Nuovo Masada

novembre 17, 2009

MASADA n° 1033. 17-11-2009. JUNG 1- PSICOANALISI. LEZIONE 6-7

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Questa lezione fa parte di un corso tenuto a Bologna dalla prof. Viviana Vivarelli ed è estratta da un libro della stessa su Jung dal titolo: LO SPECCHIO PIU’ CHIARO.

IL MITO DI EDIPO E DI EROS – GLI ARCHETIPI DI PADRE E MADRE – APPARIZIONE DELLA COSCIENZA: L’IO MOLTEPLICE – DUALISMO DIVINO – APPARIZIONE DELL’OMBRA : L’EREMITA

LE FIGURE PARENTALI – IMMAGINI STORICHE E IMMAGINI INCONSCE

Ed Egli disse: “Lascia tuo padre e tua madre e vieni via con me...”
(Dal Vangelo)

Per riscoprire la sua umanità, dovette liberarsi dai legami e mettersi in cammino
( Bruce Chatwin)

Dovetti viaggiare, sviare gli incantesimi che si affollavano sul mio cervello”
(Rimbaud)

Freud riferisce tutto a un livello istintuale, dominato dal principio del piacere. La pulsione desiderante si deve confrontare con un principio di realtà che deriva dal mondo sociale, dalla famiglia o dall’ambiente, e che può opporsi alla realizzazione del desiderio, così che l’io dovrà mediare tra le due istanze.
Per Jung, invece, l’uomo si pone tra due assoluti: gli istinti e gli archetipi, un luogo materiale e un luogo spirituali, due topos distinti anche se comunicanti.

Se usiamo lo schema della Blavatsky, vediamo che Freud è focalizzato sui primi tre chakra: radicamento e autoasserzione, pulsioni sessuali e istinto del potere. Jung invece si orienta sui tre chakra alti: simbolismo e comunicazione, medianità e spiritualità. Roberto Assagioli, psichiatra e teosofo fondatore della psicosintesi, si concentrerà sul chakra intermedio: affettività e cuore.
Questa scelta dipende da ciò che siamo e da ciò che vogliamo.
L’uomo è un cercatore di assoluto, ma ogni assoluto richiama a una soddisfazione totale che è di per sé inesistente, perciò lascia lo spasmo inesausto della mancanza.
Il realismo di Jung sta nel riconoscere il limite della natura umana contro l’insaziabilità della pulsione; l’uomo è limitato ma aspira all’infinito.
Evoluzione sarà attuare il progresso del desiderio trasmutandolo in spirito in una scala ascendente verso l’assoluto, come nella teoria platonica.
La discrasia tra limite e assoluto è fondamentale. L’uomo deve riconoscere il suo limite altrimenti cade nella megalomania ma ha tutto il diritto di aspirare a qualcosa che lo sovrasta, a trascendere se stesso.

Ogni tensione umana può essere rappresentata da un MITO. Il mito è la metafora narrativa con cui nella storia dei popoli la psiche universale proietta se stessa.
La psicoanalisi si avvale spesso dei miti per descrivere specifiche patologie. E ogni uomo può trovare il mito o la fiaba o il personaggio storico o di fantasia in cui rispecchiarsi.
La mia nipotina di due anni, da quando è arrivato il fratellino, non fa che guardare l cartone anima di Bambi; è una favola triste in cui muore la mamma, e può darsi che la bambina proietti nella favola il suo dolore per una mamma che è presente ma si occupa costantemente del fratellino e dunque è morta per lei; sempre nella fiaba Bambi è in pericolo ma il padre lo salva, dunque la bambina si sente insicura perché la mamma le dedica meno tempo e rafforza la figura paterna.
La favola che io preferivo da piccola era ‘La sirenetta’, in cui si rappresentava l’amore impossibile tra due creature diverse, una del mare e l’altra della terra, e in cui la protagonista, per adattarsi all’incontro col principe, sacrificava la sua dove migliore, la sua voce, per avere delle gambe. Questo significava il sacrificio che io dovevo fare della mia natura per essere riconosciuta dal padre. Più tardi ho scoperto che questo sacrificio era un po’ lo schema della mi avita per essere accettata da un mondo maschile che non apprezzava le mie doti e mi costringeva a nasconderle. Anche La sirenetta è la rappresentazione di un dolore, peraltro molto diffuso nel mondo femminile, di quelle donne che devono contrarre o alterare la loro natura per poter avere una difficile convivenza col maschile.
Allo stesso modo ognuno di noi può identificarsi in un mito, un personaggio storico, una favola, un film, un personaggio dello spettacolo, che sente vicino.
Quello rappresenta, in qualche modo, la sua vicenda esistenziale. Per cui a volte la guarigione da una condizione troppo dolorosa del vivere può comportare il passaggio da un mito a un altro.

Di miti biblici è formata la cultura di Freud. Di miti universali quella di Jung.
Se Freud si appoggia al mito di Edipo, per Jung occorre il mito di Eros.

Una leggenda greca narra che Edipo era figlio di Laio e di Giocasta, re e regina di Tebe. L’oracolo di Apollo aveva predetto al re che avrebbe avuto un figlio che lo avrebbe ucciso, giacendo poi con la madre. Spaventato, Laio cercò di non unirsi a sua moglie ma una notte si ubriacò, giacque con lei e nacque un bambino; il re, spaventato dalla predizione, ordinò che gli fossero trafitti i piedi (Edipo vuol dire ’piedi gonfi’) e fosse esposto su un monte fino alla morte. Ma il bambino non morì e fu raccolto dalla regina di Corinto che lo allevò come suo figlio. Quando Edipo fu adulto, di nuovo l’oracolo parlò, dicendo che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Edipo, credendosi figlio dei re di Corinto, fuggì dalla città. In una stretta gola montana il suo carro si scontrò col carro di uno straniero che veniva in senso opposto; era guidato dal suo vero padre ma lui non lo sapeva. Scoppiò una disputa su chi doveva passare per primo. I due estrassero la spada e Edipo uccise lo straniero. Senza saperlo, aveva ucciso suo padre. Giunse presso Tebe e alle porte della città c’era un mostro a forma di sfinge che sottoponeva ogni passante ad un indovinello e, se non lo risolveva, lo divorava. Edipo riuscì a trovare la soluzione. Il mostro se ne andò e Tebe fu liberata da questa sciagura. La città era in lutto perché era giunta notizia che il re era morto, ma festeggiò Edipo come vincitore della Sfinge e, per premiarlo, gli dette la regina Giocasta in sposa. Così anche la seconda parte dell’oracolo si avverò e Edipo sposò, senza saperlo, la propria madre. Divenne re di Tebe ed ebbe due figli. Ma una terribile peste colpì la città. Si interrogò l’indovino, il quale dapprima non voleva parlare, poi rivelò che, se la città era colpita dalla peste, la colpa era di Edipo che aveva commesso i due più grandi crimini dell’anima: parricidio e incesto. Edipo, atterrito da ciò che aveva fatto, si cavò gli occhi con le sue stesse mani e fuggì, cieco, in esilio a Colono.

Questo è il mito che rappresenta la particolare sindrome di Freud, il desiderio che aveva provato da bambino di essere lui il marito della propria giovane madre e di far fuori il padre. Freud prende questo suo sogno personale e lo fa diventare uno schema valido per ogni uomo, per cui, secondo Freud, ogni bambino è affetto dal complesso di Edipo e vorrebbe destituire il padre e sposare la madre. Nel triangolo edipico, il bambino prova sentimenti ambivalenti. Questi sentimenti si acutizzano dai 3 ai 5 anni, quando la rivalità del bambino verso il padre urta con l’amore che egli ha comunque per lui, poi cadono in una sorta di latenza fino all’adolescenza quando il maschio incorpora le valenze paterne e riversa la propria libido (ovvero il proprio desiderio sessuale) su una partner femminile esterna alla famiglia.

Freud presenta anche un complesso per la figlia femmina nel suo rapporto col padre e nella sua rivalità con la madre, il complesso di Giocasta, che non ha avuto molta fortuna.
Giocasta era la madre e sposa di Edipo, e questo complesso indicherebbe un amore eccessivo della madre per il proprio figlio maschio.

Il mito rappresenta una configurazione psichica distesa a livello narrativo.
Ogni uomo è vissuto da un mito, una trama che lo sostiene, per cui qualche volta guarire significa sostituire un mito a un altro migliore per vivere.
Il mito è eterno, come la psiche universale, si ripresenta invariato, e riaffiora, quando le circostanze lo richiedono, nella psiche di ognuno, a suo modo. E’ archetipico.
Un mito che si attaglia meglio a Jung è invece il mito platonico di Eros.

