Nuovo Masada

agosto 7, 2007

MASADA n. 513. 7-8-2007. Gli aborigeni australiani

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MASADA n° 512 GLI ABORIGENI AUSTRALIANI

La Via senza Via, dove i Figli di Dio si perdono e nel contempo si ritrovano
(Meister Eckhart)
..
Cantare è esistere
(Rilke)

Vedo l’aborigeno come specie da proteggere o da preservare come patrimonio dell’umanità.”
.
L’Australia è per estensione il sesto Paese del mondo, 7.617.930 km², in gran parte deserti. Oggi ha una popolazione di circa 23 milioni di abitanti. Per più di 40.000 anni restò separata dal resto del mondo e abitata da aborigeni che ebbero una evoluzione scarsissima, rimanendo all’età della pietra. Poi dal 1700 gli europei la scoprirono (più esattamente nel 1606) e colonizzarono. Nel 1770, i due terzi orientali del paese vennero reclamati dall’Inghilterra che vi impiantò delle colonie penali, reclamando poi il resto del Paese nel 1829. Nel 1989 furono tagliati gli ultimi legami con l’Inghilterra.

Il Paese è per lo più pianeggiante e desertico.
Solo il 2% degli abitanti è aborigeno. Si pensa che gli aborigeni siano arrivati non si sa come in Australia 50.000 anni fa. La cultura aborigena è quella che c’era ovunque sulla Terra all’età della pietra ed è cambiata pochissimo nel tempo.
Quando arrivarono i bianchi, c’erano in Australia 700.000 aborigeni distinti in 600 etnie diverse. L’occupazione occidentale fu micidiale e operò una strage degli aborigeni che oggi sono 460.000. Le pagine più tragiche dello sterminio sono state scritte in Tasmania, dove nel 1830 fu istituita la Black Line, una banda di 3.000 cittadini armati, che setacciarono l’intera isola sparando a vista. Prima dell’arrivo dei bianchi, nel 1803, gli aborigeni sull’isola erano circa 5.000; l’ultimo rappresentate fu Truganini, una donna, che morì nel 1876.

Gli aborigeni australiani rappresentarono per lungo tempo un esempio attuale di antichissimi gruppi nomadi cacciatori-raccoglitori, come potevano esserci all’età della pietra. La conformazione del territorio e l’isolamento dell’Australia da altre civiltà mantennero in uno stato pressoché perfetto una cultura del nomadismo primordiale che si era integrata perfettamente con l’asprezza del territorio.
Malgrado la scarsità dei mezzi per vivere, si formò presso le varie tribù australiane, una ricchezza di riti e miti che univa come una grande rete 200 gruppi tribali diversi.
I due capisaldi di questa comune cultura sono il rispetto per la Terra e la fede nel sogno.
Non sappiamo molto delle origini di questo popolo. Si pensa che siano arrivati in Australia dall’Indocina più di 50.000 anni fa.
Diversi siti testati col radiocarbonio danno questi tempi. Anzi le date trovate con la turboluminescenza darebbero addirittura 120.000 anni fa ma questo sembra troppo a molti studiosi.
Gli utensili degli aborigeni erano di pietra e riguardavano piccoli oggetti, raschiatoi, punteruoli…
Non costruivano case, non avevano scrittura, però sapevano disegnare con uno stile molto originale. Lo facevano sulla sabbia, sulla roccia, sulla corteccia degli alberi.
E sapevano cantare.
I loro canti costruivano il mondo.

La filosofia degli aborigeni era legata alla terra. Era la terra che dava vita all’uomo: gli dava il nutrimento, il linguaggio e l’intelligenza, e quando lui moriva se lo riprendeva.
La “patria” di un uomo, foss’anche una desolata distesa di spinifex, era un’icona sacra che non doveva essere sfregiata.
Ferire la terra è ferire se stesso, e se altri feriscono la terra, feriscono te.
Il paese deve rimanere intatto, com’era al Tempo del Sogno, quando gli Antenati col loro canto crearono il mondo.”
(Bruce Chatwin)

Gli aborigeni erano tutti fratelli, il loro concetto di fratellanza era universale. Si sentivano figli di uno stesso padre ed esistenti su una stessa terra.
I bianchi invece vivevano ognuno per se stessi. Non conoscevano alcun genere di fratellanza. Non avevano alcun rispetto per la terra.
Anche le loro chiese erano accaparratrici e non conoscevano rispetto.
Volevano tutto livellare e tutto rendere succube. Quello che resisteva doveva essere distrutto.
Né le chiese né gli stati possedevano il concetto di universale. Né le chiese né gli stati avevano il concetto di rispetto per nessuno e nessuna cosa.
I bianchi erano accecati dalla miopia del rapido possesso. Si sentivano superiori a tutti e dunque non erano fratelli a nessuno. La presunzione di essere dei privilegiati li accecava, facendo loro perdere la grandezza dell’universo.
Non può durare a lungo una civiltà simile. E’ la negazione vivente della vita che tutto abbraccia. O di uno stesso Padre che tutti ci accoglie. E’ la negazione vivente dell’essere umano che, non avendo rispetto per niente, non ha più rispetto per se stesso. Il rispetto era sostituito dal possesso e il possesso distruggeva l’anima.
Per questo i bianchi non riconoscevano la sacralità dei luoghi sacri degli altri, avendo fatto mercato anche dei propri.
Vivendo in un mondo di merci, non facevano che comprare e vendere, comandare e distruggere, rendendo merce anche il proprio spirito, che si restringeva come una formica secca, fino ad annullarsi nella polvere.
Così i bianchi camminano credendosi potenti. Ma non sono che l’ombra di qualcosa.

(Viviana)
..
Ogni uomo Wallaby credeva di discendere da un Padre Wallaby, universale, antenato di tutti gli altri Uomini Wallaby e di tutti i Wallaby del mondo, perciò i Wallaby erano suoi fratelli: uccidere uno di loro per cibarsene era sia fratricidio che cannibalismo.”
(Bruce Chatwin)
.
I gruppi erano dissimili, con 200 lingue diverse e culture distinte, praticavano economie diverse secondo che vivessero nel deserto o nelle zone pescose delle coste.
I bianchi arrivarono alla fine del 1700, perché gli inglesi sbarcarono qui i loro galeotti e cominciò la decimazione degli indigeni. Arrivarono malattie nuove, lievi per i bianchi ma letali per gli indigeni: varicella, morbillo, influenza…, arrivò l’alcool che gli aborigeni non riuscivano a metabolizzare, arrivarono le carneficine. L’onda dei massacri distrusse il 90% degli aborigeni. Molte uccisioni avvennero con l’avvelenamento dei pozzi.
L’ultimo massacro fu nel 1928.
Si salvarono gli aborigeni del deserto, perché nel deserto i bianchi non riuscivano a sopravvivere.
I nuovi dominatori introdussero specie animali nuove, come i conigli che si propagarono in modo micidiale o i grandi allevamenti di pecore e mucche che allontanavano gli aborigeni dai loro territori, spingendoli in zone sempre più aride dove trovavano sempre meno sostentamento.

