Nuovo Masada

dicembre 22, 2007

MASADA n. 598. 21-12-2007- Storie vere: “Ho compiuto i 18 anni”

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Di Brunilde Cassoli

Per il periodo natalizio rallenteremo un po’ le pubblicazioni, ma vi lasciamo qualcosa di bello da leggere per le vacanze. Inauguriamo con questo numero un nuovo settore: quello delle storie vere, sperando che questa, mandata da una gentile amica, sia la prima di molte altre. Per noi sara’ un piacere presentarle, convinti che nulla abbia il sapore della vita come le cose che ci sono accadute e che nella nostra memoria hanno un posto privilegiato.
I ricordi in esame racchiudono un momento molto importante di una donna: i diciotto anni e l’incontro del primo amore. Ce li racconta la nota direttrice di una rivista italiana; l’anno: il 1944; la citta’: Bologna; il tempo: di guerra. Ma anche in guerra puo’ sbocciare l’amore, anzi: il grande amore, quello che ti stara’ vicino tutta la vita, o almeno finche’ la morte non te lo porti via, ma solo per un poco. Oggi il grande amore ha lasciato la sua Brunilde ma rinnovare l’incontro e le cose che furono sara’ stato per lei, ne siamo sicuri, come rivivere tutto dall’inizio, come avere di nuovi 18 anni.
Tutto quello che e’ narrato e’ vero e viene a noi con una particolare freschezza e sincerita’. I nomi sono stati ovviamente cambiati. Buona lettura!

Ho compiuto i 18 anni…
Brunilde C.

Ho compiuto i 18 anni nell’agosto 1944, in piena guerra. A quei tempi 18 anni per una ragazza costituivano una data importante. Non so se anche adesso e’ cosi’. Negli ambienti della buona borghesia significavano presentazione in societa’, ballo delle debuttanti, il primo abito lungo, obbligatoriamente bianco, regali, sogni.

Io ero sfollata, questo e’ il vocabolo che si usava per indicare che si era lasciata la citta’ e la propria casa per timore dei bombardamenti. La casa – quando gli eventi lo permettevano – veniva completamente svuotata: di tutto. Noi lasciammo soltanto il pianoforte a coda, perche’ era veramente difficile trasportarlo. Il posto dello sfollamento poteva avere le piu’ diverse caratteristiche, dalle ville di proprieta’ in campagna o al mare per chi era di famiglia facoltosa, alle piu’ modeste fino alle piu’ inadeguate soluzioni che avevi trovato o che avevi potuto permetterti.

Io ero stata fortunata. La mia famiglia aveva, in piena campagna a nord della citta’, una fabbrica per la lavorazione di prodotti organici per uso agricolo. Sulla strada si apriva un primo cancello, poi uno spazio abbastanza ampio per lasciare passare gli automezzi, piacevolmente fiancheggiato da due giardinetti con aiuole e fiori. Una rete metallica scompariva letteralmente sotto una cascata di convolvoli blu. Nel mio ricordo i convolvoli c’erano sempre, anche se so che non era cosi’. Poi, sempre a sinistra e a destra, prima di entrare dal cancello vero e proprio, le due serre del Babbo. Quella di sinistra era la serra delle gardenie, quella di destra la serra delle orchidee. Mio padre, piu’ che un industriale, era un appassionato floricoltore. Dopo il cancello, ancora a sinistra e a destra, due palazzine uguali, in mattoni, una delle quali era adibita ad abitazione. Noi abitammo li’, a piano terreno (al primo piano c’erano i custodi). L’ufficio del Babbo non subi’ cambiamenti, l’ex ufficio del Nonno, che era deceduto qualche anno prima, si trasformo’ in camera da letto per tre persone, la saletta da pranzo di cui ricordo i piacevoli mobili fine ottocento, fu completata da due letti che di giorno sembravano due divani, con coperte e cuscini (io e la Nonna dormivamo li’). La cucina era funzionale, una porta finestra si apriva sul cortile dove c’era un bell’albero di noci e una superba “pioppa”, non so perche’ fosse chiamata al femminile (anzi, in dialetto, la (fiopa) un pioppo enorme che in primavera copriva letteralmente cortile e dintorni di una coltre di ‘lana’ candida.

Del giorno del mio compleanno ho ricordi piacevoli, ma non particolari. Avevamo organizzato una festicciola con biscotti fatti in casa, torte e ‘cose’ salate. C’erano parecchi amici, tutti sfollati nelle case e ville vicine, anche diversi ‘maschi’ che ora, ripensandoci, chissa’ perche’ non erano al fronte. Almeno due, e forse anche tre, mi facevano la corte. Era bellissimo. Molti si erano ricordati di me e avevano portato tanti fiori e in quei tempi tristi era stato bello. L’unica cosa che non ho mai dimenticato di quel giorno e’ stata la sorpresa dei limoni. Sulla tavola, infatti, vicino alla teiera, c’era un piccolo vassoio con tante fettine di limone, fresche, profumate, appena tagliate. Da quando c’era il fronte e il Nord non aveva piu’ comunicazioni con il Sud, gli agrumi erano scomparsi nei negozi. E noi avevamo, fra le altre, anche due bellissime piante di limoni, vecchi di anni ma in ottima salute e ogni anno ci regalavano decine di frutti. Cosi’ i miei ospiti furono entusiasti di questa inaspettata leccornia che divento’ il centro della conversazione. Piccole cose, ma tanto significative.

Lungo il lato destro della Fabbrica (noi l’abbiamo sempre chiamata cosi’: “La Fabbrica”) si ergeva la ciminiera, alta, di mattoni, a me sembrava bellissima. In cima c’era una bandiera di ferro blu nel centro della quale il Nonno aveva fatto incidere le sue iniziali: O M e queste iniziali avevano sollevato delle domande e anche delle critiche fra la gente che in quel periodo viveva in Fabbrica sfollata, perche’ le avevano interpretate come le iniziali di “Obiettivo Militare”. Potenza del clima di guerra!
Non era certamente una vacanza quella che si stava vivendo, ma tutto attorno c’erano i campi, a volte dorati di frumento, a volte misteriosi con le piante della canapa, (che ora non si vedono piu’) verdi, alte, slanciate. Ci si nascondeva fra la canapa, si sognava, sembrava di essere immerse in profondita’ marine e fra le piante il campo regalava anche papaveri e margherite e ‘nontiscordardime’.
Ogni cosa diventava importante, il parto della Lilla, (la cagnetta bastarda e intelligente), il numero delle uova giornaliere raccolte nel pollaio, l’arrivo del camion del Monopolio che portava quintali di scarti di sigarette. Questo era proprio un avvenimento speciale! Gli ospiti della Fabbrica si precipitavano a cogliere i pezzi di sigarette ancora intatte, che a volte erano lunghe fino a trenta-quaranta centimetri. La marca, ovvio, non importava. Anche il cielo della notte era importante. Se era troppo sereno e addirittura c’era la luna, una certa inquietudine si impadroniva di tutti: i bombardamenti diventavano piu’ probabili.
Il silenzio della notte spesso era incrinato da “Pippo”, un piccolo ricognitore nemico che scrutava ma non aveva mai prodotto guai. Si diceva: “C’e’ Pippo”, ma senza ansia.
A distanza di tanti anni ancora mi stupisco di come avevamo imparato a vivere dentro alla guerra. Un senso di accettazione, perche’ la guerra era inevitabile. C’era. Punto e basta.

Circa un anno prima di questo diciottesimo compleanno, in un giorno di cui non ricordo la data, ma poco dopo l’8 settembre, la mattina mi svegliai angosciata, con un urlo, tremante e sudata. La Nonna accese la luce, spaventata, e mi chiese “Didina, cosa e’ successo?” Avevo avuto un incubo e facevo fatica a raccontarlo: mi trovavo in citta’, in via Rizzoli, davanti a me le Due Torri e io le guardavo con affetto, cosi’ belle contro un cielo serenissimo. Ma all’improvviso la Torre Asinelli comincio’ a vibrare, dalla cima cadevano pietre e pietre, in poco tempo si affloscio’ tutta al suolo fra tanta polvere, lei la Torre, cosi’ grande. In un grande silenzio. Insieme alle pietre che precipitavano a terra volteggiavano dei pezzi di carta bianca semi-argentata, venivano giu’ adagio, e andavano di qua e di la’ secondo il vento.
Il sogno finiva cosi’. La Nonna, col suo buonsenso, mi tranquillizzo’. Non era certamente una cosa troppo strana, in tempo di guerra, sognare qualcosa che crollava. Citta’ intere erano state rase al suolo. E poi c’era stato l’8 settembre, l’Armistizio, e bombardamenti non ce ne sarebbero stati piu’.
La notte passavano sopra di noi le interminabili formazioni delle “Fortezze Volanti”, i grandi bombardieri con meta la Germania. Il loro suono era inconfondibile, cupo e armonico nello stesso tempo. Un brivido, poi, tanto non sono per noi.

Studiavo molto in quel periodo. Le scuole erano state sospese, avevo terminato la seconda Liceo Scientifico, ma mi sembrava di sprecare tanto tempo: avevo voglia di scuola. Cosi’ decisi di preparare “due anni in un anno” come si usava dire. Insegnanti sfollati ce n’erano attorno a noi. Li ricordo tutti con simpatia. Il piu’ vicino – e quello che mi piaceva di piu’- abitava in una villa sulla nostra stessa strada, a poche centinaia di metri. Il prof. Ferdinando G. di circa quarant’anni, sposato, professore di lettere, mi insegnava italiano, latino, storia e filosofia. Veniva lui in Fabbrica e nelle belle giornate stavamo sotto la ‘capanna”, una parte del giardino ombreggiata da una fitta tettoia di piante rampicanti e sede estiva delle piante piu’ pregiate del Babbo. Studiavo volentieri. Dalla prof.ssa di chimica andavo io, Era sfollata nella villa del dr. Bernardo C. a pochi chilometri di distanza. In quella villa era ospite anche il neo dottore Alberto S. che tutt’ora ho l’occasione di frequentare. La piu’ lontana era la Prof. di matematica e fisica, anche lei sfollata nella villa della famiglia N-C. Mi piaceva andare li’, i ragazzi N-C erano tanti, se ricordo bene dodici fratelli, dal piccolino a Mario, studente in ingegneria, erano tutti simpatici, fratelli e sorelle e ben presto si divenne amici. Qualche volta capito’, mentre facevo ripetizione, che suonasse l’allarme aereo. Allora un suono forte e ansioso di una campana suonata energicamente, chiamava tutti all’appello e la signora N-C (‘presto, presto’) ci faceva scendere nel rifugio. Li’, fino a che’ non suonava il cessato allarme bisognava recitare tutti insieme il rosario. Non di rado si sentiva il terribile e mai dimenticato suono delle bombe sganciate.
Diedi l’’esame di Maturita’ e non presentai due materie, ovviamente matematica e fisica. Il prof. di Filosofia, alla fine dell’interrogazione, mi guardo’ e mi disse: “Lei di Filosofia ne sa poco, pero’ ha le idee chiare” e mi promosse. Ho ancora, fra i miei vecchi libri, il grosso quaderno dalla copertina nera, su cui il mio prof. mi faceva scrivere appunti su appunti, con diagrammi, parentesi, graffe, note. A volte lo sfoglio, e trovo che sia ancora chiaro! Gli esami si tenevano nella propria scuola, in citta’ e la paura dei bombardamenti era sempre presente.

