Nuovo Masada

gennaio 18, 2009

MASADA n. 859. 18-1-2009. DIARIO PARANORMALE – VEDERE I MORTI

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Viviana Vivarelli

I PUNTI NODALI

Ora che quasi tutta la mia vita è trascorsa, posso pensare di nuovo a quelle cose del passato come da una lunga lontananza. Molti particolari si sono sbiaditi, soprattutto si è perso il senso di essere dentro le cose e i sentimenti che ad esse si collegavano, non ricordo più la paura, le emozioni, la solitudine, il disorientamento. Posso persino pensare che forse non è a me che è successo tutto questo, eppure la mia memoria conserva tutti i fatti nella loro stranezza.

Tutto cominciò da quella diagnosi di morte, a 35 anni, quando ero una giovane sposa con una bambina di cinque anni, a Milano. Da qualche parte di me ci sono ancora le crisi d’asma, quella intolleranza di non poter stare né in piedi né seduta, non poter dormire né andare, col respiro affannoso e i fischi che mi uscivano dalla gola, la soffocazione. La mia bambina vedeva che stavo male e, quando crollavo sul cuscino, mi portava le pantofole e mi diceva: “Alzati mamma, guarisci!”. Poi venne l’impietosa sentenza: “I suoi bronchi non ce la fanno più. Non possiamo fare più nulla. Provi ad andare più a sud. Può tirare avanti forse due mesi”.
Se guardo la mia mano sinistra, che porta nel palmo il segno del mio destino, vedo una linea della vita breve, forse 37 anni, e anche la linea del cuore è spezzata. Ma se guardo la mano destra, che è la vita che ci siamo costruiti con la volontà, vedo sempre quella linea spezzata, ma dopo i 37 anni un’altra linea si attacca ad essa con un angolo di 60° e prosegue fino a una morte spettacolare. In mezzo c’è un lungo triangolo, che dicono, sia il segno di un miracolo. Io sono adesso là, nella vita che mi fu concessa la seconda volta. Porto sul palmo i segni della veggenza e il monte della Luna nasce da un segno di morte. Io non sapevo allora che mi sarebbe stata data questa seconda possibilità ne’ so ancora per cosa. In verità, possiamo studiare tutti gli indecifrabili segni del mondo, ma la vita e la morte restano intatte nel loro mistero.
Come venni a Firenze, nella casa infestata, il mio Houdini, la mia magia interiore, emerse a metà e io ‘vidi’. Ma ci volle molto tempo prima che accettassi di ‘vedere’. Prima dovetti attraversare tutto il disagio del nuovo sapere e dovetti attraversare il lungo viaggio della depressione. Poter finalmente respirare dopo 35 anni di infermità debilitante, a causa di una malformazione bronchiale congenita, fu come un niente all’inizio, ma questo inizio durò un decennio tormentoso, in cui non dissi nulla a nessuno di quel che vedevo e non lo credetti io stessa e questo non accettare, che persiste anche ora, mi portò in una cupa depressione. Non so perché stasera ho dovuto raccontare tutto questo. Forse si arriva a un punto in cui si deve dare testimonianza, o forse raccontare serve per capire, per chiudere un quadro o comporre un cambiamento. Forse sono ancora una volta sull’orlo di qualcosa e ripassare il viaggio già fatto serve a rassicurarmi di fronte all’ignoto. In verità non so a chi lo racconto, perché non vedo chi legge, ma spero che capisca e abbia anche pietà di me, che non scelsi questa strada ma fui scelta e non la accettai e perciò la persi.
Dopo Firenze, ci fu il ritorno in Lombardia, questa volta nella casa dell’inferno che coincise con la mia depressione e con desideri suicidi. Anche questa casa l’avevo vista in sogno: una specie di fortilizio con due ali laterali, come le torri di un castello, di una sola proprietaria, la castellana, che era una donna malvagia, una ex ballerina sposata per lucro a un uomo di immensa ricchezza. Tutto il palazzo era pregno della sua avidità. Ci sono vizi che dilagano oltre chi li conduce e si allargano tutto intorno impregnando le cose. Seppi che sotto quel castello scorreva un fiume, ne sentivo l’energia perturbata nel sangue, nella testa. Da quel fiume non visto saliva un’atmosfera acre che impestava la casa, penetrava sotto gli strati ocra della tappezzeria funebre, saliva dal parquet dismesso e scricchiolante. Una volta lasciai aperto per studio il registratore e la cassetta vuota, riascoltata, risultò piena di voci dolorose che urlavano e piangevano tutte insieme. Ne fui atterrita e buttai via la cassetta, né ho mai più provato a registrare le voci dei morti. Ma essi erano tutti intorno in quella casa gemente. Fu lì che li cominciai a vedere che passavano. Passano veloci, i morti, silenziosi, non smuovono l’aria. Appaiono in un punto che non sai e spariscono poco dopo, come tra due porte. In tanti anni ho imparato a riconoscere i loro varchi. In ogni luogo c’è un passaggio. Lo chiamavo ‘punto nodale’. E’ come se noi scorressimo su un binario dell’esistente e loro su un altro, siamo sincroni, ma non ci vediamo, ogni tanto i due binari si incrociano e quello è un punto nodale. Per quel che vedevo, l’incrocio tra le due dimensioni era lungo non più di due metri; era là che, quando passavano, io li vedevo. Quasi mai ho avuto l’impressione che loro mi vedessero, io li vedevo e basta. Non c’era comunicazione e il passaggio era così veloce e silenzioso che potevo anche figurarmi di essermelo immaginata. Solo più tardi comincio’ ad accadere che quando li percepivo e c’era accanto qualcuno, anche lui li vedesse, non sempre, ma qualche volta, come se io fungessi da ponte, come se io aprissi, non so come, il canale a qualcuno che era già predisposto.
Io li ho sempre chiamati ‘i morti’, ma non so cosa siano e non avevano tutti sembianze umane. Prima ci furono i ‘bachi’, esseri biancastri, lunghi 2 o 3 metri, che navigavano orizzontali per aria, come vampiri: di essi avevo una enorme paura. Poi vennero le ‘sfere di luce’, soffici e luminose, che si alzavano lentamente da terra negli angoli della stanza, simili a fulmini globulari, ma quelle le avevo viste anche da bambina e mi avevano fatto compagnia nelle lunghe giornate di malattia passate a letto, nella camera fredda sul retro della casa, dove non veniva mai nessuno, le chiamavo ‘le bolle’ e le associavo alla mia malattia, erano i miei amici d’anima, protettori silenziosi, piccole anime anch’esse, a volte venivano fitte e riempivano la stanza ondulando attorno a me, mentre bruciavo per la febbre delle bronchiti; le ‘bolle’ non erano molto grandi, come globuli evanescenti e biancastri, ma qualche volta mi parevano lievemente colorate e allegre. A volte invece vedevo ‘le ragnatele’, grandi ammassi neri confusi negli angoli alti e bui delle stanze, larghi mezzo metro o un metro, che evitavo di guardare per paura, e anche altri le videro accanto a me e me le indicarono. Uno dei fidanzati di mia figlia ne indicò uno in un corridoio e disse: “Qui sento del Male”. C’erano anche i ‘boli rotanti’, simili a quei cespugli che rotolano nel deserto portati dal vento, ma questi rotolavano sul pavimento davanti a me simili a fuliggine sottile e io alzavo i piedi per non toccarli, e anche questi altri li videro insieme a me ed erano malefici. Poi arrivavano ‘gli uccelli di luce’, a volte sfrecciavano come uno sprazzo di luce di lato, un battito d’ali che mi ricorda la morte, una luce rapidissima che ti passa a fianco come una freccia e fai appena a tempo a scorgerla, ma ne sentivo anche il rumore crepitante, velocissimo; una volta ‘le ali’ mi sbatterono in faccia facendomi spaventare e a volte mi toccavano la mano che trasaliva. Ho sempre pensato che la morte, anche in sogno, si presentasse come una colomba bianca. Le luci potevano arrivare in traiettorie rapidissime nella stanza, come un fulmine e girare rapidamente, qualche volta le vedevo anche attorno alle persone e le vidi poi identiche in certe foto che dei fotografi del paranormale avevano fatto per studiare ciò che non si vede al di là delle frequenze visibili. Anche io, quando fotografai la statuetta della Madonna a Chartres, che dicevano portasse addosso un vero lembo del mantello di Maria, ebbi una foto in cui non c’era affatto la Madonna ma un tubo lungo di luce. E quando morì di cancro la figlia della mia amica Giuliana e lei fotografò la cagna che la ragazza aveva tanto amato, in tutte le foto attorno alla bella bestia apparve un cerchio di luce e anche la cagna si chiamava ‘Luce’. L’apparizione più bella fu quella delle’ girandole’, in un cerchio di allieve adulte che curai per otto anni e in cui toccammo momenti di eccezionale simbiosi: un giorno bellissimo la stanza dove eravamo si riempì di girandole silenziose luminosissime e allora anche la dolce Laura-bruna disse: “Quanti vortici! C’è luce dappertutto!” Lei era una che sentiva l’incenso quando io sentivo l’incenso e vedeva la luce quando io vedevo la luce e questo mi confortava.
La luce che vedo a volte non è molto forte, ma come un neon intenso al centro che sfuma senza margini ed è in genere biancastra.
Di questa stessa luce era l’immagine che ebbi lungamente una notte, che proprio mi terrorizzò. Mia figlia Nicoletta allora era una scout ed era partita per un campo in Dalmazia, oltre confine; il tempo era pessimo, diluviava, era una notte da tregenda e io non smettevo di pensare che quegli scout si sarebbero messi nei guai. Tutti gli anni c’era qualche scout che passava qualche pericolo, e pensarla in un branco di ragazzetti spensierati che facevano campo all’aperto sotto la pioggia e in una zona ‘oltre confine’ mi agitava grandemente. Così ero andata a letto inquieta, non riuscivo a prendere sonno e continuavo a rigirarmi nell’ansia, quando d’un tratto, nel silenzio della stanza chiusa dalla pioggia scrosciante, fu come se esplodesse un silenzio più grande e di colpo mi ritrovai seduta sul letto cogli occhi sbarrati. C’era sul muro una piccola immagine della Madonna, l’unica immagine sacra che tengo, una piccola stampa del 1700 di un Santuario, ritrovata sul pavimento di una stalla, che avevamo preso perché Maria somigliava molto alla mamma di mio marito, morta giovane di leucemia. Davanti a quell’immagine, era sospesa per aria una giovane donna. Poteva avere 14 anni, era piccola e graziosa. Interamente vestita di bianco, era anche tutta coperta da un velo trasparente, bianco anch’esso, da capo a piedi, e tutta risplendeva di quella luce bianca soffice come neon. Io pensai atterrita che era il fantasma di mia figlia e anche la chiamai: “Nicoletta!” e guardai la sveglia luminosa che segnava le due. Passarono molti secondi che mi parvero secoli. Io guardavo la figura, guardavo la radiosveglia, poi di nuovo la figura…. Lei tremolava quietamente fissandomi, sospesa. Poi lentamente cominciò a svanire finché la persi del tutto e mi restò davanti la parete in penombra. Forse era una immagine ipnagogica, ma per tutta la notte non riuscii a dormire e continuavo a sbarrare gli occhi e a fissare la parete, terrorizzata. Mia figlia tornò sana e salva, avevano trovato riparo in una parrocchia e non avevano corso nessun pericolo. La piccola donna è sempre nei miei occhi, una piccola ragazza dolce coi capelli scuri raccolti dietro e le mani un poco allargate con i palmi aperti, come si mostra l’immagine della Madonna, tutta coperta di luce.
Non so i morti dove sono, mi piace immaginarli su una grande nave che naviga silenziosa su un oceano sconfinato o che camminano veloci e silenziosi su strade che non sono le nostre.
Non so nemmeno quali sono i morti tra le figure che vedo. Il ‘vedere’ è di molti tipi. C’è un vedere che è dentro la mia testa come se si accendesse un video e si capisce benissimo che quelle immagini vengono proiettate da dentro, poi c’è un vedere per sagome, la persona non è chiara, è come una sagoma ritagliata in un’ombra un poco più scura, si possono capire bene i dettagli ma non ci sono sempre proprio colori e forme, bisogna immaginarli. Nella mia casa di adesso di Bologna ho uno di questi punti nodali, su un ballatoio, dove passano i morti. Li ho visti spesso come sagome veloci, passano lì in genere e non ovunque, salvo qualche eccezione nella mia camera o nel corridoio, e non li vedo quasi mai chiaramente ma come profili. Allo stesso modo li hanno visto altri. Sembra che abbia la strana capacità, di cui non ho mai sentito parlare per altri, di comunicare la visione anche ad altri, se solo hanno un minimo di aperture paranormali. Io non parlo in genere dei morti, quando li vedo, perché non è buona educazione spaventare la gente, e quando passano sto zitta e faccio finta di niente. Non mi fido di questi passaggi e ho paura. Spero che sia come per gli animali che se non gli fai caso ti fiutano un po’ poi si allontanano. Così penso che se io non faccio caso a loro, se ne andranno prima, temo gli animali, di qualsiasi tipo e non voglio interferire nemmeno con loro. Solo i gatti, anche se li ignoro,mi si avvicinano; io ho paura dei gatti ma loro sono molto curiosi di me, io penso che sia per tutti quei morti che mi porto appresso e che loro vedono benissimo coi loro occhi strani. Ma la mia regola è quella di non toccare ciò che non capisco e così al mondo ci possiamo stare tutti indifferentemente. Io non ho mai comunicato con i morti né saprei come farlo, ne ho terrore e continuo a pensare che siano uno scherzo della mia fantasia, sperando che le visioni scompaiano prima possibile. Così quando in casa ci sono quei piccoli segni, gli scricchiolii improvvisi della grande libreria di noce, i campanelli, le monetine, gli scoppi improvvisi di voci mozzate, le luci che tremolano, i movimenti, gli scoppi, fingo di non percepire nulla, o spero che ci sia una causa razionale e, se c’è qualcuno che pure li sente e si spaventa, decentro l’attenzione, parlo di echi della casa, distraggo con sciocchezze. Se sono sola, li ignoro. I miei interlocutori non devono sapere, non voglio contatti, altrimenti non riuscirei più a vivere.
Quella volta che cinque persone entrarono una dopo l’altra nella mia casa nello stesso giorno e videro ‘il viandante’ me la ricordo, perché fu una cosa spontanea e furono cinque. Io vedevo passare una sagoma grigia di persona piegata in avanti, con un cappuccio, una figura di forse 35 anni, molto triste, passava e passava. Altre cinque persone ‘videro’ la stessa cosa, e la raccontarono quasi con le stesse parole: un uomo non vecchio, magro, col cappuccio, o con la gobba o con capelli lunghi gonfi sulla schiena, o una bisaccia sul collo… e tutti dissero che era triste. Maria Luisa fu l’ultima della giornata e continuava a fissarlo e non riuscivamo più a parlare di niente e lei era lì invece per dirmi la sua depressione e allora le dissi: “Maria Luisa, chiudi gli occhi e scrivi!” e le misi in mano una biro. E lei, sul divano, cadde subito in trance e con mano tremolante scrisse: “Sto male! Aiutatemi! Non ci sono solo i vostri problemi ma anche i miei! Aiutatemi! Candele, incenso grani, acqua benedetta!” E allora Maria Lusia andò a casa sua e tornò di corsa con candele bianche e grossi grani di incenso con cui mi impuzzò la casa e acqua di Lourdes che mi spruzzò dappertutto. Ma quella notte, quando rimasi sola, scoppiò il finimondo, le porte sbattevano, le finestre, rumore di piatti rotti, negli armadi si sentivano botti come se tutto rotolasse, ma tutto cosa? Al mattino silenzio! Ma qualcosa era successo. Quando Maria Luisa tornò, la feci scrivere di nuovo ma le parole non mi piacquero: “Mi avete solo accarezzato. Ho bisogno della vostra energia!” Allora pensai che non mi piacciono i succhiatori di energia, perché alcune di queste ‘cose’ sono così, vampiriche, lo senti da un calo di forze, da una onda depressiva, e non è bene attirarle.
Il ‘Viandante’ se ne andò poi via per conto suo dopo che andai a Riccione a un convegno di parapsicologia e incontrai uno sciamano tolteco, che mi insegnò un rito per mandare in cielo le creature senza pace, ma questa è un’altra storia.
Le cose più curiose che ho visto furono in un piccolo corridoio d’ingresso a Pavia. Io avevo finito le faccende e mi ero seduta in cucina su una sedia a sdraio; mentre mi riposavo, vidi passare rapidamente nel piccolo ingresso quadrato due alte e snelle figure, erano due giovani completamente calvi con braccia e gambe molto sottili e affusolate; li ricordo perfettamente per quanto erano strani, avevano vesti diverse dalle nostre, bluse di seta chiara rigonfie, aperte sul petto, calzoncini simili a quelli dei ciclisti corti e rosa ciclamino sgargiante; le scarpe non le vedevo, era come se fossero trasparenti e vedevo benissimo i lunghi piedini arcuati, simili a quelli dipinti dal Botticelli, credo che sarebbero stati benissimo accanto alla sua Primavera; in particolare mi colpirono le loro teste dalla fronte altissima senza capelli, svasate in alto. Parlavano attenti tra loro ma non sentivo le voci, non mi videro; io li guardavo a bocca aperta, poi scomparvero. Tante volte mi sono chiesta se gli uomini del futuro saranno così, dopotutto noi siamo più glabri e sottili e più elevati degli uomini delle caverne e la nostra fronte è più alta, così i due ciclisti in hot pants rosa potevano venire da un altro tempo, dal futuro, o forse da un altro mondo.
Ma per lo più mi capita di vedere persone normali che passano per la casa, o entrano in qualche camera, così come avviene nel film ‘Sesto senso’, che mi ha turbato molto, e, quando ho visto nel film la sequenza del ragazzo di spalle che entra in bagno, ho detto: “Ecco, è così!”.
Queste immagini sembrano solide e vere come se ci fosse qualcuno in casa ma poi, quando si va a cercare, non si trova nulla.
Alcune volte invece ho visto un defunto dietro la persona che stava in visita, la mamma, il nonno… potevo vederlo chiaramente anche se non era proprio solido ma come trasparente e non riuscivo a comunicare con lui ma potevo vedere certe cose che mi indicava e così potevo solo raccontare qualche particolare e il mio visitatore riconosceva il suo morto e si turbava e piangeva, ma è successo di rado. Una volta la figura di una mamma mi disse telepaticamente che sua figlia si era dimenticata di una cosa importante e si trattava di un mutuo da pagare, ed è strano perché ho sempre pensato che è una cosa tanto importante che uno dovrebbe dare un ordine bancario in proposito, ma è raro che ci sia una comunicazione, forse perché io la respingo, per cui mi sono sempre chiesta a che servissero queste percezioni, visto che non ero il soggetto adatto.
Poteva apparire anche un paesaggio o dei mobili, ma vedevo tutto fuori come una proiezione leggera. A volte il defunto appariva come era da giovane, in genere felice, una volta invece venne una mamma come era stata in punto di morte, scarnificata dalla malattia e continuava a far cenno alla mia visitatrice di fare quella cosa che le aveva raccomandato in punto di morte: curare la sorella perduta, una cosa che lei rifuggiva.
A volte i morti appaiono come persone normali, e camminano per strada simili a tutti i vivi e solo se sai che sono morti li riconosci come tali. Una mia allieva era lontana quando lo zio morì e aveva tardato col treno ad arrivare al funerale, era corsa in Certosa col marito quando ormai era tardi, molto tardi, lamentando in cuor suo di non aver potuto dare l’ultimo saluto allo zio che amava tanto, ed ecco che lo videro che veniva loro incontro in un corridoio della Certosa, tutti e due lo videro, col suo bel vestito grigio chiaro, elegante, che sorrideva loro e li sorpassava dicendo: “Ciao!” e già non c’era più. E quello era stato proprio il suo ultimo vestito e quello il suo ultimo saluto.
Anch’io vidi un mio allievo dopo morto. Era un anziano poliziotto in pensione che aveva seguito i miei corsi di filosofia a Zocca e che avevo ritrovato su per i boschi nelle passeggiate organizzate dal Comune, mi aveva raccontato dei libri che scriveva e si divertiva a parlare con me. Quando morì, la figlia mi telefonò e andai al suo funerale in Certosa. Al ritorno, il mio autobus girava attorno a piazza dell’Unità e lui era lì, in mezzo alla piazza, più vivo che mai, con i pantaloni grigi e la camicia bianca con le maniche arrotolate, che sventolava nel vento. Mi fissò attentamente per tutto il tempo che l’autobus girò attorno alla piazza e si fermò al semaforo e riprese, sempre voltato verso di me, fissandomi per tutto il tempo.
Per strada ho visto mia suocera, mio cognato… Camminano i morti come sonnambuli, la gente non li vede, loro non si accorgono di essere morti, camminano, si fermano ai semafori, vanno… dove vanno?

