonte: Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi)
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Il regalo di Natale del governo alle assicurazioni

Un gigantesco regalo di Natale alle assicurazioni, contro le calamità naturali per tutte le case italiane è stata infilata nel decreto di riorganizzazione della protezione civile che verrà discusso oggi al Consiglio dei Ministri.
Il costo medio della polizza per ogni singola abitazione sarebbe di circa 180 euro all’anno. Considerando che le case in Italia sono più di 27 milioni (censimento Istat), il costo complessivo dell’assicurazione-casa sfiora i 5 miliardi, soldi che usciranno dalle tasche delle famiglie per transitare in quelle delle compagnie.

Il Fatto
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Don Aldo

Un amico di Desenzano sul Garda mi ha inviato un libretto di 26 pagine dal titolo “Saggio sull’arte dello strisciare”. Sottotitolo: “ad uso dei cortigiani”.
Si tratta del ritratto che un certo Paul Heinrich Dietrich, baron d’Holbach (1723-1789) fa di molti dei nostri parlamentari. Lo so. Non è facile descrivere con trecento anni di anticipo le fattezze umane e tecniche di certi “anfibi”, come lui li chiama. Fatto sta che lui ci riesce e ci riesce talemtne bene che nel leggere le sue osservazioni si srotolano davanti ai nostri occhi i volti ineffabili della maggior parte dei nostri parlamentari che nell’anno di grazia 2009 seggono sugli spalti di Montecitorio o di Palazzo Madama.

Eccovi alcune citazioni.

“L’uomo di Corte è senz’ombra di dubbio il prodotto più bizzarro di cui dispone la specie umana. Si tratta di un animale anfibio, che spesso assomma in sé ogni sorta di contraddizione“.

Bisogna ammettere che un animale così bizzarro risulta difficile da definire; ben lungi dall’essere capito dagli altri, a malapena egli capisce se stesso; tuttavia sembrerebbe lecito classificarlo grossomodo nella categoria degli esseri umani, fermo restando che gli uomini ordinari hanno soltanto un’anima, mentre l’uomo di Corte pare ne abbia diverse. Infatti un cortigiano è a volte insolente e a volte vile; può dar prova della più squallida avarizia e della più insaziabile avidità così come di un’estrema magnanimità, di una grande audacia come di una codardia vergognosa, di un’impertinente arroganza e della correttezza più calcolata; in poche parole egli è un Proteo, un Giano o ancor meglio un Dio indiano raffigurato con sette volti differenti. Ad ogni modo, gli Stati sembrano fatti apposta per animali tanto rari“.

Un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale ma solamente quella del padrone o del ministro, e deve saperla anticipare facendo ricorso alla sagacia; ciò pre-suppone un’esperienza consumata e una profonda conoscenza del cuore degli uomini. Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone o di colui che gli dispensa benevolenze, deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l’uomo che sta al comando non ha mai torto”.

La nobile arte del cortigiano, l’oggetto essenziale della sua cura, consiste nel tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone, per essere in grado di sfruttarne il punto debole: a quel punto sarà certo di detenere la chiave del suo cuore. Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene. È devoto? Bisogna diventarlo o fare l’ipocrita. È di temperamento ombroso? Bisogna instillargli sospetti riguardo a tutti coloro che lo circondano”.

Il vero cortigiano è tenuto, come Arlecchi¬no, ad essere amico di tutti, ma senza commettere la debolezza di affezionarsi a chicchessia; costretto a soggiogare anche l’amicizia e la sincerità, il suo attaccamento sarà riservato all’uomo al comando fino al momento in cui questo perde il potere. È necessario odiare senza por tempo in mezzo chiunque abbia contrariato il padrone o il favorito di turno.
Su questa base si può ben giudicare se la vita del perfetto cortigiano non è da considerarsi un’infinita serie di penosi impegni. Possono gli Stati pagare in maniera eccessiva una schiera di uomini tanto devoti al servizio del Principe? Tutti i tesori del popolo bastano a malapena per remunerare questi eroi, martiri votati all’interesse collettivo; non è forse giusto che uomini che si danno tanto da fare per il bene dei concittadini siano almeno ricompensati correttamente in questa vita
?”.

Un abbraccio, non servile, a tutte e a tutti.
Aldo
..
http://masadaweb.org

2 commenti »

  1. Chiedo di venire per SENTENZA ERRATA Cass. Sez. RIUNITE a firma Pres. CARBONE dopo anni di cause contro la Giunta Reg. CAMPANIA !
    Vorrei più coraggio da parte dei giornalisti e più correttezza e pulizia della Cassazione: quando devo venire ? arch.
    Graziella Iaccarino-Idelson Napoli

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 5, 2009 @ 9:27 pm | Rispondi

  2. Fini quell’anno perse contro Rutelli, sconosciuto allora e famoso oggi, infatti non se lo fila + nessuno…..rido

    CIA o.
    Paolo

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 5, 2009 @ 9:29 pm | Rispondi


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