Narra Platone che il desiderio è un dio, Eros, figlio di Povertà e ricchezza, dunque come l’uomo, limitato ma spinto a superare il limite; egli non è povero né ricco e ciò che acquista gli sfugge di mano. Allo stesso modo non è sapiente né ignorante, infatti un dio non desidera essere sapiente perché lo è già e se fosse ignorante non vorrebbe la sapienza, perché chi immerso nel buio dell’ignoranza non sente le proprie mancanze e non pensa a migliorarsi. Eros, amore, è invece come chi sta tra gli ignoranti e gli dei, non sa ma vorrebbe sapere.
Amore non è bello né brutto, non ha Bellezza ma desidera averla, non è mortale né immortale, ora germoglia e ora vive, ora muore e ora resuscita. Eros è Amore, ed è amore della Bellezza e la Bellezza, per Platone, è la Conoscenza. “E’ cos’è quell’atto desioso, quella tensione viva dell’animo che si chiama Amore? E’ tendenza al possesso perpetuo del Bene ed è esigenza a procreare nel Bello, sia secondo il corpo che secondo l’anima”. Eros vuole possedere per l’eternità il Bene e vuol essere immortale. Cerca dunque la
Bellezza, e prima la cerca in un solo corpo bello, ed è spinto a generare in esso altri corpi belli (figli), poi la cerca in più persone, arrivando a concepire l’IDEA che tutte esse incarnano. Poi cerca la Bellezza nelle anime belle e, unendosi ad esse, genera belle idee, passando dalla generazione materiale a quella spirituale; infine cerca la Bellezza nelle istituzioni, nelle leggi e nelle scienze; da ultimo arriva alla Bellezza nella sua forma pura, la Bellezza perfetta ed immutabile, che supera uomini e popoli e finalmente il Bello splende in lui e lo rende intimamente bello, così che egli può contemplare direttamente la Sapienza e vedere l’Ordine universale su cui si articolano tutte le cose.

Platone è un grandissimo filosofo e parla all’anima degli uomini di ciò che è eterno e assoluto, usando la forme dei miti.
Il mito di Eros parla del desiderio inesausto che può generare brama insaziabile e può diventare spinta per l’evoluzione, crescita per la saggezza.

Vediamo ora questo desiderio assoluto in rapporto ai due archetipi primari del Padre e della Madre, passando dall’istinto sessuale di Freud alla forma archetipica di Jung.
Noi siamo guidati da istinti e archetipi. Per esempio noi abbiamo un istinto materno, che deriva da alcuni ormoni che non sono presenti in tutti e non sono presenti solo nelle donne.
Quando l’istinto funziona, abbiamo dei comportamenti reattivi, automatici, per es. di tenerezza e protezione di fronte a certe caratteristiche dei cuccioli, presenti nella specie umana come in quella di certi animali: testa grossa, occhi grandi, lineamenti rotondi, corpi piccoli ecc. Sono le caratteristiche su cui si fondano i fumetti di Walt Disney che ha creato dei personaggi che riprendono queste caratteristiche infantili, gli occhi grandi, le forme rotonde ecc. Questi elementi sono accattivanti per certi istinti che la natura ha messo in noi affinché i genitori di qualunque specie non uccidano ma proteggano i cuccioli, anche quelli di altre specie. Qui abbiamo la maternità come istinto.
Quando invece si passa all’archetipo, siamo a un livello superiore, la protezione, in cui l’accoglienza e la cura non si hanno solo verso i cuccioli ma verso qualunque creatura bisognosa, per es. i poveri o i popoli del terzo mondo, e l’archetipo ai allarga alla famiglia, la patria, il partito, la chiesa, si universalizza, diventa un ideale che non riguarda più i cuccioli, per cui per es. fu chiamato ‘Grande Madre’ Gandhi o si considera materna la figura di papa Giovanni.
Nella forma dell’archetipo, la Madre può essere individuata con molti simboli: il mare e la Terra come matrici di vita, l’acqua, la casa, la conca, le braccia aperte…
Dunque la madre è allo stesso tempo un istinto biologico e un archetipo dell’anima. Le grandi madri attraversano tute le religioni e costituiscono spesso la prima divinità, quella che nasce da se stessa: Gaia, Rhea, Era, Demetra, Iside, Ishtar, Astante, Kali…
Freud vedeva nella madre solo la prima partner sessuale, per Jung abbiamo molto di più, in quanto noi vogliamo una madre carnale ma anche una madre spirituale. Nel bisogno della madre, corpo ed anima si uniscono come piani confluenti. L’amore non è più, come crede Freud, solo una pulsione biologica, ma è un desiderio complesso che si soddisfa su piani complessi, che parte dall’istinto e si sublima nell’archetipo.
La stessa molteplicità di piani si può attivare in ogni rapporto d’amore, in quanto, con ogni partner, più livelli convergono a una soddisfazione unitaria. Quasi nessuno vuole un rapporto solo carnale o almeno quasi nessuno tra gli umani evoluti. Le corrispondenze che cerchiamo sono in genere molto più ampie, in ragione della nostra complessità.
Riconoscere la pluralità di livelli e di motivazioni rende il vivere più intenso, cangiante e profondo. Noi siamo una moltitudine e il sentimento che attraversa la nostra moltitudine volge a una pienezza totale.
L’uomo è come uno strumento musicale più o meno ricco e, più ha corde per vibrare, più può appagarso a molti livelli. E l’amore dovrebbe toccare molte corde, non solo un desiderio carnale, o è destinato a soccombere, per questo l’amore sopravvive anche alla lontananza, alla malattia, alla vecchiaia, al cambiamento, alla morte.

Freud vive la madre e il padre all’interno delle pulsioni primarie e istintuali, del possesso carnale o dell’antagonismo del potere (secondo e terzo chakra).
Jung cala le due figure biologiche e storiche nella realtà dell’archetipo, nella visione universale dell’energia.
Principio paterno e principio materno rappresentano le due ENERGIE PRIMARIE, inizio della molecola vitale e insieme psichica e spirituale; esprimono due ruoli dell’energia universale, due prototipi o qualità assolute. Un Taoista direbbe che sono i rappresentanti delle due energie fondamentali dello Yin e dello Yang.
Principio paterno e materno sono modi in cui l’energia universale si incarna, e chi evolve dal mero piano materiale riesce a trascendere la finitezza e i limiti dei genitori storici in ragione dell’archetipo che li sovrasta.
I genitori fin da subito noi li soffriamo o li trasvalutiamo, perché su di loro grava una esigenza ideale assoluta.
Nel mondo taoista, il Padre è lo Yang, la forza ‘attiva’ della volontà, che si realizza sul piano dell’azione e dell’etica, è la progettualità del fare e l’eticità della legge.
La Madre invece è lo Yin, la forza ‘ricettiva’ e accogliente, che esprime l’amore, l’affettività e le emozioni; la Madre è la fonte dell’amare e dell’essere amati; rappresenta la relazione e il sentimento.
Ognuno ha il suo campo e il suo ruolo prevalente.
Padre e Madre, per Jung, sono forme dell’energia, da una parte soggetti biologici e storici, dall’altra funzioni dell’Anthropos o GRANDE UOMO primario, che rappresenta la psiche umana universale.
Padre e madre sono le condizioni di partenza, che ci sono capitate o che forse abbiamo scelto in una vita precedente come occasioni da cui iniziare, sono le coordinate di base, i primi condizionamenti e spesso i primi problemi.
Se una di queste figure è assente o carente, o se ingloba l’altra, il figlio riceve un imprinting confuso che condizionerà da una parte la sua legge morale, la condotta e volontà, dall’altra le sue relazioni sessuali, amorose e affettive.
Nel nostro mondo la famiglia è un tessuto sociale spesso disgregato e le separazioni familiari o le assenze o mancanze di uno o di entrambi i genitori sono frequenti, oppure non è detto che ogni genitore, anche quando è presente, lo sia in modo positivo, o incarni in modo equilibrato il suo ruolo, o soddisfi le esigenze del figlio che deve comunque scontrarsi con la sua diversità.
Essere genitori è una fonte di grande responsabilità e l’unica cosa certa è che si sbaglierà per difetto o per eccesso. Dal punto di vista del figlio, il genitore perfetto non esiste. Ancor meno esistono ‘due’ genitori perfetti.
L’unica cosa certa è che, in quanto genitori, non corrisponderemo mai a ciò che un figlio richiede. D’altro lato, un amore eccessivo è deleterio come un amore mancante. Tutto dovrebbe stare nel mezzo. Non si agisce per il nostro piacere o per il piacere del bambino. Educare significa e-ducere, emancipare, rendere autonomi, portare una creatura alla sua completezza, a saper amare, saper agire, essere responsabile di fronte a se stesso e al mondo. I figli non sono giocattoli, né compensazioni a mancanze, ci sono stati affidati perché ne facciamo delle persone integre e complete ma non è un compito facile. Dobbiamo crescerli a loro stessi. Nessuno ci ha preparati a farlo e il fallimento è inevitabile. Del resto la storia ci insegna che i geni più grandi erano orfani.

Il padre dovrebbe insegnare al bambino l’azione, la scelta, il lavoro e l’osservanza della legge; la madre dovrebbe trasmettergli la sensibilità, la giusta relazione, la dolcezza e l’affetto; insieme dovrebbero guidare la sua totalità educando azione e sentimento, volontà e cuore, razionalità e intuizione.
Fin da subito ci saranno delle differenze ambientali e culturali. Una società guerresca insegnerà valori aggressivi, una società pacifica valori di pace. Una società estroversa come quella americana stimolerà le relazioni e il successo materiale, una introversa come quella tibetana, invece, la riflessione e l’evoluzione spirituale. Le differenze tra una cultura e un’altra saranno materiali e formali. Per es. nella cultura giapponese non ci sono manifestazioni di tenerezza fisiche, la madre non accarezza il bambino né lo bacia. Al contrario una cultura mediterranea può esagerare nelle manifestazioni fisiche di affettuosità verso i figli, anche quando sono grandi.
Ma in linea di massima i valori che discendono da padre e madre dovrebbero essere complementari. La figlia si identifica nei valori femminili della madre, il figlio nei valori maschili del padre, meglio ancora: la nostra parte femminile prende a modello la madre, la nostra parte maschile il padre. Se queste identificazioni sono mancanti (ma vediamo bene che stessi genitori producono figli diversi), si possono avere delle difficoltà nello sviluppo delle proprie valenze maschili o femminili e nel loro reciproco rapporto. In genere, poi, ogni figlio vive nel rapporto col genitore di sesso opposto delle dinamiche che tenderà a proiettare sul partner, per cui i nostro rapporti amorosi o sessuali dipenderanno anche dai rapporti che abbiamo avuto con le figure primarie, in un gioco di energie che va molto oltre la sfera sessuale.