I Pintupi sono stati l’ultima tribù selvaggia a essere sloggiata dal deserto occidentale e inserita nella civiltà dei bianchi.
Fino alla fine degli anni ’50 i Pintupi avevano continuato a cacciare e a cercare cibo, nudi sulle dune, come facevano da almeno diecimila anni.
Erano uomini sereni e di larghe vedute, che non praticavano i cruenti riti iniziatici delle tribù più sedentarie. Gli uomini andavano a caccia di canguri e di emù. Le donne raccoglievano semi, radici e larve. D’inverno si riparavano dietro frangivento di spinifex e restavano raramente senz’acqua, persino quando il caldo era cocente.
I pochi bianchi che viaggiavano nei loro territori si meravigliavano sempre di trovare i loro bambini grassi e sani.”
(Chatwin)

Inizialmente l’Australia venne considerata una colonia del Regno Unito, poi nel 1901 divenne indipendente. Gli aborigeni furono trattati come schiavi anche se avevano forti difficoltà ad abituarsi alle richieste dei bianchi, difficile per loro dormire al chiuso, vestirsi, adeguarsi ai lavori richiesti. Tuttavia la popolazione fu sfiancata senza pietà. Violentati, schiavizzati, malnutriti, privati di ogni diritto, essi continuarono a decadere.
Fu l’estinzione lenta di un popolo, di una identità, di una cultura e questa distruzione fu fatta nel nome della croce.

“Il governo fu del parere che gli Uomini dell’Età della Pietra dovevano essere ‘salvati’, in nome di Cristo.
Inoltre il deserto occidentale serviva per attività minerarie e per esperimenti nucleari.
Fu dato ordine di caricarli su camion dell’esercito e ‘sistemarlì in terre governative.
Molti morirono di epidemie, litigarono con altre tribù, si attaccarono all’alcool, si accoltellarono a vicenda”.
(Bruce Chatwin)

Dapprima furono schiavizzati, poi ebbero paghe da fame; nel 1965 fu fatta una legge che parificava il salario di un aborigeno a quello di un bianco, ma le cose continuarono a peggiorare.
L’operazione che mirava a distruggerli anche come razza cominciò dalla prima metà del 1900: si separavano i bambini dalle loro famiglie, scegliendo quelli con la pelle più chiara, che derivavano da accoppiamenti di bianchi con le donne aborigene; i disgraziati genitori arrivavano a scurire la pelle dei loro bambini nel tentativo di evitarne la deportazione.
Questa fu “la generazione rubata”.
Il regista Philip Noyce narra di come, all’inizio del 1900, ci fossero due enormi problemi in Australia: l’abnorme proliferare dei conigli e i bambini meticci, nati dalle violenze dei bianchi sulle donne aborigene.
Per il primo problema si costruì una recinzione di migliaia di km che attraversava tutta l’Australia da Nord e Sud (the Rabbit Proof Fence) per impedire ai conigli di espandersi nelle terre coltivate.
Per il problema dei bambini nati da accoppiamenti tra bianchi e aborigeni, si decise di deportare i piccoli “mezzosangue” in colonie, campi di rieducazione dove venivano “cristianamente preparati alla loro nuova vita nella società dei bianchi“, così che le bambine, diventate donne si accoppiassero solo con bianchi e a poco a poco si depurasse il sangue dei nuovi nati dalle tracce aborigene. Così gli aborigeni si sarebbero estinti come razza e sarebbero stati cancellati dalla faccia della Terra.
Solo pensare che degli uomini di governo e di chiesa abbiano perseguito un fine tanto aberrante mette il potere cristiano bianco dell’Australia alla pari di quello ariano nazista che in Germania decise di cancellare gli Ebrei.
Il film “La generazione rubata” di Phillip Noyce tratta della storia vera di tre bambine, che, allontanate dalle loro famiglie e deportate nel campo di Moore River, riescono a fuggire e a tornare dalle proprie famiglie in un viaggio spaventoso di 1500 km attraverso il bush, le zone aride dell’interno, seguendo la sterminata recinzione dei conigli.
Un film di denuncia ed un grave atto di accusa nei confronti della presunta civiltà dei bianchi.
Molly Craig è la bambina più grande che salva con la sua tenacia le altre due, la sorte ha voluto che anche a lei venissero sottratte le due figlie.

Queste pratiche aberranti sono continuate fino al 1970.
Molly è vissuta fino a tarda età e, intervistata, ha detto queste semplici, lapidarie parole, più forti di qualsiasi programma di protezione, più robuste di qualunque idea malsana: “Conoscevo mia madre. Volevo tornare a casa da lei.”
Gli aborigeni si ricordano ancora della “Stolen Generation”, la generazione rubata, 100.000 bambini aborigeni rubati dal Governo nel secolo scorso per educarli.
La morte a febbraio 2004 del giovane aborigeno Thomas Hockey, morto durante un inseguimento della polizia in un sobborgo di Sidney, ha provocato una vera e propria rivolta urbana contro la brutalità della polizia, e ha fatto scoppiare polemiche e discussioni sulla situazione degli aborigeni in tutta l’Australia.
Gli aborigeni sono il 2,4% circa della popolazione ma costituiscono il 16% della popolazione carceraria e il 19% dei detenuti che muoiono in prigione.
Gli aborigeni furono quasi sterminati nel corso del XIX secolo in una serie di guerre localizzate per il possesso delle terre più fertili, che i nativi utilizzavano per caccia e raccolta e i bianchi trasformarono in campi coltivati e soprattutto pascoli. Nel corso del ‘900 la politica australiana nei confronti degli aborigeni non migliorò, tanto che continuarono episodi di violenza contro la popolazione nativa mentre il governo rifiutava il riconoscimento di qualunque tipo di diritto civile agli originali abitanti dell’isola.
Fino a 30 anni fa il governo promosse addirittura la politica di togliere i bambini aborigeni ai loro genitori perché fossero allevati in famiglie bianche, per privarli della loro identità culturale ed integrarli nella popolazione bianca fino ad arrivare alla scomparsa totale del loro popolo. Solo nel 1967 questa politica fu abbandonata ed agli aborigeni furono riconosciuti i diritti civili e politici di cittadini australiani. Il rapporto stima che almeno 100.000 bambini siano stati sottratti alle famiglie tra il 1930 ed il 1970. Il rapporto svela la spaventosa incidenza dei maltrattamenti fisici e psicologici subiti dai bambini.

Fino al 1967 gli aborigeni, a cui i bianchi avevano strappato la loro terra senza dare in cambio niente, non hanno avuto diritto di voto.
Attualmente il governo ha avviato un programma detto “Reconciliation” che per ora ha dato scarsi frutti.
Solo nel 1994 l’Alta Corte australiana ha riconosciuto che all’arrivo dei bianchi il paese non era “terra di nessuno” ma c’erano dei nativi che l’occupavano da prima.
Nel 1999 un referendum per cambiare la Costituzione e riconoscere una precedente occupazione da parte dei nativi è fallito.

Sciamanesimo aborigeno
Nel tempo e con grandi difficoltà molti studiosi hanno cercato di conoscere qualcosa di più della cultura di questo antico popolo.
Purtroppo lo sradicamento e l’estraneazione sono stati così violenti che attualmente molti di loro non sanno più nulla dei loro miti, del loro riti, delle antiche tradizioni.
Il crimine maggiore che invasori cristiani hanno commesso sui popoli da essi assoggettati non sta nemmeno nei massacri, ma nel tentativo perverso di estirpare totalmente le civiltà che essi violentavano.
I massacri vertono sui corpi, ma l’annientamento delle antiche civiltà è stato un crimine sull’anima.
La pretesa di portare una fede credibile viene, a questo punto, completamente negata nei fatti. Chi calpesta la fede altrui non è degno di difendere alcuna fede.

