Nuovo Masada

novembre 2, 2009

MASADA n° 1024. 2-10-2009. Alda Merini, una sacra follia

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 11:21 am

L’unica radice che ho mi fa male.
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Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri.
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Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita.
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E’ morta Alda Merini per un male incurabile. Se ne va la poetessa dagli esclusi.
Se ne è andata fumando le sue sigarette fino all’ultimo, nel reparto oncologico, a letto, incurante dei divieti. Aveva 78 anni.

Alda Merini è una delle più grandi poetesse italiane del Novecento. Di sigarette ne fuma settanta, a volte ottanta il giorno. «In manicomio ce le passavamo gli uni con gli altri. Stavamo in fila, a testa bassa, dentro i nostri camicioni, nel darci la cicca indugiavamo un po’ per accarezzarci le mani. Erano le uniche ricchezze che avevamo, la sola cosa da fare, il solo gesto umano che ci univa nell’illusione di un breve spazio di normalità». In giro nella sua casa non si vedevano posacenere, il pavimento assomigliava a un campo di stoppie annerite dai falò autunnali. «Le sigarette mi hanno allungato la vita». Sollevava appena il vestito, mostrava le gambe bianche: «Guardi che bella pelle che ho. Lei che ne dice?». La sua simpatia è dolce, nostalgica, attraversata da tenerezze e pudori di bambina.
..
Dario Cresto-Dina (Repubblica)

I poeti sono spesso poveri. Quasi mai tristi. Si portano dentro l’allegria dei naufraghi. Oppure lo sberleffo, che è la vanità degli artisti. È così per la Merini. La immaginavo, chissà perché, sempre sola nel cerchio tracciato dalla sua musa e invece ho scoperto che aveva dietro moltitudini di anime, amori, vite, dolori e piccole felicità passeggere, un’esistenza spezzata in tanti fiumi alcuni dei quali si sono seccati nella terra mentre altri, alla fine e fortunosamente, sono riusciti a riemergere e ricongiungersi. I poeti non perdono mai nulla, o abbandonano soltanto ciò di cui vogliono liberarsi. Alda Merini parlava per esempio di Eugenio Montale, uno dei suoi uomini preferiti. Diceva proprio così, «uomini», anche se con Montale non c’è stato nulla di più di un’amicizia. Ricordava quei versi indimenticabili che riportano tanti di noi al sapore dell’infanzia: Qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza, ed è l’ odore dei limoni“.

Dacia Maraini

Alda Merini era una persona straordinaria, con un umorismo incredibile che applicava anche a se stessa. Sapeva ridere, di sé e degli altri, e aveva uno sguardo acutissimo sulle cose del mondo. Poi però era di un’ingenuità… quasi come se cadesse dalla luna. Era bello questo misto di ingenuità e grande sapienza. Avrebbe meritato il Nobel per la poesia. Se fosse vissuta ancora, avrebbe scritto ancora tante poesie, aveva una freschezza e una giovinezza che si portava dietro nonostante gli anni.
Era stata rinchiusa in manicomio quando ancora esistevano i manicomi, che poi erano delle prigioni. Ha sofferto tanto sulla sua pelle e solo tardi e’ stata riconosciuta come scrittrice ed e’ stata molto amata come poetessa
».

Canzone per Alda Merini
Roberto Vecchioni

www.youtube.com/watch?v=ZndZqVSzSIs

Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,
si vive afferrandosi a qualunque sguardo,
contandosi i pezzi lasciati là fuori,
che sono i suoi lividi, che sono i miei fiori.
Io non scrivo più niente, mi legano i polsi,
ora l’unico tempo è nel tempo che colsi:
qui dentro il dolore è un ospite usuale,
ma l’amore che manca è l’amore che fa male.
Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
perduto, straziato, raccolto, abbracciato;
ogni amore della vita mia
ogni amore della vita mia
è cielo è voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora

Dalla casa dei pazzi, da una nebbia lontana,
com’è dolce il ricordo di Dino Campana;
perchè basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici,
e divederti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.

Cosa non si fa per vivere,
cosa non si fa per vivere,
guarda… Io sto vivendo;
cosa mi è costato vivere?
Cosa l’ho pagato vivere?
Figli, colpi di vento…
La mia bocca vuole vivere!
La mia mano vuole vivere!
Ora, in questo momento!
Il mio corpo vuole vivere!
La mia vita vuole vivere!
Amo, ti amo, ti sento
!

Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
perduto, straziato, raccolto, abbracciato;
ogni amore della vita mia
ogni amore della vita mia
è cielo è voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora

Doriana Goracci

Cari studenti delle scuole italiane, leggete ancora Ada Negri, mandate giù a memoria l’ Adelchi e anche qualche brano dei Promessi Sposi? La Ginestra vi hanno detto che non è solo un fiore forte e selvaggio? Oggi vi dico, pretendete che vi facciano leggere Alda Merini, che la biblioteca della scuola abbia i suoi libri di poesia, da comprare con la cassa comune, cercate come un tesoro notizie della sua vita, ne scoprirete tante di gemme. Voi copiatela, scopiazzatela, rubate le frasi, scrivetele sui diari e nelle mani, anche su un muro, che tanto fanno schifo quelli delle città. Fatevi carezzare da questa matta, scomparsa oggi a qualunque sguardo non a quello di chi ancora fruga tra le sue parole, i sogni…Ogni mattina, un piccolo morso, un assaggio, un ripasso d’amore di normale follia…”Cambierà Schiena dritta contro il vento…”

Alda Merini

Fosse mai scesa una carezza
che attraversasse i secoli
come una lama aperta.
Oh strazio della mia mente
che ha amato un ragazzo libero
che non conosce patria
ti avrei rinchiuso in un manicomio
se le lacrime verdi del tuo sguardo
non mi avessero regalato canzoni

Roberto Vecchioni parla di lei:

tv.repubblica.it/copertina/e-morta-alda-merini-il-ricordo-di-roberto-vecchioni/38571?video

Alda Merini

“Gli anni piu’ belli della mia vita li ho trascorsi in manicomio. Li’ non scrivevo piu’, ma ho imparato cos’e’ l’amore, che e’ molto piu’ grande della poesia. Li’ nessuno si lamentava, nonostante si soffrisse molto. Ed e’ stata una felicita’ per noi tutti, l’accorgersi del dolore dell’altro. E’ questo l’amore che intendo. Mi infastidisce la curiosita’, l’infelicita’ degli altri, la lagnosita’. Io non ho mai desiderato il mio compagno di cella, ma gli ho voluto molto bene. Ultimamente, uno di loro mi ha chiamata dicendo: “ mi vien da piangere, adesso che sei diventata celebre, non per amore, ma perche’ non ti ricordi piu’ di quando ti coprivo le spalle”.
..
Si va in manicomio per imparare a morire.
..
Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini.
..
La salute non ha mai prodotto niente. L’infelicità è un dono. Io mangio solo per nutrire il dolore. La preparazione alla morte dura una vita intera.
..
È una vita che cerco riparo dalla santità.
..
Il gobbo

Dalla solita sponda del mattino
Io mi guadagno palmo a palmo il giorno:
il giorno dalle acque cosi’ grigie,
dall’espressione assente
.

Il giorno io lo guadagno con fatica
Tra le due sponde che non si risolvono,
insoluta io stesa per la vita
… e nessuno m’aiuta
.

Ma viene a volte un gobbo sfaccendato,
un simbolo presago d’allegrezza
che il dono di una strana profezia
.

E perche’ vada incontro alla promessa
Lui mi traghetta sulle proprie spalle
.

..

Io come voi sono stata sorpresa mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d’amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.
Io come voi ho pianto,
ho riso e ho sperato.
Io come voi mi sono sentita togliere
i vestiti di dosso
e quando mi hanno dato in mano
la mia vergogna
ho mangiato vergogna ogni giorno.
Io come voi ho soccorso il nemico,
ho avuto fede nei miei poveri panni
e ho domandato che cosa sia il Signore,
poi dall’idea della sua esistenza
ho tratto forza per sentire il martirio
volarmi intorno come colomba viva.
Io come voi ho consumato l’amore da sola
lontana persino dal Cristo risorto.
Ma io come voi sono tornata alla scienza
del dolore dell’uomo,
che e’ la scienza mia

..

Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventera’ una pianta
che ti coprira’ con le sue foglie.
Fa’ delle tue mani due bianche colombe
e portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati
nell’acqua del sentimento
.

..

Che la terra ti sia finalmente lieve
Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi
.

La pace

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.
Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama
.
..

oknotizie.virgilio.it/go.php?us=29f410e813fd33d4

La sua poetica, fatta di ardente visionarietà, profonda, ma al tempo stesso sommessa e inquieta, colloca Ada Merini tra le maggiori autrici del Novecento e dei primi anni 2000.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenare tempesta
.