MORIRE E TORNARE

Mi chiede, Olasz, cosa succede dopo la morte e, per quel che so, provo a rispondere.
La morte è un pensiero molesto che rimuovi finché ne hai modo, perché nella nostra cultura non c’è alcuna preparazione alla morte e le cose che ti dicono, del paradiso, inferno e purgatorio, o che abbiamo una sola vita fino alla resurrezione dei morti, ti sembrano strane e non le credi, e le metti lì nell’insieme delle cose che sei troppo educato per contestarle e che ogni sensitivo può smantellarti in un secondo. In Occidente hai paura della morte, non ti insegnano che i morti continuano ad esistere o rinascono lasciando dietro di sé tracce incomprensibili. Non vivi certo preparandoti a morire, perché nel cristianesimo non esiste alcuna preparazione alla morte, e in genere non vuoi nemmeno sentirne parlare perché la sola parola ti spaventa, e fingi che la morte non ti riguardi, come se si esorcizzarla cacciandola dalla mente, mentre è l’unico fatto che riguarderà indifferentemente tutti e su cui dovremmo tutti riflettere. Molte religioni preparano al morire, anzi alcune, come il Lamaismo tibetano, sono intese essenzialmente come una lunga riflessione sul morire bene, come se la vita tutta dovesse preparare questo passaggio. Inspiegabilmente la religione cristiana lascia questo mistero in un disorientamento silenzioso, e non mette in conto che ciò che non sai ti spaventa molto di più di quel che sai e ti lascia impreparato e spaurito. Non serve rimuovere la morte, ma su di essa possiamo solo fare delle ipotesi o narrare delle testimonianze, cercando, attraverso le religioni e i culti di altri popoli, quei riscontri che il silenzio cristiano non riesce più a dare.
Sulla morte, come tutti, io non sapevo niente.
Per 35 anni il problema fu come ovattato, assopito, messo da parte. A 35 anni stavo così male che fu giocoforza internarmi in sanatorio e le analisi si succedettero senza una parola chiarificatrice, mentre toccavo con mano cosa la malattia potesse fare agli umani, intorno a me c’erano donne spesso anche giovani con malattie terribili e diagnosi di morte prossima, tubercolosi, cancro, forme rare di leucemia che colpivano ghiandole, organi, molte malattie infettive; ricordo delle ragazzine, delle giovani madri che erano state isolate dai loro figli bambini, neonati, e che non li vedevano da mesi e mi mostravano piangendo le foto. Io sola ero in osservazione e nessuno mi diceva cosa avevo. Quando venne mio marito in visita, gli dissi che potevo avere anch’io qualche rara malattia infettiva o terminale e non potevamo baciarci, ma lui mi abbracciò in modo convulso e mi dette un bacio forzoso, lunghissimo, dicendo: “Qualunque cosa hai tu, voglio averla anch’io!” Eravamo giovani, allora, e spaventati e con una bambina piccola, e quel gesto disperato mi sembrò pazzesco, ma ancor oggi, quando litigo con lui anche aspramente, ricordo quel momento come qualcosa di sovrumano e torno tranquilla. Alla fine dei dieci giorni, dopo che ero stata esaminata dentro e fuori, venne la diagnosi agghiacciante: “Pochi mesi di vita per una malformazione congenita irreversibile e non operabile. Non c’è più niente da fare”. Ricordo ancora il primario, piccolo e rigido, implacabile. L’ho sempre associato al ‘Giudice’ di Lee Master. Ci dovrebbe essere un modo umano per passare una simile notizia e non si parla al malato prima che alla sua famiglia, ma io fui esentato da ogni rispetto, così l’annuncio mi cadde addosso come una mazzata, qualcosa che ti toglie anche la facoltà di pensare. Ero stata malata tutta la vita per una malformazione bronchiale congenita ma quel medico mi toglieva ogni speranza. Uscii dal sanatorio in stato di sbalordimento. Scappai a precipizio, quasi non salutando le mie compagne che mi guardarono con odio perché uscivo, mi liberavo, come una che evade dalla prigione.
Poi, subito: il miracolo, ripresi a respirare “di colpo” bene! Respiravo l’aria a lunghi sorsi come una cosa mai sentita prima, respiravo, bevevo l’acqua, bevevo l’aria fresca, a sorsi lunghissimi, e continuavo a ripetermi come incredula: “Sto respirando! Sto respirando!”
E’ incredibile quante cose facciamo, mangiamo, respiriamo, camminiamo, dormiamo… e non siamo pervasi dallo stupore incredibile che queste funzioni normali ci dovrebbero provocare: stiamo bene! Tutto va bene! Dovremmo vivere sempre come ringraziando! E’ solo quando qualcuna di queste funzioni viene meno che scopriamo quanto sia importante, che valore abbia! Viviamo con ingratitudine, distolti da pensieri neri, e la vera morte è questa: non capire la vita.
Poi caddi di colpo nei 29 ‘anni da strega’, come precipitare in un altro mondo, un periodo di sciamanesimo spontaneo, non richiesto, non voluto, destabilizzante, senza alcuno strumento per codificarlo, per razionalizzarlo, col timore costante di essere diventata schizofrenica, e precipitai in questo periodo incredibile della mia vita con tutti i suoi effetti speciali, gli stati modificati di coscienza, le esperienze paranormali, le visioni… tutta una straordinaria antologia di fatti straordinari in cui non mi specializzai in niente, passai da una esperienza all’altra come istupidita, spesso spaventata, persino depressa o angosciata. Finché tutto, di colpo, dopo 29 anni di stranezze, come era arrivato improvvisamente scomparve e ora comincio quasi a dimenticare e arrivo a dubitare delle mie stesse esperienze.
La guarigione improvvisa portò questo: lo scotto pesante e indecifrabile dell’apertura di un canale indesiderato. Da allora ho parlato con molte persone che sono state diagnosticate clinicamente morte e che poi sono tornate in vita e le loro narrazioni sono risultate identiche alle mie, spesso si tratta di infartuati o di persone uscite da incidenti mortali, e anche loro hanno acquisito da questo viaggio nell’aldilà l’apertura di facoltà paranormali e una valutazione rovesciata della morte, a volte anche poteri terapeutici o la seconda vista. Forse tutto ciò appartiene al mondo che non conosciamo, dove sappiamo, vediamo e possiamo diversamente da questo e, se ci vai anche per un attimo, qualcosa ti resta attaccato quando torni. Ma io non sono mai veramente morta, ho solo ricevuto una diagnosi funesta, il mio encefalogramma non è mai diventato piatto, il mio cuore non si è fermato, e tuttavia qualcosa nel mio cervello è cambiato e questa variazione istantanea ci è rimasta per 29 anni, per poi sparire, misteriosamente, sempre di colpo, come era venuta. E quel qualcosa non ha solo modificato la mia percezione della realtà, ha rovesciato radicalmente le idee che avevo sulla morte. Ci sono psicologi, medici, analisti che hanno interrogato pazienti liminari, usciti dal coma o da operazioni chirurgiche rischiose. Abbiamo lunghe raccolte di testimonianze ‘da sala operatoria’, specialmente resoconti di bambini, meno acculturati, meno influenzati, e questi resoconti si somigliano. Io posso avere anche letto le cose che credo di aver visto, ma i bambini?
Certo è che da queste esperienze, che voi le crediate vere o no, risulta che la morte non è la fine. Dopo l’istante del morire, che non è nemmeno doloroso perché è inavvertito, qualcosa ricomincia, un’altra forma di vita ha inizio, e, in genere, essa è incommensurabilmente più bella e libera e serena di questa, per cui la morte è solo il rapido passaggio tra una forma di vita (quella terrena) e un’altra forma di vita, che non sappiamo.
Nei 29 anni che seguirono a quell’evento straordinario, io non fui mai più malata, io ero miracolosamente guarita, senza preghiere o Lourdes o interventi di persone sante, per quale misteriosa ragione al di fuori della mia volontà o della mia comprensione, io, che sono vissuta per 35 anni della mia vita come una invalida, impossibilitata a fare gli atti normali del quotidiano, con punte acute di malattia e di difficoltà respiratoria che duravano mesi e mi immobilizzavano in una solitudine forzata, affogata dall’asma, dalla bronchite, dalla febbre, dalla debolezza, con l’impossibilità di portare avanti un lavoro, una vita sociale, una famiglia… ora finalmente potevo vivere, ma tutto risultava più difficile di quanto doveva, perché era subentrata una depressione profonda che mi impediva di credere alla nuova realtà e di sperare.
La morte mi era passata accanto e la sua aura mi aveva impregnato di dolore al punto che non credevo più nella vita.
La speranza e la disperazione sono due cose curiose, a volte speri quando stai morendo e disperi quando sei salvo. Nulla è più stupido di un essere umano, niente è più incoerente. Solo qualcosa più alto di noi può condurre i nostri passi distorti, se ha pena dei nostri tentennamenti.
Per quanto poi sia stata bene poi per tutti gli anni che seguirono e per quanto i miei bronchi anche fisiologicamente non mostrassero più alcuna deformità, cosa che nessun medico ha saputo spiegare, ero guarita. Prima avevo 4 bronchi e sta per morire, poi ne avevo normalmente due ed ero sana.
Ci fu solo un mese in cui sembrò che la vecchia bronchite ritornasse e curiosamente era d’estate. Ero in agosto a Zocca, un paesetto di montagna dell’Appennino, quasi sempre da sola, e mi venne una tosse nervosa che mi spaventò orrendamente, dati i trascorsi, e non mi faceva dormire la notte. La notte non dormivo perché la tosse era più acuta. Il giorno ero sfinita e dopo pranzo cadevo sempre addormentata per qualche minuto. Ebbene, per tutto quel mese, ogni giorno, in quei minuti di sonno improvviso, io morii. Mi addormentavo a piombo come se perdessi i sensi, e la mia anima scappava dal mio corpo velocissima, in una oscurità annegante, e schizzava su a perdifiato su una linea leggermente ascendente, senza corpo né nulla, in qualcosa che doveva avere forma di tunnel, perché ogni tanto in quel buio vedevo schizzare degli sprazzi di rapidissima luce che segnavano una forma circolare, come se salissi obliquamente in un condotto, mentre mi pareva che una presenza mi stesse dietro la spalla destra, come a seguirmi o guidarmi. E in fondo a quel tunnel nero che saliva verso l’alto e che percorrevo a corsa folle c’era una luce non molto forte, una luminescenza morbida come di neon, ma palpitante e viva. L’impressione era che quella luce era calda e comunicante, come una persona. E quel che mi comunicava era un amore infinito, una infinita dolcezza, una accoglienza totale, come non ho sperimentato mai. Era come se quella luce fosse piena di persone, di cui ci fosse non la forma ma un’essenza di amore palpitante, quella di tutte le persone che ti amano. E io ne ero attratta come per un desiderio infinito che finalmente si soddisfaceva, perché finalmente io tornavo alla ‘Madre’.