Lo sciamanesimo degli aborigeni australiani apre mondi di mistero.
Per particolari condizioni l’Australia è rimasta separata e isolata dal resto del mondo così da conservare antichissime peculiarità culturali.
Gli antropologi riconoscono negli aborigeni caratteri che li accomunano all’uomo di Neanderthal di 40.000 o addirittura 50.000 anni fa, sia per la forma del cranio, che per le proporzioni del corpo, il tipo di utensili, le armi e le forme culturali.
Tra i vari gruppi aborigeni sono particolarmente citati gli ARUNTA, che meglio rappresentano la civiltà preistorica, legata al culto degli antenati e degli spiriti primordiali.
Dall’osservazione dei crani e delle mascelle, si ipotizza che i primi ominidi non avessero un linguaggio articolato ed è probabile che usassero la telepatia o forme di comunicazione sottili come avviene nei branchi di animali, poi, nel tempo, molte capacità telepatiche o ricettive vennero perdute a vantaggio del linguaggio verbale.
Ma alcuni degli antichi poteri sembra siano stati ereditati da alcuni aborigeni e ancor oggi studiosi e missionari raccontano di cose straordinarie che sfiorano la parapsicologia. Alcuni aborigeni, per esempio, riconoscono chi sta per arrivare, lo vedono con gli occhi della mente anche alcune ore prima o vedono telepaticamente altri membri della tribù che sono in viaggio, dove si trovano e cosa fanno, un potere presente anche nei Papua della Nuova Guinea o in altri popoli.
Molti aborigeni sono rabdomanti naturali, si connettono cioè istintivamente con le energie irradiate dalla terra e riescono a sentire l’acqua anche a forti profondità, abilità che permette loro di avanzare in zone inospitali del terribile entroterra desertico senza morire di sete.
Gli aborigeni, come i Maori della Nuova Zelanda e i Papua della Nuova Guinea, possiedono un ricco patrimonio di miti in cui l’essere umano non nasce dalla Terra, ma ha un’origine extraterrestre e cercano di comunicare con questo mondo delle origini.
I loro miti parlano di un Eden perduto a causa di una trasgressione, un equivalente del nostro Paradiso Terrestre e del Peccato Originale, che sono archetipi molto diffusi.
E’ da questo luogo metafisico che provengono gli “Aiutanti” o “Messaggeri”, il cui sapere è sovrumano.

Il concetto di una realtà o cielo separato da cui vengono Messaggeri e Aiutanti è presente in molte culture, come costruzione archetipica innata. Nelle leggende dei nativi americani forme di vita aliene scendono dal cielo sulla Terra; in Mesopotamia, migliaia anni prima di Cristo, si parlava dei Pazuzu, terribili geni alati col corpo umano provenienti dal cielo a volte buoni e a volte cattivi, non diversamente dai Mal’akh, gli “angeli messaggeri” che compaiono 400 volte nella Bibbia, l’Apocalisse li indica come creature che non capiscono tutta la nostra realtà e viaggiano a velocità incredibili, superando i limiti del mondo conosciuto; questi esseri sono in genere portentosi, ma anche terrificanti, alcuni capaci di aiutare, altri di uccidere; sono analoghi gli esseri alati dei Rig Veda indiani, implicati allo stesso modo in micidiali battaglie tra loro e anche la Bibbia parla della guerra tra gli angeli obbedienti al Signore e gli angeli ribelli; in India i testi sacri parlano di creature alate che si scontrarono in cielo mille anni prima di Cristo.
In genere l’arrivo degli “Aiutanti” coincide con l’inizio di una civiltà e con l’apparizione di nuove conoscenze e tecniche. Anche i miti dei Maya, Incas o Indiani Hopi parlano di “Maestri” venuti dal cielo, alcuni buoni, altri cattivi che combattono grandi guerre. Molti popoli narrano anche di uno incontro tra Titani e donne della Terra; nella Bibbia si parla di angeli che si uniscono a donne terrene. Gli Egizi tramandano la figura dei “Guardiani” e un pò tutte le mitologie parlano di esseri superiori che aiutano lo sviluppo dei popoli con doni magici, invenzioni, scoperte, regole di vita. Nell’antica Persia c’è Gayomart, essere gigantesco che emanava luce, molto simile agli esseri luminosi di cui parlano gli aborigeni.
I miti parlano anche di giganti, vedi in Cina il colossale P’an Ku.
I giganti buoni insegnarono all’uomo ad esercitare poteri extrasensoriali e a risanare le malattie, poi tornano ai loro mondi, mentre gli uomini cercano di ristabilire il contatto con loro con riti e miti.
Giganti compaiono nei miti celtici, che pongono un equivalente del piano akashico indiano nel gigante Mimir, che custodisce il sacro pozzo della conoscenza contenente la memoria del mondo. Quando Odino ha la rivelazione del segreto delle Rune, i simboli sacri dell’energia, questi sono connessi a Mimir, signore dei segreti della vita ovvero della conoscenza eterna. C’è un piano dove tutte le cose esistono sotto forma di essenze, in modo non dissimile dall’Iperuranio di Platone, le forme eterne, o eidos, di tutto ciò che esiste, modello e matrice del mondo. Entrare in quel mondo e partecipare delle matrici di ogni realtà è il compito dello sciamanesimo universale.

In Australia la via per questo contatto con i Maestri è il sogno mistico.
Il luogo dell’incubazione del sogno rituale è la caverna.
Il magico mondo delle grotte australiane con le pareti ricoperte di graffiti, incisioni e pitture, parla di incontri con civiltà aliene, non terrestri, ed esseri straordinari diversi dagli umani.
Gli aborigeni hanno dipinto murales anche molto grandi, 4 m per 12, a colori densi, rosso bruni, ottenuti macinando polveri naturali, pressate nelle incisioni fatte sulla pietra, alcune sono poste in alto su pareti inaccessibili. Alcune delle pitture rupestri sono datate 18.000 anni fa.
Molti di questi esseri alieni portano tute spaziali o caschi da astronauta e non hanno fattezze umane.
“L’altro mondo” di cui parlano i miti aborigeni non è situato su un altro pianeta ma è integrato con questo e si sviluppa in una dimensione parallela alla nostra, detta il ‘Tempo dei Sognì’.
Il Tempo dei Sogni si dispiega in tre parti: prima viene ‘Il Tempo Prima del Tempo’, poi ‘Il Tempo in cui la Terra fu Creata’, infine ‘Il Tempo Attuale’. Ma questi tre tempi non si succedono cronologicamente, sono compresenti in una realtà atemporale che tutti li accoglie e vivifica.
Il rito ripercorre queste fasi e, ciò facendo, ne partecipa e le alimenta.
Il mito della Genesi non è nel passato ma si rinnova adesso.
Nello sciamanesimo australiano le visioni del Sogno sono ricercate come varchi dell’essere che allargano la conoscenza sacra e si rivelano particolarmente ricche, secondo una vera e propria magia onirica, una potenza del conoscere che si origina attraverso “il sogno lucido” o trance vigile, generando un sapere magico-sapienziale che è tra i più antichi del mondo.