Freud fu influenzato fortemente da un padre molto anziano, buono ma severo, da cui trasse i concetti di imperativo morale, colpa e punizione 1) . Grazie alle sue pulsioni, visse l’energia paterna in modo conflittuale, amando il padre e odiandolo allo stesso tempo, e questa ambivalenza irrisolta gli produsse una nevrosi su cui Freud costruì una teoria generale 2). L’identificazione con il padre restò un atto mancato 3) , senza un’emancipazione liberatoria e, quando il padre morì, il quarantenne Freud acutizzò la sua nevrosi, cadendo in una pesante crisi depressiva.

La scuola di Freud si chiama ‘Scuola di Vienna’, quella di Jung ‘Scuola di Zurigo’. Avevano caratteristiche diverse e formarono analisti diversi.
Nella scuola di Vienna, Freud ripropose se stesso come successore del Padre totemico e la sua scuola fu una specie di setta dogmatica di cui egli era il capo o Padre indiscutibile. Nei suoi rapporti amicali Freud ripropose spesso il modulo padre-figlio, vivendo l’amico come un figlio antagonista, ciò che lui era stato per il padre; questo schema era automatico e inconscio e Freud lo visse più volte con i suoi amici migliori e soprattutto con Jung. La relazione di amore-rivalità che Freud riviveva ogni volta col suo amico più caro ripeteva in modo ossessivo la relazione che il bambino Freud aveva avuto con suo padre.
Probabilmente essa sottintendeva una latente omosessualità, ma nascendo già con questo tarlo, portava inevitabilmente a rotture rovinose.

La madre di Freud era molto giovane, dolce e affettuosa, ma senza potere, così nel suo immaginario la donna fu sempre un referente sessuale debole e subordinato.
Per Jung invece la madre era la figura forte di famiglia, il padre era un soggetto marginale di cui si liberò. I suoi condizionamenti vennero dalla forte e complessa figura materna, la cui duplicità lo affascinava e spaventava. La madre gli appariva come un’immagine potentemente contraddittoria, insieme protettiva e minacciosa, una figura iniziatica che gli indicò una dimensione alternativa.
Il padre non contò molto per la formazione della sua personalità e, quando morì, Jung non provò molto dolore, occupò la sua camera e ne prese tranquillamente il posto nella conduzione domestica.

La scuola di Vienna di Freud somigliava a un gruppo patriarcale, basato sulla gerarchia e il potere autoritario. La scuola di Zurigo di Jung era più libera e aperta, ripetendo l’accoglienza e l’ospitalità che la madre dava ai suoi ospiti. La stessa atmosfera si viveva nei famosi incontri di Eranos.
Eranos, nel mondo greco, indicava i banchetti con discussione filosofica, e questi incontro conviviali furono magnifiche occasioni di scambio culturale, che si ebbero dal ‘49 al ‘78 in una bella villa di Ascona, con cadenza annuale, in modo interdisciplinare e internazionale, con la partecipazione di personalità illustri della grande cultura europea. Vi parteciparono intellettuali di discipline diverse (religioni comparate, sinologia, islamistica, egittologia, indologia, chimica, biologia, astronomia, mitologia comparata, misticismo, buddhismo zen, letteratura, filosofia, scienze politiche, psicologia), che condividevano tutti un orientamento spiritualista.

Le riunioni di Jung coi suoi analisti erano di martedì, quelle di Freud nella sua scuola erano di mercoledì.

Freud e Jung vissero sentimenti ambivalenti riferiti a un genitore diverso, producendo quadri di riferimento polari che coinvolsero l’archetipo. Ambedue trasvalutarono il genitore ‘forte’ in potenti figure simboliche. Freud proiettò il padre Jacob nel grande Padre Totemico che dominava il clan primitivo. Jung vide, dietro la duplicità della madre la figura, arcaica e profonda, della grande Madre Terra, madre diurna, amorevole e protettiva, e madre notturna, occulta e inquietante.
L’archetipo ha sempre due facce polari, e, nelle due immagini del materno, Jung trasferì la fata e la strega, la donna che accoglie, nutre e protegge e la donna che sconcerta per la sua estraneità e distrugge.
Ritroviamo, nelle favole, nei miti, nelle saghe, questo doppio mitico femminile: la donna angelicata che attrae l’uomo, portando pace, amore e fecondità, e la strega vampirica, succhiatrice di vita, che crea abbandono e terrore, degenerazione e morte.
Nei sintomi nevrotici o nei sogni straordinari, le due immagini estreme si presentano in modo forte, e molte difficoltà nel rapporto di coppia possono derivare dall’insorgere dei due lati estremi dell’archetipo. Per cui molte sono le possibilità dell’essere madre o donna: remota o accogliente, punitiva o protettiva, severa o dolce, anaffettiva o amorosa, assente o intima, desiderata o temuta. Può essere dunque che nel rapporto di coppia uno cerchi l’angelo e trovi la strega o cerchi la remissiva e trovi il despota. Può darsi anche che noi troviamo alla fine ciò che proiettiamo, la parte oscura di noi, quella non riconosciuta, affinché, oggettivandola, possiamo prendere contatto col problema che essa rappresenta.

Secondo Jung, ogni nostra esperienza sta tra la terra dell’istinto e il cielo dell’archetipo, e così avviene per l’esperienza primaria familiare.
Noi discendiamo da due genitori in carne ed ossa ma nello stesso da due figure mitiche che sono i nostri primi dei. La loro energia crea un Olimpo simbolico in cui tracciamo i primi passi. Da una parte essi sono due figure contingenti e umane, dall’altra attingono a una realtà ideale che suscita in noi la grandiosità del desiderio e del rifiuto, scatenando lotte psichiche gigantesche.
I nostri genitori potenziali sono dunque quattro: le due figure concrete da cui siamo nati nella materia e le due figure dell’immaginario da cui pure nasciamo nello spirito.
Il padre freudiano di ‘Totem e Tabu’, il Grande Capo del Branco che possiede le donne e tiene il potere, è una immagine mitica, che non corrisponde certo a Jacob Freud, è una figura protostorica, prodotta dalla psiche di Freud che raccoglie in sé i conflitti e i terrori della specie. Similmente, dietro la madre di Jung traspare il mito della Grande Madre Terra, collegata ai culti sotterranei e alla conoscenza del profondo, divinità insieme protettiva e inquietante, transvalutazione archetipica del divino materno, presente in tutte le religioni.
Le immagini parentali sono i materiali di base, fisici e psichici, oggettivi e soggettivi, su cui si costruisce la personalità del figlio, il quale elabora non solo il materiale storico che viene dal vissuto concreto, ma anche il materiale dell’immaginario, qui immaginario non vuol dire fantasia o immaginazione, ma contatto con l’inconscio e i suoi archetipi. Il grande immaginario proviene dalla memoria della specie, e qui troviamo il Padre e la Madre divini, come grandi indicatori energetici 4).
La storia trascorre nel tempo, ma gli ARCHETIPI restano eterni in un luogo che è fuori dal tempo e dallo spazio, anche se ne ritroviamo i simboli e i miti in ogni tempo e spazio. Gli archetipi sono le grandi immagini presenti da sempre dall’inconscio collettivo, come se esistesse una umanità ideale dal cui seno promanano con stessi requisiti tutti i popoli e tutti gli uomini.
Come l’uomo trae dalla sua natura materiale gli istinti, uguali per tutta la specie, così trova nella sua psiche l’accesso agli archetipi, come moduli psichici ereditari, primari, antichissimi, che possiede fin dalla nascita, MODELLI DELL’ENERGIA, forme innate della psiche, così come gli istinti sono forme innate del corpo 5) .
Si esce così dallo psichico individuale per entrare in una dimensione transpersonale, in un orizzonte più ampio, proprio della specie.
Quello che il modello istintivo di comportamento è per il corpo, lo è l’archetipo per la psiche, una forza che si attiva in un certo modo quando si creano le condizioni giuste, come uno schema ereditato pronto per l’uso, che emerge a livello biologico (istinto) o a livello psichico (archetipo), al momento opportuno, per dirigere il nostro comportamento. Noi non apprendiamo questi schemi di comportamento, essi sono già in noi, nel DNA, anche se a livello inconscio, sono in dotazione, non sappiamo esattamente cosa siano ma ne vediamo gli effetti e possiamo prevederne gli sviluppi. Quando Jung vedeva apparire uno di questi schemi comportamentali, capiva dove andava a finire, perché esso ha sempre un decorso fisso. Se per esempio capiva che il paziente vedeva in lui il grande Padre salvico, sapeva che quella era una energia di cui il paziente aveva bisogno ma che doveva armonizzare perché non lo divorasse.
L’istinto come l’archetipo ha sempre due facce, due polarità estreme e va usato bene, senza eccessi o difetti. Ma, essendo una via dell’energia e dunque della vita, elaborarlo significa suscitare vita e far evolvere l’essere umano.
Gli archetipi rappresentano la realtà originaria della vita, che viene prima dell’esperienza concreta e la guida e modella, sono idee matrici che condizionano il fenomeno, forme ideali che si attivano nell’esperienza concreta.
I genitori in carne e ossa evocano l’archetipo corrispondente 6) , e le emozioni che esso suscita ci condizioneranno nella valutazione dei fatti.