Ma subito dopo, prima che potessi essere abbastanza vicina e tuffarmi in quell’amore dolcissimo, tornavo indietro di scatto come un elastico che si ritirasse con un colpo secco, e questo tornare indietro era qualcosa di brutale, sgradevolissimo, per cui mi sentivo come ‘vomitata’ di nuovo nel corpo all’indietro e il corpo stesso fosse di una specie inferiore, ributtante, come se rientrare nel corpo di un rettile, di una forma più bassa, agganciata a vite più basse. La sgradevolezza di tornare in un corpo fisico era inimmaginabile e il risveglio mi lasciava pesta, sconvolta e piena di disgusto. Ma, come riacquisivo coscienza, cadevo nelle vecchie coordinate e pensavo con orrore: “Ho sognato di morire!” ed ero terrorizzata.
Così ho dovuto accettare di mettere, una accanto all’altra, dentro di me la vecchia idea paurosa della morte e la nuova esperienza che la morte, in realtà, era l’esperienza più bella della vita, perché era un ritorno, il ritorno a una essenza infinitamente superiore e infinitamente più felice, da cui non vorremmo essere allontanati mai per venire a vivere, il ritorno a quell’unità primitiva, materna, da cui ci siamo separati nascendo.
Quando ero bambina, ero una strana bambina, non so se per colpa della vita di prigioniera che mi è toccato fare e che mi ha costretto a un isolamento forzato quando ero nell’età dei giochi e della socializzazione, o per colpa della respirazione difficile che mi produceva una scarsa ossigenazione cerebrale, ricordo che già piccolissima battevo i piedi in terra in impeti di rabbia gridando che ‘qui non ci volevo stare’. Ero come un’esule in terra straniera e tutto di questo luogo mi era alieno. Non sopportavo di dover camminare mettendo un piede dopo l’altro e anche oggi questo modo di spostarsi mi sembra stupido e primitivo, non sopportavo di dover comunicare aprendo la bocca ed emettendo suoni. Il mio mondo ‘vero’ era un mondo dove i corpi non esistono, dove solo la mente comunica e dove ci si sposta in tempo reale. Con internet mi pare quasi di essere tornata a quello stato primitivo. Nulla dell’abbrutimento a cui ti costringe il corpo. La cosa curiosa è che ho passato tutta la vita a insegnare, a far conferenze, corsi… tutta una vita a ‘parlare’. Il mio organo più penalizzato, la bocca, che è collegata alle funzioni respiratorie, è anche quello che ho più usato. E poiché chi parla deve anche ascoltare, sono nata anche con una malformazione ai canali auditivi per cui non ho quasi possibilità di ascolto e spesso sono totalmente sorda, come se gli organi del comunicare: bronchi, gola, orecchi, fossero nati posticci, imperfetti. E’ come se la bocca, in questa vita di adesso, fosse un organo insolito, tant’é che, quando sono depressa, la depressione mi parte sempre dalla bocca, che diventa inerte, le mascelle cadono, le labbra non stanno insieme, non posso parlare, perdo il comando della mia bocca, mi trema la voce. Ma quando ero piccola pensavo sempre di venire da un mondo dove non ci sono bocche né piedi né orecchie e la gente si sposta in tempo reale e comunica col pensiero, e quel mondo è superiore a questo mondo primitivo e selvaggio, pieno di lenti piedi e di bocche che non si fanno capire e di orecchie che non stanno mai a sentire.
Per volare ho volato negli stati modificati di coscienza e per comunicare direttamente, lo faccio spesso con mio marito e mia figlia, e, a volte solo nel senso della ricezione del pensiero, con le persone che mi vengono a trovare per sapere chi sono, o almeno lo facevo, nel tempo in cui ero una strega, perché ora, da qualche anno, non sono più niente. 35 anni da malata, 29 da strega, e ora sono di nuovo in una terra di mezzo. Non sono nessuno. E sto aspettando con un po’ di inquietudine cosa deve arrivare.
Dunque ho conosciuto, ripetendo l’esperienza per un mese intero, che cosa vuol dire uscire dal corpo e morire. Non sono mai arrivata alla luce tenera e calda, non ho mai visto l’aldilà, non sono mai entrata nell’abbraccio d’amore. Ho però sentito persone che sono andate oltre e raccontano di una gioia infinita, dell’unione spirituale con tutte le persone care, a volte dell’incontro con le divinità che hanno pregato in vita, a volte di quei dolci pascoli di cui parla la Bibbia, e del giardino dove si può passeggiare, ché in fondo Paradiso vuol dire giardino.
Ho spesso sognato che ero morta e vedevo i miei da dietro un muro d’ombra sottile e mi rattristavo del loro dolore e tentavo di dir loro: “Non piangete! Sono qui! Sono viva! Vi amo sempre! Vi vedo sempre! Sono così viva e così vicina a voi, perché piangete? Non c’è nulla di cui addolorarsi, perché sono con voi più di prima! Posso anche proteggervi e aiutarvi più di prima! Perché non mi sentite che sono qui con voi?” E in fondo queste sono le cose che vengono in tutte le sedute medianiche: “La morte non esiste. Perché piangete? Noi stiamo bene! Siamo felici. Ci rattrista solo il vostro dolore. Non abbiate pena, perché tutto va bene!” Tutto va bene. C’é solo la vita. E qualche volta i morti passano il muro d’ombra e arrivano coi loro segni nella stanza di qua, dove siamo noi, e si fanno sentire.

Di queste storie dei morti che danno segni ne ho a centinaia. Ma nessuno parla mai dell’inferno, del purgatorio e del paradiso, che devono essere favole medievali della chiesa cristiana per terrorizzare i fedeli, a cui oggi del resto nessuno o quasi pensa più, senza che la Chiesa si sia premurata di sostituirle con una filosofia della vita e della morte più adatta all’uomo attuale, che resta spesso solo e disorientato, perde la fede perché non vive la fede, perde lo spirito perché qualcuno ha perso lo spirito. Le religioni sono come favole e l’ateismo del pensiero laico sarà anche una buona cosa, ma di fronte al dolore della morte, di fronte al mistero, non serve a niente. L’uomo vuol sapere e quando non sa, vuole almeno delle ipotesi. Perciò metteremo anche le esperienze dirette nel novero delle ipotesi, in mancanza di altro. Prima vediamo il remo piegato nell’acqua, poi comprendiamo che il remo non è piegato e che è solo un’illusione ottica, poi possiamo entrare nell’acqua a vedere. Cambiare coordinate mentali è come entrare nell’acqua e vedere, da un’altra prospettiva, ma probabilmente anche quella è poco per conoscere.
Io penso che, come abbiamo molti livelli di essere (i veli della cipolla), così possiamo avere vari livelli di consapevolezza in cui il punto di coscienza può spostarsi, o successivamente o contemporaneamente. C’è un punto di coscienza che vede solo la parte della scena che è illuminata e c’è un punto di coscienza superiore che vede tutte le parti insieme.
Io credo che siamo formati da un corpo, da una psiche, da un’anima e da uno spirito. Il corpo sappiamo cos’è, la psiche è ancora corpo ma più invisibile (attenzione, memoria, emozioni, sentimenti, la stessa mente che gli induisti considerano uno dei sensi come gli altri), l’anima è più sottile ed è legata al corpo-psiche in modo diverso per compito, con capacità di dare giudizi, fare valutazioni, cambiare scelte, mutare il destino… è qualcosa che il corpo-psiche non ha, non ce l’ha un gatto, per esempio, o un cane, che pure hanno un corpo e hanno memoria, emozioni, sentimenti… ma hanno reazioni determinate, scelte meccanicistiche, comportamenti condizionati… L’anima è una caratteristica umana, legata a un destino in parte condizionante, ma in cui apre una possibile sfera di libertà e di responsabilità, l’anima è la tua scelta in base al tuo destino. Quando si parla di anima entriamo in una riflessione superiore, creativa, etica, una dimensione di consapevolezza e di responsabilità. Nel corpo-mente si è, nell’anima si deve. Si entra nel mondo dell’etica.
L’anima ha a che fare non con la stretta reazione ai fatti ma col nostro compito, nel destino non subito ma scelto, costruito. Qui il piano dell’essere si allarga. Un gatto non si chiede: perché sono venuto a vivere, qual’è il mio compito nella vita, qual’è il mio scopo.. l’uomo sì, può farlo, se ha abbastanza anima. Persino l’alcoolizzato o il potente o l’assassino che danno alla domanda esistenziale una pessima risposta sociale e individuale, persino loro si fanno implicitamente questa domanda, che l’animale non si pone. E questa è l’anima. La nostra responsabilità di vita. Il bilancio e la riflessione. Il compito. Ciò in cui ci impegniamo al di là del modo con cui semplicemente reagiamo.
Lo spirito è un concetto ancora più alto e non facile da capire. Avendo fatto varie esperienze d’anima ma una sola, in questa vita, esperienza dello spirito, posso dire che lo spirito è sopra di noi ma non siamo noi. Lo spirito è ‘colui che guarda’. L’osservatore.
Il complesso psiche-corpo-anima è ‘l’osservato’ ma lo spirito è ‘l’osservatore’.
In India c’è un insieme di scritti sacri, il Bagavad-Gita, gli “scritti ai piedi del maestro”. Si ritiene che gli allievi siedano ai piedi del guru e ascoltino le sue parole ispirate, per cui la Bagavad-Gita si rinnova sempre come messaggio che viene dall’alto. Ma sedersi ai piedi del Maestro vuol dire essere su un piano inferiore rispetto alla verità spirituale che il Maestro possiede, indica la posizione dell’anima rispetto allo spirito che, solo, sa la verità e ne dà qualche sprazzo.
Nella Bagavad-Gita ci sono questi versi: “C’è un albero su cui sono due uccelli. Uno vola, fa il nido, cerca la compagna… L’altro sta sul ramo a guardare”. Il primo uccello indica il complesso corpo-psiche-anima, l’essere che vive la vita; il secondo indica l’osservatore, lo spirito. Ma l’osservatore non osserva solo questa mia vita all’interno di un percorso che non sappiamo, osserva le mie molte vite, perché io sto in una collana di esistenze successive. E anche questo è un concetto che ho dovuto imparare dall’esperienza, non avendolo ricevuto per tradizione dalla mia cultura.
Nel periodo ‘da strega’ ho avuto a distanza ravvicinata tre ricordi di vite precedenti, dovrei chiamarli sogni, visto che li ho ricevuti dormendo, solo che non avevano nulla di onirico, erano piuttosto esperienze allucinatorie molto intense, da sveglia, in cui sono stata altre tre persone con diversi caratteri, situazioni, storie. Dal mio punto di vista non sono stati sogni ma ‘ricordi’, un rivivere allucinatorio di esperienze di un passato ignoto alla mia memoria ordinaria. Del sogno non avevano nulla, della realtà avevano tutta la vivezza percettiva e emozionale, tanto che li considero tre esperienze traumatiche, in cui sono stata per tre volte una persona diversa, e, per quanto abbia dimenticato quasi tutti i miei sogni normali, questi sono rimasti con tutta la loro vivezza emozionale a carattere perturbante come tre forti esperienze ‘reali’, esperienze di vite precedenti.
Due sogni rivivono due morti, l’ultimo una prigionia. E tutti e tre sono molto drammatici.