Nata in una famiglia modesta, minore di tre fratelli, frequenta le scuole professionali e non riesce ad essere ammessa al Liceo Manzoni. Studia il pianoforte che ama molto.
Esordisce a soli quindici anni, sotto la guida di Giacinto Spagnoletti che fu lo scopritore del suo talento artistico. Nel 1947, Merini incontra “le prime ombre della sua mente” e viene internata per un mese a Villa Turro. Quando ne esce, alcuni amici le sono vicino tra cui Giorgio Manganelli.

Grande vena, e grande follia: la scoprirono insieme lei e Giorgio Manganelli, il nostro scrittore più lunare, nel corso di un amore agitatissimo, che segnò anche il primo ricovero in ospedale psichiatrico. Di lui diceva: «Fu il mio primo amore, fu grande amore. Era timidissimo, cincischiava, arzigogolava per paura di amare. Oh non era un conquistatore! Io, ogni tanto, gli davo qualche sberla…». Per il resto, la vita schiaffeggiava lei.”(Mario Baudino)

Giacinto Spagnoletti sarà il primo a pubblicarla nel 1950, nell’Antologia della poesia italiana 1909-1949, con le poesie Il gobbo e Luce.
Tra il 1950 al 1953 la Merini frequenta per lavoro e per amicizia Salvatore Quasimodo. Nel 1953 si sposa e ha la prima figlia.

«Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono».
Ha avuto un marito, Ettore Carniti, molto amato, molto geloso e, dice lei, anche parecchio infedele. Una notte che era rientrato a casa con addosso il profumo di un’ altra donna, come il Tomàs dell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, lei gli spaccò in testa una sedia dorata. «Quella lì», me la indica. La spalliera è tutta incerottata. Mi invita a sollevarla. È pesantissima. Lui sopravvisse eroicamente allo schianto, chiamò l’ambulanza e la portarono in ricovero coatto al Paolo Pini, l’ex manicomio di Milano ora diventato un parco e un teatro. «Ma io laggiù non ci ho mai più messo piede, ho paura. Terrore purissimo
». (Dario Cresto-Dina)

Inizia un triste periodo di silenzio e di isolamento, dovuto all’internamento in manicomio che dura fino al 1972 (anche se intervallato da alcuni ritorni in famiglia, durante i quali nascono altre tre figlie).
Si alterneranno periodi di salute e malattia che durano fino al 1979 quando la Merini ritorna a scrivere, dando il via ai suoi testi più intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza del manicomio, “La Terra Santa”.
Nel 1981 muore il marito e, rimasta sola, la poetessa dà in affitto una camera della sua abitazione al pittore Charles e comincia a comunicare telefonicamente con il poeta Michele Pierri che aveva dimostrato di apprezzare la sua poesia. Lo sposa nell’ottobre del 1983 e va a vivere a Taranto, dove rimane per tre anni.
Torna a Milano nel 1986 dopo aver sperimentato nuovamente gli orrori del manicomio di Taranto. Riprende a scrivere e ad incontrare i vecchi amici.
Sono anni fecondi dal punto di vista letterario e di conquista di una certa serenità. Nell’inverno del 1989 la poetessa frequenta il caffè-libreria “Chimera”, situato poco lontano dalla sua abitazione sui Navigli, e offre agli amici del caffè i suoi dattiloscritti.

Lei è così. Salta da un argomento all’altro. Li accatasta alla rinfusa, come gli oggetti di questa minuscola casa al 47 su Ripa di Porta Ticinese. Di fronte ci sono una chiesa di mattoni bruniti e l’acqua scura come la pece del naviglio. Camera da letto, bagno, cucinino, studio. Ci si sposta solamente mettendosi di fianco, schiacciandosi come acciughe contro gli indecifrabili relitti che coprono le pareti. Nel gioco dei pieni e dei vuoti, questi ultimi hanno avuto clamorosamente la peggio.” (Dario Cresto-Dina)

Negli anni seguenti diverse pubblicazioni consolidano il ritorno sulla scena letteraria. Le viene assegnato il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la Poesia, che la consacra tra i grandi letterati contemporanei e la accosta a grandi scrittori, poi il”Premio Viareggio” e il “Premio Procida-Elsa Morante”.
Alla fine degli Anni 90, le fu conferita la laurea honoris causa dall’Università di Messina.