Avevo gia’ avuto il ‘battesimo del fuoco’. Era stato nel 1943, dopo l’8 settembre, dopo l’armistizio. Sembrava un periodo di tranquillita’, a parte le avventure quotidiane con soldati tedeschi, perquisizioni, partigiani nascosti ecc.
Trascrivo fedelmente dal mio diario, sul quale scrivevo episodi di vita quotidiana, desideri, sentimenti, paure.
Il mio diario, diviso in tre quadernetti, comincia con il 14 settembre 1943 e si chiude l’1 febbraio 1946. La guerra era finita ed era gia’ cominciato il mio “flirt” con Piero che dopo due anni divenne mio marito. Ma questa, come si suol dire… e’ un’altra storia.

14 settembre 1943
“Di tanto in tanto si sente lontano il rombo sordo di qualche esplosione e il crepitio secco delle mitragliatrici.
Sono i tedeschi che fanno le esercitazioni. Ormai sono padroni della citta’ e di tutta l’Italia settentrionale. Nel sud, a Napoli, stanno combattendo contro gli inglesi e gli americani, sbarcati da alcuni giorni. In Italia regna il caos. Gli italiani vengono disarmati e a migliaia i soldati fuggono attraverso le campagne, da ogni parte del nostro paese. Sono stanchi, affamati, assetati, travestiti per necessita’ con abiti borghesi raccattati qua e la’. Sono giorni che camminano, hanno fatto centinaia di chilometri, a volte in treno, un po’ in camion, quasi sempre a piedi. Vogliono andar via, non hanno che una meta: la casa, sia questa anche in Sicilia.

Giorni fa sono andata a Bologna e l’ ho vista sotto un aspetto ancora diverso. Non piu’ la sfrenata e folle allegria del 24 Luglio quando cadde Mussolini e con lui il fascismo, non piu’ il terrore nelle fughe vertiginose dei bombardamenti, non piu’ quell’attonito dolore nella muta contemplazione della propria casa distrutta, non piu’ quella vampata di gioia e di follia all’annuncio dell’armistizio. Bologna ha ora un aspetto diverso un volto nuovo che e’ stupore, smarrimento, incomprensione, perche’ non capisce piu’ cosa accade.
Per le strade del Centro passano e ripassano autocarri montati da italiani fascisti, che puntano con minacciosa disinvoltura i fucili contro la popolazione. Fra loro si notano anche, con angoscia, dei giovanissimi, ragazzini che avranno si’ e no 15 anni. Vederli imbracciare quei mitra, da’ la misura dell’abbrutimento raggiunto. La legge marziale incombe sulla nostra citta’ e su tutte quelle occupate dai tedeschi. Le comunicazioni sono state interrotte, i ponti minati. Autocolonne tedesche partono ogni giorno per il Nord. Forse vanno al Po, ma noi civili sappiamo ben poco, raccogliamo voci, facciamo supposizioni, ma il futuro ci sembra sempre piu’ confuso.
Solo i bombardamenti sembrano scongiurati.”

Quel 24 Luglio mi trovavo in via Indipendenza, fra quella folla pazza di entusiasmo, di cui io non avevo ancora capito il perche’. Quasi mi scontrai con Nanni B. caro amico da diversi anni. Mi abbraccio’, mi riabbraccio’, mi fece fare un giro di valzer sotto il portico, poi mi prese per mano e grido’: “Corri, vieni con me!” Andai con lui di corsa, senza domandare, ed arrivammo circa a meta’ di via dei Poeti, piccola stradina che porta in via Castiglioni. Busso’ a un portone ed entrammo in una stanzetta con poca luce e piena di uomini e di tanto fumo. Mi aveva portato in un covo di partigiani!

Non eravamo piu’ andati in citta’ dopo l’Armistizio e la corrispondenza di mio padre veniva recapitata solo alla Casella Postale delle Poste centrali, in piazza Minghetti, per cui il Babbo chiese a me e a mia sorella se ci sentivamo di andare a recuperare la posta e, gia’ che eravamo in centro, di andare dal nostro macellaio in via Ugo Bassi per fare un po’ di provvista di carne. Era una bella mattina e con le nostre biciclette percorremmo volentieri i sette chilometri che ci distanziavano dal centro. Il percorso era quasi obbligatorio: Porta Galliera, via Indipendenza, via Rizzoli, piazza della Mercanzia, la Posta e poi il ritorno, via Ugo Bassi, via Roma e a casa. Fu mentre eravamo al mercato di via Ugo Bassi che suono’ l’allarme e nello stesso tempo comincio’ un bombardamento a tappeto sulla citta’. Le bombe fischiavano attorno a noi. Il solito panico indescrivibile e indomabile colse la folla. Urlai a mia sorella: “Subito in Fabbrica, per via Roma”, ma avevamo appena inforcato le biciclette, quando un rombo infernale di aerei e delle esplosioni vicinissime a noi, fra urla di terrore, mi fece rapidamente cambiare idea e gridai ancora a mia sorella: “No, andiamo a casa”, la casa di via Gombruti, che era a poche centinaia di metri da noi. Pedalammo furiosamente ma il rombo degli aerei mi sembrava sempre piu’ forte e quel sibilo inconfondibile e indimenticabile delle bombe sempre piu’ vicino. All’angolo con via Porta Nuova uno scoppio e uno schianto piu’ forti. Attraverso un polverone fittissimo, a tre, quattro metri da noi vidi saltare in aria il negozio del fornaio e due persone davanti a noi travolte dallo spostamento d’aria. Chiamai piu’ volte mia sorella. Ricordo con chiarezza che avevo messo persa la vita. Casa nostra era ormai vicinissima, ma il pesante portone era chiuso e non avevamo le chiavi. Cominciammo a bussare con tutte le nostre forze e dopo qualche minuto che ci sembro’ eterno qualcuno ci apri’. Ci precipitammo in rifugio, mentre le esplosioni scuotevano la casa. Nessuno delle persone che erano li’ capiva come potevamo essere stati bombardati e l’allarme avesse cominciato a suonare solo a bombardamento cominciato. Fu molto lunga l’attesa del cessato allarme. C’era tanto silenzio, dopo quell’inferno. Trovammo il coraggio di uscire e subito ci corse incontro lo Zio, fratello della Mamma, che dalla Fabbrica era venuto a cercarci. Stravolto, ci disse che le strade del centro erano seminate di cadaveri, via Roma, un mucchio di macerie, e via Rizzoli, e piazza della Mercanzia dove eravamo passate poco prima. “Le due Torri?”, no, quelle no, le ho viste ancora su. Il mio sogno di pochi giorni prima mi scuoteva lo stomaco e la mente, la Torre Asinelli e’ il simbolo di Bologna. I cestini portapacchi delle biciclette erano pieni di calcinacci e di strisce grigio argento. Lo Zio scelse di ritornare per via Roma, secondo lui la piu’ praticabile. Dovemmo farla a piedi: macerie, vetri, feriti, morti, la ingombravano tutta. Era il 25 Settembre 1943. Furono contati piu’ di tremila morti.

