Nuovo Masada

dicembre 5, 2008

MASADA n. 835. 5-12-2008. I Liberatori n° 3. Gandhi

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Questa puntata del corso ‘I Liberatori’ viene dopo Platone (827), Socrate (825) e l’introduzione (822)

GANDHI – 1869-1948

“Forse non riuscira’. Forse non fallira’, come e’ fallito il Buddha, come e’ fallito Cristo, nello sforzo di distogliere gli uomini dalle loro iniquita’; ma il mondo si ricordera’ sempre di lui come di uno tra quelli che hanno fatto della loro esistenza una lezione per tutte le eta’ future”.
(Tagore)

Le generazioni che verranno stenteranno forse a credere che una simile creatura in carne ed ossa abbia camminato su questa terra
(Einstein)

Tutti noi abbiamo conosciuto Gandhi in qualche documentario, abbiamo visto un uomo minuto e magro, col capo raso e l’aspetto insignificante, occhi piccoli stanchi, orecchie grandi, seminudo, con un telo bianco attorno al corpo da cui uscivano le gambe magre. Eppure quel piccolo indiano fu uno dei piu’ grandi uomini della storia.

Nel 1800 le massime potenze mondiali si erano spartite Asia, America del sud e Africa, formando immensi imperi coloniali. L’impero inglese si chiamava Commonwelth.
Nel 1900, a partire dalla seconda guerra mondiale, questi imperi cominciarono a sfaldarsi sotto la spinta di movimenti di indipendenza.

In Asia la lotta per l’indipendenza di piu’ ampia portata fu quella dell’India che la realizzo’ sotto la guida ispirata di Gandhi. L’India aveva allora 300 milioni di persone, non il quasi miliardo attuale, ma comunque uno spaventoso mosaico di razze, religioni, sistemi economici e sociali, culture e costumi, tutto pesantemente intriso di sacralità. C’erano 13 lingue, centinaia di dialetti, 4 caste e centinaia di sottocaste, alcune religioni principali e centinaia di sette.
La miseria dell’India era sterminata. L’India era una fantastica collezione di centinaia di migliaia di villaggi. Il 90% degli abitanti erano contadini che vivevano vite poverissime, l’agricoltura era primitiva e le frequenti carestie mettevano a rischio la sopravvivenza. Il villaggio era una piccola unita’ di case di bambu’, tradizioni e fango, ma autosufficiente perche’, fino all’arrivo degli Inglesi, la terra apparteneva alla comunita’.
Gandhi parti’ da uno di questi villaggi, che costituivano per lui l’anima dell’India, il suo motto era: “Se il villaggio perisce, perisce anche l’India.”
Con l’arrivo degli Inglesi l’economia di villaggio ando’ in crisi. Gli Inglesi non compresero mai nulla dell’India e mirarono solo a depredarla, gettandola in una miseria ancora piu’ grande. Non si poteva immaginare divario maggiore tra quello che esisteva tra Indiani e Inglesi. Gli Inglesi imposero tasse pesantissime ai contadini, li obbligarono a lasciare le loro culture di sussistenza per coltivare merci da esporto (cotone, indaco, the’, canna da zucchero), tolsero la proprieta’ collettiva, creando piccolissime proprieta’ terriere talmente tassate che dopo un po’ venivano confiscate per i debiti, cosi’ la terra passo’ a poco a poco sotto speculatori di citta’, usurai e latifondisti.
Una delle attivita’ che avevano salvato i contadini era il filatoio (charka); l’artigianato tessile era antichissimo e alimentava da sempre le esportazioni. Ma l’Inghilterra era in piena rivoluzione industriale, nascevano le grandi manifatture meccaniche, cosi’ anche l’artigianato indiano fu fatto sparire, il cotone indiano era mandato ai telai meccanici del Lancashire e tornava in forma di stoffe in India. Fu un colpo mortale per l’artigianato indiano. Gandhi lotto’ sempre per far risorgere l’economia del villaggio, al punto di insediarsi lui stesso in un piccolo villaggio fangoso, lotto’ per diminuire le pesanti tasse che strangolavano i contadini e cerco’ di ripristinare il telaio familiare, il Charka, che divenne la sua bandiera, spingendo a boicottare e bruciare i tessuti inglesi che rendevano l’India schiava degli Inglesi. Lui stesso si portava sempre dietro alcuni telai e riceveva giornalisti o amici filando.
Il colonialismo inglese costitui’ per l’India una grossa violenza materiale e culturale, l’unica lingua riconosciuta fu l’inglese, le uniche scuole furono quelle inglesi dove si insegnava storia e letteratura inglese. Gli Inglesi, ottusi e misoneisti, rifiutarono di conoscere l’antichissima cultura indiana che era nata molto prima che l’Inghilterra esistesse. I padroni costrinsero la grande India millenaria a sentire, pensare e vivere come loro volevano, disprezzando una civilta’ preziosa, una antichissima filosofia, usi, costumi, tradizioni… Gli imperialisti erano convinti in questo di servire la causa della civilta’. E non diversamente si comporto’ la Chiesa Cattolica col movimento missionario, in assoluto disprezzo per le religioni e la cultura dei luoghi dove si insediava.
Per quanto gli abusi degli Inglesi fossero intollerabili, una lotta per la liberazione sembrava un’impresa impossibile.
Ma un piccolo grande uomo riusci’ in un compito che pareva ciclopico, portando il paese prima all’autonomia amministrativa, un dominion entro il Commnwealth, poi nel ‘47 all’indipendenza.

Gandhi e’ una figura leggendaria, il suo lavoro fu gigantesco dal punto di vista politico e morale: egli libero’ l’India dal giogo britannico, ma la sua fama oltrepassa i limiti dell’India per iscriverlo nella storia dell’umanita’ tra i grandi dello spirito.
Gandhi era stato un bambino tardivo e ipersensibile, che si sentiva solo in mezzo agli altri e aveva paura di essere schernito. Cresciuto, scelse di studiare come avvocato ma non era molto dotato, aveva una voce fioca ed era timidissimo, come oratore non fu mai un gran che, e alla sua prima causa si ritiro’ perche’ non era stato capace di parlare, eppure imparo’ a parlare a folle enormi.
Era un uomo introverso e meditativo, che avrebbe potuto essere un asceta o uno studioso, ma il suo amore per gli altri, la compassione per le sofferenze degli Indiani e la gravita’ del momento politico lo spinsero a superare se stesso per esporsi sulla scena sociale e politica.
La sua vita fu intensa e drammatica, sfido’ spesso la morte, passo’ lunghi anni in carcere, si privo’ di ogni attaccamento personale e persino delle gioie familiari e alla fine venne ucciso. Eppure era tutt’altro che coraggioso, e fin da piccolo era stato ossessionato da paure di spiriti e fantasmi. Quando aveva paura, la sua nutrice gli aveva insegnato a invocare il nome di Rama signore dell’Universo, ed egli lo invoco’ spesso e anche l’ultima parola che disse quando fu colpito dalla pallottola mortale fu “Oh, Rama!”
Era capace di una ferrea autodisciplina e, malgrado la gracilita’ fisica, svolse un lavoro colossale per un uomo solo e che per di piu’ passo’ gran parte della sua vita in carcere.
Gandhi era di famiglia agiata, di religione Vaishnava o Vishnuita, culto di Vishnu (Vishnu’ e’ l’energia suprema che pervade l’Universo e si incarna periodicamente con un salvatore per la salvezza degli uomini, l’ottava incarnazione di Vishnu era stata Krishna), e seguiva anche i culti di Siva. Apparteneva a una casta alta, di grande rigore morale e estremismo ascetico, che proprio la sua rigidita’ si era ridotta a un milione e mezzo di fedeli. La madre di Gandhi era molto religiosa ed egli si attenne per tutta la vita ai precetti fondamentali del suo credo che erano:
-aimsha = rifiuto della violenza
-satya = fedelta’ assoluta alla verita’
-asteya = astensione dal furto
-brahmacarya = continenza dai piaceri dei sensi
-aparigraha = repressione dei desideri
Questi furono i capisaldi del suo insegnamento e della sua vita, ed egli li predico’ sempre.
La sua setta esaltava la bhakti, la devozione amorosa in cui il fedele da’ la sua anima a Dio, e praticava la dottrina giainista della non-violenza. I Jaina credono in un divino immanente e rifiutano i Veda e l’autorita’ sacerdotale. Pensano di raggiungere la liberazione dalla ruota delle vite con la retta fede, il retto comportamento e la retta conoscenza, in particolare predicano la non-violenza (AHIMSA), che consiste nel non offendere nessun essere vivente. L’AHIMSA e’ anche una delle 5 virtu’ del primo livello del Raja Yoga, virtu’ svelate negli Yoga Sutra di Patanjali.
L’AHIMSA divenne, grazie alla lotta di Gandhi, un concetto universale, nella liberazione dell’India dal dominio coloniale britannico, per cui noi abbiamo, almeno nelle premesse di Gandhi, l’applicazione di un concetto pressoche’ paradossale, una grandiosa guerra politica di indipendenza guidata dai concetti della non violenza.