1) Sono un ragazzino polinesiano di forse 8 anni, innamorato del mare. Il mio luogo preferito è una baia splendida rosata, a forma di falce di luna, di sabbia finissima dove non va mai nessuno, nuoto benissimo sott’acqua (io non so nuotare) e sento la massa di capelli neri che fila nell’acqua, vado verso il fondo, fendo col mio corpo sinuoso dei branchi di pesciolini argentati fittissimi che si scompaginano per riunirsi poi di nuovo, so che quel che faccio è rischioso e che sono stato sgridato per questo. Poi di colpo sono morto affogato, sono in alto e vedo qualcuno che porta il mio corpo in braccio, osservo con distacco la massa di capelli neri bagnati che ciondola verso il basso, non mi importa molto di quel che vedo. L’uomo sale dal mare verso un villaggetto di capanne di legno grigiastro pencolante, dalla spiaggia si sale per una specie di scala fatta da radici infilate nella sabbia. L’uomo porta il corpo del bambino annegato. Dalle case esce una donna che viene incontro gridando.
2) Sono una ragazza russa di forse 17 anni, niente di speciale, una ragazza come tante, vedo il mio vestito tutto bianco, lungo, non molto largo, con le gale, ho una gala quadrata sul petto, e il collarino alto, i capelli un po’ crespi sono legati dietro e l’abito ha dietro un fiocco. Mi chiamo Sonia, non sono né bella né brutta, so suonicchiare il piano, ho pensieri amorosi per un cavaliere della guardia che nemmeno sa che esisto, lui si chiama qualcosa come Alioscia, o Aliexsei e ci fantastico sopra… E’ l’autunno del 1917, ma non fa molto freddo. La mia città si chiama Pietrogrado ma si può chiamarla anche Pietroburgo, mi sembra che questo doppio nome abbia importanza. La mia famiglia è medio-ricca, abbiamo della servitù. Vedo la sala da pranzo un po’ severa e cupa, la mia famiglia è seduta attorno a un tavolo lungo, la serva dice che ci sono dei tumulti in città. Io chiedo se abbiamo dato il nostro pane ai poveri, perché diamo ai poveri quello che avanza. Il tumulto aumenta. Esco sulla veranda, c’è come un patio davanti alla porta con delle colonne e delle grandi felci in vaso. Nella strada sta avanzando una enorme fiumana di gente che grida, vedo abiti grigiastro o bruni, lunghe barbe, le facce sono cupe, arrabbiate. Sono atterrita e mi nascondo dietro un vaso di felci. La gente invade la casa e massacra la mia famiglia. Io stessa sono trascinata al fiume e affogata. Il fiume è grande, pieno d’acqua con grandi curve. Sento l’acqua fredda del fiume che entra nella mia gola come se la tagliasse….
(Posso osservare che Sonia è il nome che ho dato a tutte le mie bambole, che da piccola chiedevo a mia madre sarta di cucirmi delle bluse col collarino rigido e aperte sulla spalla con la fusciacca in vita, che la vodka è forse l’unico liquore che accetto, che, quando lessi a 14 anni Dostoievski, la cosa che mi piacque di più fu la descrizione dei salotti russi dove mi pareva di essere di casa, e che la musica che mi fa più piangere è quella della balalaica. Noto anche che io non so nuotare e sto alla larga dall’acqua ma l’acqua che mi terrorizza di più e’ quella del fiume; a Pavia c’erano i canali e l’acqua sarà stata profonda poche decine di cm, ma io camminavo rasente la parete opposta, e non potevo guardarla in una vera fobia. Ricordo che i miei incubi infantili erano sempre scene di annegamento in cui l’acqua fredda mi entra nella gola come una lama e mi strozza. E che ho sempre molta paura se vedo assembramenti di persone.
A Leningrado, un tempo Pietroburgo, ci sono stata, ho visto il grande fiume largo con le sua ampie curve, ho cercato la casa con le colonne senza trovarla, e, quando ho lasciato Leningrado mi sono sentita disperata come se lasciassi alle mie spalle una parte di me).
3°) Nella terza allucinazione sono un uomo alto e pingue, con le spalle strette e un po’ a scivolo, i capelli un po’ lunghi e mossi, vedo sulle mie mani il pelo rossiccio, ma mi pare di essere castano, le mani sono morbide e curate, porto un abito di tweed con panciotto ma non sono i miei vestiti, io non porto di solito stoffe così ruvide e non vesto in tweed. Sono in una prigione. E’ una stanzetta molto piccola, quasi vuota, c’è una branda e un tavolino minuscolo con una sedia. C’è anche una piccola stufa di ferro tondeggiante (cosa insolita in una prigione). Dalla finestrina con le grate si vede un panorama ondulato senza alberi. Io scrivo su un quadernetto. Sono disperato. Sono in atteso di un processo degradante in cui sono accusato di aver commesso atti osceni con un giovane. So che questo processo schianterà la mia vita, che dopo sarò come morto, non ci sarà più futuro per me. Non riesco a scrivere la mia difesa. Continuo a ripetere che non ho mai voluto fare del male a nessuno, che cercavo solo “l’esperienza della bellezza”. Il mio modo di parlare è insolito e ricercato, sono indubbiamente un uomo molto intelligente ma il mio pensiero è ‘squisito’, ha molto a che fare con l’estetica, col ‘sapore’, con una percezione esasperata dei sensi, con un gusto quasi morboso della bellezza. Ho un modo di pensare estetizzante, insolito in un uomo, ogni parola è accurata, assaporata come un atto sensuale, nulla è detto a caso. Anche in un momento così drammatico il culto della bellezza mi governa. Per molto tempo ho ricordato le strane immagini che mi affollavano e i termini ricercati con cui mi esprimevo in questo sogno, molto diversi dai miei, poi a poco a poco ho cominciato a dimenticare. Ricordo che ero molto turbato e pensavo “Io volevo solo assaporare la vita stilla a stilla” e, quando pensavo così, mi vedevo come una enorme calla avorio in cui la vita stillava come miele, l’immagine era conturbante e femminea, orgasmica. Mi firmavo con le iniziali O.W.
(Più tardi ho cominciato a pensare a Oscar Wilde, ho letto la sua enorme biografia, ho scoperto del suo incarceramento per aver fatto sesso con un adolescente bellissimo e viziato del bel mondo inglese e per la denuncia del padre di costui, che segnò la condanna e la morte sociale di Wilde. Non so se fosse di pelo rosso e se fosse alto e un po’ curvo e pingue. Ma ho scoperto che il suo fiore preferito era la calla, di cui si ornava anche per uscire nella passeggiata e che la sua casa era tutta color avorio ornata di calle. Per quel che mi riguarda, le sue favole,‘Il principe felice’ e ‘Il gigante egoista’ sono state le mie fiabe preferite da bambina e gli aforismi che gli piacquero tanto piacciono anche a me).

Può darsi che queste siano solo fantasie. Può darsi che la morte sia un passaggio a una inter-vita o vita di mezzo in cui continuiamo a essere vicini ai nostri cari, può darsi che dopo quel periodo di passaggio torniamo in questo mondo o in altri mondi e viviamo altre vite. A volte riusciamo anche a ricordarci cose successe in altre vite o a riconoscere luoghi dove vivemmo un tempo. Ma di questo parlerò in un’altra storia vera.