Grazie alle particolari condizioni di isolamento storico-geografico dell’Australia, abbiamo un popolo che non si è evoluto come altri e in parte si è salvato dalla contaminazione con civiltà diverse, conservando inalterate fino ai nostri giorni forme rituali antichissime.
Per decenni l’ottusità degli invasori occidentali non solo ha ignorato la ricchissima cultura animica degli aborigeni ma l’ha addirittura disprezzata e repressa, compiendo un genocidio materiale e culturale.
Lo sciamano australiano, o “karadji”, è l’”uomo d’ingegno” (simile alla gente di talento, aos danaos, dei druidi celtici), capace di collegare le energie visibili con quelle invisibili e di leggere conoscenze, malattie o eventi in base ai simboli del Tempo del Sogno Primordiale, in cui è la Genesi di tutte le cose.
Per entrare in questo mondo di visione reale e diretta, la via privilegiata e’ il sogno lucido, la trance onirica vigile.
Attraverso il sogno si contattano i “Maestri venuti dal Cielo”.
Gli aborigeni non parlano di divinità in senso tradizionale, ma di esseri extradimensionali, che vivono in un mondo parallelo e che a noi sembrano visitatori extraterrestri o alieni.
Questi esseri primordiali sono forme di energia di grande potere, la loro vibrazione e’ diversa dalla nostra ed essi esistono in un mondo compresente al nostro, l‘ “Altro Tempo” o “Tempo delle origini”.
Il Mondo del Sognò è separato apparentemente dal nostro ma compresente ed è possibile contattarlo in luoghi particolari, in genere caverne, che diventano varchi per un’altra dimensione, sono porte del Sogno.
In Australia ci sono caverne per uomini e caverne per donne, perché l’energia degli uomini e delle donne è diversa.
Uno di questi varchi extradimensionali è proprio nel cuore dell’Australia, ad Ayers Rock, URULU, la montagna sacra, un gigantesco monolite rossastro di arenaria, lungo due km e mezzo e alto 335 m. che si eleva minaccioso e cupo sopra la distesa rossa del deserto.
Gli aborigeni pensano che esso segni il confine tra il Tempo degli Uomini e il Tempo del Sogno; ogni sua fessura o caverna è sacra.
URULU è probabilmente un meteorite gigantesco, il più grande del mondo, di cui la parte sotto terra è sterminata.
I minerali che lo compongono producono colori diversi secondo l’angolo di rifrazione della luce, per cui all’alba e al tramonto appare con spettacolari e rapidissime variazioni di colore dall’ocra, al bronzo, al rosso.
Circondato dal piatto e desolato bush, è visibile a decine di km di distanza.
Il luogo è sacro per gli aborigeni. Formalmente il governo lo ha riconsegnato loro nel 1985, ma e’ soggetto alle devastazioni turistiche.
Non si dovrebbe fotografarlo e soprattutto non dovrebbe essere calpestato, ma la difficile escursione sulla sua superficie piatta costituisce una delle attrattive maggiori, specialmente per i turisti giapponesi, anche se i suoi campi magnetici e il forte vento più la forte insolazione, uniti allo sforzo per issarsi sulle sue pareti lisce producono spesso malesseri e infarti.
Gli aborigeni avevano chiesto che la roccia non fosse scalata ma il governo rese loro la montagna solo a patto che questo fosse permesso ed essi piegarono il capo. Così oggi la zona è sconsacrata dal business del turismo ed è meta privilegiata dei viaggiatori, che vi possono vedere impressi strani disegni e strane incisioni.
ULURU è il vero nome di Ayers Rock. Una grande roccia rossa al centro dell’Australia. La montagna sacra degli aborigeni. L’equivalente della Mecca per gli islamici o di San Pietro per i cattolici. Immaginate se questi luoghi fossero trasformati in attrazioni turistiche con bar, passeggiate, qualche bordello. Immaginate se si potesse scalare la Cupola di San Pietro con corde e catene o scattare foto alla Pietra Nera. Sarebbe una bestemmia, eppure è quello che succede a Uluru. Gli aborigeni chiedono da tempo e invano che Uluru torni un luogo sacro.
Gli aborigeni non vogliono mercificare il loro territorio per il turismo di massa dell’uomo bianco. Ieri, l’aborigeno Bruce Trevorrow, ha vinto una causa con un risarcimento di 525.000 dollari australiani per essere stato sottratto da bambino a sua madre. In alcune parti dell’Australia gli aborigeni sono stati sterminati.

Nel 1800 una ragazza che faceva qui un picnic coi genitori scomparve. Il caso fece molto scalpore e non fu mai risolto.
Il regista Peter Weir ha costruito un caso simile con un bellissimo film, carico di suggestione: “Picnic ad Hanging Rock”.

Sciamano è chi riesce a passare nell’altra dimensione, dove può conoscere spiriti particolari, Esseri Superiori, forze che hanno dato ai clan i territori, i miti, le tradizioni, e soprattutto i canti, cioè la mappa delle energie che hanno creato la Terra.
Questi esseri non sono umani e non hanno fattezze umane. Gli aborigeni li chiamano “Quelli di Prima”. Essi credono che nelle grandi pietre ci siano varchi o aperture (buchi neri o tunnel spazio-temporali), che portano a immensi universi pieni di vita, paralleli ai nostri, dove vivono queste strane creature filiformi o solo vagamente antropomorfiche, abbastanza simili alle visioni che Castaneda dice di aver avuto nel deserto messicano, chiamandole gli “Alleati”.
Qualche volta i Maestri o Guardiani o Alleati vengono dalla loro dimensione alla nostra per insegnare agli uomini cose utili alla vita, cose che riguardano i movimenti delle energie. I loro insegnamenti sono comunicati in forma vibrazionale, come canti, perché i Maestri conoscono le vibrazioni che creano tutte le cose e dunque i canti simulano le vibrazioni che al tempo delle origini crearono il paesaggio, gli animali, le pietre, le piante e tutto ciò che esiste.
Non diversamente dai canti aborigeni, i mantra induisti sono vibrazioni che imitano i suoni primitivi dell’Essere; la Genesi induista dice chiaramente che il mondo fu creato come vibrazione (“Sommovimento”) e anche la Bibbia parla di un “Verbo” di Dio che crea il mondo, il “Logos”, la Parola, il Suono… Similmente il logos dello stoico Cleante era “spermatikos”, ovvero seminale, spirito che si diffonde nella materia inerte animandola e dandole forma. Ripetere il suono ricrea le cose.
Il mantra induista è la vibrazione umana che tenta di riprodurre la vibrazione creatrice divina, la ragione seminale delle cose, i suoni di Dio.
I canti che gli aborigeni australiani dicono di ricevere per via mistica sono le vibrazioni primarie che danno origine e forma al mondo e sono anche mappe che descrivono la morfologia del territorio australiano.
Tutta l’Australia è disegnata da queste mappe di canti sacri, secondo una topografia sacra vibrazionale.
Una rete di canti avvolge tutta l’Australia e la descrive, e il suono del “didjeridou” (ramo cavo d’eucalipto dove rimbomba la voce umana) cerca di ripeterla, imitando le vibrazioni che crearono il territorio, gli sconvolgimenti tellurici che produssero deserti e montagne, i ritmi che determinarono sorgenti e canion. Attraverso il suono, l’aborigeno partecipa alla creazione della Terra.

