Nuovo Masada

novembre 29, 2009

MASADA n° 1041. 29-11-2009. Jung 1. Lezione 9

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(Pittura di Amerigo De Gregori)

Da una serie di corsi tenuti a Bologna dalla Prof. Viviana Vivarelli
Autrice del libro “Lo specchio più chiaro”, sulla vita e le opere di Carl Gustav Jung.

Eventi paranormali – La medium – Pratica clinica e analisi privata – Il caso Spielrein – Diario di una schizofrenica

EVENTI PARANORMALI – LA MEDIUM

E’ dell’uomo il potere di compiere la NEKUIA, la discesa nel regno dei morti
(Jung)

Jung deve scegliere la facoltà universitaria. “…avrei voluto fare l’archeologo…ma non avevo soldi ed erano studi troppo costosi. La mia seconda passione era la natura, la zoologia… poi mi venne in mente che mio nonno era stato un medico e che, studiando medicina, avevo la possibilità di studiare scienze naturali… Mi attraeva anche l’idea di fare qualcosa di utile per l’umanità”.
A vent’anni, si iscrive a medicina all’Università di Basilea, con una borsa di studio.
L’anno dopo il padre muore. La madre dice: “E’ morto in tempo, per te“. Jung capisce che questa morte lo libera. Subentra al padre nella conduzione della casa e occupa la sua stanza. Sei settimane dopo sogna per due volte che il padre è guarito e sta tornando a casa . 1)
Morto il padre, la piccola famiglia deve lasciare la canonica e spostarsi presso Basilea, affrontando gravi problemi economici. Uno zio aiuta il ragazzo negli studi, poi gli addebiterà tremila franchi.
Il periodo universitario è buono, Jung è diventato un bel ragazzo alto e atletico, con molti amici, affettuoso e cordiale, buon conversatore e buon ascoltatore, molto ricercato, ha un bel sorriso e piace alle donne. In questa fase resta in ombra la personalità n°2, quella che gli darà poi le esperienze più grandi. Come dice Chatwin: “C’è un tempo per il rumore e un tempo per il silenzio” . 2)
Jung studia medicina e filosofia e continua a interessarsi di occultismo e paranormale. Kant ha detto che ci sono DUE ORIENTAMENTI DELL’ANIMA, uno verso il mondo concreto, disteso nel tempo e nello spazio, e uno verso il mondo spirituale che li trascende, ma Jung cerca una via che li comprenda entrambi.
E’ giovane, preso da problemi concreti. Studia medicina, ma sa che le scienze mediche non si curano della psiche o dell’anima.

Un giorno trova un libretto sullo spiritismo e anche ‘I sogni di un visionario’ in cui Kant parla di Swedenborg, un veggente svedese che comunica con gli spiriti. Jung è attratto dal paranormale ma tiene per sé le sue curiosità per non destare sospetti, perché, se si vuole essere apprezzati, si deve parlare solo di ciò che gli altri conoscono e accettano, l’ignoto crea turbamento e diffidenza.
Avevo la sensazione – disse – di essermi spinto ai margini del mondo…Ciò che per me era motivo di scottante interesse, per gli altri era inconsistente e pauroso… Ma perché? Perché non potevano esserci fatti che superavano le limitate categorie di spazio, tempo e causa?
Eppure gli animali sentono i terremoti; esistono sogni premonitori; quando un uomo muore, il suo orologio si ferma; se c’è una crisi, i vetri si spaccano; si può comunicare con i defunti come facevano il nonno e la madre; il paranormale ad ogni istante ci avverte che c’è una realtà parallela di cui dovremo occuparci…
Mi pareva di aver attraversato non so dove e non so come la valle dei diamanti, ma di non poter convincere nessuno che i campioni che portavo fossero più che comuni sassolini“.
Diventa assistente di anatomia e istologia (anche Freud parte da un laboratorio di istologia), ma odia la vivisezione e ha compassione degli animali. Ama invece piante e cristalli di cui dice: “Sono i pensieri di Dio“.
In casa i fenomeni paranormali continuano a manifestarsi: un giorno, mentre studia nella sua stanza e la madre fa la maglia in salotto, il grosso tavolo di quercia esplode con uno scoppio fortissimo e il piano si spacca fino al centro. La madre dice, guardandolo in modo allusivo: “Sì, questo fatto ha significato“.
Due settimane dopo: un altro scoppio assordante: in un cassetto della credenza un pesante coltello del pane si spezza in quattro parti simmetriche.
Pochi giorni dopo alcuni parenti iniziano delle SEDUTE SPIRITICHE con una cugina di 15 anni, la medium Helly (Helene Preiswerk), sempre nella linea materna del nonno medium. La guida spirituale della ragazza è proprio il defunto Samuel Preiswerk, il nonno di Jung, quello che ogni sabato parlava con la moglie morta. Ora è lui a presentarsi, sempre di sabato.
Jung frequenta le sedute per nove anni : colpi alle pareti, movimenti del tavolo, messaggi per incorporazione, apporti ecc.. 3)
Il docente con cui fa la tesi è il professor Blueler, uno psichiatra famoso in tutta Europa. Su sua richiesta, Jung scriverà la sua tesi di laurea proprio sulla giovane cugina, adeguandosi alle teorie del tempo, e non parlerà di spiritismo ma di isteria, dicendo che nella psiche ci sono dei complessi inconsci in grado di manifestarsi. Non parla nemmeno di trance ma di sonnambulismo, secondo i canoni del tempo.
Jung interrompe le sedute quando scopre che la cugina, innamorata di lui, falsifica le manifestazioni per impressionarlo.
La ragazza ha una personalità debole e infantile, ma in trance è incorporata da una personalità, saggia e antica. Helly non ha una grande intelligenza o cultura e parla in dialetto, ma la seconda figura, Ivenes, è colta, intelligente, parla una perfetta lingua letteraria e ha una grande maturità.
A 26 anni la ragazza muore di TBC, negli ultimi mesi i fenomeni di sdoppiamento cessano e la sua intelligenza torna quella di una bambina immatura. Jung è affascinato da questo processo, ma non può parlare di medianità in sede universitaria, per non urtare la mentalità pragmatica e materialista dei docenti . 4) Ancor oggi il paranormale stenta a entrare in un discorso scientifico, anche se ci sono università americane o inglesi che hanno fatto ricerche a riguardo, ma ai primi del ‘900 non godeva di considerazione come del resto non erano considerate la psicologia o la psichiatria.
Le malattie mentali erano un ignoto senza teorie né terapie. Il malato grave era isolato nei manicomi e ci moriva. La psichiatria era una branca sottovalutata della medicina. Ma Jung ne è affascinato come un luogo dove “lo spirito può incontrarsi con la natura“.
L’approccio alla psichiatria è casual come una rivelazione. “Avevo quasi terminato gli studi e non sapevo bene cosa fare. Un mio professore mi volle come assistente a Monaco. Mentre preparavo l’ultimo esame, mi capitò in mano un libro di psichiatria. Cominciai a leggere l’introduzione e il cuore prese a battermi forte… in quell’istante capii che dovevo fare lo psichiatra. Dissi al mio professore che non sarei andato con lui, ma avrei studiato psichiatria. Lui non riusciva a capirlo e nemmeno i miei compagni. All’epoca la psichiatria era considerata uno zero assoluto. Ma io ci vidi la grande possibilità di conciliare certe contraddizioni che erano in me… la possibilità di studiare insieme da un lato medicina e scienze naturali, dall’altro filosofia… era come se tutt’a un tratto queste due correnti si congiungessero” .5)
Tutti si meravigliano della sua scelta, sapendo che la psichiatria non dà fama né ricchezza, ma Jung dice: “era come se due corsi d’acqua si fossero riuniti in un unico impetuoso torrente, spingendomi verso mete lontane“, sente che è possibile riunire le due vie di ricerca, l’analisi con l’intuizione, la materia con lo spirito, la medicina con la filosofia, la personalità n° 1 con quella n° 2: ”In medicina interna si lavora su dati concreti su cui si può costruire, è una specializzazione che offre grandi prospettive; ma la psichiatria, quella è una specie di strana terra di nessuno a rimorchio della medicina. Era tutta campata in aria, non aveva sbocchi… Ma io allora seppi con assoluta certezza che quella era la mia strada; l’idea mi colpì con un impeto incredibile. Il cuore mi batteva all’impazzata, ero come invasato” . 6) A 80 anni gli chiesero se quella intuizione era stata confermata e rispose con passione: “Oh, sì, assolutamente. Del resto… quei momenti di intuizione contengono sempre in nuce la totalità dell’esperienza. Quel momento è stato la vera origine della mia carriera scientifica come psicologo clinico” . 7)
Presa questa decisione fondamentale, Jung pensa a una scienza tutta nuova in cui la personalità del medico sia coinvolta con quella del paziente, in un modo che permetta l’incontro di due anime.
Nella psichiatria qualcosa si era mosso con CHARCOT, il celebre neurologo di Parigi che aveva dimostrato con l’ipnosi la presenza dell’inconscio. Il suo allievo, Pierre JANET, aveva studiato la dissociazione della personalità nella trance. Anche Jung, nella sua tesi di laurea, considerò gli spiriti incorporati dalla cugina come personificazioni di parti inconsce, anche se questo non spiegava le caratteristiche culturali e cognitive delle manifestazioni.
Charcot si muove su un piano materialistico e le sue idee stimolano Freud a studiare l’INCONSCIO attraverso i sogni, le dimenticanze, i lapsus, i motti di spirito… Si ipotizza una zona psichica inaccessibile alla coscienza, da cui possano partire impulsi disturbanti. L’approccio di Freud all’inconscio è positivista ma Jung ha un forte interesse verso occultismo e spiritualità.

PRATICA CLINICA E ANALISI PRIVATA

La radice di tutti i demoni è la nostra mente
(Ma Gcig Lab Sgron- mistica tibetana del 1000)

Siamo ai primi del 1900, Freud pubblica ‘L’interpretazione dei sogni ’ in sole 600 copie, e ci vollero otto anni per venderle tutte.
Il libro desta scandalo tra i suoi pochi lettori, viene addirittura definito ‘esoterico’, termine che orripila Freud.
Freud ha 44 anni (è nato nel 1856) e inizia il suo viaggio nella psicoanalisi, cioè nell’analisi della psiche profonda.
Jung è di 19 anni più giovane, ha 25 anni. Si è laureato in psichiatria, è entrato come assistente di Bleuler nel famoso ospedale psichiatrico di Burghölzli, la Clinica Universitaria di Zurigo, dove lavora per 9 anni, prima sotto Bleuler, poi come direttore dell’ospedale.
Abbiamo detto che ci sono vite contrassegnate da numeri e il 9 è il numero di Jung, la cifra ciclica del suo destino, mentre il 6 è per lui un numero negativo. Ogni volta che si chiude un periodo di 9 anni, la vita di Jung prende una svolta nuova.
A Burghölzli nasce il pensiero clinico di Jung, mentre Freud non svolge nessuna attività in ospedali psichiatrici, ha scarsa esperienza di malati gravi e scrive spesso di casi che non sono nemmeno suoi.
Jung è uno psichiatra senza psichiatria, che non ha alcun ausilio eziologico o terapeutico per guarire la psiche gravemente compromessa.
Nel manicomio di Zurigo segue soprattutto schizofrenici, poi, privatamente, si occupa di pazienti nevrotici. Contemporaneamente fa ricerca nei laboratori di psicologia, comincia a scrivere la serie enorme dei suoi libri, diventa docente universitario e sperimenta introspezioni personali come un vero viaggiatore sciamanico, un’altra esperienza che Freud si preclude.