Sembra incredibile, ma ancora mi stupisce come avessimo imparato a vivere “nella” guerra. La Fabbrica era piena di sfollati: il Babbo non sapeva dire di no e molta gente, anche sconosciuta, aveva creato con fantasia e mille accorgimenti, un alloggio decente. Fra gli sfollati c’erano anche gli zii materni insieme alle due figlie: Silvia e Lucia. Le mie cugine erano nostre coetanee e ci facemmo molta compagnia. A me e alla Silvia erano affidati alcuni compiti ben precisi che si svolgevano di solito al di fuori della Fabbrica: andare al Mulino, portar a cuocere il pane in un sobborgo sulla strada provinciale, andare ai Kommandi tedeschi per rinnovare il permesso di circolazione della bicicletta e cose simili. Non ci mancarono certo le avventure e le disavventure. Silvia era una bruna procace, una bela ragazola, una tipica bolognese (di allora). Di Kommandi ne avevamo due relativamente vicini. Di solito erano composti da alcune camere, ovviamente requisite, adibite a uffici o servizi per i militari. Ci andavamo sempre in due. Salvo una volta, trovammo generalmente militari corretti, anche se qualche apprezzamento in tedesco (che non capivamo, ma di cui si intuiva il senso!) ci accompagnava. Salvo una volta, dicevo. E fu una brutta esperienza. E ancora la ricordo. L’ufficio in cui ci avevano fatto salire, era piu’ o meno simile agli altri, tavoli, seggiole, macchine per scrivere, radio, carte e sempre tanti timbri. In piu’ c’era una brandina, probabilmente per il militare di guardia. Su questa brandina i due militari ci hanno buttato con forza e non fu semplice liberarci. Probabilmente non erano soli al Kommando e non tentarono piu’ di tanto.
All’altro Kommando e’ invece associato un ricordo gradevole, quasi romantico! Era un appartamento di diverse camere (requisito, ovviamente). C’era un andirivieni continuo, di soldati e ufficiali. L’ufficiale a cui ci indirizzarono aveva il tipico stile del tedesco aristocratico. E non ci sbagliammo, sapemmo in seguito che era un nobile bavarese. Lo ricordo, e ne parlo, perche’ ci fu l’occasione di incontrarci piu’ di una volta. Sul tavolo del suo ufficio c’erano due foto in sottili cornici d’argento. Una rappresentava un grande salone, un caminetto acceso, un divano accanto al fuoco su cui sedevano un’anziana signora con capelli bianchi e un ragazzo, un bambino anzi, di una decina d’anni. Naturalmente biondo. L’altra foto era un ritratto di donna, che stava appoggiata al parapetto di una nave e aveva in testa un copricapo coloniale. Non staccavo piu’ gli occhi da quelle foto! Tutto il romanticismo dei miei diciassette anni aveva trovato il modo di esternarsi e farmi sognare. Questo ufficiale, di cui ricordo solo il nome, Ernst, e che incontrammo ancora, sempre per il rinnovo dei permessi di circolazione, quando ritornammo in citta’ nell’Ottobre del 1944, lo incontrai casualmente in una via del centro e venne a chiedere a mio padre il permesso che io lo accompagnassi una mattina per fargli conoscere le zone piu’ suggestive di Bologna. Fu difficile prendere una decisione. Farsi vedere in compagnia di un tedesco era veramente un grosso rischio. Chissa’ per quale ragione il Babbo alla fine disse di si’. Ricordo poco di quel giro turistico. Probabilmente ero turbata e imbarazzata. Ricordo che lui mi chiedeva gentilmente di parlare un italiano corretto, perche’ gli sarebbe piaciuto tanto impararlo. Davanti ad una profumeria mi chiese se poteva offrirmi un profumo. Non insistette al mio rifiuto. Nel pomeriggio un ‘fattorino’ –come si diceva allora – mi porto’ a casa un pacchetto. C’era un libro: “La storia di San Michele” di Axel Mounth, medico inglese e celebre scrittore. La prima edizione del libro, quella inglese, porta la data del 1928. La prima edizione italiana, invece, del Marzo 1945. Il libro ce l’ho ancora, letto piu’ volte. Sulla prima pagina, sotto la data 1 Aprile 1945, e una prima frase in italiano: “Cosi’ la vita” c’e’ una dedica scritta in tedesco, di cui purtroppo, non conoscendo la lingua non ricordo piu’ il senso. Firmata Ernst. Tante volte, a guerra finita, mi sono chiesta se fosse riuscito a raggiungere la sua dimora e la sua bella famiglia. Ma non ricevemmo mai notizie.

11 Ottobre 1943

Un anno oggi Aldo parti’ per la Russia. Ricordero’ sempre con struggimento il binario n.13 della Stazione Ferroviaria di Bologna. Fermi sulla pensilina eravamo Babbo, Mamma, Luisa ed io. Davanti a quel treno fermo, a quella ‘tradotta’ che portava tutto il Reggimento che avevamo conosciuto a Vergato verso la Russia. Ne conoscevamo tanti di quei ragazzi. Erano quasi tutti del ’21, sottotenenti e truppa, e poi il nostro tenente Simoncini, sempre impeccabile e profumato. Erano ai finestrini del treno, solo il capitano (troppo importante per noi per frequentarlo) era sceso sulla pensilina e ci saluto’ con un cordiale sorriso. Il Babbo aveva portato tante sigarette, da distribuire. Aldo era il mio ragazzo, il mio “ragazzone” come lo chiamavano. Era stato nei Granatieri ed era alto 1,90, biondo, bello, con un sorriso straordinario.
Mi ero proprio innamorata di lui. Dal poggio della villetta in cui trascorrevamo le vacanze (estate 1942) aspettavamo che passasse per la strada con la sua Compagnia. Tutto comincio’ con il mio compleanno, in Agosto. Compivo 16 anni e facemmo una festicciola. Quella partenza, dopo soli due mesi, fu tragica per me. Dal fronte del Don ho ricevuto decine e decine di lettere che ho raccolto con amore. E non solo lettere di Aldo, ma di tanti altri ragazzi, che mi raccontavano le loro pene e loro speranze. La maggior parte di queste lettere, colore grigio verde, era censurata, cioe’ era stata aperta e con grosse righe nere cancellate le notizie che non dovevano lasciare il fronte. Da un po’ di tempo non ho ricevuto piu’ nulla e le notizie della tragedia dell’ARMIR (specie quelle che ascoltiamo da Radio Londra) non sono certo tranquillizzanti. Che Dio volga uno sguardo al mio Aldo e a tutti quei poveri ragazzi che muoiono in quell’inferno, cosi’ inutilmente.
Oggi piove e mi pare di morire di malinconia. Star cosi’ nella solitudine, rinchiudersi tanto in se stessi. Mi sento vuota e arida. Mi manca la scuola, e mi manca il mio pianoforte,”

Non ricordo la data di questa ulteriore esperienza: sul mio diario non ce n’e’ traccia. Mi avevano chiesto di andare al Mulino per prenotare un certo quantitativo di farina. La signora Maria, proprietaria di questo bellissimo mulino che vantava molti lustri di attivita’, mi accolse con la solita cordiale signorilita’. Eravamo vicini, solo il podere dei contadini Baravelli divideva le nostre proprieta’ e mi recai a piedi. Era una bella mattina forse d’estate. Ero appena uscita dal mulino, quando vicinissimi, sentii due colpi secchi di pistola. Un grido. Sgattaiolai col cuore in tumulto dentro al cancello del contadino e rapidamente nella loro cucina. Era deserta. Dalle grate di una finestrella, capii che era stato ucciso un soldato tedesco. Qualcuno all’improvviso spalanco’ la porta e si affaccio’. Un ragazzo, in abiti civili, mi fece col dito sulle labbra “sssst”, inforco’ la sua bicicletta e con altri due compagni prosegui’ per la strada, fischiettando. Avevano appena ucciso un uomo e sembravano allegri.

Ho gia’ parlato della Lilla, la cagnetta bastardina e intelligente, che aveva il torto di essere l’unica femmina fra diversi cani maschi. Partoriva spesso e il problema dei cuccioli era veramente diventato un problema. Nella nostra famiglia gli animali erano sempre stati qualcosa di prezioso e fin che potemmo distribuivamo i cuccioli un po’ qua e un po’ la’. Ma si dovette prendere in considerazione la necessita’ di doverli sopprimere. Un giorno un contadino che abitava 30-40 chilometri da noi e che era venuto per acquistare del concime, si offri’ di prendere la Lilla con lui: aveva sempre tanti topi e sapeva che la Lilla era una cacciatrice formidabile. Cosi’, fra le nostre lacrime, la Lilla venne chiusa prudentemente in un sacco e caricata sul camioncino dell’agricoltore. Passo’ del tempo, forse tre o quattro mesi, ma un giorno l’abbaiare gioioso dei nostri cani maschi ci fece uscire in cortile e vedemmo la Lilla, con la lingua a penzoloni, sporca e stanca ma tanto felice: era ritornata a casa. E di li’ non si mosse piu’!

La questione dei topi mi ha fatto ricordare un episodio che spesso, poi, avemmo occasione di ricordare e anche di raccontare. Come ho accennato all’inizio di questo racconto, in Fabbrica si lavorava e si producevano concimi organici. Nella parte piu’ a nord dei capannoni, dove si raccoglieva il materiale per la lavorazione, i topi vivevano a centinaia in gallerie che si erano costruiti nell’immediato sottosuolo. Di giorno non si vedevano, ma di notte uscivano a plotoni. I nostri tre cani erano di un coraggio e di una abilita’ straordinaria e ne facevano strage, ma le gallerie sotterranee erano diventate un pericolo per la stabilita’ dei capannoni. Allora il Babbo, per quanto poco fiducioso, ascolto’ un consiglio che gli era stato dato piu’ volte; il Parroco della Chiesetta di San G. in C. (che era la Chiesa nella quale con il camioncino andavamo a Messa) si diceva che sapesse fare delle pratiche per cui riusciva a esorcizzare e fare scomparire gli insetti nocivi dai campi e dai frutteti. Gli insetti, per quanto disastrosi, ci sembravano qualcosa di ben diverso dalle nostre ‘pundgaze’ grandi a volte come un gatto. Il Babbo riusci’ a convincere il Parroco, e un mattino ci fu il grande avvenimento della disinfestazione. Con mio vivo rammarico, non ricordo piu’ quali pratiche o preghiere o formule magiche abbia usato il Parroco. Evidentemente allora non avevo ancora imparato ad interessarmi di fenomeni ‘anomali’! Perche’ il fenomeno accadde. Per mesi e mesi in Fabbrica non si videro piu’ topi. Anche di notte, quando si andava in esplorazione, non ne vedemmo piu’ nessuno! Si poterono cosi’ fare delle ristrutturazioni che erano diventate urgenti. Non ho elementi per quantificare la durata della disinfestazione. Nell’Ottobre del ’44 si ritorno’ a Bologna, poiche’ i cannoni alleati erano gia’ arrivati a San Rufillo e la citta’ era diventata piu’ sicura della campagna, e allora c’erano altri problemi da affrontare.

Ma ci furono anche dei giorni abbastanza sereni, durante quei mesi di sfollamento. Avevamo un ping-pong sotto la capanna e con amici “esterni” che venivano abbastanza frequentemente a farci compagnia, facevamo delle lunghe e accanite partite. Non abbiamo mai giocato a carte, lo sto notando ora con una certa meraviglia, nemmeno i giochi piu’ antichi e piu’ conosciuti: ramino, briscola, tressette, scopa, forse le uniche carte da gioco le aveva e le usava la Nonna, erano delle vecchie carte dei Tarocchi, e lei qualche volta “ci faceva le carte” per indovinare i nostri amori o per vedere se qualcuno sarebbe tornato.

Curiosamente non ho scritto nulla sul mio Diario dell’Ultimo dell’Anno 1943. Eppure fu abbastanza un’avventura! Poiche’ c’era il coprifuoco si poteva uscire solo prima delle 20 e ritornare dopo le 8. La festa era organizzata dalla Maria e dalla Lucia B., la cui casa era piuttosto lontana dalla Fabbrica. Allora non si usavano i pantaloni e ci coprimmo fino all’inverosimile, con grossi calzettoni di lana fatti a mano e pesanti scarponi. Nel portapacchi le scarpette eleganti! C’era un po’ di neve sulla strada e tanto freddo! Ricordo solo questo di quella notte, la luna che faceva scintillare la neve, il gelo, ma tanta volonta’ di fare tutti quei chilometri per potere rimanere fuori di casa negli orari proibiti.