Da bambino, secondo l’uso locale, a 6 anni, Gandhi venne fidanzato, ma, a causa dell’alta mortalita’ infantile, perse questa prima fidanzata e anche una seconda (se era la bambina a perdere il fidanzato, restava vedova e non poteva sposarsi mai piu’, cosi’ c’erano migliaia di vedove sotto i 5 anni). A 7 anni fu fidanzato una terza volta, e a 13 fu sposato. Sembra fosse molto sensuale, amo’ intensamente la sua sposa e il matrimonio lo indeboli’ notevolmente; piu’ tardi, per quanto amasse la moglie e subisse il richiamo dei sensi, si impose e le impose una castita’ forzata, che gli costo’ molto, per concentrarsi totalmente nel suo lavoro.
La moglie, Kasturbai, era una donna piccolina e semplice, che non capi’ molto dell’opera del marito ma lo segui’ docilmente in ogni sua scelta, del resto la moglie indiana era un serva docilissima del marito e il sistema indiano era fortemente maschilista. Col tempo egli capi’ che un uomo non deve comandare la moglie come un oggetto in suo possesso, ma deve amare tutte le creature rispettando la loro liberta’, perche’ ogni creatura appartiene a se stessa, e cio’ che da’ lo deve dare liberamente e questo vale anche per una moglie nei rapporti col marito. Il riconoscimento dei diritti della donna divenne allora uno dei suoi scopi principali.
Gandhi amo’ sempre studiare e fu un allievo diligentissimo, vinse premi e borse di studio, studio’ prima in India in scuole inglesi, poi a 19 anni a Londra per tre anni, dove ando’ per frequentare la facolta’ di legge e diventare avvocato. Il capo della setta jainista lo scomunico’ per questo, espellendolo dalla casta.
A Londra tutto gli era estraneo e si sentiva molto solo, tuttavia studio’ intensamente sperando in una integrazione, poi capi’ che, essendo lui indiano, ogni inserimento era impossibile.
Era timidissimo e introverso, chiuso negli studi di diritto e nelle letture religiose. Ebbe difficolta’ anche col cibo inglese finche’ non comincio’ a cucinare da se’ seguendo il precetto vaishnava vegetariano.
Conobbe infine degli amici che lo introdussero nella societa’ teosofica della Blavatskij e di Madame Besant, furono loro a chiedergli di tradurre la Bhagavadgita (il canto del beato) dal sanscrito. Gandhi non aveva mai letto il poema. Leggendolo la Bhagavadgita, trovo’ un passo che lo colpi’ molto che appartiene a un testo detto il Vangelo induista.
Il poema narra del dio Krishna e del re Arjuna. Due gruppi di re, cugini, dovevano combattere per ottenere un regno una lunga guerra. All’inizio del poema troviamo il re Arjuna sul campo di battaglia, sul suo carro di guerra, egli deve dare l’avvio al combattimento ma e’ pieno di orrore pensando alla strage fratricida che sta per compiersi; se non dara’ il segnale della battaglia il suo popolo verra’ trucidato, ma se lo dara’ ci saranno comunque troppi morti. E’ un momento terribile. Che cosa deve fare? Con lui ci sono i soldati schierati, il re e’ su un cocchio guidato da un auriga, ma questi si volta e si rivela essere il dio Krishna. Il dio dice al re che non puo’ rifiutare di fare cio’ che il suo kahrma richiede, se uno e’ nato re deve comportarsi da re, e se nel suo kahrma ci sono delle battaglie, dovra’ farle. Tuttavia il giusto fara’ cio’ che deve disinteressatamente, senza pensare al proprio vantaggio. L’azione umana e’ illusoria, l’uomo puo’ solo offrire con devozione ogni suo atto al dio e fare del suo meglio. Se l’uomo e’ disinteressato e fa cio’ che deve essere fatto pensando al bene, il dio si unira’ a lui.
‘Kuru’ = fa! Norma della vita umana e’ l’azione. Non possiamo tirarci indietro e dobbiamo fare cio’ che deve essere fatto. Ma dobbiamo agire sempre in vista del bene comune, senza pensare a noi stessi, cercando di calmare le nostre emozioni, abolendo i nostri desideri, mirando alla giustizia.
Metti sullo stesso piano il piacere e il dolore, (dice il dio)
il guadagno e la perdita, la vittoria e la disfatta,
e cingi i lombi per la battaglia

L’uomo grande pensa solo all’anima. Non aspira a godimenti terreni, non ha attaccamenti materiali, si spoglia dell’io e mantiene i sensi e i desideri sotto il controllo della mente saggia. Dice il dio:
Colui che e’ privo di passioni
puro e volenteroso e imparziale e impavido,
colui che rinuncia a ogni frutto dell’azione,
a me devoto, colui mi e’ caro
.

Oh, colui che non gioisce e non odia,
che ha vinto la sofferenza e il desiderio,
cio’ che piace e cio’ che dispiace,
pieno di fede, oh, si’, colui mi e’ caro
!”
Il discepolo di Krishna dovra’ darsi una ferrea disciplina, arrivare a dominare anima e corpo, diventare uno yogi, allontanarsi dal proprio ego ed entrare nell’anima del mondo, unemdnosi a tutte le creature sentira’ l’anima universale.

(Un concetto simile e’ espresso dal giornalista Terzani nel suo libro “Entronauti”:
“ Terzani parlava con un monaco.
“Qual’e’ il tuo mestiere?” chiedeva il monaco.
“Scrivo”
“Scrivi, impegnati, ma non ti curare del risultato. Lascia a Lui il risultato, lascia che lo adoperi per i Suoi fini. Il risultato e’ una gran riuscita? Bene. E’ un gran fallimento? Bene. Ricchezza? Poverta’? Bene, non ci riguarda. Se ci liberiamo dalla smania del risultato, se ne strappiamo la radice, siamo in salvo. Allora operiamo per Lui, Lui sempre presente, presente la Sua gioia. Capisci? Ma devi toglierti anche l’ultima radice. Strapparla.”
“Ma la gente? Non sai la gente com’e’. Le donne t’allettano. Gli uomini t’aggrediscono. Devi sempre occuparti di loro per il si’ e per il no, diventi frenetico e disperato.”
“C’e’ il rimedio. Guardali nelle pupille. Non gli occhi, proprio la pupilla. Se guardi bene, trovi nella pupilla l’anima. Proprio la trovi. E se guardi l’anima, incontri la presenza, la stessa presenza in tutti, la senti davvero e finisce la frenesia. Non mi credi? Prova. Finisce la frenesia e comincia la fraternita’
”.)