E’ a Burghölzli, in questa clinica di malati di mente gravi, che nasce il metodo psicoanalitico di Jung, la ‘terapia della parola ’, in un mondo dove non c’erano mai state molte parole ma piuttosto docce gelate, camicie di forza e urla di poveri mentecatti, ma con Bleuler e Jung inizia un nuovo modo di trattare il malato di mente.
L’ospedale di Burghölzli è organizzato come un monastero. Bleuler è uno dei più importanti psichiatri svizzeri, noto in tutta Europa, aperto alle sperimentazioni.
Tra i pazienti del manicomio ci sono malati affetti da PSICOSI, la cui coscienza è invasa dall’inconscio, che impedisce loro di cogliere il significato del mondo e di relazionarsi con altro da sé, e pazienti affetti da SCHIZOFRENIA, malattia chiamata anche ‘demenza precoce’, ed è proprio Bleuler a coniare il termine ‘schizofrenia’, perché in questi malati i contenuti intellettivi restano intatti, per cui il termine demenza o mente diminuita sembrava inappropriato, ma in essi manca un centro di riferimento psichico.
La parola schizofrenia viene dal greco schizein = dividere, phrenos =cervello, e significa ‘dissociazione della mente’; essa comprende un gruppo di psicosi o disturbi mentali molto gravi, in cui il rapporto con la realtà è profondamente alterato .8)
Bleuler distinse vari tipi di schizofrenia e non accettava che per questi malati non ci fosse nulla da fare e che dovessero degenerare lentamente fino alla morte; per primo sostenne che si poteva curarli partendo dal loro vissuto.

Freud aveva fatto cadere l’inganno dell’uomo occidentale convinto delle capacità totalizzanti della coscienza e gli aveva mostrato che la coscienza è solo una piccola parte della psiche, e che essa è soggetta agli imperativi di un Superego e all’azione disturbante di un Es.
Normalmente c’è una parte prevalente della psiche che chiamiamo ‘Io’ che è il punto di riferimento della coscienza, il nucleo energetico fondamentale che riferisce a sé tutto ciò che riesce a illuminare, una specie di faro che ‘vede’ una parte della psiche e ‘coglie’ una parte della realtà esterna. Oltre a questa zona di consapevolezza c’è poi una zona inconscia della psiche di cui non sappiamo niente. Dunque siamo in parte chiari a noi stessi, in parte no. 9)
Nell’oceano oscuro dell’inconscio i contenuti rimossi possono assemblarsi, come isole o atolli, formando complessi. In un certo modo anche l’Io è un complesso anzi “…è il complesso più stabile e ricco di associazioni che ci sia”. Ma, nel mare inconscio che circonda l’Io, possono formarsi altri nuclei di energia che possono minacciare l’Io o soverchiarlo.
Ora, nella psiche conscia c’è generalmente un centro, nell’inconscio no. L’inconscio è come un immenso oceano nero dove grandi isole vanno alla deriva o vagano tempeste. L’Io dovrebbe essere l’isola centrale che dà un senso al tutto, ma nella schizofrenia questa terra centrale manca e il soggetto non ha più qualcosa a cui riferire l’informazione, è in balìa di tempeste e tifoni avvertiti sempre più come autodistruttivi.
Se il complesso dell’Io è danneggiato, non esplica più le sue funzioni di tutela e sviluppo, la personalità non ha una centralità costruttiva e a poco a poco si disintegra fino alla morte.
Le cause di questa tragedia non sono definite una volta per tutte, per cui è ancora aperta la discussione ufficiale su quali siano le cause organiche, psicogenetiche, ambientali, biochimiche ecc. della malattia.
Nelle nevrosi, Jung cercava un brandello di ‘Io’ per rafforzarlo col metodo delle amplificazioni, ma nella schizofrenia questo punto di partenza non si trova; il paziente è travolto da violente forze interne di fronte a cui è totalmente impotente senza un punto fermo, come una navicella sbattuta dai flutti, senza direzione né guida.
Nei casi limite non si può comunicare in alcun modo col malato, che resta scisso dalla coscienza di sé come dal mondo esterno, sbattuto da tempeste fuori controllo. Questa inflazione dell’inconscio è terrificante e può distorcere anche le percezioni, spezzare le linee, frammentare le immagini, come quando si è sotto l’effetto di una droga, facendo cadere il malato in una percezione del mondo allucinata, simile alle visioni da incubo di un alcolizzato o di un tossico, con elementi sensoriali distorti, realtà esterna e interna che si confondono, voci terrificanti, il pensiero separato dall’emozione, la parola dal significato, in una disgregazione totale di percezione e identità…
Al tempo di Jung, e purtroppo anche oggi, la malattia allo stato grave restava senza cura, lo schizofrenico veniva isolato nella struttura manicomiale e, nell’aridità e nell’abbandono di questa, finiva per regredire totalmente fino alla morte, in una degenerazione catastrofica irreversibile.
Uno dei caratteri della schizofrenia può essere l’AUTISMO, termine coniato anch’esso da Bleuler, che indica l’incapacità di comunicare col mondo esterno, perdendo ogni contatto con la realtà.
La schizofrenia è molto più diffusa di quanto si sappia, colpisce una persona su 200, ma se ne parla poco, e ancor oggi le teorie oscillano tra cause ereditarie, predisposizioni genetiche, disturbi del sistema neurologico o del metabolismo, cause esistenziali ecc. Le tipologie sono molte, le età di insorgenza variabili, le terapie sperimentali e incerte. Si hanno crisi di identità, perdita di autonomia, sentimenti ambivalenti, discordanze affettive, intenzioni contraddittorie, oscillazione tra passività e aggressività, spersonalizzazione, idee deliranti, ambiguità semantica cioè distorsione del senso delle parole o sovradeterminazione dei significati, allucinazioni, disturbi della motricità ecc.
Potremmo ipotizzare in ognuno di noi qualche tendenza schizoide, ma essa sembra più forte nei bambini nati indesiderati o con madre anaffettiva, in cui viene lesa la sicurezza proveniente dall’alveo materno . Il bambino non amato o non accudito sviluppa uno stato ansiogeno, che può produrre comportamenti conflittuali o autopunitivi.10)
Ora non è detto che genitori anaffettivi producano per forza figli schizofrenici, le modalità di ricezione dei vari figli possono essere enormemente diverse; famiglie perfette non esistono; in ogni famiglia possono esserci tensioni, crisi o mancanze… ma ci può essere uno dei figli che reagisce alle discrepanze ambientali con la malattia, in genere sarà il soggetto più debole o più sensibile che focalizza su di sé le carenze famigliari in modo più grave.
Alcuni analisti cercano di ricostruire la storia del paziente per vedere, a partire dalla nascita o anche prima, quanto sia stato esposto a rifiuti, violenze, distacchi, aggressioni, manipolazioni, proiezioni negative da parte di altri membri della famiglia… ma teorie precise non ci sono. Si va per tentativi.
Sembra che la schizofrenia abbia una incidenza più alta tra i poveri, gli emarginati e gli sfruttati, per cui c’è anche chi lega il disturbo mentale a una società violenta e discriminante, in particolare quella società capitalista, che è competitiva, aggressiva, poco solidale, e aggrava i comportamenti autistici, scoraggiando la relazione, l’affettività, l’accoglienza, la partecipazione.. e questo faciliterebbe l’insorgere di comportamenti schizoidi. Ma anche situazioni di lavoro aride o altamente competitive, che distruggono l’identità del lavoratore, possono produrre gravi disturbi del comportamento .11)
Ci si imbatte spesso in problemi psichici o anche stati di infelicità e disagio prodotti da ambienti di lavoro aridi e disumani, dove il lavoratore viene sfruttato senza un briciolo di umanità. E non si parla solo di lavoratori di basso livello, perché anche in ambito manageriale e direttivo, là dove vi sia un livello troppo alto di competività, sono frequenti i disturbi comportamentali con alti indici di suicidio.
Prima di Freud e Jung nessuno aveva cercato le cause della malattia psichica nel vissuto, Freud e Jung sono i primi a farlo, cercando nella storia del paziente una causa del male.
Nella clinica di Zurigo, il giovane Jung, col consenso di Bleuler, tenta di stabilire una relazione col paziente, valutando i sintomi in chiave simbolica, come messaggi. Considera la malattia un tentativo non riuscito di realizzare un riadattamento costruttivo. Freud aveva posto il concetto di COMPLESSO, struttura psichica a forte carica attrattiva che lega insieme ricordi, emozioni e rappresentazioni e aveva detto che un complesso agisce nella psiche come una unità autonoma così che, ogni volta che un evento è collegato al complesso, questo si attiva, perturbando il comportamento. Per es. l’ambivalenza di Freud verso il padre genera un complesso paterno, per cui, ogni volta che accade qualcosa che si può riferire al rapporto padre-figlio, il complesso scatta, e Freud manifesta una reazione anormale, come se la percezione della realtà fosse fortemente alterata. Per esempio, una volta che l‘inconscio di Freud ha catalogato Jung come figlio e se stesso come padre, scatta il complesso paterno per cui Freud-padre si sente aggredito da Jung-figlio, proiettando su di lui le sue pulsioni, al punto di cadere svenuto sotto il loro urto.
Jung userà la parola COSTELLAZIONE per indicare il complesso, sempre come aggregato inconscio di elementi psichici attorno a un nucleo originario fortemente energetico, che agisce in modo autonomo dalla coscienza:
Quando il soggetto non riesce più a liberarsi da un complesso, fa associazioni solo con quello e lascia costellare tutte le sue azioni da quel complesso.” Jung studiava astrologia e il termine viene dal linguaggio astrologico, come ammasso stellare. La costellazione è un campo di forze dove certe energie diventano predominanti, attraendo a sé altri contenuti, così come i pianeti attraggono a sé pianetini minori. Ma il termine di Jung non ebbe molta fortuna, per cui oggi in genere parliamo di complessi.

Nel caso della schizofrenia, abbiamo dei contenuti caotici inconsci che infiltrano e parassitano la valutazione della realtà. Il soggetto può perdere il senso del proprio corpo, aver terrore del contatto con gli altri , 12) sentire voci che gli ordinano di farsi del male o di ammazzarsi… In casi meno acuti può avere comportamento rigido e asociale e facies inespressiva o stereotipata. Jung pensa che la disintegrazione della personalità possa avere cause non solo organiche ma anche storiche ed esistenziali, e vi aggiungerà fattori arcaici transpersonali e persino elementi disgregativi provenienti da vite precedenti.