L’archetipo ha sempre due aspetti. In base a questa duplicità, un genitore è molto più di ciò che un figlio dice di lui, o molto meno. Se volete conoscere una persona non interrogate suo figlio perché la sua visione è distorta, egli non parlerà mai del genitore reale in modo obiettivo ma sarà invaso e agito da immagini inconsce 7). Il ‘padre archetipico ’ è “il rappresentante dello spirito, la cui funzione è quella di opporsi alla pura istintualità “; la ‘madre archetipica’ è la forza primaria che rappresenta la fecondità, l’accoglienza e la protezione cosmica.
Nella psiche non si può separare i genitori archetipici da quelli concreti. Perciò incolpiamo questi ultimi di non soddisfare pienamente il nostro bisogno di assoluto. Abbiamo uno spasmodico bisogno d’anima, che non potrà mai essere soddisfatto da persone o cose limitate e fallibili. L’uomo conosce l’infinito per deprivazione e mancanza, non come appagamento, perché non esiste, in questo mondo limitato, alcun appagamento a un desiderio infinito.
Siamo creature limitate nelle nostre possibilità, ma illimitate nei nostri desideri e bisogni, e ciò dovrebbe essere stimolo per una via graduale di evoluzione, dove ogni passo è fondamentale ma non è mai quello conclusivo o esaustivo.
Il fine dell’anima non è raggiungibile nella materia, e non se ne può incolpare di questo la materia. E tuttavia noi viviamo il desiderio e il bisogno come un diritto assoluto. Per questo l’imperioso bisogno del bambino che i genitori siano divinità assolutamente buone sarà deluso in modo necessario, ed è giusto che sia così, nessuno dovrebbe incolpare i genitori di aver tradito il suo ideale, in quanto l’ideale li oltrepassa, trascende la loro limitatezza, come trascende ogni relazione d’amore ed ogni via di possesso di questa terra.
La materia è destinata a deludere perché è relativa e finita, perciò non potrà mai contenere o soddisfare il desiderio infinito nato dall’anima, che è sempre bisogno di assoluto. L’assoluto non può soddisfarsi nel relativo, sono due ordini di grandezza incommensurabili, l’uno non si relaziona all’altro.
Se l’uomo capisse questo, non graverebbe ogni partner di richieste infinite e forse troverebbe più facile soddisfarsi di quello che ha.
Come diceva un poeta: “Io voglio te, perché è più semplice che abbracciare l’umanità intera che sarebbe necessaria a sostituirti”. Bellissimo, ma improponibile.
Nella relazione (col padre o la madre o il partner) ci sarà una certa misura inevitabile di insoddisfazione, che è fisiologica; se riuscissimo ad accettarla, se riuscissimo a relativizzare il nostro bisogno di assoluto e ad essere più realisti e saggi, diventeremmo più maturi e sereni, uscendo da quelle velleità infantili che spesso ci opprimono tutta la vita.
L’aspirazione all’infinito non deve riguardare ciò che riceviamo, ma ciò che possiamo dare o fare, come sprone senza cadere in esasperazioni anche nei riguardi di noi stessi. E’ su di noi che si misura l’infinito, non sull’altro. Ma già prendere atto che il desiderio può essere insaziabile ma la realtà è quella che è dovrebbe costituire una presa di realtà più forte contro le nostre velleità insoddisfatte.
Raggiungere un più evoluto Principio di Realtà dovrebbe essere la prima conseguenza di una riflessione che distingue desiderio da esaudimento. L’ostacolo al conseguimento della felicità deve essere un incentivo, non un blocco storico; la difficoltà a essere felici nasce dalla complessità dei livelli dell’essere, ma il limite deve diventare uno sprone metafisico per ciò che possiamo dare, non ricevere.
Possiamo acquisire un senso maggiore di realtà quando riusciamo a comprendere che siamo sospesi tra più livelli, come creature materiali ma anche spirituali, individuali ma anche universali, calati nello spazio e nel tempo ma anche capaci di esistere oltre lo spazio e il tempo. Solo così possiamo riconoscere la vera realtà del bisogno e proiettarla oltre l’oggetto. L’ideale può solo spostarsi in avanti, come nel mito platonico, in un progressivo scavalcamento del limite, passando dal particolare all’universale, dal materiale allo spirituale, in una scala di Realtà sempre più ampia e astratta.
E’ specifico della dimensione terrena sottostare alla realtà ideale. Sono due ordini di valori distanti, gradini lontanissimi in una scala di qualità.
Il luogo empirico non può che essere imperfetto e serve solo a spingere avanti le nostre aspettative di perfezione. Ogni volta che ci confronteremo col limite storico, una parte di noi non lo accetterà e dovremo lavorare si questo continuamente. Jung diceva: “Per tutta la vita ho dovuto combattere col mio infantilismo”.
L’infantilismo si perpetua quando, crescendo, non prendiamo atto dei fatti, non li distinguiamo dall’illusione, e continuiamo ad avanzare pretese ingiustificate in quanto esse non potranno mai essere soddisfatte. Proiettare sull’altro l’infinito e aspettarsi dalle sue limitazioni soddisfazioni infinite è infantile e porterà solo delusioni infinite. Molti sono infelici non per le cause concrete del loro vivere ma perché non riescono a cambiarne nemmeno i dettagli, nell’attesa inutile di realizzazioni che non esisteranno mai.
Spesso siamo pozzi senza fondo che pretendono l’assoluto da ciò che è limitato in una insoddisfazione senza fine, mentre potremmo relativizzare l’altro o la situazione ambientale e modificarne qualche parte marginale per una migliore vivibilità, riversando la nostra energia su altre vie di soddisfazione ideale o materiale.
Il 90% dei casi presentati agli analisti riguarda le crisi col partner, che a loro volta hanno dietro le vecchie crisi genitoriali, come se in queste situazioni conflittuali di insicurezza e insoddisfazione, si focalizzasse tutta l’energia del paziente, che diventa incapace di vivere la sua vita su fronti diversi, tirando fuori i suoi talenti, esplicando le sue facoltà, realizzando la sua natura. La prima cosa che Jung faceva era di rivolgere l’energia dei pazienti verso nuove attività: cura un giardino, gli diceva, segui il tuo hobby, scolpisci, dipingi, crea. Quello che il soggetto non capisce è che lo scopo della sua vita non è essere soddisfatto da un partner, ma realizzare tutto quello che egli è e questo lo può fare in molti modo, seguendo le proprie doti naturali e la soddisfazione che se ne prova è tale da relativizzare il rapporto incompleto o insoddisfacente col partner. Allargare la propria coscienza e aumentare i propri punti di sicurezza e realizzazione cambia tutto il quadro e permette al soggetto di crescere in se stesso uscendo dal giro vizioso delle proprie insoddisfazioni affettive. Ma accade anche che, come cambia lui, cambia spesso anche il quadro relazionale.
Dobbiamo accettare che il desiderio sia infinito ma l’oggetto insufficiente. Siamo creatura potenzialmente illimitate ma legate nei fatti e nelle possibilità concrete. Siamo esseri complessi e dobbiamo riconoscere la nostra complessità, non come una causa di disperazione ma come uno stimolo di crescita.
Una curiosa poesia sottolinea la differenza tra ciò che vorremmo e ciò che riceviamo, come occasione di evoluzione:

Chiesi a Dio di essere forte
per eseguire progetti grandiosi
ed Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà
Domandai a Dio che mi desse la salute
per realizzare grandi imprese
Ed Egli mi ha dato il dolore per comprendere meglio
Gli domandai la ricchezza per possedere tutto
E mi ha lasciato povero per non essere egoista
Gli domandai il potere perché gli uomini
avessero bisogno di me
Ed Egli mi ha dato l’umiliazione

perché io avessi bisogno di loro
Domandai a Dio tutto per godere la vita
E mi ha lasciato la vita
Perché io potessi essere contento di tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno
e quasi contro la mia volontà.
Le preghiere che non feci furono esaudite
Sii lodato, o mio Signore. Fra tutti gli uomini

Nessuno possiede più di quello che io ho” 8 )
.
Può sorgere dall’anima un bisogno possente o una grande immagine-guida. Ma non esiste sulla terra nulla di donato in cui tale bisogno o tale immagine possa incarnarsi interamente. Tuttavia è proprio questo divario che alimenta lo slancio. La grandiosità del desiderio manifesta la forza vitale. Se ci fosse qualcosa di facile, di esterno e concesso, in cui il desiderio si soddisfi interamente, la spinta vitale si esaurirebbe e con essa l’evoluzione. Vivere significa bramare, essere mancanti e dunque cercare. La mancanza è la molla della vita. Tutto si origina con la cacciata dall’Eden perché: “…fuori, la Terra Promessa non c’era” . 9)
Se il bisogno di donna si soddisfacesse interamente nella prima madre, nessun uomo cercherebbe altra compagna che la madre e non uscirebbe mai dal nido materno. Se il bisogno di ideale si soddisfacesse interamente nel primo oggetto che troviamo, nessuna persona cercherebbe un compito, un Dio, un qualcosa di superiore. Il bisogno di amore è enormemente superiore all’amore realizzabile. L’insoddisfazione porterà al mutamento, all’espressione dell’energia oltre ‘quel rapporto ’ o ‘quell’oggetto ’, col lavoro o la creazione o la volontà, o farà cercare nel rapporto stesso un livello superiore di manifestazione e di compensazione. Il fine è capirsi oltre l’amore, perché nell’amore terreno l’amore ideale fatalmente fa naufragio. Il bisogno è infinito, l’oggetto limitato. Questo può portare l’io oltre l’oggetto o verso la sublimazione dell’esperienza. La bellezza della vita è proprio nello spingersi sempre al di là, affinché l’energia che è in noi allarghi i suoi confini o migliori la sua qualità espressiva. Se il partner non ci soddisfa pienamente, ciò è fisiologico. Nel mito, Eros non cerca un altro partner ma solleva il suo desiderio oltre l’unione sessuale, a oggetti più alti, in primo luogo la conoscenza.
L’uomo che crede materialmente di soddisfare nella materia l’immensità del suo bisogno è votato all’insuccesso. La vita dà lo slancio totale ma non il pieno e duraturo conseguimento; la pulsione spinge l’uomo ad altra evoluzione. Ogni sazietà parziale è negativa perché significa un arresto, la pulsione deve perciò restare in parte inesausta, affinché si guardi oltre la realtà immediata, senza perdere lo slancio. Oppure si può sublimare la tensione crescendo nell’interiorità, cambiando il modo di sperimentare la vita, elevando o approfondendo l’esperienza. Ma è bene sapere che dietro le figure storiche ci saranno quelle archetipiche, che dietro il contingente ci sarà l’Universale, così da distinguere la realtà concreta dal bisogno. Solo questo può farci uscire dalle illusioni o dalle velleità.