LA CASA INFESTATA

Quando ero piccola ero convinta che intorno ai 37 anni sarei morta. In realtà sono nata con 4 bronchi invece di due e a 35 anni le mie funzioni respiratorie si complicarono in modo drammatico, per l’aggravamento di questa malformazione bronchiale congenita e irreversibile, che mi aveva fatto vivere da malata per tutta la vita e, al sanatorio di Ornago, dissero che non c’era più niente da fare e mi diagnosticarono due mesi di vita e poi la morte per impossibilità respiratoria. Fu un shock, ma di colpo, non so perché, accadde qualcosa che mi guarì, non solo non morii ma guarii per sempre e ora ho raddoppiato quegli anni di vita, sembra addirittura che il mio bronco ‘doppio’ sia diventato normale e non sono stata mai più malata, insomma ho vissuto quello che si chiama un “miracolo”, la scomparsa di un organo imperfetto e la comparsa di un organo funzionante, senza alcuna spiegazione possibile, giacché miracolo vuol dire appunto ‘evento inspiegabile’.
Le parole del primario furono traumatiche e qualcosa dentro di me si modificò per sempre. Credo che in quel momento il mio radicamento alla vita abbia ricevuto uno shock violento e immagino che, quando questo accade, si liberi una parte di noi che resta solitamente come intrappolata in uno stato di coscienza limitato e cieco, una parte che può essere molto più libera e che apre le condizioni del “vedere”. Vi sono energie che possono emergere violentemente dopo un lutto, un dolore, una malattia, un pericolo. Qualcosa cambia di colpo, come se i traumi esterni ci modificassero integralmente, sradicandoci dalle percezioni abituali e creando configurazioni nuove. Io cerco di razionalizzare la cosa anche se credo sia inutile, certo è che il mio punto di coscienza si spostò e cominciai ad avere delle percezioni che non avevo mai avuto prima e che non sapevo come definire. Queste nuove percezioni mi gettavano nello sconforto più profondo e l’unica cosa che riuscivo a pensare era di essere diventata pazza, probabilmente schizofrenica. Immagino che se uno nasce con delle facoltà particolari, le accetta come parte di sé, magari nascondendole agli altri per non essere deriso, ma arrivare a 35 anni in un modo e poi di colpo percepire il mondo in modo diverso non è qualcosa che si possa accettare o a cui ci si possa abituare.
Poiché a quel tempo abitavamo davanti alle ciminiere Falk di Sesto S. Giovanni a Milano e l’aria rossa di vapori ferrosi non era proprio adatta a un’asmatica in condizioni terminali, ci trasferimmo in fretta a Firenze e cercammo una casa in affitto. Curiosamente era libera e disponibile una villetta vecchia di cento anni. Vederla e respingerla fu tutt’uno. Qualcosa della casa mi metteva disagio. Era un primo piano dai soffitti altissimi, piena di stanzoni, con un immenso corridoio centrale lungo dieci metri ed enormi finestre strette e lunghe. Tre camere, due salotti. Tubi dell’acqua e fili elettrici in vista, vecchi pavimenti di mattonelle esagonali rosse. Dissi di no in modo ostinato. Due mesi dopo non avevamo trovato ancora nulla, ma la vecchia casa era sempre lì, libera e disponibile, fatto questo molto curioso, vista la carenza di alloggi. Così andammo ad abitare in Via del Ghirlandaio, a Firenze.
Nicoletta, mia figlia, aveva 5 anni e si fece venire una bella tosse nervosa mostrando con vari tic, incubi notturni e sintomi vari, di non gradire la nuova abitazione e i cambiamenti sottili che avvertiva confusamente.
I due anni che seguirono furono i peggiori della mia vita, un giovane cognato morto di cancro che lasciava la moglie e tre bambini, la suocera e poi il suocero morti sempre di cancro, un cognato in carcere per terrorismo, la Digos in casa, le liti con mio padre…. un insieme di problemi dolorosi cui partecipai confusamente, sempre più convinta che ‘io’ stavo morendo e che questa era l’unica cosa che mi importava. Un vero incubo.
Ma l’incubo più grande fu la casa. La casa era inquietante per vari fenomeni che fingevo di non vedere, anche perché il pensiero della morte imminente mi teneva come paralizzata, ma le stranezze continuavano con un ritmo martellante: finestre che si spalancavano all’improvviso, luci che si accendevano a metà della notte, sussurri, suoni non identificati, schianti e scricchiolii, oggetti che si spostavano. La bambina odiava quelle stanze vaste e lugubri, odiava la sua camera, e, la sera, attraversava sempre correndo il lungo corridoio un po’ spettrale, cercando di starmi sempre vicina. Si lamentava che durante la notte sentiva rumori strani, era come se per tutta la notte qualcuno “non proprio camminasse ma strascicasse” dolorosamente. Mia madre, che dormì una volta nella sua camera, confermò la cosa e chiese: “Ma cos’è che si trascina con pena tutta la notte?” Ma spiegammo la cosa coi rumori del vecchio sistema di riscaldamento.
Per me, che ero entrata in una situazione irreale, le giornate erano strane e faticose e le notti lunghissime per l’insonnia e l’agitazione nervosa. Avevo il terrore di addormentarmi; se chiudevo gli occhi, sentivo delle forme oblunghe, come dei gonfi lombrichi lunghi un metro, biancastri, a mezz’aria, che volevano succhiarmi la vita attaccandosi alla mia gola, forme vampiriche che si nutrivano della mia energia. Allucinazioni.
Ero diventata attentissima in modo maniacale al mio corpo, mi sembrava improvvisamente che ci fossero delle posizioni che non potevo prendere e dei rituali che non dovevo assolutamente eseguire. Per esempio stavo attenta a non unire le mani per pregare, come se questo atto, in apparenza semplice, fosse analogo all’infilare una spina in una presa e a produrre un contatto o passaggio di corrente, fosse un atto convogliatore di energia! Fu allora che cominciai a visualizzare la mia mano destra come qualcosa di caldo e rosso da cui usciva energia e la mia mano sinistra come qualcosa di blu e freddo che attirava energia. E le due mani insieme erano come due poli elettrici che potevano costituire un arco voltaico dove passava una qualche forma di energia non identificabile. Da allora le mani mi diventano sempre elettriche e bollenti quando ho accanto qualcuno che sta male.
Soffrivo di insonnia, e la notte mi incamminavo spesso nel lungo corridoio illuminato dall’azzurro lunare che irrompeva dai finestroni alti e non schermati. Mi sembrava, e la cosa mi spaventava, di essere “una cipolla”. L’immagine era bizzarra e dissestante. Ero dunque una cipolla, cioè una cosa formata da strati o veli, così sottili da non essere quasi visibili, sempre più sottili e trasparenti verso le parti più esterne, tenute insieme da una punta di spillo che poteva venir meno. E sentivo che per me era diventato molto facile spostarmi verso questi strati esterni così impalpabili, ma questo passaggio era pericoloso per il mio insieme attuale perché comportava un pericolo di disgregazione, dunque di morte. Associavo l’idea della morte a questo passaggio da uno strato della cipolla all’altro, vedevo la cipolla come un universo, come se i livelli o strati fossero una condizione universale e capivo che la possibilità di uno spostamento del mio punto di coscienza da un livello a un altro poteva comportare la fine di quella unione temporanea che qui io chiamo vita e umano. C’era la possibilità rischiosa di una perdita dell’insieme, sarei ancora esistita, sarei stata un’altra cosa ma non avrei potuto più essere come prima. Spostandomi, avrei perso il centro o cuore della cipolla, in una parola, avrei perso il mio nucleo per diventare qualcos’altro, ma non sapevo cosa e ciò mi terrorizzava.
Oggi so che stavo percependo i tanti corpi dell’energia, i livelli vibrazionali di cui siamo formati, sempre più sottili verso l’esterno e sentivo la morte per ciò che probabilmente è: perdita di coesione di questi particolari strati e una passaggio a una forma di essere, o vibrazione, diversa da quella della materialità che ci definisce. Questa immagine dell’uomo-cipolla, che mi sembrava allora quasi sconveniente, l’ho poi trovata in seguito citata tante volte da mistici e sensitivi che ora non ci faccio più caso, in Lobsang Rampa, in Yogananda Paramahansa, nel maestro tolteco Don Juan ecc. E mi ha prodotto un grande sollievo leggerne, quasi un senso di ilarità, perché sapere che altre persone avevano percepito la mia stessa immagine mi dava senso e dignità, mi restituiva a un contesto umano accettabile e non tanto irrazionale da ritenersi folle. Quella immagine degli strati o livelli vibrazionali l’ho sentita nella mia pelle e nella mia paura prima di sapere delle comunicazioni delle entità che ne parlano e prima di leggere la spiegazione che ne dà padre Francoise Brune (“I morti ci parlano” ed. Mediterranee). Non riguardava solo la struttura energetica della mia cipolla ma l’universo intero, l’Essere, nelle sue varie possibilità e conformazioni, come 7 o 9 anelli di conoscenza e di esistenze, riguardava l’organizzazione dell’ENERGIA. Quando poi ho incontrato i 7 o 9 corpi del Lamaismo tibetano ho ritrovato in una cultura lontanissima dalla mia lo stesso concetto. Ho studiato molto e ho cercato altri sensitivi o studiosi o sciamani per capire la natura della mia ‘follia’ e scoprire che era solo uno dei tanti modi della percezione. Ma la conoscenza diretta del fenomeno è sempre stata la mia guida certa per capirne le descrizioni di altri. Solo ciò che si sperimenta si conosce, la vita è un tipo di conoscenza molto diversa da quella scientifica o teorica, molto diversa, per esempio, da quello che ne ha capito una scienziata materialista come la Montalcini, non solo totalmente chiusa alla percezione paranormale ma piena di odio verso di essa al punto da combatterla come se fosse un campo nemico, che minava il suo potere e la sua credibilità.
Il fatto è che anche un Premio Nobel per lo studio del cervello può essere un perfetto analfabeta se il ‘suo’ cervello non ha mai avuto certe percezioni e se si pone di fronte ad esse in modo avverso e ostile. Ma l’esperienza è qualcosa che nessun premio Nobel ti può contestare e che nessun studio teorico può annullare. Nell’esperienza l’osservatore e l’osservato si identificano e questo dà un colore, uno stato emozionale e un modo di essere e di capire che nessuna operazione esterna o studio scientifico può riprodurre o comprendere… Non si conosce per certo che ciò che si sperimenta e non si sperimenta per certo che ciò per cui si è pronti a vivere dal punto di vista evolutivo, cioè alla luce della costante trasformazione dell’essere.
Credo sia allora che è nata in me l’idea che “il porsi” sia qualcosa non di fisico ed esterno ma di interiore e interno e che ci sono dei modi di “porsi” della nostra coscienza che producono uno slittamento della percezione su piani diversi. Non mi è facile spiegare in cosa consiste questo mutamento, è uno spostamento, un viaggio, che si realizza non per nostra scelta o volontà, almeno all’inizio, ma perché qualcosa ha sballato le radici del nostro albero, come se la vita fosse il radicamento di una grossa quercia a un terreno noto, materiale e sostanzioso di conoscenze, percezioni, paradigmi, imprinting, e poi arrivasse la grande botta (malattia, lutto, coma, trauma ecc.) che scatafascia la pianta e ne estrae le radici e la piega in una posizione così inusuale che tutta l’esperienza si rovescia e si trasforma completamente e comincia a svilupparsi in altri campi.
Comunque fosse, qualche alchimia avvenne. Io la chiamo “spostamento alla mente laterale”.
La casa reagiva stranamente a me, sopravvissuta temporanea alla morte, e a mia figlia bambina, sradicata dal suo ambiente di certezze e perciò in crisi, troppo piccola per elaborare razionalmente gli eventi consci e inconsci che si proiettavano su di lei (la mia malattia, le mie paure, l’agitazione del padre, il trasloco, la casa inquietante, gli eventi terribili che colpirono la famiglia..). La creatura umana, specie se bambina, esige sempre il massimo di sicurezza e delicatezza, sia emotiva che ambientale.

Un giorno, eravamo in uno dei due salotti, Nicoletta guardava Uri Geller alla televisione che piegava i cucchiai e mi disse: “Mamma, Mamma, fai anche tu la magia!”. Pronti! Punto le mani verso il grande tendaggio della finestra e dico: “Cadi! Cadi ! Cadi!” e poi ridendo: “Vedi? Non succede niente!” Non ho nemmeno finito che tutto il tendaggio, bello grande, mi cade addosso. Sarà stata colpa dei muri vecchi che non tengono. Più tardi mio marito dirà che i sostegni non sono crollati, in quanto i chiodi non hanno ceduto, ma sembra che il tubo si sia graziosamente sfilato dall’alto e tutto il baldacchino mi sia caduto in testa.
La mattina dopo sono nel secondo salotto, china, che innaffio le piante, anche qui un grande tendaggio altissimo che prende tutta la parete si sfila verso l’alto e mi cade addosso. Non mi faccio niente a parte lo sbalordimento. Di nuovo sembra che il bastone si sia sollevato dai supporti per venirmi addosso. I sostegni sono intatti.
Nella casa l’impianto elettrico non deve andare, perché le luci si accendono di colpo quando vogliono loro, di solito a metà notte, il che non è proprio gradevole; allo stesso modo i finestroni si spalancano di colpo e le porte non stanno chiuse, in questa casa che non mi piace è tutto un accendersi e cigolare, e poi ci sono i rumori strani, ma si sa, le case vecchie…!
Poi cominciano gli elettrodomestici, le radio, i meccanismi elettrici, prendono ad accendersi inspiegabilmente di colpo, anche se le spine sono staccate, e la cosa è soprattutto terribile quando le spine sono staccate. Un giorno in una delle camerette, quella che uso come studio e dove tengo la macchina da cucire sento che la macchina si è messa a cucire da sola a velocità pazzesca. Corro strabiliata… La spina è staccata. Che cos’è dunque che la fa andare?
Il giorno dopo è la volta del giradischi, si accende di colpo e ne esce un urlo tremendo altissimo, sofferente, (non c’è disco, non c’è spina) poi tutto si brucia in una gran nuvola nera, puzzolente… forse un altro contatto… ma la cosa è fortemente spettacolare, da film horror, a parte il giradischi da buttare e di nuovo la spina staccata. E quell’urlo da pelle d’oca….
Poi, sono seduta sempre nella stanza della macchina da cucire che uso come studio, una stanza lunga e stretta e io sono sotto la finestra a un piccolo tavolo; all’ingresso della stanza, a tre metri dietro di me o più, c’è un pesante armadio di campagna, massiccio, a due ante, di quelle di una volta con le ante che si incastrano in due fori con due pioli. Una delle due ante, tra l’altro molto pesante, si stacca e, volteggiando nell’aria, viene a cadermi addosso. Tutto questo non è piacevole. Anche qui ci può essere una causa materiale, forse il piolo è uscito dal suo foro, ma non è chiara la traiettoria, l’anta ha percorso tre metri per venirmi a colpire, non c’è senso, le distanze non tornano. E comunque è sconvolgente vedersi volare addosso le cose, non c’è nulla di rassicurante in questo.
Nel frattempo sogno la casa come era un tempo, il bagno è diverso e in cucina non ci sono queste mattonelle, è come potrebbe essere stata prima della ristrutturazione. La casa ha un’aria dimessa e trascurata, vedo una coppia di anziani, vestiti di scuro, silenziosi, come due ombre tristi. In una camera intravedo una rete di letto con il materasso messo a doppio come fanno a volte in campagna i contadini quando in una stanza non ci dorme più nessuno. Sono sicura di aver visto la casa come era tempo prima e mi confermano che certe ristrutturazioni sono recenti.
Io ho sempre dato molta importanza ai sogni e aiuto gli altri a interpretarli. Sono una visionaria in questo senso, non solo perché ho visualizzazioni a occhi aperti, più o meno consistenti, o spesso visioni telepatiche, ma anche perché uso i sogni come materiale utile per la vita e ho sviluppato una certa pratica interpretativa.
A volte il sogno resiste ai tentativi di decodificazione del razionale, e si palesa dopo diversi mesi o anni, ma per me è una fonte di conoscenza simile a quella dei miei amati libri, e sognare è il mio libro segreto e qualche volta non è un libro personale ma universale o di gruppo.

Sogni. Prima di andare in quella casa, prima addirittura di sapere che ero una malata grave e di decidere di trasferirmi a Firenze, avevo sognato che ero andata a stare a Firenze in una casa molto antica vicina al Lungarno, da cui si poteva vedere Ponte Vecchio, dove poi andai. C’era un lungo e grande corridoio molto alto (e infatti era così) e sulle pareti tracce sbiadite di dipinti indecifrabili (figure di persone). La casa sembrava un museo e infatti era questa la frase fissa dei visitatori: “Questa casa sembra un museo”. Le tracce dei resti sulle pareti facevano pensare a tracce mnestiche di antiche vite precedenti incorporate nel luogo e captabili per psicometria ambientale.
Nel sogno andavo a fissare le acque minacciose dell’Arno dal ponte S. Niccolò (la strada dove ci trasferimmo, Via del Ghirlandaio, è praticamente il proseguimento del ponte S. Niccolò). Io ho una simbologia onirica legata al fiume, che sento come il mio inconscio, e le mie precedenti vite presentano due morti per affogamento. Nel sogno c’erano dei subacquei che tiravano su dalle profonde acque fangose dell’Arno una grossa cassa in cui era imprigionato il mago Houdini. Il sogno, decodificato ex post, diceva: “Andrai a stare a Firenze e risalirà dal profondo la tua magia. La casa avrà tracce di vite precedenti e tu riuscirai a captarle. Dalle profondità del tuo inconscio sarà tirata alla superficie la tua magia ma essa ora è prigioniera e tu sarai malata finché non riuscirai ad esprimerla. Altrimenti sarai come Houdini che era incatenato in una cassa nell’acqua ma non riuscì poi a liberarsi in tempo e per questo morì (almeno questo racconta la storia). Se non ti libererai a tempo, le forze che ti incatenano ti soffocheranno (la morte per soffocamento nei miei liquidi bronchiali).”
La liberazione delle forze paranormali o di qualunque altra energia simile, collegata alla minaccia della morte in due modi (se le liberi, perché sono pericolose, se non le liberi, perché ti soffocheranno) è diventata un mio problema cronico. Ma possiamo ipotizzare che quando uno ha una energia e la soffoca, questa farà di tutto per uscire, prendendo le forme della malattia mentale o fisica o perturbando la vita in ogni modo finché non è riconosciuta.