IL CASO SPIELREIN

Perso nel labirinto di me stesso, già/ non so quale strada mi conduce/ da esso alla realtà umana e chiara
(Fernando Pessoa)

Il primo caso che il giovane Jung si trovò a trattare, affidatogli dello stesso Bleuler, fu tutt’altro che facile: una grave paziente psicotica.
Si chiamava Sabina Spielrein, e fu allieva sia di Freud che di Jung, diventando poi anch’essa analista. Fin da bambina aveva manifestato forti pulsioni erotiche connesse a desiderio di morte. Già a tre anni presentava una isteria di tipo anale, cercava in ogni modo di trattenere le feci anche col calcagno e provava una forte attrazione sessuale per il padre; dai 14 anni manifestò una isteria psicotica come ‘Fissazione alla fase anale e complesso edipico autodistruttivo ’.
La libido, secondo Freud, ha due aspetti: piacere e autodistruzione, e saranno i due principi di Eros e Tanatos che Freud svilupperà nella seconda parte del suo pensiero, ispirato proprio dal caso Spielrein.
Sabina Spielrein era una ragazza ebrea di ricca famiglia russa, e, quando approdò alla clinica Burglözli, aveva diciannove anni e già sei di malattia grave, con sintomi di depressione molto violenta. Era una ragazza colta, molto intelligente e immaginativa, con una personalità molto bizzarra e una sensualità straripante. Jung era giovane, bello, inesperto e totalmente impreparato a subire gli shock emozionali che Sabina gli avrebbe procurato. Seguendo Freud, la classificò come isterica psicotica. La sindrome della paziente comprendeva pulsioni erotiche verso la figura paterna e queste furono subito proiettate sul giovane Jung, come figura sostitutiva del padre in un rapido transfert e probabilmente il terribile inconscio della paziente sconvolse l’inconscio del giovane psichiatra in un controtransfert. Nelle sue lettere deliranti, Sabina narra di una forte relazione erotica che era scoppiata tra lei e Jung ma sono le lettere di una malata grave e, data la sua patologia, non possiamo sapere se questa relazione ci fu effettivamente o se stesse solo nelle sue fantasie deliranti, comunque il comportamento della ragazza spaventò a morte Jung che non capiva cosa stesse succedendo. La paziente aveva una sensualità esplosiva e ribelle, non sappiamo se realmente riuscì a trascinare il giovane in una relazione carnale, ma a un certo punto Sabina cominciò a dire pubblicamente che aveva una relazione con Jung, cercando lo scandalo, e chiese esplicitamente a Jung un figlio, figlio che in qualche modo doveva essere anche figlio di Freud, il piccolo Sigfriedo (nella mitologia wagneriana Sigfried è figlio di Sigmund, che è il nome di Freud), in questo figlio di due padri riversava evidentemente la sua smania eroica. Si vedano le similarità con la paziente del dottor Breuer, il caso di Anna O, che in modo analogo aveva proiettato sul medico la figura del padre e desiderava un figlio da lui al punto da simulare una gravidanza isterica.
Jung era sposato da poco, era un professionista rispettabile agli inizi della sua carriera, il timore dello scandalo lo spaventò, chiese velocemente consiglio per lettera a Freud, il quale gli disse di troncare subito l’analisi. Nel frattempo la moglie di Jung, che era una donna intelligente oltre che analista anche lei, preoccupata di come piegavano gli eventi, aveva avvertito con lettera anonima i genitori della ragazza. Per tutta la durata di questa squilibrante analisi, Jung scrisse a Freud, che conosceva personalmente la Spielrein, per chiedere consiglio. Freud era più anziano e esperto, ne sapeva più di lui di transfert e controtransfert, sapeva che l’inconscio poteva teatralizzare un contenuto psichico riversandolo sull’analista e rivivendolo per interposta persona, sapeva che ciò poteva indicare il tipo di complesso in atto e tuttavia consigliò drasticamente Jung di abbandonarla a se stessa.
Purtroppo su questo caso abbiamo solo una parte del diario della Spielrein, non abbiamo nemmeno una parola di Jung, non possiamo considerare reali i deliri si Sabina in quanto malata grave. Ci resta solo un carteggio parziale tra Jung e Freud (ma mancano molte lettere di Jung) in cui Jung dichiara più volte la sua innocenza, ma dice anche: “Ho una paziente che vuole un figlio da me”…
Il caso sembrava simile a quello di Bertha Pappenheim, una paziente isterica, con il prof. Breuer, e anche Breuer si era spaventato ed era scappato da Vienna lasciando la paziente in piena crisi. Qui si ripeté qualcosa di simile e anche la paziente riuscì e venirne fuori per forze proprie.
Né Freud né il giovane e inesperto Jung si mostrarono in grado di aiutare Sabina, la quale per fortuna guarì da sola, e si laureò poi in medicina, seguendo il consiglio di Jung, con una tesi proprio sulla schizofrenia, sposò poi un medico svizzero da cui ebbe due bambine, anche se le restò un sentimento nostalgico per Jung. Sabina fu una delle prime donne che entrò nella Società psicoanalitica di Vienna, influenzando Freud sulla pulsione di morte.
Da questa storia il regista Roberto Faenza ha tratto un brutto film ‘Prendimi l’anima’. Purtroppo questo regista conosce poco la psicoanalisi, prende come vere le allucinazioni di una psicotica, gli interessa solo sottolineare i possibili elementi trasgressivi del setting analista-paziente, per cui alla fine il risultato è un film che dovrebbe solleticare gli istinti bassi dello spettatore ma tiene poco conto della verità sia storica che clinica.
Nella realtà i fatti non furono così chiari come Faenza pretende. Sabina dichiarò di aver avuto con Jung una relazione, ma questo dalle lettere di Jung a Freud non risulta, Jung ripete di aver tenuto sempre una condotta professionale corretta ma di essersi trovato davanti a deliri che invadevano la sua vita privata e rischiavano di compromettere la sua carriera.
La tesi di Faenza è invece che Freud e Jung attuarono una congiura di potere sacrificando la ragazza per non compromettere la nascente Società di psicoanalisi di Vienna. Faenza ci racconta una trasgressiva storia d’amore di cui non si comprendono i riscontri psicoanalitici, non si capisce affatto se c’è stato un transfert e un controtransfert erotico e tanto meno quali fossero i rapporti reali della Spielrein con Jung e con Freud. Nel film non appare la personalità forte di Sabina né la sua intelligenza, non è chiara la sua malattia, non si parla della società di Vienna né delle ricerche psicologiche della Spielrein che ispirarono anche Freud e ci sono varie inesattezze anche sulla morte della protagonista.
Se Sabina fosse stata come il film la presenta, non si spiegherebbe nemmeno il suo acume e la sua profondità come analista. Essa fu un personaggio notevole, anche se inferiore alla Lou Andreas Salomè o alla stessa moglie di Freud, Emma, e i suoi scritti si persero.

Decisamente migliore è il film ‘Metodi pericolosi’ (The talking cure) di Cronenberg sempre sul caso Spielrein. Fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia ed era candidato a Leone d’oro.
Nel film siamo a Zurigo, nel 1904, è già uscita ‘L’interpretazione dei sogni’ di Freud e viene fondata la scuola di Vienna, Jung ha 29 anni, lavora nella clinica svizzera di Burghölzli dove diventerà direttore e sperimenta la cura delle parole. Viene in contatto con Freud e nasce la loro intensa amicizia. Poi, già nel viaggio per il giro di conferenze americane iniziano le prime crepe, che si acuiranno sempre più perché gli interessi di Jung virano verso il paranormale che per Freud è inconcepibile.
Jung era caduto nel primo pericolo che un analista ha con pazienti giovani e belle, si innamora di una paziente e inizia con lei una torbida relazione.
Prima del film questo rapporto era stato presentato sulle scene da un’opera teatrale di Chistopher Hampton (che poi ha sceneggiato il film) e dal libro “Un metodo pericoloso’ di John Kerr.
Sabina ha solo 18 anni, è una ragazza russa molto bella, che parla molto bene il tedesco, è colta ed estremamente intelligente; ha una sindrome molto grave con fissazioni masochiste sulla figura del padre. E’ bella, molto brillante e con una forte personalità, e sarà paziente e poi allieva prima di Jung e poi di Freud, per diventare poi a sua volta medico e analista, e anzi fu una delle più grandi analiste russe. Ebbe delle intuizioni sul proprio caso che ispirarono sia Jung che Freud, in particolare portò alla luce la connessione Tanatos-Eros di cui Freud si occupa nella seconda parte della sua vita.
Sabina ha subito violenze e maltrattamenti del padre nei cui confronti ha costruito un rapporto torbido dove il dolore si mescola al piacere, per cui le rimarrà il desiderio di essere picchiata e umiliata. Ovviamente, secondo gli schemi del tempo, viene classificata come schizofrenica.
Jung viene a conoscenza dei metodi di Freud, e inizia con lui una intensa corrispondenza in cui gli racconta il caso Spielrein, poi lo incontrerà con la nascita di una scintilla tra i due, tanto che il loro primo incontro dura 13 ore, tale è l’interesse per le idee reciproche.
Freud ha la sua fissazione per cui riconduce tutto alla sessualità, ma Jung ben presto se ne distacca per esplorare altre strade. Freud spera che il giovane diventi il suo erede spirituale ma le loro visioni sono diverse e tra i due si determinerà una rottura che sarà durissima per entrambi e costerà a Jung un anno di depressione.
Mezzo secolo dopo questi fatti, nel 1957, in un incontro in casa sua col prof. americano John Billinsky, Jung fa una dichiarazione che sconvolge la comunità psicanalitica: rivela di avere sempre saputo di un rapporto extramatrimoniale che Freud avrebbe intrattenuto per molti anni con la cognata e segretaria Minna Bernays, ma la notizia non si diffonde per non diminuire l’immagine di Freud che è un mostro sacro.
Nel film si vede il viaggio che Freud e Jung fecero nel 1909 in America, per tenere delle conferenze sulla nuova scienza ad un pubblico entusiasta. La rottura si stava già consumando. Durante il viaggio Jung, Freud e Ferenczi analizzano i propri sogni. Freud racconta un suo sogno in cui compaiono lui, la moglie e la cognata; Jung, intuendo la relazione, fa delle domande ma Freud non intende rispondere “altrimenti ne avrebbe perso in autorità”. Jung resta offeso da questo atto di orgoglio e di insincerità. Evidentemente per Freud il potere è più importante delle ricerca e, mentre Jung si è messo a nudo davanti a lui, Freud non è disposto a fare altrettanto. Per Jung è inconcepibile che la verità venga sacrificata nel nome di una autorità personale. Jung sapeva del triangolo amoroso di Freud dalla stessa Minna, ma non sfruttò mai questa sua informazione e da Freud una confessione non arrivò mai.
Questo nel film non viene detto e gli allievi di Freud furono bene attenti a non rovinare la reputazione di Freud.
Quello che si delinea, invece, è che la teoria della Morte connessa al principio di Piacere arriva a Freud proprio dalla Spielrein, anche se questa intuizione non le fu mai riconosciuta.
Sabina Spielrein scrisse un solo libro, un anno dopo la sua laurea in medicina, nel 1912: “La distruzione come causa del venire all’essere” che precorre il concetto freudiano di pulsione di morte.Ma quando Freud pubblica “Al di là del principio di piacere”, non disse che lo doveva a lei, le regalò solo una breve nota a pié pagina in cui diceva che non aveva mai ben capito le sue teorie. Insomma fece come aveva fatto altre volte: diceva al suo interlocutore che non era d’accordo con le sue scoperte, per poi usarle come fossero proprie. Inoltre, non avrebbe potuto riconoscere qualcosa di buono in una donna, essendo dominato dalla mentalità maschilista che dominava la cultura della prima metà del novecento.
Già il fatto che Sabina fosse accolta nella scuola di Vienna fu quasi un miracolo, seconda donna dopo Margarete Hilferding; la sua accettazione provocò un furioso dibattito perché era una donna e alla fine la cosa fu messa ai voti. Dominava un feroce maschilismo. Poco prima, nel 1903, Otto Weininger aveva pubblicato “Sesso e carattere”, in cui distingueva un maschile contraddistinto da intelletto, moralità, genio, ecc., e un femminile contraddistinto da amoralità, impulsività e desiderio sessuale. Weininger aveva scritto che l’isteria era “la crisi organica dell’organica falsità della donna” (organica falsità???) dunque la donna era un essere venuto sbagliato.
Freud della donna non capiva nulla, la considerava ‘un essere diabolico”, incapace di una morale.
Ma Sabina aveva sognato che i suoi antenati le predicevano un grande successo e credeva fortemente in se stessa, per cui si laureò in medicina e si occupò di psicoanalisi malgrado i pessimi rapporti con Jung e Freud. Ma quando presentò alla scuola di Vienna il suo lavoro, non venne nemmeno presa sul serio, in quanto donna, anche se le sue teorie erano di grande interesse. Diceva che nella sessualità c’è una componente distruttiva che è parte intrinseca dell’istinto sessuale. Mentre l’amore vuole l’unione e la fusione con l’altro, questa componente distruttiva lo rifiuta; di qui le resistenze dell’Io, che si oppone all’istinto sessuale in quanto può portare alla dissoluzione-distruzione dell’Io in nome della fusione. Ma gli ascoltatori non la capirono e non la applaudirono e pensarono che quello che Sabina diceva riguardasse solo le donne.
John Kerr poi scrisse; “Talvolta una persona non è sentita perché non viene ascoltata…la sua incapacità di ottenere il riconoscimento della sua intuizione nel tema della repressione non fu un suo errore; fu l’errore di Freud e di Jung. Preoccupati con le proprie teorie e preoccupati l’uno dell’altro, i due uomini semplicemente non si fermarono persino per capire le idee di questa giovane collega lasciata da sola a chiedere aiuto nel trovare un’espressione più felice al suo pensiero”.
Sabina Spielrein conobbe personalmente molti personaggi notevoli del tempo con cui collaborò. Dopo essere stata allieva di Jung e Freud e aver contribuito allo sviluppo delle loro teorie, lavorò col giovane Jean Piaget (che divenne famoso per la psicologia infantile) e fu in analisi con lei.
Quando tornò in Russia, nel 1923, vi portò le migliori intuizioni e teorie europee nel campo, offrendo spunti importanti a personalità chiave della psicologia russa, e anche costoro le rubarono le idee rivendendole come proprie.