Un bellissimo libro sugli aborigeni è “Le vie dei canti”, appunti di viaggio di Bruce Chatwin (Adelphi).
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In principio la Terra era un’immensa distesa dominata dalle tenebre.
Lontano vivevano gli Abitanti del Cielo, indifferenti e beati.
La Terra era costellata di buche entro le quali, da tempo immemorabile, dormivano gli Antenati. Attorno ad esse informi masse di materia primordiale, recanti in sé la vita in potenza. E sotto la crosta terrestre giaceva, allo stato prenatale, l’universo visibile: costellazioni, sole, luna, stelle, fiori, farfalle.
All’inizio del Primo Giorno il Sole sentì l’impulso di nascere e circonfuse la Terra della sua luce. Fu allora che le buche vennero irradiate di calore. Ne uscirono, richiamati alla vita, gli Uomini dei Tempi Antichi, che cominciarono a percorrere il mondo cantando, dando il nome a tutte le forme che incontravano.*
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terreno, lì dov’erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro ‘Dimore Eterne’, ai pozzi ancestrali che li avevano generati. Tutti tornarono ‘dentro’.
Ciò ch’essi lasciarono ai rispettivi discendenti sono i canti. Essi restarono incisi sui tjuringa, piastre ovali custodite in segreto e visibili ai soli iniziati. Sono questi i ‘supporti’ che permettono a chi sappia intenderli di ricantare, e dunque ricreare, il mondo.

…lo scopo del viaggio era poietico (creativo), l’Antenato vagava per il deserto primordiale portando alla luce l’immanifesto con il suo canto. E il ripetersi ciclico dei canti archetipici, ad opera degli iniziati, non era che una ri-creazione rituale del mondo, cioè la conservazione del mondo attraverso il rito, mentre l’inversione del canto avrebbe avuto un effetto distruttivo, tutto si sarebbe riassorbito nel caos originario.

Ogni tribù ha un canto che domina un preciso territorio e permette alla tribù di muoversi con sicurezza lungo un percorso; il canto con le sue modulazioni descrive la via, le sorgenti, le caverne, i monti… da un lato è una mappa descrittiva di un viaggio, dall’altro la sua vibrazione e’ morfogenetica, cioè’ guida e mantiene la forma di un territorio, lo spiega e lo ricrea.
Là dove finisce il canto di una tribù comincia il canto di un’altra, così che tutti i canti si intrecciano e si uniscono dando luogo alla mappa energetica dell’intera Australia.

Si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e di note musicali, e che queste Piste del Sogno fossero rimaste sulla terra come ‘vie di comunicazione tra le tribù più lontane. Un canto faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi *sempre trovare la strada.. e finché restavi sulla Pista trovavi sempre persone del tuo steso Sogno, che erano di fatto tuoi fratelli e da cui ti potevi aspettare ospitalità.. L’Australia intera poteva essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello…che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato”.

“Gli Antenati che avevano creato il mondo cantandolo erano poeti nel significato originario di poiesis, creazione. Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. La vita religiosa di ognuno aveva un unico scopo: conservare la terra com’è e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: cavalcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota, e così ricreava il Mondo”.
(Bruce Chatwin)

“Le Vie dei Canti, spiegano i nativi australiani, sono un reticolo di sentieri invisibili che si dirama per tutta la grande isola. Stando al mito, nel Tempo del Sogno gli Antenati percorrevano il continente in lungo e in largo cantando il nome di tutto ciò in cui s’imbattevano. Fu con il loro canto che il mondo ebbe inizio. Essi furono poeti nel senso primordiale del termine, cioè ‘creatorì. L’Antenato è una figura archetipica.
Ognuno dei leggendari capostipiti tracciò una Via del Canto o Pista del Sogno e sulle proprie orme sparse «una scia di parole e di note musicali».
È a questo lascito ‘sottile’ che devono saper attingere i suoi discendenti, per orientarsi rettamente e ripercorrere la Via avita, ma anche per poter ampliare i propri orizzonti:
«Se per esempio gli Anziani di un clan del Pitone variegato decidevano che era tempo di cantare il loro ciclo di canti dal l’inizio alla fine, inviavano messaggi lungo la pista, a nord, a sud, da tutte le parti, e convocavano nel Gran Posto i proprietari dei canti. Allora, uno dopo l ’altro, tutti i ‘proprietarì cantavano i l loro pezzi di orme dell’Antenato. Sempre nella sequenza esatta! “Invertire l’ordine dei versi” disse cupamente Flynn “era un delitto. Di solito veniva punito con la morte”. “Sfido” dissi. “Sarebbe l ’equivalente musicale di un terremoto”. “Peggio” disse accigliandosi. “Sarebbe distruggere il Creato”. “Un Gran Posto,” proseguì “ovunque fosse, era probabilmente il punto d’incontro di altri Sogni. Perciò ai corroboree (danze rituali) partecipavano magari quattro clan totemici diversi, appartenenti a varie tribù, e tutti si scambiavano canti, danze e si concedevano ‘diritti di passaggio reciproci”.
“Quando avrai girato un po’ di più” disse, e si voltò verso di me “sentirai parlare di uomini che ‘apprendono la conoscenza rituale”. Questo significava semplicemente che l ’uomo stava estendendo la mappa del suo canto; stava ampliando le sue opportunità, tramite il canto stava esplorando il mondo».

(Chatwin)

I suoni sacri sono ricevuti in modo sciamanico.
L’iniziazione avviene nelle caverne, che sono da sempre i primi templi del sacro, i luoghi profondi dove le vibrazioni umane si connettono come in un diapason alle vibrazioni della Terra profonda, là dove sono i varchi extradimensionali per penetrare l’Altro Mondo.
Tutte le religioni più antiche, vedi i culti matriarcali del bacino mediterraneo, aderiscono alla Terra e ai suoi luoghi segreti. Il sogno lucido degli aborigeni è simile all’incubazione onirica delle antiche profetesse minoiche che in tal modo comunicavano con le energie della Terra.

In un racconto australiano, l’iniziato viene trasportato da una corda su una roccia, che si apre inghiottendolo e si ritrova in un ambiente di luce, sulle cui pareti risplendono cristalli di rocca, alcuni di questi gli vengono consegnati con l’insegnamento di come servirsene.
Gli aborigeni parlano tutt’ora di caverne fatte interamente di cristallo di quarzo, in grado di modificare lo sciamano, e leggende analoghe sono nel Sudafrica.
I cristalli di rocca sono elementi importantissimi nello sciamanesimo australiano come in quello di tutto il mondo, perché rappresentano la ‘luce pietrificata’, una vibrazione di enorme potenza che raccoglie tutte le valenze della luce.
Sia in Australia che in altri territori, in Oceania come nelle due Americhe, gli sciamani sognano di venire immersi in un’acqua sacra e potente fatta di quarzo liquefatto, un bagno di luce celeste, che dovrebbe modificare le loro vibrazioni ricettive, sintonizzandole a tutti i livelli della luce, cioé della vita.
Il quarzo è considerato da molti popoli la pietra sacra per eccellenza che allinea e organizza tutte le sue vibrazioni e attiva poteri mentali superiori.
Il quarzo è in molte culture il cristallo sacro che attiva le antenne umane in modo sovrumano.
Sono stati trovati manufatti impressionanti di quarzo presso molti popoli che lo hanno usato per scopi rituali di trasformazione psichica.
Michell Hedges, un avventuroso archeologo, trovò nel 1927 in Honduras, un teschio a grandezza naturale scolpito nel cristallo di rocca, nelle rovine di una città maya, aveva 3.600 anni e veniva probabilmente usato dai sacerdoti per celebrare particolari riti magici, ma la civiltà Maya risulta di molto posteriore (290 a.C. circa) per cui le origini del manufatto restano misteriose e inquietanti, per di più l’oggetto avrebbe richiesto 150 anni di lavoro a scalpello.
Il fatto più curioso è che a Londra esiste in un museo un teschio gemello di questo, che sembra costruito dalla stessa mano, salvo che la mandibola è fissa e non mobile.