Riporto ancora annotazioni dal mio diario

17 Maggio 1944.
“A Bologna non si vive piu’. La vita quotidiana continua uguale e terribile, I bombardamenti si seguono numerosissimi. Non ci si fida piu’ nemmeno di fare due passi fuori dal cancello. Gli inglesi avanzano, i ribelli si preparano. La Russia tace e il suo e’ un silenzio che fa paura. La V° e l’ VIII Armata sono a 30 chilometri da Roma. Anche Dani parte per la Germania, sono gia’ partiti tanti,Guido, Bertino, Aristide, Tano.

22 Maggio
In 12 giorni 5 bombardamenti.
Oggi bombardamento terribile, 25 minuti continui. E il nostro rifugio e’ bruciato! Come faremo?

Lunedi’, 5 Giugno. Roma e’ caduta in mani alleate. Gli inglesi sono sbarcati in Francia..
Il rifugio e’ bruciato un’altra volta.
26 Giugno – E’ mezzanotte e mezza e sto scrivendo durante il 7° allarme. Una giornata da inferno.

26 Agosto 1944
Ieri notte abbiamo subito un orribile bombardamento notturno. Vedevamo Bologna illuminata a giorno da migliaia di bengala. Non dimentichero’ mai piu’ quella notte da inferno e quel cielo che pur nella sua magica bellezza non si poteva considerare altro che dispensatore di morte. Non si vive piu’ un attimo di tranquillita’. Non si ha piu’ un minuto, non un minuto di spensieratezza e di allegria. L’allegria? E’ un sentimento che da mesi non proviamo piu’. Siamo giovani, ho 18 anni, ma i nostri pensieri, i nostri discorsi sono di uomini vecchi. Quando a volte ci sfiora un pensiero, un ricordo di un divertimento, di una distrazione, lo ricacciamo spaventati, con timore e quasi con vergogna come un sacrilegio. Non si puo’ pensare a cose allegre quando ovunque si muore.

6 Settembre
Questa notte ho avuto paura. Eravamo gia’ in rifugio ma le bombe sono cadute vicine. Due nel campo subito dietro la Fabbrica. Grazie al cielo i danni sono stati modesti. Solo il tetto dell’ultimo capannone e un muro di cinta sono crollati. Poteva andar peggio. In casa lo spostamento d’aria ha staccato dal muro gli stipiti delle porte e non credo si sia salvato un vetro in tutta la Fabbrica. Questa mattina avevo appena fatto il sopraluogo dei capannoni e contemplato con un brivido le grandi buche lasciate dalle due bombe, e mi ero fermata pensosa nel primo cortile. C’era il sole e le due aiuole erano tutte colorate e profumate. C’erano delle bellissime rose, due cespugli di azalee, e sulla siepe ancora tanti convolvoli blu. Dal cancello, all’improvviso, ho visto entrare Giorgio a precipizio Ha buttato in terra la bici e mi e’ corso incontro, e mi ha preso per la vita e mi ha abbracciato cosi’ forte, da togliermi il respiro, e mi ha baciato sulla bocca con furore. Quando sono riuscita a svincolarmi e riprendere fiato gli ho chiesto se era diventato matto. “Questa mattina mi hanno detto che era stata bombardata la Fabbrica”. E con passione e dolore insieme mi ha detto che e’ tanto che mi ama. Gli ho parlato con dolcezza, ripetendogli quelle ragioni che lui poi gia’ conosceva. L’ ho pregato di andarsene, ma mi ha ancora stretta per la vita supplicandomi: “Ninni, dammi un bacio”. Mi sono svincolata, ma mi ha tenuto ancora piu’ forte e mi ha baciato. Mi ha baciato! Quel bacio mi ha sconvolto.”

Rileggendo queste pagine cosi’ fedeli del mio diario, mi commuove questa serieta’-privazione sessuale. E cerco di ricordare se l’educazione che i miei genitori mi avevano dato fosse stata repressiva. Ma certamente non lo fu. C’era un condizionamento culturale che nessuno mi aveva imposto. Era cosi’. Cosi’ come c’era la guerra. Bisognava stare alle regole, alle proprie regole nell’accettazione di questa realta’ che oggi, dopo tanti anni, ancora mi sorprende.
Ma se per esempio, in data 5 del mese X, descrivo l’orrore dei bombardamenti notturni, e piu’ avanti il rombo del cannone ormai vicino, in data 6 parlo solo di malinconia, di vuoto, di desiderio di amare, di tanta tristezza. Il tema ‘tristezza’, la parola ‘vuoto’ sono certamente preponderanti. Questo contrasto fra la morte sempre presente e possibile, e il bisogno di esternare la malinconia e il senso di inutilita’ della vita, e il vivere con angoscia i miei 18 anni compiuti da poco, mi rendono ora consapevole di come sapessi poco di me stessa.
Il 30 Maggio avevo finito gli esami di maturita’. Secco commento sul mio diario:
“Ho dato gli esami. E’ andata bene. Anche questa e’ fatta.”

Da un po’ di tempo non avevamo notizie della Zia Dina ed eravamo in pena.

12 Settembre 1944
Dentro a un camioncino che appena li conteneva tutti, oggi e’ arrivata la zia Dina con la Diddi e parte dei Massari: lo zio e la zia e Mauro. Mirko non c’era. E’ morto sulla strada, a braccetto di sua madre, mentre a piedi fuggivano da Riccione. Erano stati bombardati dal mare, Mirko era stato colpito ed era morto sul colpo. Non si poteva piu’ fare niente per lui e il bombardamento continuava. Bisognava proseguire, e lui fu lasciato sulla strada. Poche ore dopo, giunti in una zona relativamente sicura, Manlio ha rifatto tutta la strada per cercare il corpo di Mirko. Il luogo era facilmente riconoscibile, ma Mirko non c’era piu’. Sembra impossibile che possano accadere cose tante tragiche. Hanno perso tutto. Sono scappati dalla linea del fronte. Hanno fame
Non dimentichero’ mai la Diddi. Aveva nascosto i suoi bei capelli biondi dentro a un fazzoletto per rimanere piu’ nascosta e meno appariscente. Abbiamo preparato dei panini al prosciutto, e ancora ricordo con il cuore stretto, quando afferro’ questo panino e lo morsico’ con furia a grandi bocconi.
La notte ancora un bombardamento.”

Nel mio diario non ho annotato come e quando zii e cugini, ripartirono per andare a Bologna. Noi, in Fabbrica, non avevamo piu’ possibilita’ di ospitarli, erano in cinque. E noi stessi capivamo che ormai la sistemazione in Fabbrica non era piu’ prudente. I cannoni stavano gia’ bombardando San Ruffillo. La Citta’ si stava presentando piu’ sicura. La zia Dina e gli altri si sistemarono nella casa della Zia, in pieno centro, a poca distanza dalla nostra casa di via Gombruti.
Dopo la guerra, e per tanti anni gli zii fecero le piu’ incredibili ricerche del corpo di Mirko, ma non fu mai trovato.

Durante il periodo trascorso in Fabbrica, spesso arrivavano con le loro auto grigie e le loro orribili moto, qualche pattuglia tedesca. La prima volta fu traumatico per noi, perche’ il loro obbiettivo era la nostra auto. Avevamo allora una bella 1500 Fiat, ed era stata nascosta in uno dei capannoni, seppellita sotto una vera montagna di sacchi. Nulla faceva sospettare la presenza di un’auto. Ma loro si diressero subito li’, trovarono l’auto e la requisirono. Certamente uno dei nostri “ospiti sfollati” aveva creduto di fare un atto patriottico facendo la spia.
Ma normalmente erano delle “visite” tranquille e anche amichevoli. Ricordo due di loro che venivano sempre insieme, non so se erano soldati semplici o sotto-ufficiali. Non ricordo nemmeno per quale ragione venissero. Certo che uno di loro mi faceva la corte e l’altro faceva la corte a mia cugina Silvia, con molto garbo. Capito’ che un giorno arrivassero in tre. Il terzo aveva un viso duro e gli occhi allucinati. Ci fece paura. Rideva guardando il nostro pollame, una decina di galline e un gallo, un gallo di quelli con le lunghe piume colorate, un portamento fiero con la grande cresta. A un certo punto disse, in italiano: ”Bello!”, alzo’ la pistola e l’uccise.

Il mio diario piu’ importante, che comprende tutto il 1944, e’ in sostanza un block-notes, stampato come un calendario dove ogni pagina rappresenta una settimana. Sulla sinistra della pagina il giorno e la data in sequenza verticale e vicino lo spazio per appunti. Ogni pagina ha quindi vicino alle date, 7 caselle di circa dieci centimetri per tre e dentro a questo piccolo spazio ci sono tutti i miei ricordi, scritti a matita e oggi quasi illeggibili perche’ la grafite si e’ sbiadita e anche in stenografia per acquistare piu’ spazio. La stenografia l’ ho praticamente dimenticata e la traduco a fatica e in modo incompleto. La stenografia aveva avuto pero’ anche un altro scopo. La Nonna, che mi adorava, era di una curiosita’ senza pari e la lettura del mio diario costituiva un piacere cosi’ irresistibile……

17 Settembre 1944
Due notti fa abbiamo avuto il quarto bombardamento notturno. Ieri ancora un bombardamento. Abbiamo contato una media di 12 allarmi al giorno. Oggi parecchie bombe sono cadute alla ‘Croce coperta’.

21 Settembre

Il cannone si sente sempre piu’ vicino. Il Babbo suggerisce di ritornare in citta’.
Questa decisione mi confonde. Ho dispiacere a lasciare questi luoghi dove ho vissuto momenti cosi’ intensi, di paura, di tristezza ma anche di calore umano. Mi addolora lasciare F. che sono abituata a vedere ogni giorno e che con il suo tenero amore mi da’ sicurezza, mi trasmette un senso di riposo e di dolcezza.
Il Babbo ha deciso che per il momento rimarra’ qui. Fra queste mura che mi sono care. E dovro’ lasciare tutto. Casa, oggetti, luoghi, le piante, i fiori delle serre, i miei cani. E tutti gli amici. Penso che dovro’ forse lasciarli per sempre, che forse, anche se noi ci salveremo, potremo non rivederci piu’. Come e’ pesante oggi il mio cuore.