Nel film abbiamo una pessima attrice che impersona una Sabina troppo caricata e simile a una marionetta, un ottimo attore che impersona Freud, un modesto e poco credibile Jung.
Il film di Cronenberg resta comunque decisamente superiore al pessimo film di Faenza anche se resta abbastanza freddo e non coinvolgente. Certamente non tratta il problema del mondo femminile relegato nell’ombra e del maschilismo imperante.

La vera amante di Jung non fu Sabina ma Toni Wolff, donna molto più interessante, che Jung amò fino alla morte di lei.
Jung era un personaggio affascinante e nella sua vita si incontrano molte donne, in genere non erano belle, erano colte, intensamente mentalizzate, analiste come lui, di grande intelligenza, personaggi molto forti. In genere ognuna sapeva delle altre, anche la moglie, che lavorava insieme a Toni Wolff in una situazione di reciproco rispetto che stupiva gli altri collaboratori.
Emma Rauschenbach, la moglie di Jung, era una aristocratica, moglie fedele e paziente, amata da un uomo che predicava apertamente la poligamia. Sicuramente deve aver affrontato grandi gelosie ma non lo lasciò mai e rimase il punto fermo della famiglia. Emma era una analista e ha scritto testi importanti, come Animus e Anima, e una ricerca sulla leggenda del Graal, a cui dedicò molti anni.
Un’altra donna molto vicina a Jung fu la sua collaboratrice Marie Louise von Franz, la sua allieva prediletta e più creativa, che completerà la sua opera.
Mentre Toni Wolff si fermerà alle soglie dell’alchimia essendo troppo razionalista, la von Franz esamina l’alchimia, insieme al tempo, la sincronicità, i numeri nella psiche, l’ uso clinico delle fiabe e dei miti.
Un’altra collaboratrice encomiabile fu Aniela Jaffé, che raccolse la sua biografia.
La relazione con Toni Wolff durò 40 anni, da quando lui aveva 36 anni a 76, finché lei morì. Si erano conosciuti nel 1911 quando lei aveva 23 anni e Jung 36 e Toni lo aveva cercato per una depressione, l’analisi durò 3 anni, la relazione 40. La morte di Toni fu un duro colpo per Jung tanto che non poté partecipare ai funerali e non si riprese mai completamente.

In quanto a Sabina, Jung non avrebbe mai perso la testa così banalmente per una paziente e non avrebbe mai usato i toni melensi del personaggio del film. Forse Faenza voleva solo mostrare come una paziente può essere più forte del suo analista fino a trascinarlo nella propria allucinazione. Ora però, poiché questo intreccio avviene tra una malata di mente e due analisti, e si parla di psicosi, di transfert e di controtransfert, un minimo di conoscenza psicoanalitica dovrebbe essere fondamentale, ma Faenza non ce l’ha.
Il regista fa un film sulla psicoanalisi dichiarando di non saper niente di psicoanalisi. Forse faceva meglio a occuparsi di un altro argomento.

Faenza ha usato il libro dello psicoanalista Aldo Carotenuto ‘Diario di una segreta simmetria’ che parte dal carteggio tra Sabine e Freud e dal suo diario fino al 1912. Mancano le lettere di Jung e non è mai stato trovato il diario successivo fino al 42. Certamente la differenza tra Freud e Jung era profonda e doveva portare alla lacerante separazione e può essere che la Spielrein abbia accentuato le crepe del loro rapporto. Come si sa, l’amicizia tra Freud e il giovane Jung durò sei anni ma la divergenze tra le due personalità e i rispettivi pensieri erano così forti da contenere fin dall’inizio le cause che scatenarono la dolorosa rottura.
Il libro di Carotenuto è basato su un carteggio che fu trovato casualmente nel ‘77, a Ginevra, negli scantinati del Palais Wilson, sede dell’Istituto di Psicologia svizzero. Dopo il film è nata una contesa tra Carotenuto e il regista che si sono reciprocamente accusati di mancanza di veridicità. L’unica cosa positiva di questo film è la somiglianza fisica tra l’attore Iain Glen e il giovane Jung, ma per il resto il film, oltre ad essere errato, è freddo e poco convincente. La locandina con i due corpi nudi avvinghiati dice chiaramente con quali mezzi è stato attirato il pubblico. Nel film sia Freud che Jung vi fanno una figura meschina. Può darsi che il rapporto tra Jung e la Spielrein abbia avuto il suo peso nell’allontanare Jung dalla teoria freudiana della libido, per realizzare una diversa visione della psiche ma non ne sappiamo abbastanza. Della terapia di questa paziente in verità si sa poco, del resto Jung non ci racconta mai nessun caso clinico e gli scritti della Spielrein riportano solo le sue allucinazioni e dunque sono poco attendibili e non è accettabile che il regista dia per certo che la paziente sia stata realmente l’amante di Jung.
Il libro di Carotenuto è intitolato ‘Diario di una segreta simmetria’, perché nel rapporto analitico dovrebbe esserci asimmetria tra l’inconscio dell’analista e quello del paziente, nel senso che il medico dovrebbe avere un certo controllo sul proprio inconscio; se invece i due inconsci sono travolti nella stessa misura, l’analista rischia di perdere il controllo di quanto avviene per proiettare i propri contenuti rimossi sul paziente stesso, come accade nel controtransfert. Che si sia scatenata una intimità non richiesta tra i due inconsci dei protagonisti è possibile, che vi sia stato coinvolgimento carnale non è dimostrato.
Secondo J. Kerr (saggio “Un metodo molto pericoloso“) Jung, Sabina e Freud si trovarono in un intreccio molto controverso, sia per i livelli di coinvolgimento inconsci, che per le ripercussioni personali e professionali.
Sicuramente ci fu un transfert, può darsi che Jung si sia trovato coinvolto in un controtransfert. L’intera situazione fu di grande disagio e il risultato fu che abbandonarono la paziente.
Per fortuna la paziente si salvò per conto suo. Alla fine ognuno cercò di liberarsi dell’altro.
La Spiellrein disse: “E’ pericoloso prestare troppa attenzione a un complesso sessuale”.

Nel 2002 c’è stato un altro film sullo stesso personaggio: ‘Mi chiamavo Sabina Spielrein’, della regista svedese Marton, molto più veritiero.
Nel film di Faenza le discrepanze con la realtà sono troppe: non si parla di Freud né di Bleuler che si occupò anche lui molto della ragazza e infine non sappiamo se la relazione con Jung fu come viene raccontata.
Il personaggio della Spielrein ha ispirato anche un’opera teatrale di Maria Inversi in cui Sabina racconta la sua vita.

Una volta guarita, la Spielrein, tornò in Russia, vi introdusse la psicoanalisi e fondò ‘l’asilo bianco’ dove si stimolava la creatività dei bambini, come istituto di prevenzione psicologica della malattia mentale; la Spielrein pensava che, se i bambini avessero vissuto in un ambiente di libertà e creatività, sarebbero divenuti adulti migliori, ma il Faenza non rispetta nemmeno l’asilo bianco, il quale non fu mai distrutto e abbandonato, come risulta dal film, invece fu conservato con cura, tant’è che esiste ancora e visse là anche Gorki. Infine le figlie della Spielrein erano due e non una, e anche la sua morte avvenne in circostanze diverse.
In Russia Sabina fu messa al bando insieme alla psicoanalisi e rifiutata dal regime sovietico. Morì nel ’42, uccisa dai nazisti insieme alla figlia, ma non in una chiesa come nel film, ma consegnandosi ai Tedeschi.
Ultima annotazione: ricordiamo che anche Berta Pappenheim (Anna O.), la paziente isterica del dottor Breuer, che si guarì da sola dopo esser stata abbandonata in piena crisi isterica, fu una persona straordinaria, e anche lei divenne famosa per essersi occupata dell’infanzia, costruì la prima rete di asili infantili in Austria.

(Scultura di Paolo Borghi)

DIARIO DI UNA SCHIZOFRENICA

Dove c’è il pericolo, c’è anche la salvezza
(Friedrich Holderlin)

Nel 1955 apparve un libro della terapeuta svizzera Margherite Sechehaye, dal titolo ‘Diario di una schizofrenica’ con la prefazione di Cesare L. Musatti 13).
Il caso è reale e appartiene ancora all’ambito freudiano ma qui viene richiamato per valutare la situazione del transfert in analisi.
Si tratta della testimonianza di una schizofrenica guarita che racconta il proprio caso. Dal libro è stato tratto un film di Nelo Risi (fratello di Dino Risi), che viene mostrato ancor oggi nei seminari per neuropsichiatri, perché costituisce un documento con valore scientifico quasi unico.