Gandhi amo’ intensamente il testo sacro della Bhagavad Gita, la imparo’ a memoria e la segui’ in tutta la sua vita. Il campo di battaglia e’ il cuore dell’uomo, dove ogni giorno il bene e il male si scontrano e dove ogni momento si deve scegliere tra l’interesse personale e il bene del mondo.
Gandhi era giainista e la sua religione gli vietava la lotta violenta, capiva che il giusto puo’ mettersi anche contro l’ingiusto, purche’ la sua azione non gli rechi un vantaggio e purche’ nella lotta non usi violenza.
Gandhi ebbe sempre un grande interesse per le religioni, diffido’ del Cristianesimo per l’esperienza che aveva avuto dei missionari cattolici, per il loro assolutismo e il disprezzo per le altre fedi. Diceva: “Non predicate il Dio della storia, ma mostratelo come vive oggi… Non credo alla gente che parla agli altri della propria fede soprattutto con lo scopo di convertirla. La fede non ammette di essere esposta. Deve essere vissuta e allora si diffonde da se’”.
Secondo l’Induismo Dio ha molte incarnazioni salviche, gli avatara, percio’ gli era facile capire Gesu’ Cristo. Nell’Induismo Dio si incarna molte volte. Piu’ difficile era capire la pretesa della chiesa cattolica che Cristo fosse l’unica incarnazione divina. Gli risultava senza senso pensare che solo chi credeva a Gesu’ potesse salvarsi. Ma ancora nell’ultimo Giubileo, la chiesa cattolica ha ribadito che solo nel suo seno c’e’ la salvezza e tutti gli altri sono nell’errore.
Gandhi ammirava moltissimo la figura del Cristo e gli piacevano i Vangeli, ma non poteva accettare una chiesa che si poneva in modo assolutistico e prevaricante come unica depositaria della verita’. In India ci sono molte grandi religioni e sono in genere molto tolleranti l’una verso l’altra, mentre l’Europa e’ stata schiantata dalle guerre religiose e dall’intolleranza. Gandhi non capiva nemmeno come il Cristianesimo potesse mostrarsi coi segni di una religione superiore. Molte religioni avevano tesori di sapienza e c’erano persone pie. Gandhi era molto rispettoso e lontano dai fanatici: “Credo nella fondamentale verita’ di tutte le religioni del mondo. Credo che tutte sia state date da Dio e che siano state necessarie al popolo al quale furono rivelate. E credo che, se potessimo leggere i libri sacri delle diverse fedi dal punto di vista dei seguaci, scopriremmo che in fondo sono tutte uguali e si aiutano reciprocamente.“
Concluse che la Chiesa, come si era formata dopo il Cristo, era stata un’istituzione sempre piu’ secolare, che non aveva piu’ nulla a che fare col Vangelo.
La vera religione e’ quella che trascende la lettera di ogni confessione cristallizzata in sistema e che si manifesta in uno sforzo di ascesi morale.
Per me Dio e’ verita’ e amore, Dio e’ etica e morale; Dio e’ coraggio
Gandhi Lesse anche il Corano e si accosto’ all’Islamismo, ma la cosa che lo colpi’ di piu’ fu la lettura di Tolstoj, che si rifaceva ai principi del Vangelo e affermava la rinuncia alla violenza e l’amore universale. La cultura di Gandhi era induista ma egli era aperto all’Occidente, era anche in corrispondenza con Tolstoj di cui ammirava il pacifismo e a lui dedico’ la colonia indiana che fondo’ presso Durban. Anche Thoreau a quel tempo sosteneva teorie sulla disobbedienza civile.

A 22 anni, divenuto avvocato, Gandhi ritorno’ in patria, ma, a causa del suo soggiorno all’estero, si trovo’ espulso dalla casta, e trovo’ a casa un figlio di 4 anni per in quale era uno sconosciuto e che gli dette sempre dei problemi.
Ando’ poi a seguire una causa legale a Durban, in Sudafrica. Qua gli emigrati indiani erano una massa di disperati analfabeti, angariati dalle autorita’ e trattati come schiavi. Leggi assurde discriminavano negri e Indiani. Gli Indiani non potevano andare in albergo, in treno potevano viaggiare solo sulla terza classe, non potevano camminare sui marciapiedi o uscire dopo le nove di sera. I bianchi li colpivano per il solo fatto di essere di un altro colore.
La vista dei suoi compatrioti vessati in tal modo dette al timidissimo giovane la forza di un leone. Gandhi era un oscuro e povero avvocatino di 24 anni, piccolo e mingherlino, che alla sua prima causa si era paralizzato senza poter aprire bocca, ma l’idea di un compito sociale gli folgoro’ l’anima e capi’ cosa doveva fare. La resistenza era un diritto, la lotta un dovere, cosi’ aiuto’ i suoi compatrioti nella guerra dei passaporti e fondo’ il National Indian Congress, per difendere i loro interessi. A Johannesburg organizzo’ la sua prima sathiagraha: campagna di resistenza non violenta, incitando gli indiani del Sudafrica a disobbedire alle leggi ingiuste ma accettando le punizioni relative. Sathyagraha vuol dire letteralmente ‘forza di verita’’. Il governo incarcero’ Gandhi con decine di migliaia di Indiani, ma alla fine le leggi razziali furono abrogate.