In Australia, caverne speciali servivano ai riti di iniziazione, il candidato dormiva nella caverna dopo riti appositi e digiuni, affidandosi ai Mastri del Tempo del Sogno che lo uccidono, lo squartano e lo modificano nel suo corpo sottile affinché egli possa vedere e sapere ciò che gli altri non vedono e non sanno.
Gli Arunta sognano che gli Spiriti del Mondo dei Sogni scagliano contro il potenziale sciamano una lancia invisibile che gli trafigge la testa da parte a parte, spaccandogli la lingua. Il simbolo della lancia che trafigge il santo è sempre presente nello sciamanesimo, da quello più antico ai santi moderni, da quelli occidentali, vedi Padre Pio o santa Caterina, a quelli orientali, vedi Krishnamurti.

Lo Spirito opera una trasmutazione, toglie gli organi interni e li scambia con altri, conficca dei cristalli di quarzo nei polsi e nel terzo occhio, così l’uomo vedrà direttamente la verità o avrà poteri di guarigione.
Anche nel mondo tibetano ci sono riti iniziatici per i veggenti che prevedono il conficcamento di una scheggia di osso nel terzo occhio per aprire la sua visione sottile.
Grazie al rito, l’uomo muore e rinasce modificato, diventando uno sciamano .
Le visioni di Krishnamurti, il più grande mistico indiano, parlano di analoghe sostituzioni di organi, che per lui avvengono nell’arco lunghissimo di 70 anni con spaventoso e costante dolore.
In Australia, l’iniziazione all’altra realtà avviene attraverso sogni straordinari, con i quali si raggiunge la via sacra, si abolisce il tempo storico e si ritrova il tempo mitico.
La trasformazione viene simboleggiata dal mito del serpente Arcobaleno. La leggenda dice che una volta l’arcobaleno si trasformò in un grande serpente colorato che scese sulla terra e, strisciando col suo corpo di luce, formò fiumi, ruscelli e montagne. Un giorno il serpente Arcobaleno riparò due ragazzi dalla pioggia ma, senza volerlo, li inghiottì, trasformandoli in uccelli.

Il serpente arcobaleno simboleggia un grande fiume di energia creativa, l’energia cosmica, la vibrazione che nel profondo della terra scuote gli strati rocciosi e crea la configurazione del mondo. Chi si immerge in questa energia si trasforma e rinasce in forma diversa con un diverso potere.
Lo sciamano, nel suo viaggio astrale, immagina di essere ridotto a scheletro, rende piccolissimo l’albero del mondo, lo mette in un sacchetto e si arrampica sul Serpente Arcobaleno, cioè sulla immane energia della Terra. Là metterà nel suo corpo dei quarzi o piccoli arcobaleni per cambiare i suoi poteri. L’arcobaleno rappresenta la gamma intera della luce.
Il simbolo dell’arcobaleno è molto diffuso in tutte le culture del mondo, come ponte tra terra e cielo; in Polinesia c’è un eroe che visita il cielo usando un arcobaleno chiamato cervo volante; Buddha scende sulla terra attraverso la scala di un arcobaleno; gli antichi celti usavano il simbolo del cervo per indicare le facoltà sovrumane che germinano sopra la testa dello sciamano e l’arcobaleno è il ponte che lo unisce al cielo; in Messico i portatori della magia tolteca chiamano il succo allucinogeno di un cactus cervo blu per la sua capacità di portare alla trance; in molti luoghi troviamo come simbolo di ascensione sciamanica la renna, il cervo o l’aquila.
I miti ci dicono che un tempo la comunicazione tra cielo e terra era aperta e l’uomo era direttamente connesso con le cause energetiche di tutte le cose, ora la comunicazione è interrotta per un peccato delle origini, ma lo sciamano può ricostituirla, risalendo l’arcobaleno, ovvero la simbolica via delle energie, il ponte, o bar-do transdimensionale.
Anche nell’Apocalisse il trono di Dio è circondato da un arcobaleno e gli sciamani siberiani a volte lo portano disegnato sui tamburi.

Lo sciamano aborigeno impara la tecnica del sognare e ad usare il sogno lucido (come nello yoga tantrico), ovvero uno speciale sogno in cui la parte cosciente della mente resta vigile mentre affronta l’inconscio e può modificarlo o farsene strumento.
Attraverso il sogno lucido o parzialmente consapevole, l’aborigeno comunica con i “Rai”, spiriti disincarnati, o con i “Mimi”, fantastico popolo di esseri bizzarri dotati di grandi poteri (simili al “Piccolo Popolo” che vive sotto terra che gli Irlandesi ereditarono dai Celti o al ”Piccolo Popolo” dei Sardi che vive nascosto ed ha costruito le “domus de janas”, le case fatate).

Grazie ai nuovi poteri, lo sciamano impara a capire col terzo occhio o occhio della chiaroveggenza, si aprono in lui facoltà sconosciute, come vedere all’interno dei corpi (endoscopia), conoscere le energie interne della vita o vedere, come fossero vicini, fatti che avvengono lontano.

Per fini non dissimili in Tibet, nel 1100, sorsero le famose Scuole dei Maestri del Sogno; essi meditavano attraverso sogni lucidi e li usavano per accelerare l’illuminazione, apprendendo anche l’arte della chiaroveggenza, della diagnosi e della guarigione.
I dipinti nelle caverne australiane rappresentano queste visioni intrascopiche o endoscopiche, generate durante la trance, si vedono animali o uomini in cui sono visibili le linee di energia interne che formano sottili reticolati, simili ai meridiani cinesi, linee di scorrimento del Chi che dipartono da un asse centrale.
Le pitture parietali parlano del peccato originale, di un paradiso terrestre da cui l’umanità venne cacciata per la violazione della legge, che interruppe il contatto con gli spiriti superiori, non diversamente da quanto avvenne nell’Eden perduto di cui parla la Bibbia.
Ci chiediamo se le famose pietre magiche degli aborigeni australiani, i “churinga”, con i loro serpenti e le loro spirali, non siano mappe di correnti di energia e notiamo la loro somiglianza con i motivi inesplicabili di antiche pietre celtiche come quelle di Carnai.
Gli antichi conoscevano probabilmente le linee dell’energia che attraversano tutte le cose e le rappresentavano.
Di queste linee oggi non sappiamo più niente.
L’uomo, sempre più ripiegato nel suo egoismo e nella visione ristretta delle cose, ha cessato di comunicare con l’universo.