Siamo a Ginevra, la protagonista è una ragazzina di 17 anni che ha tentato ripetutamente di morire, è affetta da una gastroenterite che le dà forti dolori e viene curata con la morfina, è affetta inoltre da autismo e anoressia e diagnosticata come schizofrenica.
Poiché il suo caso è estremo, viene affidata alle cure di una terapeuta piuttosto particolare, in quanto non è nemmeno medico e usa metodi di cura irrituali. Cesare Mussatti, che è il padre della psicoanalisi italiana di stampo freudiano, ci dice che a quel tempo gli psichiatri evitavano di prendere in cura gli schizofrenici, perché non si prevedevano guarigioni e il loro inconscio era così forte e così disturbato da produrre vere infestazioni psichiche, cioè il malato infettava psichicamente il medico, per cui i casi di tentata terapia su schizofrenici erano pochissimi e non avevano risultati. Per questo il caso guarito dalla Sechehaye destò forte interesse.

Anna presentava un complesso materno negativo che sembrava addirittura precedente la nascita a causa del forte rifiuto della madre ad averla.
La protagonista, Anna, dice a un certo punto: “Le madri sono per il bambino la fonte di ogni bene e di ogni male”.
La schizofrenia è un gravissimo caso di psicosi. Abbiamo detto che le nevrosi sono disturbi leggeri e transitori in cui si conserva la centralità dell’Io che distingue se stesso dal mondo. Invece nelle psicosi questa centralità manca e la psiche è devastata da un inconscio terribile che distrugge gradatamente il malato. La schizofrenia è ancora più grave.

Oggi sappiamo che ci sono varie forme di schizofrenia e alcune sono più leggere e curabili e sappiamo che certe forme schizoidi possono insorgere in determinati periodi della vita, come il menarca, la menopausa, il parto, il lutto…
In queste situazioni, per es. la ragazzina di 12 anni che ha le sue prime mestruazioni, possono presentarsi fenomeni di spersonalizzazione che possono essere più o meno curabili.
Nel caso di Anna l’aggravamento dei disturbi si ha proprio verso i 12 anni.
Mentre nelle nevrosi si possono avere fenomeni di REGRESSIONE a precedenti fasi dello sviluppo, per tornare poi a una evoluzione normale, per la schizofrenia questo non sembra possibile. Il malato ha una regressione totale in un luogo di non nascita, fugge proprio dalla vita, non ha un se stesso, sprofonda in un mondo alieno, staccato dalla realtà con una totale disgregazione psichica.

Poiché l’analista non riesce ad avere contatti con lui, non riesce a curarlo e sprofonda nell’impotenza; infatti curare uno psicotico è altamente frustrante; se ci aggiungiamo anche il contagio psichico, comprendiamo come in passato i medici rifiutassero di curare questi malati. Si potrebbe pensare che lo schizofrenico non abbia bisogni affettivi, in realtà ne ha di smisurati e indicibili ma “la sua affettività ha perduto i contatti con la vita”. La terapia cerca di raggiungerlo in modo simbolico, soddisfacendo, sempre in modo simbolico, i suoi bisogni. Naturalmente si può pensare anche che la malattia attecchisca su una base genetica che rende la psiche più labile.

La terapeuta di questa storia è una freudiana. Nell’analisi classica l’analista freudiana si limita ad ascoltare il paziente che parla, ma con lo schizofrenico questo non è possibile, occorre inventarsi degli atti intuitivi guidati dall’amore. Lo scopo è realizzare un transfert benefico ricreando la figura della madre assente, così da rendere possibile una nuova nascita.
La ragazzina schizofrenica della storia comincia a mostrare sintomi allarmanti già prima dei 12 anni (situazioni di irrealtà), ma a un certo punto cade in una percezione molto alterata delle cose, in cui tutto diventa immenso, abbagliante e privo di significato e Anna si sente estranea al mondo e a se stessa.
La sindrome è una reazione estrema a un potente bisogno d’amore non confermato, perché la madre non le vuole bene e non voleva la sua nascita. Qui la schizofrenia è la risposta estrema a un rifiuto materno; il bambino non amato si sente colpevole e reagisce con autoaggressioni, come se dovesse punire la colpa del non amato sulla sua stessa persona.
Se Anna non è stata amata, non ha diritto di esistere, dunque è colpevole e cercherà di uccidersi, cominciando dal rifiuto del cibo: “Se la mamma non nutre Anna, significa che Anna è in colpa e non deve mangiare. Anna ha fame ma non può mangiare”. La reazione alla madre negativa diventerà l’impulso a darsi la morte. Il suicidio è anche l’unico modo che Anna ha di tornare indietro nel seno materno, regredendo ad una fase precedente alla nascita. In genere l’analista freudiano riporta il paziente al suo passato, ma qui non c’è passato e il prima è un prima dalla nascita, uno stato fetale.
E’ ovvia l’identificazione tra cibo e affetto, il cibo è un sostituto materno, ma Anna non può accettare cibo dalla madre negativa, vorrebbe fortemente essere nutrita da una madre che non c’è, la madre positiva, che identifica con ‘la madre verde’. Perciò Anna può mangiare solo mele verdi, prendendole dall’albero, perché il cibo che vuole è il latte materno, il latte che viene dal corpo della madre. Anna non può mangiare, cioè riconoscersi, finché non avrà il riconoscimento della madre.
Ora la terapeuta non può sostituirle la madre negativa con una positiva, anzi la situazione è anche più grave, perché la stessa madre che non riesce a dare amore ad Anna ne dà invece tranquillamente ad una secondogenita.
Anna non potrà cambiare sua madre, ne dovrà trovare una simbolica che le dia un latte simbolico.
Si può sopravvivere anche se non si è amati dalla madre, purché si venga amati da qualcun altro.
L’analista dovrà identificarsi nella madre positiva e farla nuovamente rinascere come neo-nata, nata di nuovo. Certo qui la soluzione è stata trovata, in molti altri casi questo non avviene. Una soluzione non diventa ‘la’ soluzione per eccellenza e la schizofrenia continua a restare un mistero.

Torniamo alla nostra storia. Il rifiuto materno respinge Anna dalla realtà degli accettati e la sospinge in un luogo estraneo e alieno, il Sistema, dove essa è un non-nata, una non accettata. Anna non può mangiare, non può comunicare, ha crisi di angoscia, in cui le voci spietate le ordinano di farsi del male, non ha un corpo, non ha un centro psichico che possa chiamarsi ‘Io’, la sua energia è dispersa come in una terra desolata e dove essa si proietta in frammenti di cose (per esempio Anna non vede il viso dell’analista ma solo alcuni frammenti dilatati).
Musatti dice: “Il bambino non nasce con un io bell’e fatto e non si trova di fronte al mondo come lo conosciamo. C’è un periodo di sviluppo in cui l’io si differenza dalle cose e in cui le cose si organizzano formando una realtà, un mondo… ma prima queste differenziazioni sono labili e gli oggetti e l’io sono indistinti, solo dopo questo lavoro si forma la coscienza dell’io e la coscienza del mondo”.
Questa differenziazione tra io e cose in Anna non c’è. Interno ed esterno si mescolano paurosamente e, non essendoci la distinzione tra dentro e fuori, non è possibile la comunicazione tra io e non io. Freud aveva detto che, di fronte a conflitti insopportabili, l’io regredisce; l’evoluzione è come andare in salita con una macchina, ci vuole energia per salire; se l’energia manca la macchina scivola indietro. Ma Anna regredisce così tanto da risalire a una fase prenatale, in cui il mondo non è organizzato e l’essere sta tutto nell’accoglienza o nel rifiuto della madre, che diventa accoglienza o rifiuto di se stessa, organizzazione o disgregazione del proprio essere. Il trauma di Anna risale ai tre mesi di vita, quando il suo io non ha ancora organizzato il mondo, per cui è come se essa fosse bloccata in una fase remota con le pulsioni e i bisogni di un neonato.
L’analista deve ripartire dal punto della rottura e da lì costituire un io più saldo.

Il bambino piccolo non ha un io come punto di riferimento, si conosce parlando di sé in terza persona, così come fa la madre quando gli parla, non è un ‘io’ ma un ‘lui’, anzi un ‘esso’ indifferenziato. Anna parlerà di sé in terza persona perché non può permettersi di pensarsi in prima persona. Non può permettersi di pensare di avere un proprio corpo e di accudirlo; dovrà imparare a curare se stessa attraverso la proiezione su un bambolotto. Imparerà a nutrirsi nutrendo il bambolotto che diventa lo specchio di sé.