A 25 anni Gandhi si trovo’ ad essere il capo politico dei 25.000 indiani del Natal, un incarico che doveva durare 20 anni. La famiglia lo raggiunse in Africa, e la moglie gli dette altri tre figli.
Nel 1915, durante la guerra anglo-boera, Gandhi ando’ in Inghilterra dove organizzo’ un corpo di Croce Rossa. Poi torno’ in India, ora era famoso e assunse una posizione di rilievo nel Partito del Congresso, fino a diventare il leader del Movimento Nazionalista. Riusci’ a diffondere il Partito del Congresso anche fra le donne, i commercianti, i contadini poveri e i giovani. E tuttavia Gandhi non amava la politica.
Se io mi occupo di politica– diceva- e’ perche’ oggi essa ci avvolge come le spire di un serpente di cui non riusciamo a liberarci.. per questo desidero lottare con il serpente”.
Cio’ che contava per lui soprattutto era la religione, cosi’ visse la politica come un atto religioso. Ognuno porta se stesso in cio’ che fa. Per un affarista la politica puo’ essere un campo piu’ vasto per fare affari. Per Socrate fu un atto educativo. Per Gandhi un campo di applicazione morale. Diceva: “Per me la politica, spogliata dalla religione, e’ decisamente una porcheria”.
Come Socrate diceva: “Il solo tiranno che accetto in questo mondo e’ la piccola voce silenziosa dentro di me” (still small voice).
Entro’ dunque nel Partito del Congresso, che era molto eterogeneo e fu sempre dilaniato da lotte interne per divisioni ideologiche ed etniche, in particolare tra Indu e musulmani, e per l’ambizione dei partecipanti. Questi, pero’, sia pur tanto diversi tra loro, riconobbero sempre il carisma di Gandhi e sotto la sua guida furono pronti a perdere il benessere che avevano per farsi incarcerare superando i loro interessi personali.
C’era chi voleva che l’India restasse nell’Unione inglese e chi la voleva indipendente. Gandhi proponeva l’indipendenza e un autogoverno che partiva dal villaggio, formava comitati di villaggio, poi unioni di comitati, comitati distrettuali, provinciali, ecc…. una piramide organizzativa che partiva dal basso fino ad arrivare a 350 delegati sotto un presidente.
Gandhi si proponeva di attuare degli scopi giganteschi per cui aveva tutti contro: prima di tutto sembrava impossibile una unione tra Indu e musulmani, punto che resto’ non realizzato, poi sembrava impossibile l’abolizione delle caste e in particolare dei paria, infine il conseguimento dell’indipendenza dell’intera India dall’Inghilterra, lottando contro il governo inglese principalmente in due modi: il boicottaggio delle merci inglesi, specie le stoffe, e la disubbidienza alle leggi ingiuste.
Gandhi visse in un ashram nella boscaglia che arrivo’ a ospitare 40 persone. Fu chiamato ashram del sathyagraha. Chi viveva li’ si impegnava a rispettare 7 regole dure: spirito di poverta’, lavoro manuale, controllo dei sensi, amore per tutti, accettazione dei paria, coraggio spirituale, fedelta’ alla verita’.
Tutti nell’ashram lo chiamavano Bapu = padre, e con questo nome lo avrebbe chiamato l’India intera. L’ashram riceveva doni ma un giorno una famiglia di tre intoccabili chiese di essere accolta e lui disse di si’ e questo fece cessare gli aiuti economici esterni. Quella dei paria fu una battaglia immane in cui Gandhi ebbe contro tutta l’India induista.
Gandhi aveva uno scopo sovrumano: combattere contro il Commenwelth inglese e liberare dal suo giogo l’intera India. Usando lo stesso metodo non violento che aveva provato in Sudafrica, intendeva portare l’India all’autogoverno (swaraj).
Gli industriali britannici avevano sfruttato in modo indegno i contadini, impoverendoli e distruggendo le povere attivita’ artigianali. Gli Indiani erano stati utilizzati come soldati nella prima guerra mondiale e ora nel dopoguerra l’India si aspettava di ricevere nuove istituzioni autonome. L’Inghilterra aveva promesso all’India uno statuto di dominion ma poi si rimangio’ la promessa e, con leggi speciali (i Rowlatt Acts), prorogo’ le leggi speciali fatte durante la guerra, che prevedevano processi senza appello, arresto immediato per semplici sospetti, sanzioni durissime.. insomma l’India fu trattata come fosse un paese in rivolta, contro gli elementari diritti dell’uomo.
Questi atti gravissimi convinsero Gandhi a intraprendere una lotta non piu’ sociale o sindacale ma politica.
Nella primavera del ‘19 (aveva 50 anni) Gandhi lancio’ la sua prima campagna di disobbedienza contro le leggi speciali e indisse una giornata di sospensione generale da tutte le attivita’ con digiuno e preghiera. Concepi’ la sua prima mossa politica come una battaglia sacra e lancio’ il suo appello al paese. Non era nessuno, non aveva cariche, era mosso solo dal suo senso di verita’ e giustizia. L’India rispose. Ma durante una manifestazione che doveva essere pacifica si ebbero scontri con la polizia, con morti e feriti.
Il punto massimo delle stragi fu il tragico massacro di Amristar.
Ad Amritsar, nel Punjab, c’era stata una manifestazione pacifica di tutta la popolazione, 20.000 persone si erano riunite in un grande spiazzo chiuso, bloccato attorno da un muro. Le truppe inglesi con 50 fucilieri, senza preavviso, si misero a sparare in modo sistematico sulla folla inerme intrappolata nella grande spianata cinta di mura, in dieci minuti furono sparati 1600 proiettili. Quando i caricatori furono esauriti, 379 morti e 700 feriti giacevano sul campo, e l’ufficiale ne avrebbe fatti uccidere anche di piu’ se fosse riuscito a far entrare due carri dalla porta. Il responsabile del massacro, Dyer, affermo’ che voleva dare una lezione agli Indiani, che era disposto a ucciderli tutti, che non si era curato dei feriti. Fu rimosso dall’incarico ma tutto il mondo parlo’ della strage e anche i piu’ restii si convinsero a seguire le idee di Gandhi. Intanto l’Inghilterra colpiva duro per stroncare la reazione popolare, proclamava la legge marziale, bombardava villaggi, moltiplicava gli arresti, faceva funzionare i tribunali speciali a ritmo serrato.
Gandhi capi’ che una rivoluzione pacifica aveva bisogno di tempo e che il popolo doveva essere educato, sospese la campagna dimostrativa per un anno. L’anno seguente entrarono nel movimento anche i musulmani.
Il Movimento Nazionalista indiano era finalmente unito contro gli Inglesi per lo shock prodotto dal massacro di Amritsar, Gandhi voleva creare uno stato indiano dapprima entro la struttura britannica poi come libero stato sovrano. La figura carismatica del movimento fu lui, che riusci’ a galvanizzare 300 milioni di Indiani. Ma era convinto che l’indipendenza politica avrebbe avuto effetti limitati se non fosse stata accompagnata da un programma di profonda ristrutturazione della societa’ indiana, per cui occorreva far rinascere la cultura, le idee e l’anima del popolo.
Devo confessare che l’azione di riforma sociale, l’autopurificazione, mi sta cento volte piu’ a cuore della cosiddetta attivita’ politica”.
Eli mirava alla liberta’ interiore dell’uomo, la sua liberazione dall’odio, dalla paura, dalla cupidigia, da tutte le passioni che riducono in servitu’ l’uomo e portano a sanguinose esplosioni di violenza.
Gandhi capiva che il mondo contemporaneo e’ a un bivio: o l’amore o la distruzione. Era possibile educare l’umanita’, ma un suo rinnovamento poteva partire solo dall’interiorita’.
La salvezza si basava su poche verita’, ma esse erano ‘antiche come le montagne’. “La storia del passato e’ stata quella delle guerre, la storia futura sara’ quella dell’uomo”.

Il 1921 fu un grande anno per la lotta per l’indipendenza dell’India, come per l’Italia lo fu il 1848. 300 milioni di indiani erano tenuti in servitu’ da 70.000 agenti dell’Impero, con Gandhi scoprivano la loro dignita’, i loro diritti, la volonta’ di lottare sfidando le armi e il carcere, e vivevano la nuova arma, la non collaborazione, con eccitazione e orgoglio
Gandhi predicava la non collaborazione come forza attiva per la giustizia.
La considerava la migliore unione di Buddha con Cristo, la forza con la dolcezza, la mistica dell’azione. Girava di citta’ in citta’, con un lenzuolo attorno al corpo magro e una bisaccia, parlava alla gente, infiammava, educava. Si rivolgeva a folle sempre piu’ grandi, urlanti, estatiche, piangenti.
Molti personaggi del bel mondo lo seguirono, lasciando la loro vita di prima. Eppure non era un oratore, aveva la voce fioca ma la sua persuasione era profonda. I volontari aumentavano e battevano le campagne portando la sua parola.
Gandhi raccomandava continuamente l’ordine, la disciplina, l’attenzione ai particolari, tutto doveva essere fatto bene, tutto doveva essere preciso. Il fronte dei suoi seguaci divento’ sempre piu’ grande. Le masse lo credevano un santo.
Intanto gli Indiani cominciarono a bruciare in grandi falo’ le stoffe inglesi. Boicottavano le scuole, i tribunali, i consigli di amministrazione, le cerimonie ufficiali. Una marea crescente di protesta flagellava le istituzioni e il bilancio, i due pilastri del potere britannico. Alla fine Gandhi incito’ ad abbandonare il servizio militare e a non pagare le tasse.
Eppure anche la seconda campagna di disobbedienza e di boicottaggio non fini’ bene, l’ordine era di non comprare tessuti inglesi, di fare da se’ gli abiti (il khadi divenne una divisa nazionale) e di bruciare le stoffe straniere che erano nelle case. Ma ci furono di nuovo sommosse violente, decine di morti, centinaia di feriti, 30.000 persone arrestate, perquisizioni, processi. Gandhi si assunse la responsabilita’ dell’accaduto e di nuovo riusci’ a sospendere le manifestazioni. Ma fu arrestato e condannato a sei anni di carcere. Quando fu liberato due anni dopo, dopo che tutto il paese aveva chiesto la sua scarcerazione, l’India lo acclamava ormai come il Mahatma= la grande anima.
Egli affermo’ sempre che il suo impegno era morale e civile e non politico. Aveva scritto “Nessun compromesso con l’impero, finche’ il leone britannico agitera’ dinanzi ai nostro occhi i suoi artigli insanguinati… L’impero inglese, sorto sullo sfruttamento sistematico delle razze piu’ deboli della terra e su uno spiegamento di forza bruta, non puo’ durare, se esiste un dio giusto che regge l’universo. E’ ora che il popolo britannico si convinca che la lotta iniziata nel 1920 e’ destinata ad andare fino in fondo, debba essa durare un mese o degli anni”
“L’India e’ stata ridotta al punto da essere a malapena in grado di resistere alle carestie, prima dell’arrivo degli inglesi, essa filava e tesseva.. cosi’ da avere un supplemento per le sue magre risorse agricole. Questa industria domestica e’ stata rovesciata da procedimenti inumani e crudeli.. il governo britannico si propone solo lo sfruttamento delle masse.. nessun sofisma puo’ distruggere la prova tangibile degli scheletri umani che si vedono in tanti villaggi… gli inglesi dovranno rispondere di questo crimine contro l’umanita’ che non ha l’uguale nella storia..
.”