Quando la mia amica Licia si è ammalata per la seconda volta di leucemia ed è stata di nuovo nelle torture della chemioterapia, ha detto che la cosa che più le mancava in ospedale era ‘la mamma!’, quella mamma che ha perduto a 12 anni. Nel momento grave della sofferenza ognuno ha bisogno di qualcosa di caldo e accogliente che protegga e dia conforto. Se Licia avesse avuto una madre come la mia, una povera madre anaffettiva, avrebbe avuto sì una madre ma non certo ‘quella madre archetipica’ di cui desiderava tanto la presenza. L’energia si personalizza in una figura immaginaria dotata di perfezione.

Distinguere il bisogno dalla soddisfazione possibile è il primo passo di una ‘VIA DI REALTA’. Ogni uomo ha in sé grandi immagini ideali che gli fanno da guida, perdere l’illusione non significa diventare più poveri ma diventare più consapevoli. Perdere l’illusione della materia limitata può farci capire l’assolutezza dell’ideale; l’ideale non è utopico, è esattamente ciò che deve essere per trarre l’uomo in alto. “E’ impossibile, ma tenterò”, dice Padre Brown. La materia è parte del tutto, non fine dell’essere. I piani sono molti e si sviluppano verso l’alto; non ha senso diventare scettici solo perché l’ideale non s’incarna nel primo gradino; con maggiore senso della realtà possiamo salvare l’ideale e tendere ad esso, ma occorrerà allargare lo sguardo. Dobbiamo essere lieti che l’ideale esista e che, intuendolo, possiamo farlo nostro e realizzarlo ‘in parte’. Questa parte è gloriosa, ma l’ideale non è un oggetto da possedere bensì uno stimolo da realizzare e il non realizzato è la nostra spinta ulteriore.

Jung postula l’esistenza di modelli o strutture che non vengono né dal vissuto storico né dall’immaginario ma che appartengono alla memoria della specie, come un DNA psichico, che non solo ci guida ma spesso travalica i limiti del possibile terreno.

Noi siamo il risultato della nostra esperienza esterna, della nostra esperienza interna, e dell’esperienza collettiva che l’energia sta facendo con se stessa. La prima si contatta col mondo visibile fuori di noi, la seconda con un mondo altrettanto reale ma invisibile dentro di noi, la terza con l’energia stessa che guida l’umanità. Le tre esperienze sono: l’IO, l’ANIMA, l’INCONSCIO COLLETTIVO.
Ci arrivano più messaggi: dalla storia che ci scorre fuori, dalla storia interna che ci portiamo dentro e dal senso che fluisce da una dimensione parallela superiore; un livello individuale, uno collettivo, uno spirituale, in cui, mentre viviamo, la mente del mondo riflette su se stessa, perché noi non siamo solo la nostra storia, siamo anche la storia dello Spirito, sospesi tra una realtà finita, storica e spazio-temporale e una realtà inconscia fuori dallo spazio-tempo e in fondo infinita.

APPARIZIONE DELLA COSCIENZA – L’IO MOLTEPLICE

Vidi nella notte un piccolo Adamo e una piccola Eva./ E una voce disse: “Questo è l’UNO e questo è il DUE.”/ Poi un serpente guizzò come un fulmine tra le due figure, comprendendole entrambe”/ E la voce disse: ” Ma non è l’UNO e non è il DUE./ E’ il TRE, e il TRE è il serpente” . 10)
(V)

Noi siamo il nostro spettacolo, ma siamo un intermezzo, l’opera vera non sta lì”.
(Fernando Pessoa)

All’età di nove anni, Jung vede la nascita di una sorellina, debole di salute, che morirà alle soglie dell’età adulta. Jung bambino è spesso solo, gli manca moltissimo la compagnia di coetanei, ma quando va a scuola scopre di essere molto più avanti degli altri e si annoia. A 11 anni frequenta il ginnasio di Basilea, è un ragazzo solitario e riservato, senza amici.
Quando andai a scuola, da principio fui molto contento di avere dei compagni di gioco, perché prima ero sempre molto solo. Stavamo in campagna e non avevo né fratelli né sorelle. Mia sorella nacque molto più tardi, quando avevo nove anni, perciò mi ero abituato a stare da solo, ma mi mancava la compagnia e a scuola era bellissimo avere dei compagni. Ma ben presto.. in una scuola rurale io ero molto più avanti degli altri e cominciai ad annoiarmi” . 11)
Tra i coetanei il bambino Jung si scopre povero e diverso. Il prezzo della diversità è il disagio, anche quando si è diversi per originalità e intelligenza. Da una parte egli sente il bisogno dell’accettazione, dall’altra la spinta a essere se stesso. Dal divario discende la sottile sofferenza dell’anima alienata che si sente costretta a essere ciò che non è. Questo trauma da non-inserimento gli produrrà una piccola NEVROSI 129, urto non risolto di due correnti psichiche opposte, il ragazzo Jung desidera integrarsi ma nello stesso tempo sente la difficoltà di questa integrazione.
La nevrosi scatta quando un compagno lo spinge e gli fa battere la testa contro il marciapiede, allora comincia ad avere crisi nervose e svenimenti e così ottiene di stare a casa e di non andare a scuola. Per 6 mesi si rifugia nella malattia, poi sente il padre che si lamenta di questa sua infermità e guarisce di colpo.
Da adulto capisce di aver voluto punire, attraverso sé, i compagni che lo rifiutavano. Freud dice giustamente che la malattia può avere dei vantaggi secondari, l’inconscio può dire: “mi ammalo per punirti” 13) , oppure “mi ammalo per uscire da una situazione spiacevole” o “per attirare l’attenzione”, o anche “mi ammalo per prendermi cura di me stesso perché non so farlo in altri modi”. La nevrosi ovviamente è un atto inconscio, non meditato.

Crescere vuol dire ‘essere’ e il primo passo è LA COSCIENZA DI SE’ o autocoscienza. Normalmente essa si sviluppa gradualmente ma per Jung ragazzo l’illuminazione è improvvisa. Aveva undici anni, racconta, e: “Mentre andavo a scuola mi sembrò di essere emerso da una densa nebbia. Nacqui a me stesso. Potei dire:‘Io sono’. E pensai: ma prima cos’ero? Allora capii che prima ero incapace di differenziare me stesso dagli oggetti. Ero un oggetto tra gli altri”.
Come affiora in lui il senso dell’Io, comprende anche che l’Io non è unitario ma MOLTEPLICE. L’uno è molti. Alcune di queste parti possono essere tracce di vite precedenti e il ragazzo sente di essere stato un personaggio maestoso e importante del 1700 14); da una parte si percepisce come uno scolaretto insicuro, dall’altra come un uomo potente, anziano, con sobri abiti neri, con scarpe con fibbie, parrucca bianca, che va in una grande carrozza nera, un tipo di carrozza del 1700 che egli poi vedrà realmente, riconoscendola. Pensa di appartenere al 1700 e si sente defraudato come se gli avessero sottratto la sua vera vita. Il 1700, del resto, sarà un motivo ricorrente nell’opera di Jung; ci sarà sempre qualcosa, un libro, una casa, un sogno… che lo riportano a quel tempo.
Più tardi la memoria di questo personaggio maestoso si affievolisce per lasciar emergere altre figure, questa volta simboliche, sub-personalità o sovra-personalità, una di queste sarà Filemone, un essere fuori del tempo e dello spazio, che ha la funzione di spirito-guida e da cui Jung riceverà delle vere lezioni.
Più tardi dirà che con la morte finisce la coscienza individuale legata a un corpo e a un destino ma il processo psichico continua perché la coscienza non è legata al cervello 15) o alla materia, tuttavia la sua idea di continuità non comprende la reincarnazione né l’azione che perdura come nel kahrma indiano, quanto una continuità di esperienza in ordine a un ‘compito’ voluto dallo Spirito che si realizza in vite successive.
Ognuno ha molte personalità“, dice Jung. L’organizzazione di una coscienza passa attraverso la complessità di queste parti; tenerle insieme in modo armonico è uno dei nostri compiti. Ognuno deve trovare l’interna armonia, integrando le sue parti in giusto accordo. Quando questa armonia viene a mancare si ha la malattia psichica, per esempio la nevrosi è una dissociazione psichica, e la schizofrenia è una dissociazione ancora più grave che spezza la psiche in modo irreversibile 16).
Lo specchio in cui poniamo la nostra immagine è sfaccettato, non ci dà una forma unitaria, quel che possiamo fare è gestire armonicamente la nostra complessità attorno a un forte centro capace di controllo. “Io sono un baule pieno di gente” , diceva Pessoa 17).
Questo concetto di unificazione e armonia della psiche domina tutto il pensiero di Jung. Dapprima egli elaborerà il concetto dell’io come pluralità contraddittoria, poi chiarirà il concetto di unificazione degli opposti in una grande sintesi pacificatrice.
Occorre aprire la comunicazione di una parte psichica con l’altra. Nei sogni queste parti diventano persone o oggetti o sono rappresentate da familiari e amici che agiscono nel teatro interiore come proiezioni energetiche.
Mentre Freud è il grande medico che cura le pazienti isteriche, considerando la nevrosi una dinamica familiare a base sessuale, Jung dice: “Siamo tutti nevrotici“, cioè abbiamo tutti problemi intrapsichici; la nevrosi non è una patologia d’organo né è per forza un trauma del vissuto ma emerge da una complessità d’anima non orientata, è un disordine energetico.
Armonizzare la psiche, in analisi, significherà incontrare, riconoscere e accogliere anche le nostre parti ombra, cioè portare alla luce gli attori nascosti, che comunque agiscono anche se non li riconosciamo. Quest’opera di unificazione Jung la vive prima come terapia della psiche sofferente e infine come divenire evolutivo e grande sintesi alchemica, unione cosmica degli opposti. Cercherà questa unificazione con l’analisi, la ricerca interiore, il viaggio d’anima, l’esoterismo, l’alchimia…