La tv aveva fatto di quel personaggio così inconsueto, così attraversato dalla follia e proteso quasi selvaggiamente verso tutto ciò che è vita, l’amore in primo luogo, un’icona mediatica. Da allora, da quando Maurizio Costanzo aveva preso a invitarla al suo talk show, rappresentò l’unico caso di poeta italiano che vendesse anche ventimila copie l’anno”. (Mario Baudino)

La sua poesia nasce spontaneamente in forma orale e altri trascrivono, fenomeno che resta unico dentro all’universo della poesia contemporanea.
La sua poesia più recente aveva carattere mistico.

La mia religiosità è molto pagana. Pagana e gaudente. Mi sono sempre comportata da grande peccatrice e non mi sono mai pentita. Non vado in chiesa a mormorare, d’altra parte le chiese sono sempre vuote. Non prego. Ma credo che Dio sia qui con me. Ne avverto la presenza, annuso il suo odore, sento dentro di me la pace divina. Due cose sopra tutte mi convincono dell’esistenza di Dio: che non sono padrona delle mie volontà e che l’Oceano Pacifico non possono averlo creato gli scienziati. Mi basta questo. Nego l’aldilà e la resurrezione. Se guardo tutto ciò di meraviglioso che Dio ha creato su questo terra, come posso credere che mi regali anche il paradiso? Sarà per questo motivo che non penso mai alla morte. A meno che non sia già morta. Lei che ne dice?»

Non potrei vivere senza la fede, scrisse in passato. Quand’era ragazzina, affezionata alla storia di Santa Teresina del Bambin Gesù, tentò di entrare in convento. Fu una fugace esperienza. «Sono una contemplativa, non mi piacciono i rumori, amo la solitudine». La famiglia andò a riprendersela. Finì a fare pratica da stenografa negli studi di alcuni avvocati fallimentari. Il primo impiego lo perse subito perché componeva poesie durante l’orario di lavoro. «Mi buttarono fuori. Erano taccagni, mamma mia, lei non ne ha idea dell’avarizia degli avvocati. Ma adoravo il loro modo di scrivere gli atti. Mi accorsi che gli avvocati scrivono bene». Nel centro di Milano percorreva ogni mattina la stessa strada. Era il 1948. Le capitava di incontrare sovente un signore minuto, curvo, silenzioso, di un’eleganza dimessa. A lui dedicò una delle sue prime poesie, Il gobbo. Mi viene incontro a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d’allegrezza che ha il dono di una strana profezia. Quell’uomo era Enrico Cuccia, il leggendario banchiere. «Una mattina lo fermai e gli dissi: “io ho fame”. “Buon segno”, mi rispose. E tirò dritto». (Dario Cresto-Dina)

Nel 2004 viene ricoverata all’Ospedale San Paolo di Milano, un amico lancia un appello per un aiuto economico e da tutta Italia vengono inviate e-mail.
Sorgono numerosi blog telematici e siti internet nei quali viene richiesto l’intervento del sindaco di Milano Albertini.

Venne Salvatore Quasimodo, cui sono dedicate alcune belle poesie erotiche, vennero due mariti, quattro figlie e altri ricoveri. Vennero vent’anni di silenzio ed emarginazione. Alda Merini scriveva freneticamente su qualsiasi pezzo di carta, nella sua casa al secondo piano sui Navigli, due stanze ricolme d’ogni cosa e di parecchi gatti, in condizioni igieniche discutibili; o al bar Chimera di Laura Alunno, che per anni le riconobbe una brioche e un cappuccino al giorno in segno di omaggio. Era costantemente alla ricerca di denaro, i suoi rapporti con Vanni Scheiwiller, l’editore e amico, erano teneri e tumultuosi.” (Mario Baudino)

Il 1° giugno del 2002 il presidente Carlo Azeglio Ciampi la insignì dell’onorificienza di Commendatore al merito della Repubblica Italiana.

Nel 2004 l’album Milva canta Merini, che contiene undici motivi cantati da Milva tratti dalle poesie di Alda Merini. L’autore delle musiche è Giovanni Nuti. Il 21 marzo, presente la stessa Merini, in occasione del suo settantatreesimo compleanno, viene eseguito un recital al Teatro Strehler di Milano, occasione per la presentazione del disco (riproposto poi con successo nello stesso teatro per un ciclo di serate musicali nel maggio 2005, sempre con la presenza della poetessa sul palco).