All’inizio del rapporto l’analista non sa da dove partire, poi avviene il miracolo delle mele, l’analista scopre che Anna può mangiare le mele verdi direttamente dall’albero e capisce di colpo che esse sono i seni della madre acerba. La madre non l’ha allattata, così come non ha desiderato di averla come figlia. La madre è anaffettiva nei confronti di Anna che non ha voluto. Il padre è un debole che è spesso assente, per cui la bambina è rimasta sola e senza supporti affettivi davanti a una madre senz’amore.
Nella psiche di Anna non si è formato il nucleo base della personalità, ma esistono solo ordini tirannici, davanti ai quali la ragazzina è impotente, per questo cerca di rafforzarsi in maniera rituale leccando il ferro e pensando di diventare lei stessa una piccola sbarra di ferro. I simboli di tirannia nel suo mondo mentale, ossessivo e feroce, sono geometrici, aridi e puntuti ‘il mondo del Tibet’. In questo mondo virtuale e crudele, Anna è sola e nessuno può entrare.
L’analista non può contattare Anna con le parole, perché Anna è ‘prima’ del linguaggio, in una condizione preverbale. L’analista cerca di entrare nel mondo del Tibet con la musica per sovrastarne le voci, ma nemmeno questo è possibile, allora entra in contatto con Anna ripetendo la sua mimica disperata, facendole da specchio, ma ancora non basta, bisogna entrare nel codice di Anna, nel suo linguaggio di simboli in cui la madre è il colore verde, la mela attaccata all’albero, l’analista deve parlare coi simboli della madre. Deve scoprire che rendere verde la luce della stanza significa ricreare la madre e che darle delle mele tenendola al petto è come allattarla. Il codice diventa la chiave per penetrare nel mondo di Anna, in una comunicazione simbolica fatta di atti in cui si possa immediatamente soddisfare la sua fame di madre, solo così Anna può ricominciare a mangiare. Prima del cibo reale viene il cibo dell’amore. Il simbolo diventa un sostituto efficace dell’oggetto e permetterà la comunicazione d’amore, ti amo perché ti parlo con la tua lingua, ti conosco perché ti faccio da specchio, da eco, parto da te.
Quando Anna sarà raggiunta dal simbolo comunicante, si sentirà protetta e ritroverà a poco a poco la sua sicurezza. Quando l’analista per puro caso abbassa la tapparella verde che riverbera il verde nella stanza, Anna dice: “Ecco, la mamma ha messo Anna nel verde”. Così a poco a poco la perduta torna a vivere, mangia il cibo che viene dalla seconda madre, poi potrà mangiarlo anche quando essa è presente solo in modo simbolico, poi riuscirà a mangiare da sola, perché se una madre ti ama, il suo amore ti accompagna anche quando essa non è vicina a te. La madre un po’ alla volta entra dentro di lei. Rinasce così l’amore di Anna per se stessa. Parte dal desiderio di essere ‘dentro’ la mamma, dentro il verde, poi accetta di stare ‘vicino’ alla mamma, poi accetta di averla vicina nel pensiero. Procede un passo alla volta; se viene costretta, regredisce. L’analista non può chiederle troppo, non può pretendere. Anna imparerà di nuovo i confini del suo corpo, imparerà a lavarsi, ma solo dopo aver accettato il corpo del bambolotto e dopo averlo lavato. Come aveva trasferito la madre negativa nella seconda madre, così trasferisce il proprio io su un sostituto esterno per poi incorporarne il concetto. Dà diritto al bambolotto di esistere e dunque dà questo diritto a se stessa.
Anna non accetta che si dica che lei è bella, scatterebbero i suoi sensi di colpa con i loro impulsi distruttivi, ma può accettare che si dica che il bambolotto è bello. Nella guarigione è Anna stessa, finalmente accettata, che produce i passi successivi. Copiando le azioni della mamma, il bambino acquista coscienza di sé. Allo stesso modo, copiando i gesti della mamma sostitutiva, Anna prende coscienza di sé, finché potrà dire la parola ‘Io’.
In questa guarigione la tigre di peluche è l’animale totem, lo spirito guida, il protettore simbolico, perché “diventare ciò di cui si ha paura permette di non avere più paura”. E’ curioso che il bambino piccolo ami avere vicino a sé animali di peluche in origine aggressivi, come tigri o leoni o orsi, con i loro elementi ambivalenti, protezione e ferocia.
Non si è generati dalla carne, si è generati dall’amore. Anna nasce quando viene amata e allora soltanto dà a se stessa il diritto di esistere.
Ma, quando Anna, torna alla casa dell’analista in anticipo e la scopre con un altro paziente, esplode la crisi. Anna regredisce totalmente e tenta di affogarsi. Tutto ricomincia da capo, la psiche è troppo debole per reggere qualsiasi sindrome abbandonica.
Quando la paziente è guarita, può tornare a se stessa e alla sua famiglia, può essere restituita alla vita. Ed è a questo punto che vediamo le tracce di un controtransfert, l’analista ha proiettato talmente se stessa nella figura della madre che rischia di esserne dipendente. Se Anna ha trovato una madre, lei ha trovato una figlia e ora non dovrebbe lasciarla andare, ma deve, per il bene di Anna. Per questo l’analista passa tutta la notte precedente il distacco in una veglia, su una sedia, come avesse le doglie del parto. Deve risolvere da sola il forte attaccamento che si è generato nei confronti della paziente. Lei è la seconda madre ma è come se fosse la prima, perché l’ha messa veramente al mondo. Un figlio si genera sempre due volte, la prima dalla nostra carne, la seconda quando lo si rende alla sua libertà. E tutte e due le volte il parto fa male. Ma se non avviene questa seconda nascita, un figlio non nasce del tutto.
Per questo, al mattino, quando Anna chiede di essere trattenuta, l’analista dice: ”No”, perché una vera madre sa quando il figlio deve andare verso se stesso. Chiudiamo con le ultime parole della narrazione di Anna.
Ciò che stentò a scomparire fu la frase ‘ho paura del lupo’. Dicevo queste parole ogni volta che ero angosciata o intuivo un pericolo. In realtà non mi rappresentavo il lupo, il lupo simboleggiava qualcosa di ignoto in agguato, un pericolo angoscioso, oscuro, urlante…la mamma mi calmava dicendo: “La mamma veglia su di te e non ti può accadere nulla. Hai avuto un pensiero che ti fa paura?” Forse avevo pensato che la mamma potesse morire, poi avevo dimenticato il pensiero ma era rimasta l’angoscia. Questi residui un po’ alla volta scomparvero, erano ben poca cosa rispetto a ciò di cui avevo sofferto. La realtà diveniva sempre più ricca, sempre più reale e solida e io diventavo sempre più socievole e indipendente. Ho per la signora Sechehaye una riconoscenza infinita per l’inestimabile tesoro che mi ha donato, restituendomi la realtà e il contatto con la vita. Solo coloro che hanno perduto la realtà ed hanno vissuto per anni nel paese inumano e crudele.. possono veramente apprezzare le gioie della vita e comprendere il valore inestimabile della comunicazione umana.”

(Scultura di Paolo Borghi)

L’AMPLIFICAZIONE

La vita non gli fu generosa / e gli elementi così frammisti in lui / che egli mosse guerra alla vita / e ne rimase ucciso
(Edgar Lee Masters)

Nella schizofrenia l’Io è dominato da alcune immagini fisse, Jung le ‘amplifica’ per comprendere il messaggio sotteso, il bisogno che esse manifestano, in modo da seguirlo e ricostruire l’identità del soggetto. L’unica comunicazione possibile parte dall’amplificazione delle forme con cui la malattia si manifesta.
Freud aveva usato IL METODO DELLE ASSOCIAZIONI: scomponeva il sogno in parti, partiva da ognuna di esse e chiedeva al paziente di dire tutte le parole che gli venivano in mente; la catena di parole conduceva inevitabilmente al punto nascosto del problema; importante era il TEMPO DI LATENZA, in cui apparentemente la persona si bloccava, indicando che dall’inconscio era partita una parola respinta dalla coscienza, perché relativa a un complesso di contenuti rimossi. Questo metodo spesso con lo schizofrenico grave non è applicabile perché manca la relazione con lui.
Jung lavora per alcuni anni con i suoi allievi sui meccanismi di associazione freudiani, poi li abbandona per usare prevalentemente il metodo dell’AMPLIFICAZIONE, cioè la correlazione e l’analogia di disturbi, allucinazioni, elementi onirici ecc. con simboli di vari campi culturali, di arte, religione, riti…, in cui gli stessi segni della malattia, i sintomi e le manifestazioni, vengono considerati elementi di un linguaggio universale che sta dicendo qualcosa in modo figurato secondo un codice suo proprio.
L’amplificazione è la tecnica usata da Jung anche per interpretare i sogni. I simboli onirici sono compresi in quanto sono gli stessi dell’arte, della religione, del mito… cioè fanno parte di un linguaggio universale che è quello dell’inconscio collettivo.
Freud parte dall’idea che il sogno sia un messaggio criptato che nasconde un contenuto illecito che tenta di emergere. Per Jung invece: “L’assunto che il sogno voglia nascondere qualcosa è un’idea antropomorfica. Sarebbe come dire che uno scritto in cuneiforme nasconde qualcosa, in realtà esso è solo un codice da comprendere“, è un altro linguaggio, per cui possiamo correlarlo a lingue conosciute, come fece Champollion con la stele di Rosetta, in cui i geroglifici vennero confrontati con lo stesso testo in demotico e greco.
Il Talmud dice: “Il sogno è la sua propria interpretazione”. Dunque il sogno ha un suo proprio significato. Per intendere i sogni occorre conoscere il linguaggio dei sogni.
Per Jung: “Il sogno (o il sintomo) andrebbero interpretati col metodo filologico e analogico, cioè cercando parallelismi”o analogie simboliche con altre manifestazioni della cultura umana, in tal modo si amplifica il contenuto al di là del sogno stesso, seguendo altre categorie culturali.
Per esempio, una neuropsichiatra sogna un pavone a due teste, il pavone tiene pulito un territorio cacciando i serpenti, così come lei tiene pulita una mente cacciando le negatività. Ma perché il pavone ha due teste? Perché la mente razionale non basta al suo compito di medico, occorre anche la mente intuitiva. Il simbolo del pavone a due teste indica il guaritore sciamanico della cultura indocinese, infatti lo sciamano è un uomo dotato di due menti, capace di neutralizzare col suo potere magico le energie negative e questa è una lettura analogica. Cerco, cioè, il significato del simbolo di un grande sogno in un altro contesto culturale.
Analogamente possiamo trovare l’aquila a due teste in alchimia, conoscenza figurata dei misteri del mondo. Avere due teste in alchimia vuol dire usare poteri razionali e ultrarazionali, aprire oltre l’intelletto anche la mente magica. L’inconscio sta dicendo alla sognatrice di combattere le negatività dei suoi pazienti non solo come metodi tradizionali ma anche con sistemi magici.

(Acquerello di Pietro Barbera)

Freud avrebbe chiesto: “Cosa ti fa venire in mente il pavone a due teste?” ma non avrebbe scoperto molto. Di analogia in analogia, Jung analizza figure universali, tipiche della specie umana (icone) e si inoltra nella sostanza della vita, trova i modi fondamentali in cui essa si rappresenta, le sue vie, i suoi ARCHETIPI, modi dell’energia primaria, vie dell’inconscio collettivo che si manifestano in forma simbolica.
Nell’esempio del pavone a due teste l’archetipo è l’eterna lotta tra Bene e Male, che qui viene rappresentata attraverso il simbolo del pavone con due teste, per indicare che chi vuole domare l’energia (il serpente) eliminando le sue parti negative, deve farlo usando mezzi ordinari e straordinari.
Da sempre le religioni e i sistemi magici si sono occupati delle VIE DELL’ENERGIA. Le 10 Sefiroth dell’Albero della Vita della Kabbalah ebraica sono appunto questo, come le 22 consonanti che formano le manifestazioni del Dio ebraico (Yhahwè = Le Energie), o le sillabe dell’alfabeto sanscrito, o i 22 Arcani maggiori dei Tarocchi. o le Rune celtiche; tutte queste figure non sono che immagini degli archetipi, modi simbolici per parlare dell’energia psichica universale secondo le sue modalità fondamentali.
Da tempo immemorabile le varie culture celebrano gli archetipi facendone delle immagini divine, narrandoli con miti o attivandoli attraverso riti collettivi. Le grandi feste religiose si coniugano a miti sacri che celebrano i grandi archetipi della vita: la nascita, la morte, la trasformazione, la resurrezione ecc..
Il Natale cristiano rappresenta L’ENERGIA CHE NASCE, l’archetipo è l’inizio della vita, la ripresa della luce, la rinascita del Bene…, i suoi simboli possono essere l’abete, l’albero verde, le bacche rosse, il Bambino, il Presepe…, e hanno referenti analoghi in tutte le religioni, la FESTA DELL’ALBERO celtica come LA FESTA DELLA LUCE induista. I colori simbolici di questo archetipo sono il rosso e il verde.
L’archetipo è uno e universale, i simboli con cui i popoli lo manifestano possono essere molti, ma unico è il significato sotteso, in quanto in modo diversi i simboli rappresentano una stessa cosa.
La Pasqua cristiana è relativa invece all’archetipo MORTE E RESURREZIONE. Ne sono simboli occidentali il Cristo sulla Croce, l’Uovo, il ramo di olivo, la colomba.., i suoi analoghi culturali sono la resurrezione di Osiride, l’albero del tasso celtico a cui è appeso Odino, il Dioniso greco che risorge dalla sue ceneri, l’Arcano dell’Appeso nei Tarocchi e quello del Giudizio, che attiene alla trasformazione delle energie. I suoi colori simbolici sono celeste e giallo.

Con la teoria degli archetipi, Jung mostra che la psiche funziona secondo ordini riconoscibili, linee di realtà tipiche, modelli costanti. Seguendo gli Archetipi e i simboli in cui essi si manifestano, col metodo dell’Amplificazione, si attiva la mente destra o intuitiva o analogica, atta a cercare le correlazioni, individuando in modo naturale le grandi linee dell’energia.
Gli Archetipi sono le vie primarie, della psiche personale come di quella collettiva, e attirano anche la malattia, per cui essa può essere interpretata come un sogno che parla attraverso il corpo e il comportamento, in quanto l’inconscio li usa per esprimere contenuti e bisogni fondamentali.
Jung cerca di conoscere il codice dell’inconscio e, per farlo, si inoltra nel vasto ambito della cultura. Amplificazione significa appunto cercare in spazi più ampi di espressione umana il significato del simbolo, che esprime un contenuto psichico profondo. Cultura, inconscio collettivo e modalità di rappresentazione umana sono connessi.