DUALISMO DIVINO

Un libro che non includa il suo antilibro è considerato incompleto” 18)
(Borges )

Io sono la fiamma e la boscaglia secca / e una parte di me consuma l’altra
(Gibran)

Come il giovane Jung emerge dalla nebbia dell’inconsapevolezza, la sua riflessione si appunta sul carattere sovrumano di Dio e sui problemi metafisici che la fede formalista del padre non gli risolve.
Anche la sua concezione di Dio è duplice. Il ragazzo si pone molte domande. Se l’uomo è buono, perché vuole fare il male? Perché c’è la tentazione? Già nell’Eden Adamo viene tentato, come se Dio avesse creato, con un solo atto, Adamo, l’Eden e il serpente, la legge, la trasgressione e la colpa; ma, se il Male non è una potenza simile al Bene, tuttavia Dio stesso ha fatto esistere il Bene come ha fatto esistere la tentazione, ha voluto la legge come la trasgressione, dunque da Lui viene tutto, il Bene e il Male. Ma allora l’essenza di Dio deve per forza essere più complessa di quanto dice la religione ortodossa. Dio è un essere totale che comprende tutto ciò che si manifesta.

Il problema della tentazione è centrale nel FAUST di Goethe.
Si parla molto di Goethe nella casa di Jung, perché la sua famiglia pensa di discendere da lui, e il Faust è un’opera basilare nella formazione di ogni giovane di lingua tedesca. La madre gli fa conoscere il Faust che diventa il suo testo formativo. Goethe è un profeta che comprende i suoi turbamenti e sa indirizzarlo.
Come Jung aveva intuito una doppia personalità nella madre e in sé, così la duplicità di Dio lo colpisce come un assioma. Mentre il protestantesimo come il cattolicesimo gli trasmettono l’idea di un Dio unilaterale solo buono e giusto, egli intuisce una divinità onnicomprensiva, che crea insieme Bene e Male e tenta le sue creature 19), ma ciò significa che Dio è contraddittorio in quanto possiede una polarità universale.
Intuizioni simili sono alla base della filosofia religiosa cinese, il Taoismo. Duale è il concetto del TAO, per cui l’Essere Universale è l’unione di tutti i contrari, maschio-femmina, luce-tenebre, bene-male… tutto si alterna in poli energetici e la vita è lo scorrimento da un polo all’altro.
In questa visione dell’essere, anche il Male entra nel disegno di Dio, in quanto da lui stesso creato e voluto. L’Yahweh ebraico è al di là del Bene e del Male, è giusto e ingiusto allo stesso tempo; per mettere alla prova Giobbe, lascia che Satana lo aggredisca; il problema di Giobbe è il problema stesso della sofferenza, la perenne domanda umana: com’è possibile che Dio permetta tanto dolore?
Così il tema centrale della psicologia junghiana sarà la constatazione degli opposti e la loro integrazione; non si può pensare di eliminare il Male (Jung parla più precisamente dell’OMBRA) ma si può cercare di elaborare la sua energia trasformandola. “Finché Satana non è reintegrato, il mondo non è risanato né l’uomo redento. Occorre assimilare il Male, la ‘neritudine’, portarla a livello della coscienza”.
Questo vuol dire che non possiamo rimuovere la nostra Ombra per sempre, occorre affrontarla e reintegrarla.
Jung dirà: “Noi tendiamo a identificare la nostra natura materiale con il Male e la nostra natura spirituale con il Bene. Dobbiamo accettare le forze oscure dentro di noi e smettere di proiettarle su oggetti esterni. Quando troppa parte della natura istintiva viene rimossa, essa trabocca”.
Il Male è un’energia, che, se viene rimossa, si vendica. Jung raccontava di un uomo molto poi e stimato che si credeva perfetto, non attribuendosi alcun errore in tutta la sua vita “ma dei suoi figli, il maschio diventò un ladro e la femmina una prostituta. Poiché il padre non voleva riconoscere la sua Ombra, cioè la sua parte di umana imperfezione, i figli furono costretti a esprimere nella loro vita il lato oscuro che il padre aveva ignorato”.
Il Bene e il Male camminano vicini. “Più brillante la luce, più tenebrosa l’Ombra”. E’ realistico prenderne atto.

Jung diceva che, quando nacque Gesù, il dio malevolo Saturno e il dio benevolo Giove erano così vicini da formare una stella sola 20); il Cristo era il nuovo Sé, Bene e Male insieme, purezza e sofferenza uniti.
Le riflessioni su Dio occupano Jung per anni senza che egli ne parli ad alcuno, capisce che pensare Dio come totalità onnicomprensiva può suonare blasfemo ad orecchie ortodosse. Ci vuole un grande atto di coraggio per una intuizione di totalità. Il ragazzo inizialmente la ricaccia indietro finché un giorno essa esplode in una visione grottesca. La cosa avvenne così: ogni giorno il ragazzo andava a scuola passando vicino a una grande cattedrale, bellissima e bianca, perfetta rappresentazione della luce divina, ma un giorno ebbe una terribile allucinazione:
Sopra la cattedrale bellissima contro il cielo azzurro vidi Dio seduto su un trono d’oro, e, di colpo, da Lui, un enorme stronzo cadde sulla cattedrale scintillante e la mandò in mille pezzi”.
L’innominabile pensiero che aveva rimosso era esploso in tutta la sua potenza, il ragazzo si sente liberato e piange di gioia e sollievo. Così Dio si manifesta: Bellezza Infinita insieme a una montagna di sterco, sublime e infimo insieme 21). Il ragazzo sperimenta un mistero terribile, la negatività come l’altro lato di Dio 22). Si sente sollevato e responsabile, come fosse arrivato a un livello superiore di conoscenza, ma non racconterà questa visione a nessuno, vergognandosene, fino ai 65 anni.
Dunque Il giovane Jung compie una grande riflessione su Dio, un lavoro mentale solitario, del resto egli non partecipa alle infinite discussioni teologiche tra i vari preti di famiglia; trova noiosi e tristi questi parenti preti, prigionieri di una mentalità superficiale e sente che sono molto lontani dal mistero del sacro. Per lui l’Energia divina sarà sempre magnifica e terrificante insieme, ‘numinosa’, cioè misteriosa e sovrumana.
Aver coscienza del numinoso significa comprendere non solo la potenza di Dio che sta nel Bene ma anche la potenza di Dio che sta nel Male, cioè cogliere l’infinita contraddittorietà dell’Essere Universale 23, energia della totalità in tutte le sue forme, la cui grandezza sta proprio nell’essere non umano né umanizzabile, in quanto unione di tutti i contrari.
Come l’uomo accetta l’intero fuori di sé, allo stesso modo deve poter contenere la contraddittorietà dentro di sé. La realtà è totale e molteplice. Questo concetto sarà chiave specifica del pensiero junghiano, che, ricordiamolo, è un pensiero filosofico che lo pone a buon diritto nella storia della filosofia occidentale, tra i grandi filosofi del 900.