La grande fame dell’India lo tormentava, non si poteva parlare di Dio o di non violenza a gente cosi’ abbrutita dalla miseria. “La sola forma accettabile nella quale Dio puo’ osare presentarsi a un popolo affamato e’ il lavoro e la promessa di cibo come salario”.
Come fu scarcerato, si acuirono le lotte tra indu’ e musulmani, allora Gandhi intraprese uno dei suoi digiuni terribili, 21 giorni, che lo porto’ vicino alla morte “Prima di aspirare alla liberta’, indu’ e musulmani devono amarsi tra loro, tollerare l’uno la religione dell’altro, e avere fiducia reciproca”.
Quando la lotta intestina fini’, si fece leggere i primi versetti del Corano e i versetti delle Upanishad. Ma l’odio delle due etnie doveva essere uno dei suoi fallimenti.

Gandhi era convinto che non si raggiunge nessuna liberazione politica se non si persegue una liberazione morale, occorreva una trasformazione radicale del modo di pensare, occorreva sviluppare l’amore. Ma non c’era solo l’odio contro gli Inglesi, l’India era divisa in guerre fratricide per l’odio atavico tra le etnie. E all’interno dell’Induismo un’altra divisione, antichissima, terribile, era quella delle caste.
Gandhi voleva eliminare la gerarchia di valore tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, voleva che un contadino non fosse considerato peggiore di un uomo di citta’, voleva distruggere l’uso di far sposare i bambini, voleva soprattutto eliminare le caste, cosa che suonava come una bestemmia religiosa, e sopra ogni cosa combatteva per l’isolamento dei paria, gli intoccabili.

Negli anni successivi lascio’ la guida del partito a Nehru e giro’ in treno e a piedi per conoscere il suo sterminato paese, portando di villaggio in villaggio il suo messaggio di amore e non violenza. Si parlava di lui come di un grande santo, viveva in modo ascetico come un predicatore, praticava il digiuno e la meditazione, rifiutava possessi materiali e vestiva come un paria. Con lui l’Induismo fu radicalmente trasformato.
Il suo lavoro era enorme e lo affrontava con un fisico gracile e una cattiva salute. Era sempre piu’ debole e stanco, soffriva di vertigini, aveva dei collassi.
Viene chiamato l’apostolo della non violenza. In base all’ahimsa, l’uomo poteva rifiutare una legge ingiusta e poteva disubbidirla, accettando serenamente le pene relative. Doveva far cambiare l’avversario con un atteggiamento mite. Il messaggio di Gandhi era totalmente paradossale rispetto al suo tempo e al suo paese. Ed egli realizzava nei fatti cio’ che predicava, cosa questa rara, perche’ molti sono i messaggi buoni ma poche le opere buone.
Anche Cristo ha predicato l’amore ma la Chiesa cristiana ha poi esercitato l’odio e la prevaricazione per duemila anni, cominciando da subito con la lotta alle eresie e agli infedeli.
Ma Gandhi diceva: “La non violenza dei forti e’ la forza piu’ potente del mondo”.
La violenza non conduce ne’ alla pace ne’ alla felicita’. Il culto della violenza non ha reso felici ne’ migliori ne’ le nazioni, ne’ coloro con cui esse sono venute a contatto”.
La sua convinzione era cosi’ assoluta e la sua condotta cosi’ pura che le sue parole divennero vento e il vento tempesta, una tempesta che sollevo’ tutta l’India, riuscendo a operare un miracolo, una disubbidienza pacifica diffusa tra milioni di Indiani che li porto’ ad accettare le randellate degli Inglesi senza muovere un muscolo, a subire carcere e violenze, a non ribellarsi alle stragi e alle angherie, a perseverare in una lotta che sembrava impossibile.
La lotta fu lunga e difficile, e piu’ e piu’ volte Gandhi sembro’ sconfitto, molte volte fu processato e incarcerato, molte volte vide i suoi seguaci cedere e tornare alla violenza, ma sempre disse: “Io sono sconfitto, ma non l’idea che porto”. La non violenza era una verita’ e per farla trionfare bisognava avere il coraggio di viverla fino in fondo a prezzo della vita perche’ “Ogni verita’ astratta e’ priva di valore se non si incarna in uomini che la rappresentano dimostrando di essere pronti a morire per essa”.
La lotta, il carcere, le malattie, i digiuni, i continui spostamenti lo stremarono lentamente, corrodendo il suo fisico gia’ gracile, ma egli non desistette. C’era in questo piccolo uomo una fiamma perenne che nessuna sconfitta riusciva a piegare. Egli era uno strumento di una lotta piu’ grande di lui, in cui i suoi sentimenti, i suoi desideri, la sua umanita’ non erano in gioco. La meta era grande e l’uomo Gandi doveva annullarsi in essa.
La via della purificazione e’ erta e dura. Bisogna liberare da ogni passione il pensiero, la parola, l’azione….dovro’ ridurmi a niente. Finche’ l’uomo non si colloca, per sua scelta, all’ultimo posto tra i suoi fratelli, per lui non c’e’ salvezza. L’aimsha e’ l’estrema frontiera dell’umilta’.”

Nel ‘30 (a 61 anni) Gandhi guido’ la marcia del sale. Gli Inglesi avevano il monopolio del sale e mettevano sul sale una tassa particolarmente odiosa. Gandhi decise che gli Indiani avrebbero fatto da soli il proprio sale. Prese dunque a marciare verso il mare e migliaia di Indiani lo seguirono per centinaia di km fino alla riva del mare per raccogliere qualche manciata di sale senza pagare le leggi sul monopolio. Per questo fu messo di nuovo in carcere per un anno, comincio’ allora lo sciopero della fame, per dare piu’ peso alle sue richieste.
Fu liberato quando tutti i partiti indiani parteciparono a Londra alla formazione della nuova costituzione, ma le separazioni interne portarono l’assemblea al disastro..