Le cose migliorarono dopo il successo televisivo – il primo a invitarla fu Nino Castelnuovo che conduceva una trasmissione su Telemontercarlo – poi la concessione del vitalizio della legge Bacchelli, la vita per lei si fece un po’ più serena, senza gli scatti d’ira, le grandi furie, le grandi disperazioni sempre in agguato. Era un personaggio di successo, perfino Roberto Vecchioni le dedicò una canzone. Ma non cambiò quanto allo stile: la sola volta che lasciò la casa dei Navigli fu quando, ottenuto il premio Montale Guggenheim, che aveva una borsa molto ricca – 36 milioni di lire – si trasferì all’hotel Certosa di corso San Gottardo, e vi rimase fino a che non finirono i soldi. Donandoli in parte a tutti i barboni che incontrava, e comprando innumerevoli peluche per gli amici.” (Mario Baudino)

Muore il 1 novembre 2009 a causa di un tumore osseo al San Paolo di Milano.
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Milva canta Alda Merini

www.youtube.com/watch?v=qzO7FviRWgU

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Tu non sai: ci sono
betulle che di notte
levano le radici, e tu
non crederesti mai
che di notte gli alberi camminano
o diventano sogni.
pensa che in un albero
c’è un violino d’amore.
Pensa che un albero canta
e ride.
Pensa che un albero

sta in un crepaccio e
poi diventa vita.
Te l’ho già detto:
i poeti non si redimono
vanno lasciati volare
tra gli alberi
come usignoli pronti a
morire.

..
Ha nevicato molto sul mio destino
una pioggia torrenziale e felice
come quella dei santi.
Qualsiasi patria mi sarebbe andata bene
ma la grandiosità della follia
è stato il mio maggior culto.
A Torino ho messo radici segrete
ho inventato un comandamento
a cui non ho mai obbedito

e questa disobbedienza segreta
ha fatto fiorire i miei migliori versi.

..

Dal Corriere: “Era una personalità originale, audace e irriverente. Nel 2004, come regalo per il suo compleanno, chiese «un uomo caldo» e le regalarono uno show dello spogliarellista Ghibly). Nel 1996 era stata proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie Française e segnalazioni in suo favore erano state avanzate anche da Dario Fo e da altri esponenti della cultura e del giornalismo. Tra i tanti che hanno espresso rammarico per la sua scomparsa, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Viene meno un’ispirata e limpida voce poetica».
..
La verità è sempre quella,
la cattiveria degli uomini
che ti abbassa
e ti costruisce un santuario di odio
dietro la porta socchiusa.
Ma l’amore della povera gente
brilla più di una qualsiasi filosofia.
Un povero ti dà tutto
e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria
.
..
Addio Alda

Se tutto un infinito
ha potuto raccogliersi in un corpo
come da un corpo
disprigionare non si può l’immenso?

..

da L’espresso

IL PARADISO SEGRETO DI ALDA

Alda Merini racconta Alda Merini. Questo inedito testo autobiografico è stato dettato dalla poetessa alla giornalista Cristiana Ceci nell’autunno del 2004. Alda Merini in quei giorni si trovava in ospedale, a Milano: non solo per motivi di salute, ma anche perché in quel periodo era senza una casa. Nel corso di quasi una settimana, fumando una sigaretta dopo l’altra, ha quindi raccontato la sua vita.

Sono nata a Milano il 21 marzo 1931, a casa mia, in via Mangone, a Porta Genova: era una zona nuova ai tempi, di mezze persone, alcune un po’ eleganti altre no. Poi la mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e non c’era più niente, solo macerie. Ho aiutato mia madre a partorire mio fratello: avevo 12 anni. Un bel tradimento da parte dell’Inghilterra, perché noi eravamo tutti a tavola, chi faceva i compiti, chi mangiava, arrivano questi bombardieri, con il fiato pesante, e tutt’a un tratto, boom, la gente è impazzita. Abbiamo perso tutto. Siamo scappati sul primo carro bestiame che abbiamo trovato. Tutti ammassati. Siamo approdati a Vercelli. Ci siamo buttati nelle risaie perché le bombe non scoppiano nell’acqua, ce ne siamo stati a mollo finché non sono finiti i bombardamenti. Siamo rimasti lì soli, io, la mia mamma e il piccolino appena nato. Mio padre e mia sorella erano rimasti in giro a Milano a cercare gli altri: eravamo tutti impazziti. Ho fatto l’ostetrica per forza portando alla luce mio fratello, ce l’ho fatta: oggi ha sessant’anni e sta benissimo. La mamma invece ha avuto un’emorragia, hanno dovuto infagottarla insieme al piccolo e portarseli dietro così, con lei che urlava come una matta.