Una notte mi alzo come al solito per fare pipì, devo uscire di camera e percorrere al lume della luna tutto il lungo corridoio spettrale. Alla mia sinistra c’è il portone massiccio che da sulle scale e che si chiude non a scatto come le porte moderne ma con una lunga sbarra che tiene fissata per angolo contro il muro la parte ferma. Ma la porta è totalmente aperta. Spalancata. Non fa piacere alzarsi di notte e trovare la porta di casa completamente spalancata, non quella porta almeno. Dunque guardo da ogni parte se è entrato un ladro, sono agitata, ma…niente. Non c’è spiegazione plausibile. Chi ha alzato le spranghe e le sbarre e perché? Chi ha spalancato il pesante portone e come?
Arriva l’ultimo episodio in un crescendo di agitazione: è sempre notte e sempre io mi alzo per vagare nella grande casa allunata ma, come sono sulla soglia della camera, qualcosa di pesante mi colpisce fortemente all’inguine, così fortemente che, dal dolore, svengo.. Beh, si può pensare a un dolore intervenuto in un momento tra il sonno e la veglia e proiettato all’esterno ma era tutto così esterno e tangibile e così violento… Che cosa mi ha colpito e perché?
Faccio un sogno: “Sono nella cameretta dell’armadio che vola e della macchina da cucire che cuce da sola, sono seduta davanti al tavolino, e un giovanotto si sostiene, quasi levitando, reggendosi alla spalliera della mia sedia. Lo vedo con grande chiarezza. E’ abbastanza alto, sui 27 anni, ha i capelli bruni e ricciuti con la brillantina come si usava negli anni ’50, è messo bene, nel senso che porta il vestito buono, blu, ed è ben pettinato ma i suoi pantaloni sono in parte vuoti, per cui non si sostiene sui suoi piedi ma sta come sospeso per aria con le sue gambe sfracellate. Mi dice il suo nome e cognome, che è morto suicida e dice anche il nome di un cimitero vicino a Firenze dove il suo corpo è seppellito. Dice che è morto gettandosi dalla finestra e che sua sorella non ha colpa di quello che è successo. Mi ripete insistentemente: “Diglielo ad Amanda di non piangere, che non ha colpa, dillo anche alla bambina!”. Credo che la bambina sia sua nipote. Ho un flash di loro che tornano a casa nel momento in cui si compie la sciagura. Ripete queste parole più volte e sembra angosciato di quello che ha fatto e del dolore che ha provocato ai suoi. E’ tutto molto reale e molto scioccante.
Dopo quel sogno “ogni fenomeno scompare e nella casa non succede più nulla”, ma proprio più nulla…
Penso che lo strascicamento che sentivamo poteva somigliare al movimento di un corpo che si è fratturato le gambe e dunque non può camminare, ma naturalmente poteva trattarsi del riscaldamento difettoso, anche se noi la notte lo spegniamo. Il colpo all’inguine così doloroso poteva simulare l’urto di un corpo che cade violentemente sul selciato, ma potrebbe trattarsi di un comune malore. E poi io abito a un primo piano, non ci si butta da un primo piano. Anche se forse si torna là dove si è vissuto a lungo. E’ tutto così incerto e nello stesso tempo così tangibile.
Penso anche che questa drammatizzazione legata al suicidio mi riguarda personalmente perché molte volte nella mia vita sono stata depressa al punto da pensare di gettarmi dalla finestra. Credo che ognuno abbia una sua morte preferita, magari pensa al gas o a spararsi o a prendere delle pillole, per me c’era solo la finestra. Dunque uno psicoanalista può spiegare facilmente il tutto come una proiezione fantastica.

Io non lo sapevo a quel tempo ma mi aspettano sette anni di depressione, in cui il pensiero della morte per caduta dalla finestra sarebbe venuto molto spesso. Verrà anche di nuovo il mio amico suicida, comparirà nella scrittura automatica e mi ripeterà continuamente che non devo fare quello che penso perché lui lo ha fatto ma non avrebbe dovuto.
Molti anni dopo, a Pavia, un pomeriggio d’estate in cui non sapevo che fare, provai a fare la scrittura automatica e il ragazzo suicida rapidamente tornò e mi disse molte cose, fece da intermediario anche ad altre anime tutte morte in modo violento, venne per es. uno spagnolo che era stato ucciso a tradimento e che parlava in spagnolo. Forse coloro che hanno curato poco la propria vita, suicidi o morti ammazzati, sono in una fascia di vibrazioni simili e possono contattarsi per analogia. Forse l’energia che siamo si posiziona automaticamente per propria vibrazione al posto che le compete nell’universo sia di qua che di là e là e conosce solo ciò che può e comunica solo con ciò che è.
Capisco che sono piena di forse e che non posso convincere chi non ha avuto esperienze simili alle mie di quello che mi è successo e so di aver capito molto poco anche di quelle, eppure, anche se la memoria si sbiadisce, nutro verso quelle esperienze molta più certezza di quanta medici o preti abbiano saputo darmi, perché dopo di quelle la mia concezione della vita è cambiata.
Forse siamo corsie di scorrimento di informazioni analogiche, ognuna nella sua banda di frequenza, siamo energie. Una persona autistica diceva: “Dopo morti saremo un’impronta di energia dell’universo”.
Al ragazzo suicida, quando riemerse, ma ormai ero a Pavia fuggendo dalla casa infestata, chiesi in scrittura automatica varie cose anche su un fatto di cronaca efferato di cui non si conosceva l’omicida (che non si conosce con certezza nemmeno oggi): il mostro di Firenze, ed ebbi strane risposte. Non ho mai indagato sui responsi, per quanto abbia ricevuto dati precisi, nomi e numeri di telefono e indirizzi, dico a tutti che solo i riscontri danno valore ai fatti ma io personalmente non ho mai verificato nulla, perché l’enorme paura di trovare verità nelle informazioni mi paralizza, temo che tutto sia un sogno da visionari ma nello stesso tempo temo molto di più che qualcosa sia vero e abbia riscontri seri, così lascio tutto in sospeso in una specie di limbo, dove credo vagamente ma non controllo per non spaventarmi troppo, in una zona inquietante dove non amo avventurarmi ma da dove nemmeno posso distaccarmi. La cassa di Houdini resta a metà fuori dell’acqua, ma io non la tiro ancora fuori del tutto. Forse, un giorno… perché sono debole e si ha paura di non sopportare ciò che è ancora nascosto.
..
Da quando ho scritto queste pagine sono passati 4 anni e tante cose sono successe. Oggi ha 71 anni e negli ultimi 4 anni ho assistito mio marito malato di cancro. Sono stati anni molto difficili in cui a poco a poco mi sono isolata dal mondo per occuparmi solo di lui.
Dopo enormi sofferenze, mio marito mi ha lasciata due mesi e mezzo fa e io ancora non sono tornata a uno stato di normalità e ho dentro qualcosa che trema e che spesso mi impedisce di parlare.
Per 8 mesi gli sono stata accanto giorno e notte senza mai dormire, ma due giorni prima che lui se ne andasse per sempre, sono caduta brevemente addormentata. Ero stesa vicino a lui, voltata verso di lui, forse e a mezzo metro, e nel sogno in quel mezzo metro che ci separava si è allargata una luce dolcissima, di un giallo molto chiaro, tremolante d’amore, come fosse una cosa viva, una visione bellissima, incredibile. Mi sono svegliata immediatamente e poi ho raccontato a mia figlia di aver sognato un angelo. Ma dopo poco ho ricordato di colpo la luce palpitante che mi aspettava alla fine del tunnel. Io avevo sognato la morte o quel qualcosa di meraviglioso e pieno di amore che ci aspetta quando lasciamo la vita e incontriamo una gioia infinita traboccante come su questa Terra mai sarebbe possibile. Non so se devo dare a questa Luce il nome di Dio.
..
http://www.masadaweb.org

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28 commenti »

  1. STUPENDO !!
    GRAZIE ERO TRISTISSIMA… ORA VA MEGLIO !!

    Commento di ELEONORA GARGIUOLO — maggio 14, 2009 @ 1:03 pm | Rispondi

  2. Cosa ne pensate della BioPranoterapia?
    Avete avuto esperienze a questo riguardo?

    Commento di Claudio BioPranoterapia — dicembre 16, 2009 @ 9:01 pm | Rispondi

  3. Caro Claudio
    All’inizio del periodo interessato percepivo la mia mano destra come rossa e quella sinistra come blu, e stavo molto attenta la notte a non incrociare le dita come se questo fosse analogo ad innestare la spina. In luoghi pubblici, vicino a certe persone, sentivo le mani ardere, ma non mi sono mai messa a sperimentare la pranoterapia.
    Ho fatto solo alcuni esercizi di percezione tattile a distanza di oggetti, come foglie o fiori, o la pelle umana.
    Passando le mani sopra la superficie di un corpo umano a distanza di pochi mm mi sono esercitata a rilevare la differenza di percezione dei polpastrelli, in genere le zone malate rimandano una sensazione elettrica come di molle.
    Parlo di questo nel mio corso sull’energia, vedi i Masada relativi.
    I polpastrelli funzionano come strumenti per effettuare diagnosi energetiche, in quanto reagiscono alla salute e alla malattia, trasmettendo informazioni tattili e termiche. In genere l’energia che si muove giustamente viene percepita come un vento fresco, e quella perturbata come un calore formicolante. (Ma ogni pranoterapeuta ha poi i suoi segni e simboli).
    Esaustivo su questo il libro di Anna Brennan ‘Mani di luce’, ma tutti i libri della Brennan, se uno riesca a superare la pesantezza dello stile, sono interessanti e completi.
    Dovremmo esercitarne la percezione per sentire per es. la differenza di irradiazione di un organismo in crescita (una pianta) e un organismo non vivente (un sasso) o tra le parti diverse della pianta, come la foglia, il boccio, il fiore. Il boccio, in particolare, è la parte piu’ vibrante ed è possibile, con un po’ di allenamento, porre i polpastrelli a pochi mm da esso e avvertire un formicolio come formato da molle elettriche. Anche i palmi delle mani sono ottimi registratori sensoriali.
    Con un po’ di pazienza si possono distinguere anche le radiazioni cromatiche diverse irradiate da fogli colorati (meglio se in carta patinata) e i polpastrelli possono associarle ai diversi colori riuscendo a distinguere le forme con gli occhi chiusi. Lo possono fare tutti, ci vuole solo pazienza.
    Quando un raggio di luce cade su una superficie, una parte delle sue componenti frequenziali viene assorbita e una parte viene rimbalzata, costituendo ciò che noi vediamo come colori. Un colore e’ un’onda di energia in movimento, è anche un calore, e puo’ essere percepito in modo tattile, dinamico e termico.
    Ad occhi chiusi e con i polpastrelli a un mm dalla superficie colorata possiamo sentire le differenze tra un colore e l’altro o la forma della superficie (triangolo, quadrato ecc.) fino a leggere con le dita lettere stampatello abbastanza grandi. Non è difficile e può essere un ottimo esercizio preliminare per la diagnosi con le mani.
    Una volta le mie mani erano sempre bollenti e accadde che quando mia figlia era piccola, senza nemmeno averla sfiorata, le produssi due bruciature piccole come due monetine sulla pancia. Ma io poi non ho portato avanti alcun metodo di cura fisica. Ho avuto sempre esperienze spontanee, mai concertate, e mettersi a curare la gente implicava quasi una professionalità o una austima superiore a quella che avevo. Ho iniziato anche un corso di reiki ma non mi è piaciuto. Ma sono convinta della validità della pranoterapia se uno è dotato.
    Una curiosa persona che ho conosciuto e’ una guaritrice di Bologna, la signora Luciana, una casalinga molto semplice e ignara di esoterismo che, come e’ entrata in menopausa, ha cominciato a gonfiare e a soffrire di disturbi vari. Contemporaneamente sono iniziati i sogni, sognava una chiave, al risveglio si chiedeva che chiave potesse essere e perche’ fosse cosi’ importante. Poi la pelle comincio’ a gonfiarsi e apparvero dei segni (dermografia), erano segni particolari e non casuali e Luciana li copiava e chiedeva in giro che cosa significassero. Un giorno una conoscente le porto’ una scatolina dall’India e dentro c’era una piccola chiave d’argento. Luciana penso’ che la chiave del sogno fosse quella ma non era una chiave che aprisse qualcosa. Ormai la mente era angosciata anche di giorno da qualcosa di impellente che doveva fare, le appariva la scalinata di un tempio e un bassorilievo con dei leoni. Era una visione ossessiva, comincio’ a cercare nei libri di viaggi in biblioteca e alla fine trovo’ delle figure di un tempio indiano, dedicato ai leoni. A forza di far vedere i disegni che le gonfiavano la pelle, si scopri’ che quelle tracce erano segni in sanscrito, una significava vita, un altro guarigione, e poi la parola leoni. Il tempio che aveva trovato era un tempio della guarigione. Parlo’ di tutto questo al suo medico, un vecchio dottore di Bologna che ora e’ morto, e fu lui ad avere l’idea della terapia. Luciana non aveva la piu’ pallida idea di come praticare un massaggio, io sono stata da lei e mi ricordo che faceva delle carezzine un po’ casuali, ma funzionavano, la gente prese a guarire. Il medico le mandava pazienti che aveva in cura e in genere avevano beneficio. Lei stessa comincio’ a stare meglio, sgonfio’, i disturbi sparirono, sparirono anche le tracce dermografiche.