L’India era divisa da piu’ di duemila anni in caste, distinte in modo feroce, con costrizioni e divieti minuziosi che paralizzavano la vita e la liberta’. Al di sotto di tutte le caste c’erano i paria, i fuori casta, costretti a vivere in condizioni terribili. Il riscatto degli intoccabili fu il primo punto del ‘programma costruttivo’ di Gandhi.
Quando gli Ari penetrarono in India, erano ben distinti dal resto della popolazione per il colore chiaro della pelle e degli occhi. Mescolandosi con gli indigeni, produssero delle variazioni di colore. Bianchi erano i conquistatori, neri gli indigeni, di tonalita’ intermedia risultarono i figli. L’India risulto’ cosi’ formata da gruppi di colore diverso, che degradavano dalle razze chiare del Nord (con occhi azzurri) alle razze sempre piu’ scure e quasi negroidi del Sud. Essendo superiori per potenza e cultura, i conquistatori divisero la popolazione in classi, dette VARNA, che vuol dire ‘colori’. La divisione in classi fu un atto di potere, a cui si dette una giustificazione religiosa attraverso un mito.
La prima casta e’ quella dei sacerdoti che hanno il rango superiore, cioe’ non si privilegiarono i ricchi e i forti ma i saggi.
Poi venivano guerrieri e capi politici, produttori e commercianti, e infine i contadini e i lavoratori dipendenti. Assoluta preminenza era data alle prime tre caste (sacerdoti, guerrieri e lavoratori qualificati). La funzione massima pero’ non era quella della forza o della capacita’ commerciale o di lavoro ma la sapienza. Le altre caste sono considerate servili e dipendenti. Si formarono poi gruppi di fuori casta, detti in Occidente PARIA, intoccabili, impuri, e detti in India candala (originariamente i nati dall’unione vietata di una donna di casta brahmanica e un uomo di casta servile). La tradizione vedica con la divisione in caste elimino’ la concorrenza all’interno della societa’, le possibili ribellioni, gli attriti tra classi, e dette cosi’ pace e armonia al paese. Furono impediti i matrimoni tra coniugi di caste diverse e si creo’ un rigido sistema gerarchico con ruoli fissi, il piu’ grande sistema di apartheid del mondo.
Per alcuni secoli la divisione in caste non fu rigida e le 4 classi lavorarono insieme in pace cosi’ che si ebbe un certo equilibrio sociale. Ma quando arrivarono gli Islamici Moghul (i mongoli), in particolare dopo il 1500, e minacciarono la struttura sociale del paese con un sistema sociale egalitario, il sistema delle classi si irrigidi’ con regole di esclusione tassativa.
Poteri e funzioni erano ripartiti in classi. Il codice di Manu stabiliva le regole morali, giuridiche e politiche per il comportamento di ogni casta. Con un avvallo religioso, si separava il potere spirituale da quello produttivo e dalla condizione servile, e questi ruoli divennero ereditari. La societa’ avrebbe funzionato perfettamente se ognuno fosse stato al posto che gli competeva per nascita. se ognuno compie il proprio dovere (Dharma individuale) con cio’ collabora al Dharma universale.

Per 4000 anni l’India risulto’ divisa rigidamente. L’organizzazione sociale ariana, per facilitarsi il dominio, produsse una struttura sociale rigida non evolutiva, che costitui’ il piu’ grande sistema gerarchico di segregazione del mondo. Cosi’ si immobilizzo’ una popolazione enorme e uno stato grande come un continente con un sistema inamovibile che impediva di fatto qualsiasi moto rivoluzionario.
La religione fisso’ la gerarchia del potere, dividendo la societa’ in settori rigidi, in cui si nasce e da cui non si puo’ uscire, perche’ anche i matrimoni misti e le condizioni di promiscuita’ sono vietati. Anzi i matrimoni sono decisi quando gli sposi sono ancora bambini. Chi nasce figlio di contadino restera’ contadino, chi nasce figlio di re sara’ re; se uno nasce in una casta vuol dire che lo ha meritato per cio’ che ha fatto nelle vite precedenti e non puo’ cambiare la sua condizione. La legge del Karma lo vincola indissolubilmente al suo gruppo e al suo compito, egli puo’ tentare di uscire dal giogo delle esistenze solo conducendo una vita santa, partecipando a cerimonie, riti, pellegrinaggi, offerte, canti, preghiere, e puo’ seguire vie interiori come la via intellettiva, metafisica o mistica, ma solo se si appartiene alle caste accettate, perche’ se uno nasce fuori casta non gli e’ permesso niente.
Abbiamo parlato di 4 classi ma nella realta’ erano molte di piu’, e ognuna aveva il suo stile di vita, la sua dieta, i suoi obblighi sociali o religiosi. La citta’ era divisa in zone, e a ogni classe abitava la sua zona. I Brahmani stavano a nord, i guerrieri a est, i negozianti a sud, i servitori a ovest. Le 4 parti erano come le 4 braccia di Ganesha, signore dell’Universo, quattro come i Veda o le vie della conoscenza. L’investitura religiosa era un privilegio dei membri delle prime tre. Ogni casta aveva le sue regole che erano ereditarie e distinguevano le cose tra pure e impure.
Il paria era un fuori-casta, non era nessuno, non aveva rilevanza sociale, era considerato peggio di un animale. Se in questa vita sei molto cattivo, rinascerai come scorpione o come paria. I pari’a si occupavano di attivita’ considerate impure: cremazione dei morti, pulizia degli escrementi, delle latrine e delle fogne, trattamento del bestiame morto, concia della pelle… Le caste piu’ elevate non tolleravano il contatto dei paria e nemmeno la loro vista che era contaminante. Un tempo la catalogazione degli intoccabili era molto complessa, e il fenomeno riguardava tutta l’India. Gli intoccabili erano a loro volta divisi in molte sottoclassi, con nomi e ruoli, una fittissima rete di regole e molti gradi di impurita’ spirituale. Si tenga conto che gli intoccabili costituivano ben il 14% della popolazione, cioe’ piu’ di cento milioni di persone. Nelle regioni indiane piu’ integraliste non si poteva nemmeno guardarli, per cui dovevano portare campanelli ai piedi come i lebbrosi o gridare per avvertire del loro arrivo. Nelle citta’ vivevano in catapecchie periferiche con i tetti piu’ bassi della persona, simili a covili. Non potevano nemmeno leggere i testi sacri. Se un pari’a trasgrediva le regole, gli mettevano piombo fuso nelle orecchie.
Il brahmana sacerdote, lo kshatriya guerriero, il vaisya produttore avevano dignita’ di uomini, persino il povero sudra, la cui casta nasceva dai piedi di Brahma, che era costretto a fare il servo avevano parvenza morale d’uomo, ma il pariah era un intoccabile, un essere immondo e contaminante per cui non poteva esserci alcuna forma di solidarieta’ umana, meno che uomo, meno che bestia, un reietto, un rifiuto, un abominio incarnato. Gli erano vietati i libri, l’accesso ai templi, l’istruzione per i figli, prendere acqua ai pozzi pubblici, metter piede nei tribunali, entrare in un ospedale o in un albergo, in alcuni centri non poteva nemmeno camminare nelle vie pubbliche, entrare in una bottega, andare a cavallo o in bicicletta, avere vesti pulite, portare sandali, usare un ombrello. Un cibo toccato dalla sua ombre doveva essere distrutto. L’elemosina gli veniva gettata di lontano. Si aggirava per le campagne, sporco, affamato, famelico. Era un appestato sociale.
Dopo 4000 anni che l’India realizzava questa terribile condizione sociale, arrivo’ Gandhi che si scaglio’ si quella che chiamava “la piu’ grande vergogna dell’Induismo”. La sua lotta per la reintegrazione dei Paria fu durissima, teoricamente essi vennero reintegrati, almeno sulla carta, nel 1950 dall’art. 17 della Costituzione indiana, come il Mahatma voleva, nei fatti, specie nelle campagne, le cose andarono diversamente.