4 Ottobre
Il cannone inglese sta battendo forte su S, Rufillo e San Lazzaro. Mentre scrivo sento distintamente il suo rombo cupo. E’ deciso. Domani ritorniamo a Bologna.

16 Ottobre
Sto scrivendo a letto nella nostra camerata, il nostro nuovo domicilio, via Gombruti 23, piano cantina. Davanti a me, perpendicolari alla mia posizione, ci sono 8 letti affiancati. Chi legge, chi scrive, chi prega, chi dorme. C’e’ il letto della Nonna, di Babbo e Mamma, zia Dina, Diddi, Silvia, Lucia, Maria Cerri. Davanti al mio letto un mucchio di legna bene accatastata. Un armadio, un tavolo, su un muricciolo la toilette. Sul letto della Nonna un quadretto, nel centro della parete un’immagine del Sacro Cuore e di Santa Teresa. Sull’antico enorme acquaio la fotografia del Nonno. Perche’ questa era l’antica cucina del palazzo (palazzo Belloni, di cui noi occupiamo tutto il primo piano, in tempo di pace). E tutto e’ di grandi proporzioni, i tanti fornelli e in particolare il camino! Bisognera’ che un giorno ne misuri la lunghezza, occupa tutta la larghezza della camera, da una parete all’altra! Sul tavolo c’e’ un grazioso vasetto (ex bottiglia di liquore) e dentro la mano gentile del Babbo vi ha messo due cypripedium, due “clair de lune” con alcuni rametti di felce verdissima: commovente stonatura!
Nella anticantina, abbiamo messo una cucina economica, una tavola e una credenza. Ormai e’ questa la nostra casa! Chissa’ per quanto tempo? Pero’ ne siamo tutti contenti. La sera dopo cena ci troviamo nel rifugio con tutti gli altri inquilini, anche loro sistemati nelle proprie cantine. Siamo in molti, e il rifugio diventa un salotto. Attraverso il dedalo delle cantine arrivano anche i Mannini e loro amici, tutti piu’ o meno nascosti nella parte del palazzo che ha l’entrata in via Barberia. Ci facciamo compagnia.
Il Babbo ha finalmente lasciato la Fabbrica dove proprio non si viveva piu’. Anche adesso, mentre scrivo, si sente lo schianto delle cannonate. Gli Inglesi dovrebbero essere vicini.

Con comica sorpresa abbiamo trovato il nostro cortile pieno di animali. Ci sono degli steccati che formano piccole stalle. Ci sono due mucche, tre cavalli, diverse pecore e un po’ di pollame. Non so di chi siano. C’e’ tanta gente, amici, parenti degli inquilini. Che poi, come inquilini veri del n. 23, siamo pochi, 6 famiglie. Nel nostro appartamento al primo piano ci siamo riservati una camera e di giorno, quando e’ tranquillo, andiamo su per non dovere vivere sempre in cantina. Era la camera da letto del Babbo e della Mamma, ampia, con le due grandi finestre. Ci abbiamo sistemato l’armadio, il como’, un divano e delle seggiole. E anche la radio con giradischi. Li’ c’e’ anche il bagno. Siamo 6 ragazze, dai 13 ai 19 anni e ne avevamo proprio bisogno di questo spazio!
Ma non stiamo sempre in casa. Ieri sono andata in Fabbrica. Si sta avvicinando l’inverno e il Babbo e’ disperato per le sue piante. Nelle serre non si puo’ piu’ accendere il termosifone e le orchidee moriranno. Le piante di alto fusto le ha sistemate dentro al ‘cameroncino’, la serra grande e li’ si dovrebbero salvare. In Fabbrica non c’e’ piu’ tanta gente. Oltre alla famiglia del custode ci sono rimasti gli zii (la loro casa di citta’ e’ inagibile) e pochi altri. Lupo, la Lilla e Bibi mi hanno fatto una festa commovente.

18 Ottobre
Il Babbo ha preso una decisione per le sue orchidee, una decisione commovente ma a mio avviso completamente inutile. Nella camera accanto al nostro nuovo “soggiorno”, ha fatto sistemare delle grandi assi, tipo mensole rivolte verso la finestra e li’ con ordine e precisione, ha collocato tutte le sue orchidee e le altre piante piu’ pregiate. Mah, anche se ha installato una stufetta a legna, la camera e’ grande e non si potra’ mai formare quel caldo umido indispensabile per queste piante tropicali. Certo spera che la guerra finisca presto e si possa salvare qualcosa da riportare nelle serre.
Oggi e’ arrivato F. e mi ha fatto piacere vederlo, anche se provo un certo senso di colpa. Non sono stata completamente onesta con lui. Per fortuna, con G. sono stata chiara e irremovibile. Ma e’ difficile, quando uno ti guarda con quegli occhi azzurri imploranti, e l’altro con ardore! E ti senti cosi’ piena di desiderio d’amore. Anche L. continua a scrivermi. Da Aldo invece non ho piu’ avuto notizie, solo alcune righe da De Rosa per farmi sapere che e’ stato leggermente ferito e che probabilmente lo rimanderanno presto in Italia. Speriamo!!!

30 Ottobre
Ho finito di leggere “Via col Vento”. Mi ha entusiasmato e nello stesso tempo mi ha messo nell’angoscia. E’ sempre piu’ difficile, in questo mondo e in questa vita cosi’ provvisoria, non avere vicino una persona a cui dare amore e da cui sentirsi protetta.

Oggi e’ arrivato anche B. Un po’ incosciente, a dire il vero, e anche imbarazzante per me.
Mi riesce difficile capire questo senso di ansia, di scontentezza dei miei comportamenti , mi sento cosi’ spesso in colpa, mi sono resa conto che fin’ora sono sempre io che decido, che comando, che impongo le mie decisioni ferendo i sentimenti degli altri. Forse avrei proprio bisogno di avere vicino un uomo adulto che mi comprenda, che mi ami ma che mi tenga piu’ sottomessa e a cui potermi appoggiare con fiducia e senza responsabilita’.

2 Novembre
Il giorno dei Morti.
Continua la nostra vita in cantina. Questo vivere insieme, a stretto contatto di gomito, e’ gradito e sereno. Viviamo molto su in casa, nel nostro soggiorno, e spesso riceviamo le visite (attraverso le porte ’segrete’ fra le case Massari, Lodi, Garagnani, Cerri) dei Mannini, del loro amico Liano Z. di Umbro L. di Carlo C. Spesso balliamo. Per questi ragazzi e’ stato preparato, ben nascosto, un intelligente nascondiglio in caso di retate dei tedeschi.
E’ venuto anche Manlio, sempre matto e imprudente. Ha una condanna a morte da parte dei tedeschi per le sue peripezie a Riccione. L’altro giorno mi ha confidato che la notte scende dalla veranda in casa della Zia Dina e va a Pieve del Pino, varcando il confine, per portare comunicazioni agli Americani. Se lo scoprono l’ammazzano subito. E’ sempre bello. E secondo me, contro un po’ il parere dei parenti, anche buono e generoso. E’ sempre innamorato della Diddi.

27 Novembre
Quello che temevamo e’ accaduto. Ieri mattina abbiamo sentito suonare alla porta di casa. Ho guardato dallo ’spioncino’ e ho visto tre uomini in divisa: un tedesco e due fascisti. Col cuore in tumulto sono riuscita a far circolare la notizia e alla seconda scampanellata ho aperto. Volevano il responsabile della casa, E’ arrivato il Babbo, apparentemente tranquillo e gli hanno comandato di portarli a visitare tutta la casa, cantine compreso. Il giro ovviamente e’ stato lungo e per noi pieno di angoscia. Per fortuna non sono state scoperte le porte ‘segrete’ e i passaggi della cantina che portano fino a via Barberia. Io aspettavo su in casa, nell’ingresso, con uno dei due fascisti: teneva il mitra puntato e io non mi azzardavo nemmeno a guardarlo perche’ avevo proprio paura e mi dava la nausea vedere che avra’ avuto si’ e no 15 anni.
La perquisizione e’ andata bene, grazie a Dio!! Non hanno trovato nessuno. E se ne sono andati. Ma che trauma per il Babbo!
Ma com’e’ che non arrivano questi americani!?

28 Novembre
Oggi e’ il compleanno del Babbo: 49 anni.
Anche oggi e’ arrivato Bibi. Quando lo sentiamo abbaiare davanti al cancello, tutti ci rallegriamo. Certo che il suo grande amore e’ il Babbo, ma fa la festa a tutti. Ormai ha le sue abitudini. Dopo noi di casa, esce e fa il suo giro di ‘visite’. Il primo e’ il calzolaio, subito dopo il signor Gianni, il falegname in vicolo Olanda, poi va al mercato dal signor Bassi, il macellaio. Quando decide di rimanere un po’ a Bologna, la notte dorme sul mio letto, e non e’ che ci stiamo molto comodi, ma io sono felice! Quanta strada fa ogni volta dalla Fabbrica e ritorno, in mezzo a mille pericoli. Piccole meravigliose creature, grazie per la vostra fedelta’.”

Si avvicinava Natale e tutti eravamo sensibili a questa festivita’. Se ne parlava in famiglia, se ne parlava con i coinquilini in cantina e tutti si cercava di fare qualcosa che fosse degno di questa festa. Nel grande focolaio in fondo alla nostra camera, fu allestito il Presepio. Mi dispiace non ricordare chi ne fu l’artefice, ma probabilmente qualcuno dei ragazzi di via Barberia. Era veramente un piccolo capolavoro e – come gia’ altre volte lungo il cammino di questo ricordare – rimpiango che allora non ci fossero macchine fotografiche. Quante immagini di momenti irripetibili rubate al passato!
Del Natale ricordo solo la Messa di Mezzanotte. Circa a meta’ delle cantine che partivano da via Gombruti e si sviluppavano fino a via Barberia, ce n’era una molto piu’ grande di tutte le altre: un salone vero e proprio di cui nessuno aveva idea quale fosse stato il suo utilizzo nell’antichita’. In questo salone fu celebrata la Messa. L’altare era ben preparato, con tovaglia di pizzo e candelieri. Chi avra’ portato il Sacerdote? E in quale casa sara’ stato ospitato prima e dopo la Messa, fino al termine del coprifuoco? Noi giovani forse non eravamo interessati a questi particolari importanti, e chi forse lo sapeva ora non ce lo puo’ piu’ raccontare. La cantina-salone era incredibilmente piena. Se la memoria non tradisce la realta’ credo che ci fosse stato un centinaio di persone. E Sergio S. (l’inquilino che con la moglie Andreina abitava nell’Altana) rese ancora piu’ sacra l’atmosfera accompagnando la Messa col suono del suo violino. Era un suonatore di professione e si alterno’ con (Carlo?) alla fisarmonica. Quante preghiere e quante lacrime.