Mi chiamavano la fornaretta
A Vercelli ci ha ospitato una zia che aveva un altro zio contadino, ci ha accampati come meglio poteva in un cascinale. Sembrava la Madonna mia madre, faceva un freddo boia, era una specie di stalla, ci siamo rimasti tre anni. Non andavo a scuola, come facevo ad andarci? Andavo invece a mondare il riso, a cercare le uova per quel bambino piccolino: badavamo a lui, era tutto fermo, c’era la guerra. Stavo in casa e aiutavo la mamma, andavo all’oratorio, ero una brava ragazza io. Io sono molto cattolica, la mia parrocchia a Milano era San Vincenzo in Prato. Mi sento cattolica e profondamente moralista, nel senso che sono una persona seria allevata da genitori serissimi, pesanti e pedanti in fatto di morale. Non lo so se credo in Dio, credo in qualcosa che… credo in un Dio crudele che mi ha creato, non è essere cattolici questo? Perché, Dio non è così? Tutti abbiamo un Dio, un idoletto, ma proprio il Dio specifico che ha creato montagne, fiumi e foreste lo si immagina solo… Con la barba, vecchio, un po’ cattivo, un Dio crudele che ha creato persone deformi, senza fortuna. Credo nella crudeltà di Dio. Non penso siano idee blasfeme, la Chiesa non mi ha mai condannata. Anzi, il mio “Magnificat” è stato esaltato, perché ho presentato una Madonna semplice, come è davvero lei davanti a questo stupore dell’Annunciazione, che non accetta fino in fondo perché lei ha San Giuseppe.
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Io pregavo da bambina, ero sempre in chiesa, sentivo sette, otto, dieci messe al giorno, mi piaceva, però non ci vado più dai tempi del manicomio. Ho trovato una tale falsità nella Chiesa allora, in manicomio vedevo le ragazze che venivano stuprate e dicevano di loro che erano matte. Stuprate anche dai preti, allora mi sono incazzata davvero. L’ho visto accadere ad altri, non è una mia esperienza. La Chiesa è dura con le donne, da sempre. Però oggi come sono magre e secchette le donne, prima erano belle adipose. Sono tornata a Milano quando è finita la guerra, siamo tornati a piedi da Vercelli, solo con un fagotto, poveri in canna, e ci siamo accampati in un locale praticamente rubato, o trovato vuoto, di uno straccivendolo. E ci stavamo in cinque. Abbiamo ripescato anche mia sorella che era partita con i fascisti, con i tedeschi, aveva imparato, si metteva in strada, tirava su le gonne, i tedeschi andavano in visibilio e le regalavano il pane, si sfamava così, si alzava solo la gonna, era bellissima.
In questo stanzone stavamo tutti e cinque, accampati, con delle reti, allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1981, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti, io sono zia del sindacalista Pierre Carniti e anche mio marito era sindacalista. Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui. Andavamo a mangiare la minestra da mia madre perché lui non aveva ancora un lavoro. Poi abbiamo preso una panetteria in via Lipari, non è che proprio facevamo il pane, era solo una rivenditoria. Mi chiamavano la fornaretta. Ho avuto la mia prima bambina nel 1955, Emanuela, poi nel 1958 è nata anche Flavia. Avevo 36 anni quando è nata la mia ultima figlia, Simona, e prima ancora era arrivata Barbara.