Gandhi lotto’ strenuamente per la loro riabilitazione, ritenendo che essi fossero creature di Dio come tutti. Il suo fu uno sforzo immane contro un costume radicato nei millenni. Quando, dopo la grande marcia del sale, tutte le forze politiche indiane si riunirono a Londra per elaborare la nuova Costituzione, ogni trattativa si areno’ di fronte al problema di dare ai paria gli stessi diritti degli altri. Allora Gandhi annuncio’ che avrebbe smesso di mangiare finche’ la morte non lo avesse preso. Si scateno’ allora un’onda emotiva senza precedenti. L’india intera si fermo’.
Soffrire, soffrire anche fino alla morte e quindi anche con digiuno perpetuo e’ l’arma estrema del satyagrahi.. Il digiuno fa parte del mio essere”. Il digiuno di un uomo cosi’ venerato produsse miracoli: si aprirono i tempi agli intoccabili, si dettero pranzi con loro, barriere antichissime caddero, per milioni di reietti brillo’ la speranza di un mondo nuovo. Finalmente i politici indiani concessero ai paria 148 seggi in Parlamento. Dopo 4000 anni di esilio umano, i paria entravano di diritto nella vita politica dell’India.
Nessuno– aveva detto il Mahatma- deve essere considerato intoccabile a motivo della sua nascita

La nuova India nasceva da un violento sforzo della sua interiorita’, lo sforzo voluto da un uomo solo. Nel ‘50 i principi di uguaglianza, che Gandhi aveva difeso, trionfarono e le caste furono abolite e fu abolita la condizione di Paria. Almeno sulla carta.
Il grande movimento morale e sociale che egli aveva promosso aveva svegliato le coscienze e suscitato la pieta’.
Prima era venuta la lotta per la liberazione morale, poi la lotta per la liberazione politica. Il processo fu estenuante.

Nel 39 l’Inghilterra avverti’ l’India che doveva combattere nella seconda guerra mondiale, Churchill prometteva la concessione dello stato di dominion a guerra finita. Ma la risposta fu: “QUIT INDIA” , “Lasciate l’India”. Gandhi disse che ogni Indiano doveva appuntarsi sul petto un pezzetto di stoffa con su scritto “Agire o morire!” O vedremo l’India libera o moriremo. L’India esplose come una polveriera. Le stragi furono enormi, scioperi, violenze. Citta’ intere proclamavano la loro indipendenza. Il governo inglese non si era mai trovato davanti una insurrezione simile. La rivolta d’agosto duro’ 20 giorni. Tutto il mondo parlava dell’India. Gandhi inizio’ un altro sciopero della fame che duro’ venti giorni e lo porto’ alle soglie della morte. Aveva fatto 2338 giorni di carcere. La moglie era morta, aveva ormai 65 anni, aveva avuto la malaria e un’infezione amebica. L’India era squassata da una carestia. La fame continuava a infierire.
In Inghilterra intanto Churchill se ne andava, salivano al potere i laburisti, nemici da sempre del vecchio imperialismo.
In India l’odio tra indu’ e musulmani arrivo’ a rompere le dighe, esplose la guerra civile, il 16 agosto del 46 indu’ e musulmani si scagliarono gli uni contro gli altri con efferate violenze, un’orgia di sangue, di stupri, di incendi travolse il paese, con migliaia di morti, profughi…Gandhi aveva 77 anni, furono i giorni piu’ terribili della sua vita, un insensato massacro, ed egli lo imputava a se stesso, non era riuscito a fermarli.
Il 2° febbraio del 47 la Gran Bretagna annunzio’ la sua intenzione di ritirarsi dall’India. L’India doveva darsi una Costituzione. Ma i musulmani chiedevano uno stato separato, il Pakistan.
Finalmente, nel 1947, l’India fu dichiarata libera dal dominio inglese. Un miracolo a cui nessuno avrebbe creduto, un miracolo dovuto a un solo uomo, alla sua ferrea costanza, alla sua ferma determinazione, alla luce del suo spirito, al suo coraggio e alla sua purezza sovrumani.
Restavano grossi problemi irrisolti, in primo luogo l’odio tra Indu’ e Musulmani, che nessuno, nemmeno Gandhi, era riuscito a placare.
La nuova India nasceva con una lacerazione dolorosissima: il Pakistan si staccava costituendo uno stato a se’, abitato solo da Musulmani e cominciava un esodo spaventoso di Indu’ cacciati dalle loro case in Pakistan e di Musulmani cacciati dalle loro case in India. E’ impossibile raccontare le vendette, gli stupri, gli incendi, le stragi fratricide che questa divisione comporto’. Gandhi lotto’ fino all’ultimo per evitare questo orrore, ma i Musulmani furono senza appello.
A Nuova Delhi il 14 agosto 47 una folla in delirio applaudiva l’indipendenza.
Ma parte dell’India venne separata, con milioni di indu’ da parte musulmana e milioni di musulmani da parte indu’, una scia lunghissima di profughi, 15 milioni di disperati, che lasciavano il loro paese e il poco che avevano, pieni di odio e di vendetta. Gandhi non prese parte a nessuna felicitazione. Il suo cuore era in lutto. La nuova India costava ancora orrori infiniti. Gandhi accorreva ovunque scoppiassero tumulti e orrori, ma un uomo solo non puo’ tenere a freno la furia popolare. Si uccideva dappertutto, anche nei templi e nelle moschee.

I principi Di Gandhi erano l’amore e la non violenza. Gandhi voleva la tolleranza e la ricerca costante della verita’ senza pregiudizi. Insegno’ la resistenza non violenta o ‘sathyagraha’, che per lui non fu solo un sistema di lotta ma una vera fede, e consisteva nel rifiutare le leggi ingiuste accettando pazientemente le punizioni.
Fu incarcerato e picchiato piu’ volte, gia’ a partire dal Sudafrica, quando combatte’ le leggi razziali, che alla fine vennero abrogate, in seguito oppose questo tipo di resistenza passiva al regime inglese.
Fu per l’India non solo l’apostolo della liberta’ ma anche un grande santo. Diceva: “Per me Dio e’ verita’ e amore, Dio e’ etica e moralita’, Dio e’ assenza di paura, Dio e’ fonte di luce e di vita ed e’ al di sopra e al di la’ di esse, Dio e’ coscienza assoluta“.
Usando le parole degli Upanishad, ripeteva: “Rinuncia al mondo e, avendo rinunciato ad esso, godine, ma non provare piacere di tale godimento. Solo cosi’ potrai raggiungere quella liberazione da questo mondo di continue rinascite fino a trovare una pace infinita in Dio“. Gandhi inseri’ nella politica una dimensione etica e religiosa. Pensava che il mondo fosse dominato da intolleranza e fanatismo, razzismo e violenza, per cui solo il ritorno a una vita piu’ semplice, l’amore fra gli uomini, la fratellanza e la sincerita’ potevano salvarlo. La liberazione umana consisteva nel considerare l’uomo non piu’ un mezzo ma un fine.
Gandhi riusci’ a eliminare legalmente il sistema delle caste, riusci’ a liberare politicamente il suo paese, riusci’ a farsi seguire da milioni di uomini ma non poteva convincere totalmente un paese cosi’ immenso. La nuova India liberata fu tutt’altro che unita nell’affrontare la nuova realta’, Gandhi aveva chiesto un paese unito, Indu’ con Musulmani, ma il Pakistan musulmano si stacco’ dall’India e si dichiaro’ stato autonomo, cosi’ comincio’ un penoso esodo di indu’ e musulmani. Gandhi tento’ in ogni modo di conciliare indu’ e musulmani, ma i tumulti divennero sempre piu’ sanguinosi, e alla fine egli riprese lo sciopero della fame e disse che si sarebbe lasciato morire se le due fazioni non si fossero conciliate, ma la guerra prosegui’ violenta.