    auguri per le tue ricerche
    Vedo dal tuo indirizzo che ti ritieni un sensitivo, spero che tu possa usare le tue facoltà per fare del bene e non per fare dei soldi

    viviana

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 17, 2009 @ 7:08 am | Rispondi

  4. ciao VV
    molto interessante e non mi ha atterrito; io sono un ammirato lettore di O.W. ed ho una partcolare percezione per la bellezza, credo sia una porta dimensionale. Amo i suoi aforismi ed il senso dell’umorismo ma per me la bellezza è femmina, anche se suona stupido. Io adoro le donne, la mia parte femminile è sicuramente lesbica.
    Non sono mai stato d’accordo con la sua definizione delle donne quali “sfingi senza segreto”, per me le donne rappresentano una potente emozione, meraviglioso mistero che non riesco ad intellettualizzare e non voglio farlo: perché mai dovrei? E’sempre necessario capire tutto? E chi dice che la chiave della comprensione risieda solo nell’intelletto? Spesso quello che la mente non capisce il cuor l’intende.
    Il genere maschile deve fare pace con le donne. Egli forse non l’aveva fatto. Forse ci siamo incrociati in quella vita, chissà.
    Come avrebbe detto OW, resto sempre Vostro ubbidientissimo servitore
    Giorgio

    Commento di k.s. von stauffenberg — dicembre 19, 2009 @ 3:44 pm | Rispondi

  5. sono senza parole…..senzazioni fortissime emotivamente avvolorate da racconti di frammenti di vita a me noti.
    Sei veramente brava a descrivere ciò che provi e chi ti legge si immedesima così forte da non avvertire più ciò che lo circonda ma sembra di essere al tuo fianco.
    Ti abbraccio

    Commento di barbara — ottobre 10, 2010 @ 7:19 am | Rispondi

  6. mi stupisce il tuo stesso scetticismo che ne avvalora di più il racconto… , sicuramente ritrovarsi da una morte che deve arrivare e in un miracolo, con dei nuovi poteri non voluti è un qualcosa difficile di accettare personalmente, un bel trauma, riuscire anche a darne un senso… come poi sei riuscita a fare.
    Innanzitutto sfruttando questi “poteri” per aiutare gli altri e poi credo studiando le diverse religioni e comunità arcaiche per capire quello che ti succedeva.
    Ho trovato davvero molto interessante questo racconto con le sue analisi, anche perchè possono dare un senso a un qualcosa dall’aldilà, per lo meno pensarci su… e mi è d’aiuto per aiutare una persona che ha avuto un doppio lutto tremendo difficile da accettare e così lancinante, in maniera che ella possa attenuare il suo dolore.
    Credo che l’averlo testimoniato e in questo modo, possa essere d’aiuto a tantissime persone.

    Sempre un abbraccio.

    FF

    Commento di hans castorp — giugno 11, 2011 @ 12:47 pm | Rispondi

  7. Ho trovato molto interessante che non solo l’esperienza di “quasi morte” ma anche uno shock emotivo possano dare origine a fenomeni considerati con scetticismo dalla scienza ufficiale: guarigioni improvvise e miracolose, percezioni extrasensoriali etc etc. E’ un peccato aver perduto l’occasione di studiare, anche scientificamente, le connessioni tra questi fenomeni e l’attivazione, ad esempio, di aree del cervello o di altre funzioni del nostro ancora non del tutto esplorato corpo. Ci sono droghe, ad esempio, che trasportano in dimensioni normalmente non accessibili: come lo fanno? Potrebbero essere tutte scoperte di enorme valore per l’umanità.
    Chissà, forse è per questo che non hai più il “dono”, in realtà non ti era servito.
    C’è un’accuratissima descrizione del “come”, in questo testo, ma mi pare nessun tentativo di approcciare il “perchè”. Naturalmente è solo una mia impressione.
    Hai per caso perso il “dono” quando hai cominciato a frequentare il bolg di Beppe? perchè la cosa potrebbe avere una sua logica…

    Commento di Gabriella — ottobre 12, 2011 @ 10:07 am | Rispondi

  8. Cara Gabriella
    trovo la tua domanda circa il blog di Gillo molto spiritosa. 🙂
    In verità io non mi sono mai occupata di politica e ho cominciato ad avere una posizione definita solo dopo il 2001, cioè dopo la macelleria di Genova, entrando attivamente nel movimento no global, in cui mia figlia è stata la promotrice e l’organizzatrice della campagna delle bandiere di pace, campagna a cui io lavorai attivamente dando tutti i miei soldi per il primo anno. In seguito ho smesso di lavorare come insegnante, anche se tengo ancora dei corsi, e, nel nuovo tempo libero che mi ritrovavo ho rinvenuto nel blog di Grillo le posizioni più vicine al pensiero no global che ci fossero in Italia. Ma quando sono entrata nel blog di Grillo, la sensitività mi aveva già abbandonata ed era cessato quel flusso enorme di visitatori che venivano da tutte le parti d’Italia e anche della Svizzera che c’era stata negli anni precedenti e io rientravo in una forma di eremitaggio molto simile a quello della mia infanzia, ma, questa volta, scelto come una necessità.
    Come sciamana naturale, sono stata contattata dal centro di parapsicologia di Bologna che mi voleva fare dei test. Nessuno ha parlato di farmi un elettroencefalogramma e i test immagino che consistessero in prove materiali in cui dovevo dimostrare le mie capacità ma siccome su comando non avrei saputo fare nulla ho detto che mi rifiutavo di fare da cavia. Forse con altri tipi di analisi sarei stata interessata, ma così non c’era nulla in cui io mi potessi comportare con operazioni controllabili, perché tutto si è sempre manifestato con la massima spontaneità e senza volontà da parte mia.
    In realtà la domanda del perché le cose accadano o smettano di accadere mi ha stimolata da sempre. Ho un pensiero teleologico, cioè che pensa che le cose accadano per uno scopo, e non deterministico, che cioè pensa che le cose accadano per una causa.
    Sono molto vicina al pensiero junghiano e non per niente ho dedicato 20 anni della mia vita a studiarlo e scriverci sopra questo voluminoso volume. Jung pensa che nulla ci sia dato per caso ma che tutto faccia parte di un ‘compito’, ha una concezione molto personale del kahrma, inteso non come ‘atto che perdura’, ma come ‘compito’, individuale e sociale, che si svolge attraverso esistenze successive, per cui da un lato si sentiva discendente di Goethe, dall’altro di Paracelso, un famoso alchimista svizzero del 1500.
    Nel corso della mia vita sono riuscita in molti casi a ricostruire il perché certe cose mi sono accadute, alla luce della concezione che la vita sia una esperienza in cui dobbiamo imparare qualcosa, e spesso nelle sedute con i miei visitatori ho ricostruito il senso delle loro vite, come spiegazione del perché di certi eventi che erano loro capitati, anzi mentre per loro era viva la curiosità di conoscere il futuro, io ho sempre cercato invece di far loro capire perché erano nati.
    Vedo bene che la visione teleologica dell’esistenza è di carattere spirituale, mentre quella determinista è più scientifica nel senso occidentale, ma, forse, anche lo scegliere questa o quella visione fa parte del kahrma.
    Una volta, durante uno dei miei laboratori di psicologia, ho fatto fare una visualizzazione dentro una immaginaria abitazione.
    Siccome anche io partecipo attivamente a questi esercizi e ho a mia volta delle visualizzazioni, credo, in quella circostanza, di aver visualizzato le fasi della mia vita.
    Inizialmente mi trovavo in una stanza vuota, bianca, stretta e priva di porte e finestre, con una tappezzeria a pupazzetti di tipo infantile. E questi sono i miei primi 29 anni di vita, quando un padre-padrone mi ha costretta a una prigionia domestica in una minorità infantile, con enorme solitudine e sofferenza, in cui tuttavia il dover vivere lontana dal mondo mi ha costretto a una vasta opera di meditazione senza influenze altrui, in modo solipsistico, anche se non avevo scelto io di vivere in quel modo, ma senza quell’isolamento io non sarei adesso poco omologata e poco conformata, meno comunque di chi è cresciuto socialmente.
    Poi sollevavo il lembo della tappezzeria e salivo una scala, arrivando a una vasta sala molto severa, rinascimentale, da cui vedevo il panorama di Firenze, con una vasca in pietra serena e una fontana.
    Questi sono gli anni successivi, dedicati agli studi.
    Da un armadio a muro traevo dei fogli antichi, come pergamene sulla Magia, che stiravo su un’asse di stiro e cucivo insieme a mo’ di libro.
    E questi sono gli anni dedicati allo studio del magico nell’uomo e alla scrittura dei miei libri che mi sono costati anni e anni di raccolta di dati e di ricerca, una ricerca che ho fatto ormai lontana da Firenze perché la vita mi ha portato a vivere a Milano, Pavia e Bologna, ma in cui in qualche modo l’arte magica fiorentina del rinascimento mi indicava la strada.
    Infine, ultima parte della vita, si apriva una porticina a destra ed entrava una coppia di cinesi (pensiero orientale), vestiti di seta, marito e moglie (Yin e Yang), che si inchinavano e mi indicavano che dovevo salire un’altra scala, molto stretta, fatta a rampa elicoidale che saliva sopra il tetto (Sovra-mente). Ci andavo e sbucavo con la testa sopra la casa, qui attorno alla mia testa nasceva un muro quadrato e stretto, sopra quel muro si formava una mezza cupola, e sopra la cupola una antenna verso l’infinito, in pratica io diventavo uno stupa, monumento indiano che indica i tre livelli dell’uomo, quello materiale, quello mentale e quello spirituale. Questa è la fase che devo ancora passare. Insomma come vedi il sogno mi dice che ho passato la fase materiale, poi quella mentale, e ora deve venire la fase spirituale.
    L’inconscio mi regala, attraverso una visualizzazione, il disegno della mia vita, col suo progressivo salire dalla prigionia alla liberazione.

    saluti
    viviana

    Commento di Anonimo — ottobre 12, 2011 @ 11:09 am | Rispondi

  9. “…E questi sono i miei primi 29 anni di vita, quando un padre-padrone mi ha costretta a una prigionia domestica in una minorità infantile, con enorme solitudine e sofferenza, in cui tuttavia il dover vivere lontana dal mondo mi ha costretto a una vasta opera di meditazione senza influenze altrui, in modo solipsistico, anche se non avevo scelto io di vivere in quel modo, ma senza quell’isolamento io non sarei adesso poco omologata e poco conformata, meno comunque di chi è cresciuto socialmente…”

    Questa Tua esperienza mi fa capire cose di me in quanto mi ci ritrovo con la mia esperienza, ed ora cambia la mia vita.
    Così scopro altre cose di Te che non sapevo, come Genova.

    Ringrazio ancora i Tuoi studi e i Tuoi scritti, li trovo illuminanti e fantastici.

    Saluti
    Francesco

    Commento di hans castorp — ottobre 12, 2011 @ 12:41 pm | Rispondi

  10. … sì però mi puoi scrivere anche usando i pronomi scritti minuscoli, non sono un Padreterno, non ancora almeno 🙂

    vi

    Commento di Anonimo — ottobre 12, 2011 @ 1:03 pm | Rispondi

  11. Messaggio: apprezzo moltissimo il blog e le cose che scrivi soprattutto in ambito junghiano.
    Ciao

    Eldo Stellucci

    Commento di Anonimo — ottobre 12, 2011 @ 1:04 pm | Rispondi

  12. Credo che sto impazzendo perché anch’io recentemente sto avendo dei strani episodi,
    in realtà fino a ho avuto molte conferme dell’esistenza divina e molto spesso parlo con il mio angelo custode non vi sto a raccontare quanti episodi particolari anno fatto parte della mia vita , ma ultimamente oltre alla presenza del mio angelo che non ho mai visto sono sicura che c’è un’altra presenza che piu’ volte mi si è manifestata posso dirvi che mi sembra uno spettro di cui ho addirittura percepito l’immagine, donna morta da un po’ di tempo viso scarnito quasi mummificato mi si è presentata improvvisamente in macchina mentre andavo al mare in un determinato punto e da allora mi segue e ogni tanto mi si ripresenta. Nonostante sia brutta non mi fa paura, e non so neanche io il perché, forse sto impazzendo, perché come hai detto nel tuo racconto a volte vedo le persone appena morte come se fossero ancora vive e a volte mi parlano. Sì, decisamente non so se farmi vedere da uno psichiatra o un esorcista. vorrei solo sapere se esiste qualcuno che puo’ come me vedere questo spettro che mi perseguita così saprei di non essere matta

    Commento di Anonimo — ottobre 27, 2011 @ 8:57 pm | Rispondi

  13. Sono la mamma di un bimbo autistico e volevo gentilmente sapere, visto la citazione di un ragazzo autistico dall’al di là, se esistevano altri messaggi soprattutto per sapere se è colpa della madre visto che siamo nel 2012 e le teorie di Bettelhein, soprattutto qui a Genova, in certi ambienti la fanno ancora da padrone…
    Ringrazio anticipatamente chi vorrà aiutarmi sono una mamma affaticata da questa colpa-incertezza.