Entrando in clinica, Jung si allontana dalla madre e dalla sorella, creatura fragile e delicata che morirà giovane. Poco dopo Jung sposa EMMA RAUSCHENBACH, anche lei analista, donna colta e bella che gli porta una ricca dote; l’unione è felice e dura 52 anni, fino alla morte della moglie, con 5 figli, un maschio e 4 femmine, in una bella casa a Kusnacht, vicino al lago di Zurigo.
Jung aveva conosciuto Emma che era una ragazzina di 15 anni quando lui ne aveva 21, ma, come la vide, disse a un amico: “Quella sarà mia moglie”.
Nel 1911, quando aveva 36 anni, entrò nella sua vita un’altra donna, anche lei molto intelligente e bella, sempre analista, TONI WOLF, che divenne la sua seconda compagna fissa per 41 anni, fino alla morte di lei.


NOTE

1) Il sogno del morto che sta bene e torna a casa è un classico del mondo antico. Il re sogna di tornare in patria, dopo di che muore cioè torna alla patria celeste.
2) Bruce Chatwin, ‘Le vie dei Canti’.
3) Nella vita Jung sembra imbattersi spesso nel numero nove e anche nel sei.
Sul paranormale ancora oggi ci sono quattro posizioni:
-ci credo incondizionatamente perché voglio crederci,
-ne ho fatto esperienza e non posso negarla,
-non ne ho fatta esperienza, non so cos’è, ma lo studio come ogni possibile ignoto,
-lo nego incondizionatamente.
Giudicate voi quali posizioni possano essere scientifiche e quali dogmatiche e fideistiche. Il fideismo non è una ricerca per arrivare a un giudizio perché è un pre-giudizio, che pone le conclusioni prima della ricerca, per cui la ricerca è puramente pretestuale, ma lo scetticismo a oltranza è un’altra forma di fideismo cieco e pregiudiziale.
4) ‘Jung parla’, Adelphi.
5) Ibidem.
6) Ibidem.
7) Nella scala del disturbo mentale prima vengono le nevrosi, poi le psicosi. Nelle nevrosi abbiamo ansia, inadeguatezza, insoddisfazione, disturbi del comportamento, somatizzazioni …, ma l’Io riesce a distinguere in genere tra realtà esterna e interna e mantiene un certo grado di relazioni sociali. Freud tratta soprattutto pazienti nevrotici, li fa risalire alla loro infanzia, cerca il trauma originario che può aver scatenato il conflitto tra Io e Super Io.
Jung invece attiva la coscienza del paziente attraverso la funzione simbolica, così da modificarne l’atteggiamento. Considera la nevrosi “uno sviluppo patologico unilaterale della personalità”. Qualunque cosa sia successa nel passato, il paziente può riprogettarsi cambiando il suo rapporto col futuro.
Freud cerca di cancellare i sintomi nevrotici, Jung li esamina come un tentativo fallito di equilibrio, ed è convinto che i sintomi debbano essere ascoltati per utilizzare il loro messaggio e riprendere la loro energia. “Dietro la nevrosi si nasconde tutto il dolore naturale e necessario che non siamo disposti a tollerare”. Il nevrotico fugge da una decisione, da una scelta…non vuol vedere qualcosa, fugge dalla propria realtà, cadendo nella “catastrofe giornaliera”. Ogni uomo vive un certo grado di sofferenza (si soffre in quanto si è umani) ma deve imparare a non esserne distrutto. Il nevrotico resta intrappolato in qualcosa di inconscio che, non potendo vedere, non può nemmeno superare.
In modo generico Jung diceva che siamo tutti nevrotici.
La psicosi riguarda disturbi più gravi in cui il soggetto perde il significato del mondo e non riesce più a relazionarsi, non è più autonomo e responsabile. Qui l’inconscio produce una invasione che annienta l’Io.
8) Normalmente il complesso è l’insieme di contenuti ideativi, emozionali ecc. rimossi. Non sempre il complesso è patologico. Jung intende per complesso ‘una struttura psichica dotata di forte carica energetica’. Anche l’Io è un complesso, in quanto è un insieme di rappresentazioni che forma il centro della coscienza e che il soggetto sperimenta come dotato di continuità.
Tra i disturbi psichici citiamo ‘la paranoia ’, termine oggi poco usato. Qui il soggetto sembra normale ma ha forme di delirio cronico focalizzato senza allucinazioni, per es. ha la fissazione di aver subito un torto immaginario o superiore al reale oppure è convinto di aver fatto una scoperta grandissima che gli altri gli vogliono rubare, o che il suo partner lo tradisca senza che ve ne sia prova, o sospetta continui complotti a suo danno da parte di nemici, o ha deliri religiosi o manie di grandezza. Oggi il termine ‘paranoico’ vuol dire delirante. La paranoia può essere un sintomo della schizofrenia e si parla di schizofrenia paranoide se compaiono idee deliranti. La mente umana in certe situazioni tende a fissarsi su idee anche non vere, ingigantendole, come costruzioni ideative dominanti, che possono essere fenomeni passeggeri anche addebitabili a stress o stanchezza, oppure a assunzione di droghe o alcool, e possono essere curabili o anche passano da sole.
La ‘parafrenia’ sta tra la paranoia e la schizofrenia, presenta deliri fantastici ma con la conservazione della personalità.
10) Leggi Margherite A. Sechehaye: “Le madri sono per il bambino la fonte di ogni bene e di ogni male”.
11) Il mobbing scatena situazioni di grande sofferenza psichica, forte irritabilità, elevato livello di stress, reazioni negative eccessive, crisi traumatiche, insonnia, perdita di autostima, depressione, ansia, idee fisse, pensieri suicidi… Vedi il film “Mi piace lavorare” di Francesca Comencini.
12) Aver paura di essere toccati da altri è un sintomo di insicurezza. Ci sono situazioni con massaggi o contatti ravvicinati e molti ne hanno paura. Un tempo l’uomo aveva un contatto fisico frequente con l’altro, oggi ci stiamo sempre più allontanando. Per es. da un bambino che non viene mai abbracciato e accarezzato, ci si può aspettare paura del contatto fisico. Una madre anaffettiva può produrre un figlio che teme il proprio corpo, non sa toccarsi e ha paura di essere toccato. Ne consegue una incapacità di relazionarsi con gli altri, di amare, di provare erotismo… La pelle è il luogo dove proiettiamo il nostro disagio psichico in senso visivo ma anche la tattilità è fortemente rivelatrice. Ci sono società, come quella spagnola per es., dove abbracciarsi e baciarsi fanno parte del rituale comune, altre, come quella giapponese, inibiscono i contatti e vietano anche le affettuosità tra madre e bambino.
13) ‘Diario di una schizofrenica’, Margherite A. Sechehaye, Giunti Barbera.

..
JUNG ELENCO

Lezione 1: masadaweb.org/2009/10/06/masada-n%C2%B0-1003-6-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-1/

Lezione 2: masadaweb.org/2009/10/13/masada-n%C2%B0-1007-13-10-2009-jung-1-lezione-2/

Lezione 3-4 : masadaweb.org/2009/10/27/masada-n%C2%B0-1020-27-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-3-4/

Lezione 5 -6 : masadaweb.org/2009/11/06/masada-n%C2%B0-1025-6-11-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-5-malattie-psicosomatiche/

Lezione 6-7 : masadaweb.org/2009/11/17/masada-n%C2%B0-1033-17-11-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-6-7/

Lezione 8- Riepilogo – masadaweb.org/2009/11/24/masada-n%C2%B0-1038-24-11-2009-jung-1/

Lezione 9- masadaweb.org/2009/11/29/masada-n%C2%B0-1041-29-11-2009-jung-1-lezione-9/#more-3475

http://masadaweb.org

4 commenti »

  1. Buon giorno,
    Sono BioPranoterapeuta.
    Sono associato all’A.N.P.S.I. Associazione Nazionale Pranoterapeuti Sensitivi Italiani.
    L’A.N.P.S.I. Tiene una scuola all’Accademia di BioPranoterapia – Dott. Aureliano Baroli medico chirurgo specialista in medicina del lavoro:.. medicina energetica agopuntura omeopatia scenza della alimentazione – Dott. Pasquale Rubino specialista in medicina interna ospedale di Parma:.. Patologia e anatomia Luciano Muti Sensitivo e BioPranoterapeuta:.. BioPranoterapia PranoPratica.
    Se siete interessati a frequentare questa scuola fatemelo sapere.
    Saluto tutti

    Commento di Claudio BioPranoterapia — dicembre 17, 2009 @ 11:38 am | Rispondi

  2. la pranoterapia in definitiva cos puo’ essere? tutti abbiamo un’energia corporea ma bisogna conoscerla e saperla usare,io non so se sono un pranoterapeuta so solo che quando mi tocco da me’ sento un sollievo e un rilassamento formidabile non ho mai voluto fare prove su altri per paura di essere preso in giro,ma so in cuor mio che posso,ma perche dovrei?