Gandhi e’ una personalita’ estremamente originale, mescola politica, religione, ascetismo, filosofia. Il suo pensiero e’ molto semplice: tutto l’universo e’ regolato da una intelligenza suprema, la Verita’, satya. Essa si incarna in tutti gli esseri viventi, specie negli uomini, dove assume la forma dell’anima o autocoscienza. Tutti gli uomini partecipano di Dio e per questo formano una unita’, gli uomini sono identici nella luce di Dio, per questo tra essi ci dovrebbe essere amore. Amore vuol dire occuparsi degli altri e prendersene cura, ma anche opporsi al male senza fare danno, cioe’ attuare una partecipazione sociale non violenta. L’amore puo’ e deve essere applicato a tutti i campi di vita.
Lo stato e’ “la rappresentazione di una forma concentrata di violenza, tuttavia esso e’ necessario finche’ gli uomini non saranno evoluti e responsabili.” In uno stato le decisioni sono prese dalla maggioranza o dal piu’ forte ma uno stato e’ giusto se promuove lo sviluppo di tutti i cittadini; se la legge e’ ingiusta ci si deve opporre, dunque fare una disubbidienza civile, ma questo non vuol dire trasgredire la legge, bensi’ opporsi a viso aperto, denunciandola come ingiusta e affrontando le punizioni relative alla disubbidienza. Gandhi pensava che la proprieta’ privata fosse immorale, e’ peccato che alcuni siano ricchissimi e che altri non riescano nemmeno a sopravvivere. Se qualcuno e’ eccessivamente ricco, quello non puo’ essere buono.
I suoi testi preferiti furono Mazzini, Tolstoj, Emerson, Ruskin, Thoreau, i Vangeli e le scritture indu’. Voleva introdurre nella politica una dimensione morale e religiosa, pensava che il mondo non poteva essere dominato dalla violenza, dal fanatismo ideologico e confessionale e dal razzismo. I suoi valori erano la sincerita’, l’amore per il prossimo, il rispetto dell’uomo come valore, il ritorno a una vita semplice. Non apprezzava per l’India il progresso tecnologico, aveva paura della rivoluzione tecnologica, amava una vita semplice, di cui era simbolo il filatoio a mano, charka, e diceva che ogni famiglia doveva filare e cucire da se’ i suoi vestiti. Temeva una societa’ tecnologica e scientifica dove si cercano mezzi sempre piu’ perfezionati per dominare la natura e la societa’, pensava che essa avrebbe trasformato l’uomo da fine in mezzo violando la liberta’ umana.

Il 2 ottobre del 48 (aveva 68 anni), comincio’ un ulteriore digiuno il suo cuore era pieno di angoscia.
Cammina solo
Se nessuno risponde al tuo richiamo
Cammina solo
“Qualcosa dentro di me mi costringe a gridare forte la mia agonia. Qualcosa che e’ in me e non mi inganna mai, mi dice ora: “Devi opporti al mondo intero anche a costo di rimanere solo. Abbandona moglie e amici ma porta testimonianza a quello per cui sei nato e per cui devi morire

Nel gennaio del 48 Gandhi era uscito di casa per un incontro di preghiera.
Accanto alla casa di Gandhi c’era uno spiazzo in un parco dove egli andava ogni sera a pregare in mezzo alla gente. Era estenuato dal digiuno. Si fece portare al luogo di preghiera su una lettiga. Poco prima gli avevano lanciato una bomba ma si era salvato. Aveva sempre rifiutato la protezione della polizia. Aveva detto: “Solo la mia morte dimostrera’ se possiedo la non violenza del coraggioso. se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per mio assassino, allora si’...” Parlava spesso della possibilita’ di una morte violenta.
La pallottola di un assassino potrebbe por fine alla mia vita, l’accoglierei con gioia”.
Il 29 gennaio del 48 si avvio’ verso lo spiazzo sorretto da due parenti, 500 persone lo aspettavano. Un giovane fanatico indu’ gli si paro’ davanti e sparo’ due volte .
“He, Rama!” disse Gandhi. L’altro sparo’ di nuovo. Gandhi si affloscio’ sul terreno intriso di pioggia.
Cosi’ egli fu ucciso. Fu ucciso per le sue idee, perche’ chi viene a portare la pace e’ il piu’ pericoloso degli uomini. Fu ucciso perche’ gli uomini vivono nel buio e odiano chi porta la luce.

Nehru dira’:
La luce si e’ dileguata
“No, la luce che splendeva su questo paese non era una luce comune, lo illuminera’ per tanti anni ancora, tra mille anni la scorgeremo ancora, la vedra’ il mondo intero, e da essa trarranno conforto innumerevoli cuori
Era morto il riformatore scarno e seminudo che in un mondo povero di spirito aveva fatto sfolgorare l’infinita grandezza e potenza dell’anima umana.

Einstein disse: “Credo che le idee di Gandhi siano state, tra quelle di tutti gli uomini politici di tutti i tempi, le piu’ illuminate. Noi dovremmo sforzarci di agire secondo il suo insegnamento, rifiutando la violenza e lo scontro per promuovere le nostra causa, e non partecipando a cio’ che la nostra coscienza ritiene ingiusto”.

Il seguito della storia dell’India non fu felice.
Nehru divenne primo ministro. Sua figlia si fece chiamare Indira Gandhi per onore al maestro ma non fu degna di questo nome. Nel 66 Indira divenne primo ministro, ma nel 75 perse il potere, fece pesanti brogli elettorali per conservarlo e fece arrestare numerosi oppositori politici, nell’80 fu rieletta ma nell’84 venne uccisa da estremisti sikh. Allora fu fatto primo ministro suo figlio, Rajiv Gandhi, che era stato il principale consigliere della madre, egli lotto’ contro la corruzione, si impegno’ in un programma di sviluppo industriale e di riforme interne per il controllo delle nascite, il sistema scolastico e le tensioni etniche. Fu pero’ accusato di corruzione e infine anche lui resto’ vittima di un attentato nel 91.

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ELENCO I LIBERATORI. Corso

Socrate
https://masadaweb.org/2008/11/17/masada-n-825-17-11-2008-socrate-la-coscienza-critica-applicata-alla-vita-civile/

Platone
https://masadaweb.org/2008/11/20/masada-n-827-20-11-2008-i-liberatori-2-platone/

Gandhi
https://masadaweb.org/2008/12/05/masada-n-835-5-12-2008-i-liberatori-n%C2%B0-3-gandhi/

Madre Teresa
https://masadaweb.org/2008/12/11/masada-839-11-12-2008-i-liberatori-madre-teresa-di-calcutta/

Kandinskij
https://masadaweb.org/2008/12/26/masada-n-845-26-12-2008-i-liberatori-vasilij-kandinskij/

Jung
https://masadaweb.org/2009/01/20/masada-n-861-20-1-2009-i-liberatori-carl-gustav-jung/

Einstein
https://masadaweb.org/2009/01/23/masada-n-862-21-1-2009-i-liberatori-albert-einstein/

Krishnamurti
https://masadaweb.org/2009/01/24/masada-n-863-24-1-2009-i-liberatori-jiddu-krishnamurti/

Sri Aurobindo
https://masadaweb.org/2009/02/02/masada-n-867-2-2-2009-i-liberatori-sri-aurobindo/

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http://www.masadaweb.org

1 commento »

  1. […] Gandhi masadaweb.org/2008/12/05/masada-n-835-5-12-2008-i-liberatori-n%C2%B0-3-gandhi/ […]

    Pingback di MASADA n. 825. 17-11-2008. SOCRATE – LA COSCIENZA CRITICA APPLICATA ALLA VITA CIVILE « Nuovo Masada — aprile 25, 2010 @ 6:04 am | Rispondi


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