Un giorno gli ho rotto la testa
Le mie prime cose le ho scritte sulle pietre di casa, c’erano le case disastrate, così mi sedevo su una pietra e sull’altra scrivevo. Con la penna o la matita, ma forse la penna non c’era, quindi con il lapis, e su dei fogli trovati qua e là. Avevo 15, 16 anni. Ero un’enfant prodige, una secchiona. Fra chiesa e letteratura ho dato proprio tanto. Però niente università perché al liceo Manzoni mi hanno respinta in italiano e dopo non mi hanno mai più vista. Così ho frequentato l’Istituto professionale Solera Mantegazza. Ero un genio io, invece mi hanno detto che ero confusa, perfino che non capivo un tubo. Insomma ho avuto una vita normale, è dopo che è successo il patatrac. È successo che mio marito si è innamorato di qualcun’altra, penso, ma non ne ho mai avuto le prove, è una vita che le cerco invano. Cerco le prove di chi abbia fatto questa cazzata, ero una ragazza troppo tranquilla, forse lui aveva un’amante. È da lì che ho iniziato a grattarmi le mani, una psoriasi inguaribile che ho ancora oggi: ma è un tale piacere grattarsi che spiace rinunciarci. Lui ha incontrato un’altra donna, io sono stata sempre molto cornuta, ma non soffrivo di gelosia. Soffrivo e basta. Io stavo a casa con le figlie, mi occupavo della casa. Un giorno l’ho quasi ammazzato: non tornava mai, giocava, allora ho preso una sedia enorme, non so come ho fatto a trovare tanta forza, e gliel’ho spaccata in testa. Gli ho rotto la testa, poi ho chiamato l’ambulanza. Non ho mai capito come ho fatto a sollevare quella sedia, io così gracile. Non volevo ammazzarlo, volevo dargli semplicemente una cadregata, gli ho spaccato la testa, siamo finiti tutti e due in ospedale, lui era molto incazzato, ma io non pensavo di essere così forte. Mi sentivo debole. Volevo dargli una lezione, vedevo i miei figli che pativano la fame, lui giocava, andava con gli amici e spendeva tutto, stava via anche intere settimane. Mi è scattata l’ira, ero stanca, che poi il panettiere guadagna molto. Era un continuo illudersi: adesso cambia, non cambia, insomma quando è finita è stata una liberazione quasi. Se non ci fossero state le bambine, le mamme sono così quando ci sono bambini, si armano di pazienza. Comandavano gli uomini a quei tempi, la donna era succube, noi eravamo già predisposte a questa sottomissione.

Le donne hanno una posizione diversa ora, nessuno osa più picchiarle come un tempo, io venivo picchiata molto quando lui era ubriaco, ma sopportavo, cambierà, cambierà, invece sono cambiata io ma in meglio.

Trentasei amanti ho avuto dopo, sono tanti?
Nel 1965 mi hanno ricoverata al Paolo Pini a Milano, istituto psichiatrico: dieci anni inenarrabili che in parte sono un buco nero, no, ricordo poco e se ricordo non parlerei comunque. Non parlerei mai di questo alla gente. È raro diventare un’Alda Merini, perché tutti vorrebbero ammazzarlo il poeta, perché è un diverso, perché gli altri sono invidiosi. Dicono: sì è brava però intanto è in galera. In manicomio è stato uno sterminio, sono morti tutti i miei amici. In manicomio c’è la felicità Ci davano anche gli estrogeni, e psicofarmaci a palate, mangiavamo pochissimo, ero una larva, eravamo tutti denutriti. E oggi mi dicono che sono sovrappeso! Non so come sia ora il Pini, so che lì ballano e cantano, non ci sono più tornata. Mi hanno invitata ma non sono andata. Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi. Mi ha salvata mio marito che veniva a trovarmi, perché chi non aveva nessuno scompariva all’improvviso nel nulla. Quando sono uscita è cominciata un’altra tragedia. Spesso mi sono detta stavo meglio lì. Però il problema della sessualità va ridimensionato, anche se ti riempono la testa, io posso scopare di qua, io di là; io invece non ho fatto l’amore per molti anni, ma non ho sofferto per questo. Fare l’amore diventa anche un’abitudine, oggi gli si dà un peso eccessivo. Molto più male mi ha fatto il ripudio di mio marito, la mancanza di amore. Forse quello che fa ancora più male del ripudio è la gelosia: vedere il proprio uomo con un’altra donna, non ho mai saputo chi fosse, ho delle supposizioni, ma nessuna certezza. Anche se la trovassi però non le darei mai due sberle, io alla fine in manicomio ho trovato la felicità, ho trovato la mia dimensione di donna, non ho più scritto, grazie a Dio non ho più visto né giornalisti né editori: ero matta in mezzo ai matti. Sono stati anni stupendi. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti, sono nate lì le mie più belle amicizie, ma ora sono morti tutti. Vanni Scheiwiller, fra i miei primi editori, diceva: fra i grandi amici di Alda Merini metti anche me, che son matto anch’io. I matti sono quelli che avrebbero dato la vita per me. Quando sono uscita ero contenta come quando passa un mal di denti, però i miei matti mi hanno coperto, mi hanno portato la minestra, mi hanno coccolato, mi hanno voluto molto bene. Ero giovane, qualcuno mi di-ceva: però che belle gambe che hai, dopo mi mancavano molto. I matti sono simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita: quelli che dicono questa bottiglia deve stare qui, come Sirchia che dice qui non si fuma, e noi invece fumiamo. Sono italiana e sprecona, faccio solo due tiri dalle sigarette. Fumo come una matta dai tempi del manicomio. Si stava di un bene. In ospedale invece, al Redaelli, cominciano: si cambi la maglietta, si faccia il bagno, che palle. Come ho fatto a rientrare in tutte queste regoline? Ci sono rientrata il giorno in cui il direttore del manicomio, Aldo Dubbiani, mi ha dimessa: per noi tutti è stato un padre, era cardiopatico, noi andavamo da lui e ci chiedeva se volevamo andare a fare un giro, poi ci dava cento lire, significava che avevamo il permesso di uscire. Allora quando sono uscita per sempre, prima qualcuno (non so più chi) mi ha dato dei soldi, ma non cento lire, di più: ho capito che in quei soldi c’era il valore della libertà.
(04 novembre 2009)