Il primo modo con cui viviamo la molteplicità è il DUE. Il concetto della duplicità del reale appare molto spesso nella storia del pensiero occidentale, nasce 2500 anni fa alle soglie della filosofia greca con Eraclito, che ispirerà Hegel con la triade dialettica e Marx con la lotta di classe.
In Oriente la cifra DUE è alla base del Taoismo.
L’energia primaria si dualizza nella creazione, ma fra i due poli non c’è antagonismo bensì un movimento fluido e dinamico di complementarità e compensazione.
Il ragazzo Jung intuisce da una parte una realtà conflittuale, dall’altra la possibilità di una integrazione armoniosa. All’inizio vive questo come percezione, poi come meditazione e infine come trasformazione evolutiva. Questi pensieri sono più grandi di lui e lo stordiscono, e, quando la sua mente arriva al massimo, di colpo sboccia in lui “un improvviso spazio interiore, come se una porta si chiudesse ermeticamente su una stanza rumorosa“. “C’era sempre – scrisse – nel mio intimo, la sensazione della presenza di qualcosa di diverso da me stesso, come un soffio che spirasse dal grande mondo delle stelle e dallo spazio infinito, o come uno spirito invisibile, scomparso ma pure eternamente presente. Pensieri di tale sorta erano circondati da un’aureola luminosa.
Questa è metafisica; per quanto Jung ripeta di limitarsi a osservare fatti empirici, tuttavia egli ebbe da sempre pensieri di ordine superiore.
Fin da piccolo aveva la capacità di spostarsi da un livello di realtà a un altro, verso un sapere che non ha più nulla a che fare con le religioni formalistiche, ma apre all’intuizione di un puro Essere che lo sopraffà con visioni di totalità, sollevandolo alle dimensioni imperscrutabili dell’anima.
Allora egli scrive: “Qui vive l’Altro, al quale Dio è noto come un segreto nascosto; qui nulla divide l’uomo da Dio, come se la mente umana potesse mirare la creazione all’unisono con Lui“.
Noi abbiamo chiamato questo Altro col nome di ‘Spirito’.
Tuttavia, per quanto egli senta la spiritualità, non si identifica né con la Chiesa cattolica né con quella protestante e sarà attaccato da entrambe e addirittura screditato come irreligioso. Ma noi sappiamo che il pensiero della realtà ‘numinosa’ non lo abbandona mai. “Qui vive l’Altro”, dice.
E’ ancora un ragazzo ma pensa a una realtà extradimensionale, un superiore livello dell’anima, come al vero se stesso, LA PERSONALITA’ n° 2, più profonda e sapiente.
I suoi compagni di scuola sentono l’anomalia di questo ragazzo più maturo di loro e lo prendono in giro, chiamandolo ‘Padre Abramo’.
La vita di Jung sarà una continua alternanza fra questi due livelli, una continua comunicazione tra la sua parte storica e contingente e l’‘altro da sé, la personalità n° 1 e quella n° 2, la prima determinata e contingente, l’altra sovraordinata e assoluta: “Quando si presentava l’Altro, la personalità n°1 svaniva; quando invece l’Ego dominava la scena, l’uomo antico sembrava lontano e irreale”. “Ciò che ora cominciavo a conoscere come realtà apparteneva a un altro ordine di cose, differente dalla visione del mondo che mi ero fatta…”. “Era semplicemente il mondo di Dio, ordinato a quel modo da Lui e dotato di un significato segreto”.
C’è un altro livello di realtà, un mondo più vasto, in cui imparerà a porsi ogni volta che arriveranno le tempeste della vita. Come scrive Leopardi di fronte alla siepe che gli chiude lo sguardo, “…ma, sedendo e mirando interminati spazi / di là da quella e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete/ io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura. E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando; e mi sovvien l’eterno / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei. Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio; / e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
Una delle mete dell’uomo è proprio la capacità di rapportarsi al livello di una realtà superiore, stato che può soccorrerlo nei momenti di crisi o di dolore.
Jung dirà che, quando uno è colpito dalla pena, deve comportarsi come chi viene colpito da una tempesta in montagna:”Ciò che, a un livello più basso, porta ai più insanabili conflitti ed emozionali irruzioni di panico, ecco che, dai superiori livelli della psiche, appare quale una tempesta nella vallata a chi la osserva dalla cima del monte. Ciò non significa che la tempesta perda la propria realtà, ma semplicemente che, invece di essere coinvolti in essa, ci si trova ad esserne sopra. Ma siamo sempre valle e montagna. Si prova l’emozione, da essa si è scossi e tormentati, ma si è anche consci di una coscienza più alta che sta a guardare e impedisce di divenire tutt’uno con l’emozione, la quale è in grado di dire “Io soffro!” ma anche di vedere da fuori la sofferenza.
Jung intenderà l’analisi non solo come via per eliminare certi disturbi del vivere, ma anche come modo per ampliare la consapevolezza spirituale, aprendo il passaggio ad altre dimensioni dell’essere.

Con l’adolescenza, Jung diventa un bel ragazzo alto e atletico, supera le inibizioni sociali e instaura più facilmente rapporti con gli altri, è simpatico, ha un sorriso luminoso e un grande fascino con le ragazze. Tra i 16 e i 19 anni prende il sopravvento la personalità profana, com’è giusto che sia.
Studia scienze e filosofia, ma a scuola trova solo informazioni aride per la mente razionale, mentre cerca qualcosa che sia una esperienza totale. Vi sono due possibili vie conoscitive: il pensare logico verbalizzato che procede in modo lineare e la percezione intuitiva che si apre a illuminazioni improvvise. Nella prima l’uomo ‘capisce’, nella seconda ‘comprende‘ (cum prehendo= prendo con me), cioè si trasforma.
Il giovane Jung pensa che i massimi problemi esistenziali abbiano a che fare col mondo spirituale che ognuno ha in sé ma di cui non si parla e che non ha nulla a che vedere con la vita ordinaria. A quel mondo si accede con la seconda via.
Jung ha preso dal padre l’interesse per la religione, ma dalla madre l’intuito paranormale, la partecipazione mistica, il senso profondo della totalità, la capacità di aprire altri canali di conoscenza. Unisce la religione tradizionale a quella misterica, la mente sinistra alla destra.

La capacità paranormale lo accompagnerà sempre, come una caratteristica naturale. Un giorno, a un pranzo di nozze, racconta a uno sconosciuto una storia fittizia per esemplificare un concetto, inventando in dettaglio la vita di un personaggio immaginario, ma vede che i presenti manifestano disagio e che il suo interlocutore sbianca, gli diranno poi che ha raccontato per disteso proprio la sua vita. Come la madre, ha la SECONDA VISTA, o Terzo Occhio, un altro livello di consapevolezza, che gli sarà utile nel lavoro di analista, perché gli dà intuizioni sul paziente al di là delle informazioni ordinarie 24). Spesso, come la madre, parla in modo automatico, senza coscienza delle parole che dice, oppure sogna il paziente, i suoi problemi e le possibili soluzioni, prima ancora di incontrarlo. Anche il razionale Jung aveva scoperto che analista e paziente formano una diade telepatica e possono avere gli stessi sogni, concetto che sarà poi affermato dall’analisi sistemica.
La personalità n° 1 e 2 interferiscono con la scelta universitaria, Jung è incerto tra scienza e religione, è affascinato dalla geologia e dall’archeologia, poi decide di fare medicina e si iscrive, con un sussidio perché è povero, all’università di Basilea. Continua la dicotomia tra le due personalità, la n° 1 è insicura e debole, la 2° sembra avere il sapere di chi è già “nato, vissuto e morto”, con una visione totale della vita. “Ogni concepibile espressione di essa sarebbe stata come una pietra, che venisse lanciata oltre il limite del mondo”. “(La personalità n° 2) possedeva significato e continuità storica, in forte contrasto con l’incoerente fortuità della vita della personalità n°1” 25).

APPARIZIONE DELL’OMBRA : L’EREMITA

Vivo, io sono un’ombra minacciata dall’Ombra
Morirò senza aver visto la mia sconfinata dimora”

( Borges)
Una pioggia di scintille per riempire il giorno
Una luce per trovare la strada attraverso la notte
Ecco il nostro compito

(Clarissa Pinkola Estes, “Donne che corrono coi lupi”)

Una notte Jung fa un sogno, che possiamo chiamare ‘il sogno dell’eremita’.
Nei Tarocchi 26) c’è un arcano che mostra un vecchio chiuso nel mantello, che cammina con difficoltà nella tenebra, portando in mano un lume, mentre un’ombra scura lo segue. Gli arcani maggiori dei Tarocchi presentano archetipi, immagini psichiche fondamentali; molti dei loro simboli provengono dai sogni e il sogno dell’eremita si presenta frequentemente. Indica la ricerca di luce che è in ognuno e preannunzia tempi di difficoltà, in cui occorrerà far appello alla luce interiore per non essere soverchiati dalle tenebre. E’ una immagine molto antica.

La mia amica Laura sognò che era avvolta in un mantello e camminava in una notte fredda e scura stringendo una piccola luce nella tasca; con suo grande terrore vide una grande ombra che avanzava verso di lei, ma l’ombra la oltrepassò senza farle del male, così lei poté attraversare un piccolo ponte e andare di là. Il sogno preannunciò chiaramente che un pericolo esterno la sovrastava (poco dopo suo marito si ammalò e per due anni le sue condizioni furono molto gravi). Per quanto questo fosse chiaramente un sogno premonitore, al momento dell’interpretazione io ho taciuto sul pericolo imminente, perché non serve a nulla impaurire l’altro, invece ho sottolineato molto le valenze del ponte e del passaggio verso il nuovo. Il pericolo sarebbe stato superato e la sognatrice sarebbe arrivata a un nuovo livello della sua vita e a una nuova dimensione di coscienza. Il ponte spesso allude a questo attraversamento, che può accompagnarsi al pericolo di una morte esterna o di un forte cambiamento interno, che è anch’esso una piccola morte.