Ma gli aborigeni australiani vedevano le linee di energia nel paesaggio e ne ripetevano le vibrazioni creatrici. Così avevano mappe cantate che descrivevano le linee di energia del territorio, mappe antichissime, insegnate loro dagli Esseri del ‘Tempo del Sognò, esseri mitici di grande potenza che appaiono, durante la trance magica, in punti prestabiliti della Terra (caverne rituali), strutturando il suolo con le loro frequenze.
Questi Maestri non sono né divinità né alieni, sembrano esseri che vivono in una dimensione parallela, intelligenze che si possono incontrare mettendosi in uno stato modificato di coscienza.
Gli aborigeni dicono che da questi Maestri hanno scoperto le linee sotterranee dell’energia e sanno costruire mappe di ‘sentieri magici’, ognuno con la sua vibrazione, le cosiddette ‘Vie dei Canti’, o ‘Piste del Sogno’. Con esse gli aborigeni hanno diviso l’Australia in un reticolo di vie sacre che somiglia molto ai reticoli energetici di cui ci parla oggi la radioestesia.
Ci sono molte leggende connesse a Uluru, l’enorme monolite caduto dal cielo, e, nelle sue grotte, misteriosi graffiti raffigurano questi esseri non umani come aureolati o con un casco luminoso. Uluru sembra essere un luogo ad alta frequenza; sulla sua sommità si avvertono capogiri e vertigini e nelle sue vicinanze persone sensibili alle vibrazioni possono avere mal di testa e avvertire un malessere cupo e diffuso, come fossero sotto una cappa pesante, la stessa sensazione che si prova penetrando nelle piccole domus de janas sarde, che fanno precipitare la cariche delle pile e girare la testa per un’improvvisa caduta della pressione.
Forse la roccia dell’enorme meteorite, grazie ai minerali che contiene, crea variazioni di campo elettromagnetico e provoca stati alterati di coscienza.
Gli aborigeni considerano Uluru la porta del Tempo dei Sogni, un luogo dove si può comunicare con esseri extraterreni. Essi usavano le sue grotte sia come sepolcri che per esperienze modificative di coscienza, la trance estatica. Da tempo immemorabile i luoghi delle iniziazioni sacre sono gli stessi delle sepolture. Le porte verso l’al di là aprono anche ad altri livelli. Ma gli archeologi sottolineano lo scopo sepolcrale delle tombe dimenticando quello iniziatico.

Gli opali
Nelle grotte più nascoste dell’Ayers Rock sono stati trovati ricchissimi giacimenti di opali multicolori, i più belli esistenti. L’opale è una delle pietre più strane esistenti al mondo.
Al di là delle sua bellezza misteriosa e dei suoi colori vivi, iridescenti, cangianti, viene considerato una pietra che attiva la sensitività e la chiaroveggenza, perché emette radiazioni particolari che creano varianze nei nostri campi cerebrali.
Le caverne di Ayers Rock, grazie anche ai loro opali, sono connesse, per chi riesce a reggerne l’impatto di frequenza, con l’aumento dei poteri psichici.
Si crede anche che la loro energia accresca la fecondità delle donne.

La leggenda dice che il Creatore venne sulla terra trasportato dall’arcobaleno, per portare un messaggio di pace all’umanità, e là dove l’arcobaleno toccò la roccia esplosero gli opali, che racchiudevano i colori dell’iride.
Gli opali sono tra le 5 pietre più preziose al mondo.
Alcuni manufatti in opale risalgono a 6000 anni fa.
Al loro interno piccole sfere di silicio causano interferenze e rifrazioni, responsabili del fantastico gioco di colori.
Il 95% degli opali di tutto il mondo proviene dall’Australia. Lightning Ridge è il più famoso deposito di Opali del mondo.
Un tempo l’Australia era un mare, poi le acque si ritirarono e il silicio che si depositò formò nel tempo gli opali. Nati dall’acqua, si dice che essi siano la cristallizzazione delle acque dell’Eden e ne permettano, ancora, l’accesso. L’opale è chiamato “la pietra dei visionari” perché collega il corpo fisico al corpo superiore, consentendo l’accesso alla coscienza Cosmica. È un attivatore vitale che attrae lampi di ispirazione, intuito psichico e chiaroveggenza. Da sempre l’Opale è circondato da un’aura di mistero, potere e carisma.

Troviamo spesso il corpo femminile e i suoi cicli collegati ai luoghi profondi della Terra, caverne, sorgenti, in cui si esprime l’energia della Grande Madre, la matrice di tutte le divinità femminili della riproduzione e della natura. In Australia ci sono caverne iniziatiche per uomini e caverne per donne, dove i membri del sesso opposto non possono entrare, come se ogni sesso dovesse alimentarsi dell’energia sua propria e avesse una propria frequenza, cosa che anche i radiestesisti riconoscono. Le culture antiche consideravano naturale che uomo e donna avessero ognuno la propria vibrazione. Nei tempi antichi le energie della terra erano convogliate da sacerdotesse, più sintonizzate sulle energie ctonie, come se Terra e donna fossero sulla stessa frequenza.
Le religioni più antiche furono telluriche, matriarcali e a impronta femminile. Più tardi prese il sopravvento tipi di religioni celesti, collegate ad energie alte, di tipo maschile, e la donna fu gradualmente soppiantata dalla gestione del sacro. Cambiò la simbologia. Il serpente e la luna furono sostituti dall’aquila o dal sole e, in alcuni culti, come in quello cristiano, il serpente, simbolo dell’energia della terra, fu demonizzato per sottolineare la prevalenza del maschile e la demonizzazione della donna.
La demonizzazione cristiana aveva anche lo scopo di separare nettamente i nuovi culti dalle antiche religioni delle Madri ma finì per inghiottire gli antichi simboli, portando alla loro dimenticanza, cioè alla morte del sacro. Il lucro e il mercato fecero il resto.

Il governo australiano ha commesso molti errori. E come tutti i conquistatori anglosassoni ha sterminato culture aborigene grazie all’alcool. Gli australiani dei oggi sono i discendenti di P.O.M.E (Prisoners of mother england) deportati politici, criminali in esilio etc.
Oggi il governo dice che vuole cambiare le cose. L’anno scorso è stata premiata una ragazza aborigena che ha completato le scuole superiori, nella zona nord dell’Australia. La prima dopo oltre 15 anni. Fa pensare.
Non esiste una giustizia territoriale per i nativi. Ufficialmente la “legge tribale” , ossia la conoscenza e patrimonio culturale, nonostante i tentativi fatti da antropologi e volontari che hanno sposato la causa aborigena da alcuni decenni tentando di salvare il salvabile, è ufficialmente scomparsa, e non praticata.

Il sistema di navigazione che i nativi hanno usato durante secoli per orientarsi nell’ avverso territorio australiano, basato sulla memoria orale, i dipinti e il canto come “mappatura”, l’incredibile uso delle poche risorse presenti nell’ outback desertico come piante e animali, e la loro storia ancestrale, siano stati spazzati via dalla notoria natura distruttrice dell’uomo bianco, facendone scomparire la memoria tra gli stessi aborigeni (c’è chi sostiene che la legge tribale sia ancora in vita, ma non ci sono effettive prove..).
La cosa più triste è che i nativi avevano un equilibrio col territorio basato soprattutto sul rispetto della natura, cosa che per i coloni non era effettivamente contemplata, essendo essi, “per grazia di Dio e della Regina” superiori ai ” selvaggi ” e alle creature senz’anima del regno animale e vegetale.