Ma quanta allegria, solo pochi giorni dopo, per la festa dell’ultimo dell’Anno. La organizzammo nella nostra abitazione, nella camera che avevamo chiamato il ‘soggiorno’. C’erano tutti i giovani della ‘casa’ e anche qualcuno venuto da ‘fuori’. Ricordo i due fratelli Remoli. Ovviamente bisognava restare fino al mattino, al termine del coprifuoco. Un simpatico ricordo mi giunge dal lavoro di Gianni, il falegname. Fu un lavoraccio! Bisognava assolutamente isolare la luce e il rumore della festa. Le finestre erano due e alte tre metri. Furono usate coperte imbottite e materassi, chissa’ poi in quali maniere fermati! Ma tutto ando’ bene. Tutti furono soddisfatti della festa. In quella notte si intrecciarono dei destini, alcuni per tutta la vita. Io feci la padrona di casa, ma non ho ricordi particolari. La sola cosa importante era che si chiudeva il 1944 e si apriva un nuovo anno.

Noto con stupore che sul mio diario non cito mai la Mamma. Sarebbe interessante poterne discutere con qualcuno. Ho sempre adorato la Mamma. Lei partecipava con amore e interesse ai miei successi (o non) scolastici, seguiva i miei amori, si sacrificava per potermi offrire vestiti e scarpe nuove (ovviamente anche per mia sorella!!), perche’ il Babbo non e’ mai stato molto prodigo, salvo che nei momenti importanti e anche difficili della mia vita. A lei confidavo tante cose, di qualunque genere. Era ed e’ stata la creatura piu’ buona e generosa e comprensiva e amata che io abbia mai conosciuto. In quel periodo di guerra forse il suo compito era solo quello di fare la mamma e la moglie, l’angelo del focolare, l’organizzatrice silenziosa della nostra vita. C’era. E non poteva non esserci. Ma che rimorso averla lasciata nell’ombra.

Un’altra cosa mi ha antipaticamente meravigliato nel percorrere a ritroso questo stralcio della mia vita. L’assoluta ignoranza della vita politica. C’erano i giornali? Li compravamo? Ascoltavamo la radio? O solo “Radio Londra”? Cosa pensavo del Re, del Duce, del Fascismo? So solo che il Babbo era un antifascista furioso, che non aveva mai accettato –anche con conseguenze che potevano essere gravi per la vita e il suo lavoro – di prendere la tessera del partito. Non era stato cosi’ severo, come Enrico B. con le sue tre figlie, di impedirci di frequentare i Corsi da Piccola Italiana, e piu’ tardi da Giovane Italiana, e a denti stretti, ci ha lasciato indossare la divisa con relativa mantella nera.
Ma cosa sapevamo noi di politica? Come si puo’ giustificare e perdonare un’ignoranza cosi’ assoluta? Quando abbiamo capito cosa voleva dire essere ‘rastrellati’ e mandati in Germania? Io avevo una cara amica delle scuole elementari, abitava vicino a me, si chiamava C. Milano e suo padre era un noto pellicciaio. Sapevo che era ebrea perche’ in classe, durante le preghiere, lei non si associava a noi, rimaneva composta e silenziosa. La vedevo anche quando andava alla Sinagoga, che era nella mia strada. Ma quando seppi che era stata deportata, non compresi bene cosa significava, e perche’ l’avessero mandata in Germania. Solo quando fini’ la guerra seppi che era morta. Questa ignoranza, questo disinteresse (??) come giustificarlo?
E’ vero, avevo 18 anni e il pensiero piu’ importante era sopravvivere e pensare all’amore. Avevamo due partigiani nascosti in Fabbrica, ma cosa ne sapevo? Chi erano? Qual’era il loro compito, la loro missione? Combattevano i tedeschi o anche i fascisti? Forse era stata l’educazione fascista a lasciarci in questa ignoranza, ma in casa? Perche’ in casa non si parlava e l’unica cosa (piu’ o meno) che il Babbo diceva era “Maledetto questo governo”?
Sono cresciuta ignorante fino all’eta’ adulta. Si’, Manlio usciva di casa la notte per portare notizie al di la’ del fronte, agli Alleati. Anche Gino lo faceva, me lo dicevano, mi avevano confidato anche i loro nomi di ‘battaglia’ e lasciato dei messaggi verbali in caso non fossero ritornati. Ma io, cosa sapevo?
Non e’ sufficiente, anche solo come parziale giustificazione, la consapevolezza che ogni giorno poteva portare morte e dolori. Tutti erano nelle stesse condizioni.
Ma e’’ inutile, come si suol dire, piangere sul latte versato.

Con l’inizio del Nuovo Anno, chissa’ cosa ci aspettavamo! Anno nuovo vita nuova! Ma ancora per quattro mesi le cose non cambiarono.
La prima settimana nevico’ fitto fitto, poi cominciai a pensare seriamente ai due esami che dovevo dare per completare la maturita’ scientifica. Il 24 Gennaio arrivo’ la promozione.

24 gennaio 1945
“Sono stata promossa. Sono felice. Ora ho davanti a me cinque anni di Universita’, cinque anni di studio che vorrei serio e posato. Cinque anni che dovranno preparare ed essere il preludio della mia vita. Si e’ chiusa una parentesi per aprirsene una nuova, che racchiudera’ ogni mia speranza, ogni mio desiderio, ogni mia volonta’ di riuscire. Se riusciro’ si realizzera’ il mio sogno.”

Finalmente, dopo pagine e pagine di tristezza, finalmente una pagina gioiosa.
Noto con una certa meraviglia che tutti noi – sfollati in casa – uscivamo abbastanza spesso, a piedi o in bicicletta, andavamo anche in Fabbrica. E non e’ che mancassero i pericoli! Ricordo che un pomeriggio, di ritorno dalla Fabbrica, vedemmo sbucare dal Sud un caccia tedesco, che volava basso, bene allineato alla nostra strada, la via Ferrarese. Capimmo subito e tutte le persone che giravano con mezzi vari, saltarono dalla strada e si buttarono nei due fossati laterali. Il caccia, infatti, si abbasso’ e, preciso e perfettamente in linea, comincio’ a mitragliare. Non ricordo se ero con mia sorella o mia cugina Silvia. Furono pochi minuti di terrore puro. Non avevamo nemmeno voce per urlare. Ando’ bene, riprendemmo le nostre biciclette e col cuore in tumulto, arrivammo a casa.

Uscivamo molto piu’ spesso di quanto ricordassi e spesso andavamo anche al cinema, in gruppo, e a volte con il “corteggiatore” di turno. Anche questo non ricordavo e soltanto da quanto mi rivela il mio diario, sono riemersi da un nulla cosi’ tristemente dimenticato, diversi nomi di ragazzi che mi regalavano tante parole d’amore. Certo che la parola “Amore” risuona di continuo in queste pagine cosi’ vecchie e sciupate, tanto spesso che non so decifrare il sentimento che mi provocano. Indulgenza? Compassione? Ridicolo? Superficialita’? Forse era un modo di sentirsi vivi, di non dare troppa importanza alle bombe, ai cannoni sempre piu’ vicini, ai rastrellamenti, alla morte. Forse era il bisogno di esorcizzare il dolore, l’angoscia per chi si vedeva partire, per chi da un mese, tre mesi non dava piu’ notizie di se’.“Non ho piu’ visto B. Cosa sara’ successo?” “Sono gia’ otto giorni che G. non viene. Dove sara’? Sara’ vivo?”

Sono riuscita con fatica a decifrare qualche parola scritta in stenografia. Ho scoperto che il “Tenente” era venuto piu’ volte a salutarci a casa, in Citta’. Il “Tenente” (a volte lo chiamo il “Barone”) era quell’ufficiale che mi aveva regalato il libro di Axel Mounth . Non l’ho mai ricordato con il suo nome e so che si chiamava Ernst solo per la firma che ha lasciato in calce alla dedica scritta sul libro. Un giorno ci parlo’ di sua moglie che era morta in un bombardamento nell’oceano Indiano e ci fece vedere le foto del suo castello in Baviera e del suo bambino. Ho cercato di scoprire se in qualche modo, prima della ritirata tedesca, era venuto a salutarci, ma no, anche lui in un determinato momento, e’ scomparso dalla nostra vita.
Troppo spesso trovo scritto: “ B. ( o F. o G. o P. non ha importanza) e’ andato via. Ci siamo salutati cercando di essere disinvolti, ma non ci vedremo mai piu’?” Questo “mai piu’” era la vera sostanza della nostra esistenza di guerra. Ed era gia’ una ‘cosa bella’ se riuscivamo a salutare chi partiva. Era di una tristezza e di uno sgomento e di un vuoto indicibile quando scomparivano, cosi’, in silenzio, dalla nostra vita

Trascorrevano le settimane, febbraio, marzo erano gia’ passati. Il mio diario ritorna a parlare di bombardamenti. Era giunto aprile. Noi non sapevamo che si stava avvicinando la fine, anche se l’infuriare dei bombardamenti e qualche notizia arrivata clandestina, ce lo faceva intuire.

14 Aprile
“Mentre scrivo sento le granate. Oggi e’ uno dei giorni peggiori. Dall’1 alle 3 hanno bombardato continuamente tutti i dintorni di Bologna. Si dice che saranno passati un migliaio di aerei. Casalecchio e’ completamente distrutta. Imola e’ gia’ stata occupata.

15 Aprile
Anche oggi c’e’ stato un forte bombardamento. Non si puo’ piu’ uscire. Gli aerei sono continuamente sopra. Anche questa sera dopo cena hanno bombardato con i bengala, sempre in periferia. Dicono che ieri su Bologna sono state scaricate 2.300 tonnellate di bombe da 1.200 bombardieri. Siamo sempre in rifugio. Questa notte si sente forte anche il cannone. E’ cominciata l’offensiva sul nostro fronte, a 15 chilometri dalla citta’. Ho paura!”