Jung sogna di camminare a fatica avvolto in un mantello nell’oscurità contro un forte vento (anche Cartesio si vede così nei tre sogni profetici riportati all’inizio del Discorso sul Metodo). Jung porta una piccola luce e sente che alle spalle c’é una figura gigantesca che lo segue. Malgrado il terrore, sa che non deve lasciar spegnere la luce. L’uomo che porta la luce è la coscienza, il TELESFORO, il portatore d’anima; la figura minacciosa è l’OMBRA, la parte sconosciuta e terribile dentro di noi, che può essere anche la premonizione di un evento o un pericolo esterno ma è comunque l’ignoto che dobbiamo affrontare. Il compito dell’Io è salvare la coscienza senza dimenticare l’Ombra, da cui provengono i sogni e le visioni. L’Ombra, come il Male, è una energia che va reintegrata. Io ed Ombra sono i due poli tra cui trascorre la vita. L’Io è il limite del territorio conosciuto e controllabile, l’Ombra è l’assoluto ignoto. Il tonal e il nagual, come dice il Don Juan di Castaneda. Così noi ci muoviamo, tra luce ed ombra. L’Ombra rappresenta tutta la nostra precarietà, l’oscuro niente che ci circonda 27) , ciò che non è illuminato ancora dalla coscienza. “Cosa sono gli uomini in fondo? Nascono muti e ciechi come cuccioli e sono dotati di debolissima luce, insufficiente a illuminare l’oscurità nella quale si muovono a tentoni.
Ogni giorno cerchiamo la luce, cerchiamo Dio e l’anima, e non si può farlo né se si è atei né se si è prigionieri di una chiesa formale o nominalista.
Il padre di Jung vuole che il figlio creda senza sperare, ma una religione senza speranza è cieca come una ragione senza fede. Jung cerca qualcosa che impegni l’esperienza ma non riguardi solo l’intelletto né sia una credenza ottusa, vuole qualcosa che impegni tutto l’uomo e produca una trasformazione sensibile dell’energia. Un atto di solo intelletto o di sola fede non bastano, non sono ancora evoluzione. Crescere vuol dire assumere la propria responsabilità totale.
..
NOTE

1 Il Cristianesimo istituzionale si struttura tutto sull’archetipo paterno, mentre quello popolare preferisce il culto mariano, proseguendo gli antichissimi culti della Dea-Madre. L’Ebraismo dell’Antico Testamento è tutto incentrato sul paternalismo autoritario del Dio-Padre. Ugualmente la potenza del Padre è indicata dal primo comandamento cristiano: “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori di me”, dove si assolutezza un assolutismo maschile con la conseguenza di porre una società patriarcale, che emargina le donne, e che è dominata da dogmatismo e intolleranza.

2 La nevrosi scaturisce dall’urto di due energie contrastanti, per esempio rivalità e amore.

3 Prima il bambino si identificherà col genitore che prende a modello, poi si emanciperà da lui per ricreare in sé la nuova identità e il nuovo modello. L’energia che il genitore rappresenta è una modalità simbolica, una necessità virtuale, la prima pietra necessaria alla costruzione dell’Io. L’amore sarà recuperato passando dalla dipendenza del bambino alla parità dell’adulto, che non ama perché subisce ma ama perché comprende.

4 Platone capiva perfettamente questa distinzione e vedeva come l’uomo è formato non solo dalla storia che avviene nel mondo materiale ma dalle grandi immagini che provengono dal mondo dello spirito. Diceva: sopra ‘la cosa’ esiste ‘l’immagine della cosa’, che è la sua forma ideale, eidos. Noi accediamo alla conoscenza attraverso l’esperienza materiale, ma l confrontiamo con l’idea attraverso l’esperienza spirituale. Per esempio nessuna realtà concreta ci dà il concetto perfetto dell’amicizia, né noi la conosceremo come esperienza, e tuttavia siamo in grado di paragonare le amicizie reali a un’idea perfetta e assoluta di amicizia. L’esperienza materiale viene dal mondo materiale, quella spirituale dal mondo spirituale.

5 Per esempio il modo con cui un uccello fa il nido è una forma ereditata dalla specie che si attiverà quando arriverà la situazione giusta. Ugualmente può attivarsi l’archetipo dell’Eroe, quando ce ne sarà la necessità.

6 Per Platone l’esperienza della realtà materiale suscita in noi il ricordo di una realtà ideale esistente su un altro livello, un mondo sopraceleste o iperuranio, cioè che trascende l’esperienza ordinaria.

7 Ciò è verificabile nelle interviste a bambini della scuola materna, i quali rappresentano con immagini molto drammatiche dei genitori che possono risultare, nella realtà, molto banali e comuni. Lo stesso appare nei disegni sulla famiglia. Il bambino non disegna figure storiche ma divinità.

8 Ignoto.

9 Toulouse Lautrec.

10 Da un sogno-visione.

11 Jung parla ’, op. cit.

12 La prima accezione di nevrosi è: malessere apparentemente organico con cause psichiche.

13 “Ecco”- diceva mia figlia a tre anni, quando ne combinava una e io mi arrabbiavo con lei -“allora non mangio la cioccolata!”. Puniva se stessa per punire me.

14 Abitava in una canonica del 1700.

15 ‘Anima e morte. Sul rinascere ’.

16 Poiché anche le droghe producono una dissociazione psichica, per molto tempo Jung pensò che la scissione psichica fosse aumentata da un’ignota tossina metabolica, simile a una mescalina naturale. Il mescal è una sostanza estratta dal peyote usata dagli stregoni toltechi del Messico che dissocia il corpo astrale da quello fisico, permettendo l’apertura di altre dimensioni.

17 Fernando Pessoa.

18 Borges, ‘Finzioni’.

19 Concetto presente nell’Induismo, nell’Ebraismo, che parla di mano sinistra di Dio, e nel primo Cristianesimo.

20 Quella che erroneamente si chiama stella cometa è la congiunzione Giove-Saturno.

21 Una analogia potrebbe essere lo scarabeo egiziano, che è simbolo del Sole, cioè del dio supremo della vita, ma insieme il sole che spinge è in realtà la pallina dei suoi escrementi.

22 Non diversamente in India i santoni dicono che Dio è anche nella polvere o negli escrementi.

23 Del resto l’aggettivo ‘sacro’ ha originariamente il significato di ‘mostruoso’, ‘tremendum’.

24 La conoscenza diretta, o chiaroveggenza, è uno dei caratteri della sensitività.

25 ‘Ricordi, …’, Jung, pag. 120

26 I Tarocchi sono immagini archetipiche

27 Come nella visione tolteca di Castaneda il nagual e il tonal. Il tonal è l’isola della consapevolezza, circondata dal mare ignoto del nagual.
…..
LEZIONI PRECEDENTI

Lezione 1: masadaweb.org/2009/10/06/masada-n%C2%B0-1003-6-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-1/

Lezione 2: masadaweb.org/2009/10/13/masada-n%C2%B0-1007-13-10-2009-jung-1-lezione-2/

Lezione 3-4. masadaweb.org/2009/10/27/masada-n%C2%B0-1020-27-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-3-4/

Lezione 5 -6 : masadaweb.org/2009/11/06/masada-n%C2%B0-1025-6-11-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-5-malattie-psicosomatiche/

..
http://masadaweb.org

4 commenti »

  1. Cara Viviana
    sto seguendo le lezioni su Jung,come pure quelle sull’energia e ti assicuro che per me sono una esplorazione
    affascinante.Sono pure interessato all’acquisto di “LO SPECCHIO PIU CHIARO”.Potresti cortesemente inviarmi
    per e-mail l’indirizzo della casa editrice che lo pubblica ? Stai faccendo un bel lavoro .Ti meriti i miei
    ringraziamenti.Ti saluto Salvatore

    Commento di Tor Brunen — novembre 17, 2009 @ 7:14 pm | Rispondi

  2. Ciao Tor Brunen
    nessuna casa editrice e nessun rapporto commerciale. Citando Pitagora, non sono venuta al mondo per comprare e vendere, ma per contemplare. Il mio libro su Jung (uno dei tanti che ho scritto), è frutto di dieci anni di studi del repertorio completo delle opere junghiane, ed è stato offerto sotto forma di dispense come supporto alle mie lezioni a qualche centinaio di allievi adulti nel corso di diversi anni. Ora ho deciso di metterlo un po’ alla volta gatuitamente sul mio blog, per cui non ti resta che raccogliere via via queste lezioni e tra qualche anno avrai il libro completo, che consta di 532 pagine e lo avrai gratuitamente.
    Ti ringrazio per il tuo interessamento.
    Fammi pure tutte le domande che vuoi, se te ne viene la voglia.

    viviana

    Commento di MasadaAdmin — novembre 17, 2009 @ 8:15 pm | Rispondi

  3. Ciao Viviana
    prima di tutto un grazie per l’informazione che cortesemente mi hai fornito.Quello che tu dici per la tua venuta al mondo e senza
    dubbio nobile. Anch’io non vorrei vivere in questa asfissiante era commerciale. Mi piacevano gli studi e frequentai il ginnasio,poi per
    il vento che spirava nel mio ambiente mi ritrovai in giro per i mari del mondo. Non ho mai inseguito i soldi e se avessi avuto la stessa stofa di B credimi che a quel tempo ho toccato posti che non mi sarebbe stato difficile diventare anche ricco. Ma inseguivo altro,somigliante alla Bellezza che io confondevo spesso a causa delle pulsioni della mia giovinezza.Grazie ancora e un caro saluto.
    Salvatore

    Commento di MasadaAdmin — novembre 18, 2009 @ 1:37 pm | Rispondi

  4. Volevo ringraziarti di cuore per il lavoro realmente divulgativo che hai voluto mettere a disposizione di tutti.
    Leggendo è possibile “comprendere” senza imbattersi in un muro di “cultura stratificata” che non tutti hanno sottomano gli strumenti per scavalcarlo.

    Commento di Scintilla — agosto 18, 2010 @ 10:46 pm | Rispondi


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