    Commento di Monica — luglio 16, 2012 @ 5:04 pm | Rispondi

  14. Cara Monica
    non mi sembra il caso di colpevolizzarti. La teoria per cui il problema di tuo figlio sarebbe da attribuire al tuo rifiuto verso di lui alla nascita non ha la minima attendibilità. Spesso i figli scelgono un cattivo momento per nascere e i loro arrivo è visto con preoccupazione ma non per questo nascono poi figli autistici. L’unica cosa certa sull’autismo è che ne sappiamo molto poco. Sono addolorata per la tua situazione e spero che col tempo tu possa avere dei miglioramenti.
    Prova a chiedere aiuto a questa persona, dirige una casa editrice ed è una esperta in autisimo, ha tenuto da poco un convegno su questo argomento a Roma, si chiama Magda Di Renzo, ne sa sicuramente più di te e può indicare quanto di più moderno è stato scoperto su questo problema:
    m.direnzo@ortofonologia.it

    ti abbraccio
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — luglio 17, 2012 @ 5:12 am | Rispondi

  15. Grazie mille!

    Commento di Monica — luglio 17, 2012 @ 9:39 am | Rispondi

  16. a me queste cose interessano io sono brava a fare sogni che analizzano rapiscono il futuro che in un qualche
    luogo esiste e io lo so …..ciao

    Commento di Anonimo — luglio 31, 2012 @ 8:02 pm | Rispondi

  17. Grazie, solo l’ ascolto profondo è degno spettatore di una lettura così intensa. Grazie di cuore, Paola Tosca.

    Commento di Paola Tosca — gennaio 15, 2013 @ 10:16 pm | Rispondi

    • Grazie Paola, ti faccio molti auguri

      Commento di MasadaAdmin — gennaio 16, 2013 @ 7:05 am | Rispondi

  18. Viviana cara,

    Ho pensato anch’io negli ultimi tempi che lo shock ed il dolore ti avrebbero ridato I tuoi poteri. Mi sembra che tu abbia detto che li hai perso piu’ o meno all’inizio della malattia di tuo marito ed ora ti rivengono. Smetti di combatterli Viviana sono piu’ grandi di te e
    rappresentano anche un dono con cui puoi aiutare molte persone. Accettandoli, non ti terrorizzeranno piu’ o perlomeno riuscirai a conviverci. E’ facile a dirsi vero? eppure volere è potere. C’e’ una mia vicina di casa che ha poteri paranormali e mi raccontava che ogni tanto la viene à trovare una bimba con cui lei dialoga tranquillamente. Sua figlia lo stesso. Spesso vede la nonna ed ambedue sembrano accettare la cosa come un dato di fatto. I veri mostri sono le nostre paure. Mi ricordo il terrore che ho provato anch’io una notte (te l’ho raccontato) quando mi sono svegliata percependo una presenza negativa accanto al mio letto. C’e’ un mondo parallelo attorno a noi molto popolato: Giuseppe Lanzillo, il papa’ di un mio amico, andava al parco di fronte con sua moglie e si trovava in mezzo ad una folla dell’ottocento, con donne con tanto di cappellini e costumi dell’epoca. Ha fatto molti viaggi con una donna bellissima dell’800 che lui chiamava “La donna velata” e, seduti nel treno, si chiedeva come mai nessuno sembrasse notarla. Un giorno salirono senza biglietto. Erano le 8h20 ed il treno doveva partire alle 8h30. La sua compagna “antica” lo esorto’ ad andare a comprare i biglietti per Venezia (la sua meta abituale) di non preoccuparsi, il treno non sarebbe partito. E’ sceso, ha fatto la coda davanti allo sportello, e’ ritornato sul treno constatando che erano sempre le 8h20. Per un anno intero si alzava tutte le notti e cominciava a dipingere, ha dipinto una serie innumerevole di bellissimi quadri. Me ne ha regalati alcuni. A quadro terminato, la pittura era asciutta e lui se ne tornava tranquillamente a dormire. Il mattino dopo non si ricordava assolutamente nulla. Pittura medianica.
    Il suo unico timore, mi diceva, era che in stato di “trance”, chiamiamolo cosi’, avrebbe anche potuto fare del male. Ma non e’ mai successo. Anche i suoi figli e la sua famiglia hanno vissuto la cosa con serenita’. Aveva la quinta elementare e non sapeva dipingere.
    Era cosi’ fiero della sua vita! Io lo ascoltavo incantata. Era uno di quei napoletani burberi, sempre allegro e gioviale.
    Impara ad accettare i doni che hai ricevuto e a non averne paura

    Aurora

    Commento di MasadaAdmin — marzo 14, 2013 @ 2:28 pm | Rispondi

  19. Ciao volevo solo dirti che mi chiamo esattamente come te viviana vivarelli .strana coincidenza.

    Commento di viviana — ottobre 2, 2013 @ 5:29 am | Rispondi

    • Capita. Sul web puoi vedere che le Viviana Vivarelli sono diverse. C’è una insegnante in ruolo. Una poetessa. Una amica degli animali. Ce ne sono diverse. Per quanto possiamo credere di avere un nome unico, abbiamo degli omonimi, l’importante è non avere dei sosia.
      Saluti
      viviana

      Commento di MasadaAdmin — ottobre 2, 2013 @ 5:39 am | Rispondi

      • Finora credevo di essere unica,poi le persone durante l’infanzia e l’adolescenza non capivano mai il nome “viviana” più frequentemente dicevano:Liliana,oppure liviana e via dicendo io che ero molto timida spesso pensavo quanto sarebbe stato bello chiamarsi Anna o Maria .comunque io faccio la commessa in un iper ma mi interesso un po di tutto,il paranormale mi affascina,ho sognato qualche volta i morti,parenti o amici che mi hanno dato delle “comunicazioni”puntualmente accertarsi.lieta di averti incontrato se passi dalle mie parti,viterbo,magari ci salutiamo.

        Commento di viviana — ottobre 2, 2013 @ 2:12 pm

  20. Ho letto alcuni post sul web in cui vengo derisa come “quella che parla coi morti”. Intanto io non ho mai parlato con i morti. Ho visto delle forme umane in dettaglio per pochi istanti, abbastanza bene per poterle descrivere, troppo poco per stabilire qualsiasi forma di comunicazione o per capire se fossero esseri senzienti e non barlumi o forme olografiche di qualcosa che è stato. In ogni caso non ho mai tentato dei contatti e le ho chiamate ‘morti’ tanto per usare una parola di riferimento, non le ho mai cercate, le ho percepite in modo naturale e non indotto e non ho la più pallida idea di cosa siano. Sono comparse sporadicamente in un arco di tempo di 29 anni non richieste e non volute, creandomi solo scompenso e turbamento. Non le ho nemmeno accettate facilmente tant’è che per i primi 10 anni ho pensato di essere schizofrenica e di avere delle allucinazioni, così che non ne ho parlato con nessuno. Nei successivi 19 ho fatto di tutto per farle sparire finché, casualmente, con la radioestesia, ci sono riuscita, tant’è che ora non le vedo più. In soli due casi si è trattato di forme simili a persone che conoscevo e che non erano più vive, in soli due altri casi da queste forme mi è arrivato un messaggio telepatico significativo per chi mi stava accanto. Non ho la più pallida idea di cosa fossero anche se negli ultimi anni ho avuto la rara facoltà di fare come da antenna per qualcuno che mi stava accanto e che le vedeva come le vedevo io e le descriveva così come mi apparivano, mostrando grande meraviglia o anche contentezza, perché molti sono felici di perlustrare dimensioni nuove mentre altri sanno solo sghignazzarci sopra manifestando nel loro scetticismo solo una profonda ignoranza e una limitatezza percettiva.
    Non so assolutamente dire se quello che io, assieme ad altri, abbiamo visto rispondesse a una percezione sensoriale o mentale, del resto nel mondo induista anche la mente è considerata un senso come gli altri.
    In quanto a coloro che non credono a queste cose, penso che abbiano tutto il diritto di farlo perché anche io fino ai 35 anni non ci credevo. Tutto si è modificato bruscamente quando sono stata in punto di morte ed è cambiato di colpo qualcosa nel mio cervello, spaventandomi a tal punto che gli anni successivi li ho passati in una profonda depressione, che sarebbe sembrata strana a chi mi vedeva come una che doveva morire e che invece si trovava miracolata.
    Mi sembra logico e opportuno che uno nutra tutto il proprio scetticismo verso ciò che non è mai entrato nel suo bagaglio conoscitivo o nella sua esperienza.
    Ora, noi conosciamo in due modi: o perché studiamo o perché facciamo esperienze. Delle percezioni paranormali parlano infiniti libri nel mondo, abbiamo tantissime testimonianze nel corpo di moltissime religioni e culture. Solo chi è profondamente grezzo e poco evoluto può fingere che queste esperienze non esistano e non siano sempre esistite. E il fatto che certi oggetti non siano contemplati dalla nostra religione o dalla nostra cultura razionalista e scientifica non significa, di per sé, nulla. Ritengo che ogni cultura e ogni religione colga un qualche aspetto del reale, ne falsifichi parecchi e ne ignori altri.
    Quello che mi irrita è di essere derisa perché queste esperienze io le ho avute da chi invece non le ha mai conosciute.
    E’ come se uno che ha vissuto un profondo amore venisse deriso da chi non si è innamorato mai.
    Nessuno ha il diritto di deridere le esperienze di un altro. I sordi non sentono i suoni, non per questo si possono permettere di deridere chi ci sente benissimo. I ciechi non vedono i colori ma sarebbero molto sciocchi se schernissero chi li vede. Allo stesso modo chi non ha mai avuto nella sua vita esperienze paranormali ha un limite, in sé rispettabile, perché non possiamo essere tutti uguali, ma non si può permettere di deridere chi ha avuto esperienze diverse dalle sue. Quello limitato è lui

    cordialmente
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — novembre 2, 2013 @ 12:13 pm | Rispondi

  21. Ho letto solo oggi questo racconto
    Vorrei sapere se è la tua biografia
    O solamente un racconto
    Perché se è unicamente un racconto mi sento presa in giro
    La mia personale esperienza della morte da cui sono stata strappata dopo venti di minuti di arresto cardiaco e della malattia che da quasi nove anni mi tiene legata ad un tubo
    non pone deroghe a bugie o a illazioni al riguardo

    Commento di Rosa Anna Oioli — maggio 3, 2014 @ 9:26 pm | Rispondi

  22. Cara Rosa Anna
    non saprei proprio dirti se ognuno di noi ha delle esperienze che sono solo sue o se possiamo partecipare di esperienze simili. Io ho cercato di raccontare nel modo più preciso possibile e senza inventare nulla, in questo numero del mio blog come in altri, quello che mi è successo in una certa parte della vita e che sembra così diverso da ogni realtà ordinaria, poi l’idea di realtà che ognuno di noi ha della vita o di se stesso potrebbe anche essere simile all’idea che ne abbiamo nei sogni, realissima e fittizia allo stesso tempo e prossima a un risveglio che ne svelerà tutta la precarietà. Le narrazioni che a riguardo ci vengono da altre culture pongono entrambe le ipotesi. La vita è sogno, ma la vita è allo stesso tempo la cosa più realissima che abbiamo. Da questa vita ci sveglieremo un giorno e la vedremo come un sogno, ma allo stesso tempo finché siamo dentro a quel sogno, non ci sarà nulla che ci faccia sentire e dolere di più.
    Mi spiace della tua situazione di sofferenza e immagino che dovrai inquadrarla in un panorama più ampio per capirla ed accettarla e che questo non sia affatto facile. Io posso ricordare che non sono proprio morta a differenza di tanti ‘ritornati’, ma ho solo subito lo shock di una diagnosi di morte che mi ha modificato per sempre sconvolgendo il mio quadro di credenze e di realtà a tal punto che dopo non sono stata più la stessa. Credo che la vita sia una prova che si collega a vite precedenti e in cui dobbiamo fare un cammino. In quella vita il grado di difficoltà e di ostacoli per ognuno è commisurato a una misura di necessità in un insieme di valori e di ‘dover essere’ fin troppo inesplicabile, per cui ognuno, nella sua misura e condizione, non avrà mai risposta a molte sue domande e non potrà far altro che lenire il proprio disagio o acquietare la propria sete di libertà e di giustizia con l’accettazione dell’inconoscibile, scavandosi una culla dove prendere la vita al meglio finché dura, nella speranza che questa pace costruita ci renda più agevole la vita futura domani

    Corinzi 13: “Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.
    Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.”

    baci
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — maggio 4, 2014 @ 7:01 am | Rispondi

  23. Non sei sola, ci sono persone che hanno il dono….., di vedere ….l’oltre, conosco una signora che vede chiaramente suo marito da undici anni, sua sorella ed altre persone defunte che la vanno a trovare.
    Persone come te e lei, siete fari nell’oscurità……
    Grazie per questa lunghissima testimonianza….

    Un abbraccio.

    Commento di angie — ottobre 28, 2015 @ 8:59 pm | Rispondi

  24. Chiedo di sapere se si tratta di un racconto di fantasia oppure e’ la realta’; prego di rispondere la verita’, ho da poco preso mai madre e non vorrei essere illusa circa il suo stato attuale. Francesca.

    Commento di Francesca CHECCHIN — maggio 29, 2016 @ 8:37 am | Rispondi

  25. Cara Francesca
    tutto quello che ho scritto è rigorosamente vero. Ho cambiato qualche nome su richiesta dell’interessato ma non ho scritto nulla che non fosse assolutamente reale.

    Se vuoi, puoi leggere anche questo:MASADA n° 1733 4-2-2016 LA MORTE BELLA
    https://masadaweb.org/2016/02/04/11097/

    Se vuoi, puoi scrivermi ad aloha1789@gmail,com
    o telefonarmi
    Ti abbraccio

    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — maggio 29, 2016 @ 11:12 am | Rispondi


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