17 Aprile
E’ il terzo giorno consecutivo che bombardano. Oggi tre bombardamenti. Il primo, nelle 8 di mattina, l’ ho preso in Fabbrica. Sono arrivate tre granate in via Nosadella con uno schianto spaventoso. Si sente anche il cannone.

18 Aprile
Oggi e’ durato un’ora e mezza. I quadrimotori passano a centinaia e scaricano tonnellate di bombe. Credo che la periferia di Bologna sia completamente distrutta. Durante il bombardamento e’ arrivato G. E’ stato un conforto vederlo. Si e’ trattenuto quasi due ore, fino alle 8. Finito l’allarme siamo saliti in casa e per la prima volta mi ha parlato di se’, della vita che sta conducendo. Ho imparato – anche se l’avevo sospettato – che e’ un partigiano, che ha vissuto giorni terribili in montagna con altri partigiani, fra sofferenze e speranze. Domani non potra’ venire “per lavoro”. Mi ha detto anche che fra due o tre giorni Bologna sara’ presa dai partigiani. Cosa succedera’?

19 Aprile
Giornata straordinariamente calma se si escludono le granate che arrivano senza sosta. Non riesco a non pensare che Giorgio o Bernardo o Ernest o Ferry, non torneranno mai piu’. Addio, miei giovani amori, mi avete voluto bene e vi siete anche cosi’ pazientemente adattati a sopportare le mie indecisioni (o decisioni?).

20 Aprile
Verso le 16 e’ ritornato G. Mi ha raccontato ancora della sua vita, con una semplicita’ e una confidenza come se ci conoscessimo da anni. La sua famiglia non e’ qui, e’ al di la’ del fronte. Quando l’ho accompagnato alla porta mi ha stretto le mani e mi ha detto: “Bruni, non so se potro’ tornare. Questa notte devo andare a fare saltare delle mine. Se non posso ti mando qualcuno che ti dira’ “Mi manda il Piccolo Marat” e ti dara’ mie notizie.” Mi ha dato un leggero bacio sulla bocca e se ne e’ andato.

21 Aprile
Gli Inglesi sono entrati in Bologna!! Improvvisamente, dopo una notte di intenso ma relativamente lontano cannoneggiamento, sono entrati in citta’. Una gioia ed una eccitazione pazza si e’ impadronita di tutti. Tutti ci siamo trovati per le strade per festeggiare insieme e ad assistere all’arrivo in citta’ delle truppe Alleate. Per la prima volta abbiamo sentito la parola “Liberazione”. La Citta’ e’ stata Liberata, non Occupata, come avevamo sempre sentito!
Alle 9 e’ arrivato G. Un fazzoletto tricolore al collo, la pistola alla cintura, diverse bombe a mano in una sacca. Era anche lui a riceverli questa notte alle 2, a Porta Mazzini, questa VIII Armata di cui tante volte si era parlato. Per fortuna non c’e’ stato bisogno della insurrezione dei partigiani perche’ le truppe tedesche avevano completamente lasciato la citta’. Poco dopo e’ arrivato Manlio in divisa americana. Anche Umbro e’ nei partigiani. Finalmente si mostrano con il loro vero volto! Anche la V° Armata e’ gia’ entrata in citta’ da Porta San Felice dopo avere sfondato il Fronte sulla Porrettana. Piu’ tardi e’ ritornato G. stanco e affamato. Sono due notti che non dorme. Al braccio ha la fascia della G.A.P. Abbiamo avuto la casa piena di americani. Nelle strade centinaia di macchine e carri armati, guidati da Inglesi, americani, polacchi, indiani. Ovunque si vedono uomini armati. Dalle jeep buttano alla folla caramelle, cioccolata, e sigarette! Sono tanto felice ma anche cosi’ stanca! “

Per quel giorno il ritrovo per tutti fu in Piazza Maggiore. Gia’ dalla mattina tante persone andarono ad attaccare al muro di Piazza Nettuno le fotografie delle persone a loro care che la guerra aveva portato via. Quel muro era tragicamente famoso perche’ in epoca fascista molte persone vi furono fucilate. Il Comune di Bologna in seguito vi costrui’ il Sacrario dei caduti della Seconda Guerra mondiale.
Quel giorno Bologna si libero’ da tante cose terribili, dal terrore della occupazione tedesca, dal regime politico fascista cosi’ repressivo, e non da ultimo dalle privazioni a cui si era dovuta adattare volente o nolente. Liberazione significo’ sopratutto la fine dell’idea della morte sempre presente.
Tutto questo, quel giorno, stava finendo e l’aria che si respirava era quella di una partecipazione sincera e totale. La gioia non lasciava ancora spazio a tutti quegli orrori che successero appena il giorno dopo. Si’, ricordo ancora con stupore e incredulita’ le notizie che il 22 Aprile cominciarono a diffondersi per la citta’. Atti di ferocia, di morte, giustizie sommarie contro questo o quello, forse fascista, o semplicemente simpatizzante dei tedeschi, o collaborazionista, o assassino a sua volta. Quante vendette personali e non, furono compiute. Tramite il mio diario ricordo che nel pomeriggio di quel 22 venne G. A noi, subito al mattino stesso, avevano comunicato che era stato ucciso Luigi, fidanzato di Lucia, nomi che oggi non mi dicono nulla. E piu’ tardi sapemmo della morte del signor Z. ucciso sulla sua porta di casa, lo conoscevamo bene perche’ aveva le sue proprieta’ vicino alla Fabbrica ed era un cliente del Babbo. Conoscevamo anche il figlio che continuammo a frequentare per molti anni. Cosa poteva avere fatto il sig. Z. per meritare la morte? Alla fine dei nostri interrogativi pensammo che fosse stata una vendetta personale. Anche il padre di nostra cugina L.Z. fu prelevato da casa e non si rivide mai piu’. Sconvolta chiedevo a G. di tutte queste cose, ma le sue risposte furono ancora piu’ sconvolgenti. Lui stesso, quella mattina, aveva ucciso tre persone. Mi racconto’ cose tremende sulla sua famiglia, chi torturato a morte, chi impiccato, suo padre stesso in prigione per mesi e torturato perche’ rivelasse i suoi nascondigli. Parlo’ per due ore, con emozione e tremore, delle cose viste, delle privazioni e dei sacrifici sopportati durante la sua latitanza, durante quei 23 mesi sui monti. Io ero agghiacciata, combattuta fra la pieta’ e l’orrore.
Ho voluto ricordare questo episodio perche’ l’ho vissuto personalmente ed esprime il clima che, cosi’ subito, si stava respirando in citta’.
Un altro tipo di vendetta si stava effettuando. Le ragazze che avevano frequentato soldati tedeschi, venivano condotte in piazza e completamente rapate. Cosi’, per mesi, si vedevano queste povere ragazze con un fazzoletto legato attorno al capo ed era come un marchio.
Mi domando e non so rispondere. Il 17 Aprile ho scritto: “Oggi abbiamo avuto 3 bombardamenti, il primo, nelle 8 di mattina, l’ ho preso in Fabbrica.” Ma cosa ci facevo in Fabbrica alle 8 del mattino, quando ormai si era sicuri che ogni giorno bombardavano? Da via Gombruti alla Fabbrica ci sono circa 7-8 Km, la maggior parte su strada provinciale, la Ferrarese, allora veramente pericolosa, e altrettanti per ritornare. Cerco di ricordare, ma non ne sono affatto sicura. Che sia stato quando i tedeschi, prima di lasciare Bologna, hanno ucciso Pompeo, il nostro custode? Sul diario non ne parlo. Ma i miei genitori? Era diventato cosi’ normale sfidare la sorte?

Su una pagina che porta la data del 15 Ottobre 1945 scrivo: “La pace tanto desiderata l’abbiamo ottenuta, se possiamo chiamare pace l’aria di rivolta, di odio e di malcontento che si nasconde sotto questo nome. Il periodo del “dopo-guerra” che abbiamo trascorso e stiamo ancora vivendo, e’ terribile. Fino a quando?”

Questa osservazione fu scritta 6 mesi dopo il 25 Aprile. Ma quei 6 mesi furono pieni di una ridda di emozioni, di vita disordinata, di un furoreggiare di voglia di fare, di incontrarsi, di ballare, di andare al cinema, di amare, di intrecciare nuovi amori, di vivere sempre incredibilmente insieme. Leggendo queste pagine di cui poco alla volta sto riuscendo anche a decifrare le tante stenografate, mi sono sentita buttata violentemente in una vita e in un mondo che non conosco piu’, anzi che non riconosco. Scrivevo prima “vita disordinata”. Come credo di avere gia’ avuto occasione di dire, la mia abitazione era molto grande, in un antico palazzo con grandi saloni e nel quale, durante il periodo del dopo-sfollamento, avevano trovato asilo tante famiglie che ben presto, alla fine della guerra, ritornarono alle loro abitazioni. Non so spiegarmi, forse perche’ la casa era grande e accogliente, forse perche’ eravamo 6 ragazze, ma in casa arrivavano tutti, a tutte le ore, e piu’ volte al giorno.
“Questa mattina alle 8 e mezzo e’ arrivato Gianni R. E’ rimasto fino alle 10. E’ arrivato anche Manlio che si e’ poi incontrato con Gino che era arrivato alle 11 e hanno parlato fitto fitto fra loro di certi compiti che dovevano svolgere questa notte. Gino e’ ritornato alle 3 e mezza e si e’ fermato fino alle 6.”
Oppure:”… e’ arrivato Gino alle 11,3/4. Si e’ fermato due ore, domani non tornera’ perche’ deve svolgere un lavoro a Verona…..E’ arrivato Umbro verso le 9 e mi ha riferito che ieri notte erano insieme perche’ avevano avuto l’incarico di arrestare due persone, ma una ha sparato e Gino e’ rimasto leggermente ferito…..Alle 7 e’ arrivato Allan (l’americano) e si e’ fermato a cenare con noi….e mi fa sempre la corte.”