    Commento di vincenzo ribuffo — dicembre 20, 2009 @ 1:09 am | Rispondi

  3. Cara Viviana,
    riguardo al “male” mi hai risposto che parlarne significa evocarlo.
    Io ho scelto di vivere in modo consapevole e voglio sapere; non credo che l’ignoranza possa difenderci dal male quando questo si presenta in forme inusitate e non immediatamente percepibili: ci sono persone che per spirito di avventura, si avvicinano a situazioni del quale non si coglie la pericolosità ai primi approcci e poi si trovano invischiati in situazioni irrimediabili. Inoltre, quando il tessuto sociale é favorevole alle carneficine, tutti collaborano in perfetta buona fede e con entusiasmo (vedi popolazioni precolombiane).
    Non so se il male sia un diavolo con le corna oppure una potenzialità dell’animo umano: poco importa. Invece ritengo importantissimo essere vigili su se stessi e sulle situazioni che ci circondano.
    Nei fatti che accadono quotidianamente c’è qualcosa che non mi quadra: se Jung dava rilievo alle “sincronie”, é da quando ero bambina che mi perseguitano le incongruenze che, proprio come le sincronie, colgo nelle situazioni di vita.
    In particolare: ritengo oltremodo sospetto che ogni anno spariscano centinaia di bambini nel silenzio che diventa ancora più muto dentro il clamore di tre o quattro casi (sempre gli stessi) sbandierati ai quattro venti. La percezione che ha la gente è che i casi di sparizione dei minori siano pochi ed isolati e se ne parli tanto: invece è proprio il contrario.
    Ecco perché mi sono ritrovata in blog quali quelli di Gabriella Carlizzi e Paolo Franceschetti che sulla spiegazione di questo fenomeno, riportano teorie che, in parte e con le dovute cautele, meritano di essere considerate, senz’altro più delle quotidiane menzogne portate a sistema che propinano televisioni e giornali.
    Diffido ergo sum: una menzogna ripetuta per mille giorni da mille persone rimane una menzogna.
    Mi dico da sola “Sei presuntuosa, credi sia che la realtà esista e sia che tu possa coglierla!”
    “Può darsi, ma considera che diffido anche di me stessa e poi ci sono queste incongruenze che ronzano e cercano una possibile risposta, una in particolare mi sembra prioritaria e la aggancio alla sparizione dei bambini: la smania storica e antropologica del sacrificio umano.”
    Recentemente ho assistito alla prima comunione di mio nipote con lo stesso sguardo della bambina che sono stata ma con la consapevolezza e gli studi dell’adulta e continuo a chiedermi per quale motivo dovrei essere contenta che un uomo, sia pure figlio di Dio, continui ad essere sacrificato per la nostra salvezza e noi mangiamo mediante la magia della transustanziazione operata dal prete-stregone il “vero” corpo ed il “vero” sangue di un uomo.
    Ma vogliamo essere noi a salvarlo dalla nostra pretesa, vogliamo, una buona volta, chiedergli scusa per non essere riusciti a salvarlo dalle mani dei suoi aguzzini? Vogliamo salvarci con le nostre stesse mani e non pretendere, in modo ritualizzato, la necessità che un uomo sia ucciso affinché il gruppo ne abbia un vantaggio?
    Qualcuno (sempre io) mi dirà “Ma è solo un simbolo!”
    Il simbolo è il massimo della materialità nel minimo spazio, esso è concreto perché sempre li pronto ad agire ed a diventare materia ancora più densa nella forma di sangue e corpi straziati appena le condizioni storiche ne determinano l’occasione.
    Forse quando vivevamo nelle caverne era necessario che un componente del gruppo andasse in avanscoperta rischiando la propria vita e salvando gli altri dai tanti pericoli mortali che minacciavano il gruppo. Forse è andata così ma adesso non è più necessario; di sicuro è arrivato il momento evolutivo di considerare i simboli o immagini dell’inconscio collettivo o come li si vuole chiamare che per quelli che sono: costruzioni umane, prenderne coscienza ed eliminare quelli che ancora creano sofferenza.
    L’ultimo carnefice, quel tale Breivik è andato a pescare proprio nel repertorio delle idee del “sacrificio necessario” per la salvezza del gruppo del quale lui si è proclamato difensore, non è un folle: ha operato una scelta applicando simboli esistenti.

    Con queste idee in testa, mi sembrano verosimili parte delle teorie dei blog menzionati, gli autori arrivano a conclusioni che non ho la possibilità di verificare, ma spiegano più fatti di quanto non faccia no le teorie che attualmente vanno di moda.
    Taglio e incollo qualche stralcio:
    L’avvocato Paolo Franceschetti negli articoli del suo blog, ipotizza che i più alti vertici del potere del sistema -nazionale ed internazionale- che ci governa, appartengano ad organizzazioni esoteriche criminali che rafforzano il proprio potere praticando cruenti sacrifici rituali: “ L’omicidio rituale è quello compiuto non per motivi contingenti e variabili, ma per una finalità precisa, ulteriore al delitto stesso, e funzionale agli interessi di un gruppo organizzato (religioso, sociale, o di altro tipo) o del singolo. Per essere annoverato nella categoria degli omicidi rituali il fatto deve presentare delle caratteristiche costanti, funzionali al raggiungimento dello scopo finale.”
    http://paolofranceschetti.blogspot.com/2011/06/sacrifici-umani-testimonianze-di.html#more
    “Nota. Quello che leggerete è probabilmente la cosa più atroce che abbiate letto in vita vostra e che mai leggerete.

    Nessun film o romanzo dell’orrore aveva mai neanche immaginato una cosa del genere, perché se un romanzo o un film veicolassero la verità, il romanziere o il regista verrebbero uccisi.

    In Italia scompaiono circa 2000 minori l’anno, di cui quasi la metà non verrà mai ritrovata.

    La maggior parte scompare senza che nessuno se ne occupi, nel silenzio più totale dei media.

    A questa cifra dobbiamo aggiungere quella relativa a bambini Rom, e a extracomunitari senza permessi di soggiorno.

    Si calcola in circa 100.000 l’anno i bambini che scompaiono nel nulla nel mondo.

    Questo è il racconto della fine che fanno alcuni di loro.

    Questo è quello che si potrebbe scoprire, se la denuncia di Paolo Ferraro dovesse proseguire.

    Le persone che hanno inoltrato questa denuncia non sono state uccise o internate, unicamente per il nome di altissimo livello dell’avvocato che ha presentato la denuncia.”

    E Gabriella Carlizzi parla di sacrifici umani dei nostri giorni finalizzati a piani di realtà non ordinaria.
    http://www.lagiustainformazione2.it/i-delitti-della-rosa-rossa/274-lordine-della-rosa-rossa-e-della-croce-doro-indipendente-e-rettificato.html
    di Gabriella Pasquali Carlizzi – Venerdì 29 Maggio 2009
    ESCLUSIVA … IN PRIMO PIANO
    DI GABRIELLA CARLIZZI
    L’ORDINE DELLA ROSA ROSSA E DELLA CROCE D’ORO INDIPENDENTE E RETTIFICATO: CHE COS’E’, CHI VI PUO’ ESSERE INIZIATO, DOVE AVVENGONO I RECLUTAMENTI E CON QUALI MODALITA’, COME OPERANO, DOVE STA’ LA CENTRALE, QUANTI DECENTRAMENTI VI SONO NEL MONDO, COME DIALOGANO GLI ADEPTI, COME FORMANO I CODICI UTILI PER L’ATTUAZIONE DEL CONTROLLO MENTALE A DISTANZA E L’ESECUZIOE DI DELITTI O IL CONSEGUIMENTO DI DIFFERENTI FINALITA’.
    QUALCHE ESEMPIO PRATICO.
    GLI STRUMENTI DELLA GIUSTIZIA.
    CHE COS’E’ L’ORDINE DELLA ROSA ROSSA E DELLA CROCE D’ORO INDIPENDENTE E RETTIFICATO.
    Partiamo innanzitutto da un dato storico, così come risulta nella letteratura ufficiale.
    Esiste veramente l’Ordine della Rosa Rossa e della Croce d’Oro Indipendente e Rettificato?
    Si, questo Ordine esiste e assunse fin dalla sua origine, caratteristiche proprie, e tali da non poter essere di fatto considerato come una emanazione di altri Ordini massonici esoterici, nonostante sembrò derivare dal più ampio contesto della Magia della Gold Dawn, confondendosi al fine di depistare, con i Rosacroce.
    Depistare chi e da che cosa?
    Questo Ordine esoterico, sarà successivamente definito come il più crudele per i suoi rituali segreti, tutti impostati sul sacrificio umano, e sulla cosiddetta medicina alternativa in tema di malattia mentale e malattia sessuale.

    La mia considerazione è che nello scorrere della storia nel mondo degli uomini, il potere si è sempre affermato e strutturato sull’omicidio portato a sistema ( in modo concreto e simbolico) Quindi perché dovrei escludere che una simile organizzazione si sia potuta affermare dietro la facciata della nostra troppo recente ed irrealizzata democrazia?
    Mi consolo: non c’è mai stato un sistema organizzato di persone che sia mai sopravvissuto per i solo fatto di aver sacrificato uno o migliaia di esseri umani a divinità varie.
    Tutto può essere cambiato.

    Un caro saluto da Giusi O.

    Commento di MasadaAdmin — agosto 1, 2011 @ 12:53 pm | Rispondi

  4. Ciao Giusi
    dato l’alto numero di lettere che leggo e scrivo ogni giorno, non ricordo al momento in che senso la tua si lega a un nostro precedente rapporto o se nasce da considerazioni fatte in ordine a Jung e che si collegano alla recente strage svizzera. Mi trovi impreparata sia sul problema generale del male, che ho sempre evitato di trattare, che sul problema gravissimo e specifico della scomparsa dei bambini.
    Sento vivissima l’incombenza del male dentro di me e nel mondo e non vedo altro modo per combatterlo che aumentando il bene, così come si combattono le tenebre aumentando la luce.
    E sicuramente la conoscenza e la consapevolezza, intesa l’una nel senso sostanziale e l’altra nel senso morale, fanno parte di quella luce che dovremmo cercare costantemente per noi e per gli altri.
    Per mia fortuna, ho conosciuto raramente il male, e, per quanto mi abbiano contattata migliaia di persone, sono stata stranamente preservata dalla contaminazione dei malvagi, questo mi dà una sconsiderata innocenza di cui non ho alcun merito.
    In una allucinazione profetica ho presentito il male come una nuvola di fuliggine, in rari contatti diretti, come un odore o un terrore. Ma non so che farei se dovessi averne una esperienza più reale.
    Nella mia vita mi sono aggrappata costantemente alla preghiera e ho fatto scarsamente uso di simboli e di riti, ma onoro e rispetto la forza spirituale del simbolo e la via salvica del rito.
    La percezione personale della realtà, come ognuno di noi ha, ci salva dall’omologazione in una palude comune, ma perché alcuni di noi siano più vicini allo spirito e altri ne siano più lontani rientra in quel mistero che circonda la nascita e la formazione di ogni essere umano, su cui non conta il libero arbitrio e la possibilità autonoma di una coscienza.
    In qualche modo ci facciamo e in qualche modo siamo fatti, con possibilità e privazioni, e non c’è anche in questo una dose di bene e di male?
    Quanto uno come la belva di Oslo è responsabile e quanto è vittima delle sue azioni?
    In linea di massima non leggo la cronaca nera, non mi interesso alla storia più brutale dell’umanità ed escludo della mia mente diavoli, sette e simili. Credo che già occuparsene sia contaminante e non avrei mai potuto fare né il pubblico ministero, né il poliziotto, né il prete, né il medico.
    Probabilmente il mio destino è di cercare il bene sfuggendo il male e non combattendolo direttamente o guardandolo in faccia.
    Mi scrivi delle cose molto belle, come “il simbolo è il massimo della materialità nel minimo spazio”. Per me esso è, alla maniera junghiana, il ponte che collega il mondo del visibile a quello dell’invisibile, qualcosa che nella nostra civiltà materialistica si è quasi del tutto spento.
    Credo che, nella morte degli dei, il simbolo debba riemergere in una dimensione puramente interiore, senza referenti fisici, nel luogo-ponte che ci collega all’anima, nel luogo dove si indicano le forme delle cose prima che esse abbiano a nascere.
    Non ho idea se organizzazioni o associazioni che ci governano appartengano o no a sette mondiali del potere nero. Sicuramente ovunque c’è troppo potere materiale e assistiamo alla morte della coscienza ma, personalmente, mi sono sempre tenuta alla larga da queste forme oscure. La mia lotta contro la destra estremista mondiale si allinea probabilmente a una grande lotta combattuta in modi diversi nel mondo contro chi attacca la luce nelle sue forme.
    L’angelo rappresenta probabilmente un simbolo della lotta contro le tre forme del male, materiale, intellettuale e morale.
    Finché la miseria esisterà, finché esisteranno l’ignoranza, la prevaricazione, la guerra..potremo dire che esiste il male. Finché noi esisteremo, sappiamo per certo che esisterà qualcuno che, a suo modo, cercherà di combatterlo.
    Già preservarci dalla contaminazione è un modo per aumentare la luce nel mondo
    Ti saluto ringraziandoti della tua lettera
    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 1, 2011 @ 12:55 pm | Rispondi


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