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-paradiso-segreto-di-alda/2113914//1
..

Margherita Donzelli decica questa poesia ad Alda Merini:

T I CHIEDE IL TUO MISTERO

Il mio mistero
è fatto di luna e di mare
di abbracci e sorrisi
di canti e girotondi
di passi felpati
verso l’inconoscibile

E il tuo?

Nutrono il mio mistero
Il bello e il buono
l’eterno e il magico
l’invisibile e le stelle

E il tuo?

Esaltano il mio mistero
le tante scintille,
d’amore, d’intesa, di donazione,
di riconoscimento,
di affidamento,
di illimitata fiducia
che brillano nei tuoi occhi.

E il tuo?

Il mio mistero
è andato a nozze
con l’innocenza,
la spontaneità,
la spensieratezza.

E il tuo?
………………….la tua donna
è fatta di ombre e ciclamini
Ti chiede il tuo mistero
tu non lo sai dare
(Alda Merini)

http://masadaweb.org

6 commenti »

  1. Muore chi non dovrebbe…

    Grazie Alda al tuo amore speciale per la vita, per le tue parole che l’hanno resa luminosa e indimenticabile.

    Edoardo

    Commento di MasadaAdmin — novembre 2, 2009 @ 1:36 pm | Rispondi

  2. Ciao a tutti. Avere scoperto Masada è per me motivo di “ossigeno”, anche se con esso aumenta il senso di frustrazione, e paura non lo nego, verso questo paese in cui (soprav)vivo. Un paese, come lo ha definito un amico ormai emigrato altrove, di stampo medioevale/feudale, che fra le altre cose esporta all’estero il suo clichè lobbistico con la quale l’italico emigrato molto spesso deve fare i conti. Per chi ha avuto l’occasione di lavorare all’estero, io l’ebbi in Spagna anni addietro, l’esperienza di lavorare sotto dei “titolari!?” italiani è pessima. Stessi italici metodi; tanto lavoro, pochi soldi e una gran fatica per farseli dare.
    Un saluto a tutti

    KATHIB

    Commento di MasadaAdmin — novembre 2, 2009 @ 1:42 pm | Rispondi

  3. Confesso che non la conoscevo, ho sprecato una vita a non amarla: lei lo avrebbe fatto.
    Grazie ancora una volta cara Viviana.
    Bruno

    Commento di MasadaAdmin — novembre 2, 2009 @ 1:43 pm | Rispondi

  4. Bellissimo questo ricordo di Alda Merini!! Sei grande Viviana!! Sei un esempio!
    Essere esempio agli altri è yoga vero!!
    Ciao e grazie
    Marcello

    Commento di MasadaAdmin — novembre 2, 2009 @ 3:38 pm | Rispondi

  5. Grazie Viviana per questo bellissimo Masada. Conoscevo poco questa donna straordinaria e ho apprezzato tutto, testo e poesie e canzoni e video. Grazie a te e ai tuoi collaboratori per questa ora di dolcezza.
    Brunilde

    Commento di MasadaAdmin — novembre 2, 2009 @ 7:13 pm | Rispondi

  6. Alla cara Alda , ho dedicato questa poesia a MESSINA e il 21 marzo del 2009 giorno del suo compleanno a casa sua l’ho declamata ed è stata gradita congratulandosi con me.

    Alla professoressa Alda
    Merini nel giorno della laurea
    ad Honorem a Messina

    Nel silenzio ascolto
    la tua odorosa voce
    dal profumo di un fiore
    mai appassito.
    Avvolgo i miei pensieri
    nei ricordi di un dolce sorriso,
    in lontananza ti cerco,
    non vedo il tuo viso,
    ma resta il velato ricordo
    della tua luce infinita.

    Giuseppe La Delfa

    Commento di Giuseppe La Delfa — gennaio 15, 2010 @ 5:49 am | Rispondi


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