Questo “disordine” di orari e di convenzioni mi ha stranamente turbato. Non c’era il telefono, allora, e si viveva cosi’. Spesso si usava fischiare dalla strada. “Luisa, fischiano, vai a vedere dalla finestra chi e’ ….. Si’, e’ Giorgio, sta venendo su… ecc.
La furiosa ‘voglia di fare’: anche in questa non mi riconosco. Tutti i giorni, tutti i giorni si usciva. Volevi vedere qualcuno? Si andava in Centro, al mattino verso le 11, in via Rizzoli e dintorni. C’era sempre qualcuno che conoscevi, amica o amico, si faceva un giro, avanti e indietro, e al secondo o terzo giro se eri fortunata incontravi proprio quello che ti premeva vedere. E si programmava per il pomeriggio. Il cinema andava bene, oppure oggi c’e’ una festicciola dalla Resi: “Vieni?”, oppure dalla Franca: “Non puoi?” anche dalla Nella: “Bene, ti vengo a prendere”.
“E’ molto che non vedo Sandro. Andiamo a ballare al Comunale, forse lo troviamo”. E piu’ avanti verso l’estate: “Ho visto Vincenzo al Garden, ma. Era con una ragazza”.
Sotto queste frasi si nascondeva spesso un amore non corrisposto, o un dubbio, una gelosia, una sofferenza. Il mistero (nella mia lettura) del ballare al Comunale.
Il Teatro Comunale e’ uno dei piu’ importanti teatri lirici italiani. Ho dovuto chiedere a mia sorella, a mia cugina, a chi c’e’ ancora, cosa significava andare a ballare al Comunale e c’e’ chi si e’ ricordato benissimo. Nel bellissimo salone a piano terra era stata allestita la piu’ importante sala da ballo della citta’, solo al pomeriggio, naturalmente. Mentre il Garden era una sala da ballo all’aperto, solo per studenti, il giovedi’ pomeriggio.

Tutte noi 6, ci eravamo piu’ o meno innamorate. Ma anche la Giuliana, l’Ornella. Anch’io mi ero innamorata, e per diversi mesi vissi le mie prime gioie d’amore non disgiunte dalle mie prime ansie. Anche in questo amore non mi riconosco, un amore dimenticato o – forse – rimosso.
In quel periodo diedi anche quattro esami, con votazioni non troppo brillanti: da un 26 a un 30. Ora capisco meglio il perche’: non c’era posto per lo studio in quella atmosfera anomala, disordinata, desiderosa solo di divertirsi, di amare, di vivere.
Un comportamento che ora, a tanti anni luce di distanza, mi riesce addirittura incomprensibile, e’ la quieta acquiescenza dei miei genitori. Non ricordo, e nemmeno trovo nelle pagine del Diario, osservazioni, proibizioni, critiche a tutta quella vita cosi’ fuori dalle nostre regole famigliari.

Il 3 Novembre per la prima volta compare sul mio diario il nome di Piero C. Io l’avevo conosciuto casualmente circa tre anni prima andando a trovare in Clinica Medica la mia compagna di scuola Franca ricoverata per esami. Insieme ad altri tre giovani colleghi era entrato al seguito del Primario per la visita di routine. Forse ci rivedemmo qualche altra volta, ma poi gli eventi della guerra scelsero per noi altre strade. Seppi in seguito che lui era sempre rimasto in clinica dove i medici non erano piu’ tanto numerosi e di loro c’era tanto bisogno.

Il mio Diario mi aiuta a ricostruire i primi momenti di quegli incontri che costituirono il principio della mia vita futura. Non resisto alla tentazione di trascrivere qualche parola, qualche episodio, qualche pensiero che lentamente costruirono il mio nuovo cammino.

8 Novembre 1945
Siamo andati a ballare dalla Nella. Eravamo in una quarantina. Ho ancora nelle mani il profumo di Pierino. Pierino Cassoli. Mi piace. Mi ha fatto la corte e ne ho provato un vivo piacere. Vorrei poterlo rivedere presto

9 Novembre
Ho pensato molto a Pierino. Rivivo gli ultimi balli fatti insieme ieri sera. Avevamo perso entrambi la forza di parlare. Stretti l’uno all’ altra mi sentivo smarrire (…..) Ed era, ne sono certa, un sentimento reciproco. Lo sentivo nel suo silenzio, nelle sue braccia strette attorno al mio corpo. (….)”

17 Novembre
Oggi pomeriggio la Diddi e la Franca F. sono andate al Comunale e hanno visto Pierino. La Franca lo ha invitato per domani in casa della Resi.

18 Novembre
Nelle 4 Pierino mi e’ venuto a prendere per andare dalla Resi. Continua a farmi la corte. Abbiamo ballato sempre insieme, sempre strettissimi. Vorrei potere ripetere su questa pagina ogni parola, ogni complimento. Mi ha detto che ha capito che sono una ragazza seria e sta bene accanto a me. (….) Eravamo rimasti soli a ballare nell’ingresso. Ballavamo stretti, in silenzio. Mi pareva di sognare. Lui stesso, forse, non e’ rimasto indifferente perche’ ha detto, con la voce un po’ roca: “Pericoloso il silenzio con la Brunilde”.

Nel rileggere questa frase non ho potuto fare a meno di sorridere. Dopo 60 anni ho ritrovato in quelle parole tutto Piero, tutto il suo carattere, le sue incertezze, certi suoi scetticismi e – forse – le sue paure. Ma quanta dolcezza, quanta nostalgia!

31 Dicembre – 1 Gennaio 1946
Ultimo dell’Anno a casa dalla Rosina Spontini. La mia prima festa in abito da sera.
E’ stata una bella notte. Pierino e’ sempre stato con me, dalle 11 fino alle 6 del mattino. Ho trascorso ore meravigliose fra le sue braccia, ora ballando, ora sui divani, stretti, sotto l’effusione e l’ardore delle sue carezze, dei suoi baci, delle sue parole. Non ho voluto che mi baciasse sulla bocca, ma mi baciava sugli occhi, sul collo, sulle orecchie e anche piu’ giu’, per quel vestito maledettamente scollato. Quando ballavamo, non era piu’ un ballo, ma solo un abbraccio. (….) Ma pure, anche in questa atmosfera magica, Pierino non e’ riuscito a non dirmi le solite cose che mi addolorano. Che non dovevo tenere calcolo delle sue parole e delle sue carezze, perche’ lui e’ un mascalzone, e non riuscira’ mai a mettersi seriamente con una ragazza, troppe delusioni, troppe amarezze, anche se per me, forse, sente una fiducia che non aveva mai provato. (….)

1 Gennaio – 1 Febbraio 1946
Qui finisce il mio Diario. L’agenda su cui scrivevo non aveva piu’ pagine e le ultime sono scritte fitte fitte. Parlano solo di Piero:
“Sono andata in Clinica a prendere Piero…..Sono andata con Piero a ballare dalla Franca…..Piero mi e’ venuto a prendere per andare….Ci siamo trovati in Centro e mi ha chiesto di andare al cinema da soli ma io gli ho detto di no…..Piero e’ venuto e abbiamo ballato sempre insieme…..Piero mi piace ma mi confonde, sento la differenza di eta’, mi intimidisce, fa sempre domande, mi imbarazza…..Sono andata a prendere Piero e …..Eravamo rimasti soli nel salotto, ballavamo stretti stretti, non gli ho dato quel bacio che voleva, anche se…..”

NOTA – 1° Giugno 2006
Questo racconto dei miei 18 anni e della nostra vita in tempo di guerra, e’ nato casualmente. Con rammarico, io non ricordo mai i miei sogni. Una mattina di circa due mesi fa, mi svegliai con “sulle labbra” (non so come definire questa cosa curiosa), una frase: “I miei 18 anni li ho compiuti nell’Agosto 1944. C’era la guerra”. Non mi sembro’ che fosse la fine di un sogno. Pensai, con speranza ed emozione, che me l’avesse suggerita Piero al quale spesso chiedo di aiutarmi a superare con dignita’ questo momento cosi’ doloroso della mia vita. Forse poteva essere un modo di distrazione dal mio vuoto angoscioso?
Sono venuta al computer e ho scritto subito questa frase. Per non dimenticarmene.
Poi ho continuato ricorrendo ai miei ricordi che erano piuttosto vaghi. Lentamente qualcosa si e’ risvegliato in me e cosi’, senza ordine, ho continuato a scrivere le cose piu’ importanti (e non solo quelle) che ritornavano alla mente.
La scoperta di due Diari scritti dal 14 Settembre 1943 al 1° Febbraio 1945, mi ha permesso di riportare fedelmente fatti e pensieri di quei 16 -17 mesi.

Ancora non so confessarmi se questa piccola ‘avventura’ nel mio lontano passato e’ stata positiva o negativa. E’ stato bello e anche dolce e anche nostalgico rivivere cosi’ fedelmente quel periodo unico e storicamente importante, con gli occhi di una diciottenne. A volte ho invece misurato negativamente quel passato in cui non mi sono riconosciuta. E la reazione e’ stata inaspettatamente sgradevole, quasi angosciosa. Ho aperto un “Vaso di Pandora” nel quale si poteva nascondere tutto.
Lo rifarei? Sono del segno del Leone, e una Tigre secondo l’oroscopo cinese, quindi lo rifarei.
..

UNA PREGHIERA D’AMORE

Un’anima gentile mi ha regalato pochi giorni fa, una ‘preghiera di’ amore”. Mi sembrava che l’autore fosse il mio sposo perduto e ora mi sento di trascriverla:

Se mi ami non piangere

Se conoscessi il mistero
Immenso del Cielo dove ora vivo,
questi orizzonti senza fine,
questa luce che tutto investe e penetra,
non piangeresti se mi ami!
Sono ormai assorbito nell’incanto di Dio
Nella sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo
Sono cosi’ piccole al confronto!
Mi e’ rimasto l’amore di te,
una tenerezza dilatata
che tu neppure immagini.
Vivo in una gioia purissima.
Nelle angustie del tempo
Pensa a questa casa ove un giorno
Saremo riuniti oltre la morte,
dissetati alla fonte inestinguibile
della gioia e dell’amore infinito.
Non piangere
Se veramente mi ami!

G.P.


http://www.masadaweb.org

1 commento »

  1. Grazie di questo racconto commovente e angosciante. Bisognerebbe leggerlo
    nelle scuole !

    Franco

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 27, 2007 @ 10:17 am | Rispondi


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