Al Tempo del Sogno gli Antenati giunsero alle origini del mondo, dove regnava solo il nulla. Allora, cominciarono a vagare, cantando, e dai loro canti nacquero i fiumi, le montagne, gli alberi e tutti gli esseri viventi…
I miti del Dreamtime furono tramandati oralmente per migliaia di anni finché giunse l’uomo bianco, interrompendone la tradizione in molte regioni, soprattutto nel sud-est australiano. La tradizione aborigena prevede che determinati racconti siano conosciuti esclusivamente da particolari gruppi o individui che sono i gelosi depositari del loro segreto. Ogni luogo in Australia è sacro e molte storie che gli aborigeni si rifiutano di raccontare ai bianchi sono legate a luoghi vietati ai turisti. Dunque, una minima parte della mitologia aborigena è effettivamente conosciuta.
Poiché il Tempo del Sogno non è rimandato alle origini del mondo ma è compresente, ogni luogo della terra è sacro ed esiste una mappa di relazioni originarie che lega gli esseri viventi tra loro e rispetto ai luoghi. Il Dreamtime è una dimensione accessibile proprio attraverso il sogno e la memoria delle sue storie non è stata affidata alla scrittura, ma al canto e all’arte.
Ne ‘Le vie dei canti’ Bruce Chatwin ci ha riferito che i racconti del Dreamtime sono tramandati in forma di canti; ogni canto traccia il percorso segnato da un Antenato nel suo viaggio primordiale ed è costruito musicalmente sulla morfologia del territorio attraversato da quel percorso. Migliaia di fili invisibili tracciavano le coordinate esistenziali di un popolo nomade avvezzo a ballare la propria danza iniziatica sulle ali dell’universo.
L’origine del mondo è musicale. Ma il mondo è narrato anche dai dipinti.
Una delle tecniche utilizzate dalla pittura aborigena consisteva nel riempirsi la bocca di pittura e spruzzarla sulla superficie da dipingere, con un effetto simile a quello della moderna pittura a spruzzo…
Prima i bianchi hanno disprezzato le arti indigente, poi ne hanno fatto mercato.
Un’opera di Emily Kngwarreye, aborigena scomparsa nel 1996, è stata venduta per un milione di dollari australiani, ma sembra che qui l’arte valga una dose di viagra o un litro di pessimo rum; un’indagine del Parlamento Australiano ha accertato che questi sono i mezzi di scambio utilizzati da mercanti d’arte senza scrupoli per procurarsi tele che rivenderanno a cifre da capogiro.
Le storie del Dreamtime erano raccontate nelle pitture rupestri, venivano tracciate sulla sabbia o su supporti naturali come la corteccia di eucalipto, o sui celebri didgerjdoo, o sui corpi stessi. E fu così fino a quando, nel 1971, nella regione di Papunya l’artista bianco Geoffrey Bardon, ebbe un’idea geniale e riuscì a convincere gli aborigeni a dipingere anche sui muri delle case e delle scuole, sulle tele, sulle stoffe. Nacque, così, l’Aboriginal Art Movement, le cui opere avrebbero avuto in Occidente un vertiginoso successo, anche commerciale, raggiungendo in pochi anni quotazioni vicine a quelle degli impressionisti francesi. Ma agli artisti e al loro popolo sono giunti solo le briciole di questo mercato.
Non è un caso se l’arte aborigena era stata affidata ai contorni mutanti della natura, labile, effimera: sabbia, rocce, corpi che avrebbero conservato gli antichi segreti, celandoli alla vista e consegnandoli all’eternità attraverso la melodia soffiata dal vento tra le anse del sogno. Tecniche e metodi che riflettono una concezione dell’Universo che non può essere mercificata e non si presta a essere scambiata con dollari. Ma questa è la maledizione degli uomini bianchi…

Quando si va ad Uluru, di solito si passa prima dal centro informazioni in cui sono esposte fotografie, disegni e materiale informativo, ti avvisano che sei in un sito sacro e dovresti astenerti dal salire sul monolite e sono molto chiari nel chiederti per cortesia di rispettare il luogo e non salire. Purtroppo quasi la totalità delle persone sale, anche se, per vedere lo stesso panorama, basta spostarsi di poco e salire sulle moutan Olga.

Il problema grosso per gli aborigeni superstiti è che per loro non c’è un futuro, sono tenuti in riserva come animali in via di estinzione, non ci sono programmi per loro, hanno avuto lo status di persone solo nel 1989.
Qualcuno lavora ma proprio pochi. Li impiegano come guide e guardia parchi o “vigili del fuoco ” perché solo loro sanno governare e dirigere gli incendi nel periodo che precede la stagione dei temporali.
Ad Alice Springs un nativo ha raccontato la sua storia. quando venivano incatenati venduti e derubati dei figli. “Adesso questi figli, diceva, che hanno studiato, stanno un po’ alla volta tornando a occuparsi della loro gente.”: Speriamo bene.

È comodo per il governo australiano tenerli in questo stato per non dover riaprire pagine di storia dove il genocidio dei nativi era diventato lo sport nazionale ed essi erano abbattuti come conigli. Fino agli anni 1980 i nativi non potevano possedere la terra come tutti gli altri cittadini australiani. Ancora oggi sono cittadini di serie b.

Per gli aborigeni d’Australia ci sono voluti 40.000 anni per ottenere dagli Dei un posto dove potessero far dormire” in pace i loro morti. Ma questo cimitero, che è culturalmente e religiosamente unico e irripetibile per l’Umanità, è stato cementato dai bianchi invasori, per metterci un impianto di energia per mantenere un paesino modulare sorto nelle vicinanze. Invece di costruire un po’ più in là l’impianto (in Australia di spazio ce n’è in abbondanza), hanno brutalmente cementato il luogo sacro degli aborigeni e di storica importanza archeologica e culturale.
Gli Aborigeni di tutta l’Australia combattono insieme una stessa guerra contro gli oppressori, un esempio eccellente lo troviamo in Quenten Angius, che ha tentato tutte le vie democratiche e legali per far capire all’uomo bianco che cementare un cimitero non è solo un gioco di parole. Non l’hanno capito. Non capisco io, invece, come in Australia, i nuovi colonizzatori e i loro discendenti, possano infischiarsene di tutto ciò, dicono che non ci posso fare niente ma gli australiani sono al primo posto per inquinamento e non hanno aderito al protocollo di Kyoto…

Testimonianza: “Ho conosciuto anche alcuni Nativi, e loro mi hanno raccontato questa bellissima leggenda che avrei piacere di condividere con voi: “Nella notte dei tempi, il loro dio, dopo aver creato l’universo intero ed il pianeta Terra, notò che in corrispondenza dell’Oceania aveva lasciato uno spazio troppo esteso ricoperto di solo oceano e pensò che doveva riempire quel vuoto, allora, a quel punto era sfinito per tutto ciò che aveva già creato, decise di prendere la più bella stella del firmamento e gettarla in quel mare sconfinato e con quella stella creò una sorta di maniglia, che altro non è se Uluru, ma, nell’impatto dell’astro col mare, il perimetro della stella si scheggiò lanciando arcipelaghi ed isolette tutt’attorno e creando appunto i vari paradisi insulari che circondano l’Australia.”

Questa leggenda può far capire come questo monumento sia fondamentale per le credenze popolari di tutti gli aborigeni e ci lascia con una forte sensazione di maestosità e rispetto.
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“Prima li derubano delle loro terre, poi li schiavizzano e li costringono a vivere nelle comunità in condizioni pietose e vergognose, infine introducono alcool gioco d’azzardo e delinquenza, li privano addirittura dei loro figli pretendendo di crescerli secondo un criterio considerato migliore. D’altronde è la stessa storia che si ripete da anni (basti pensare ai nativi americani). E allora adesso basta, tornatevene a casa e lasciateli vivere nella loro terra come è giusto che sia!
Cristina Cimini
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“Ma perché lo sterminio delle civiltà pre-colombiane, il confinamento dei Nativi d’America e degli Aborigeni nelle riserve deve essere una cosa che passa in silenzio, quasi normale, mentre lo sterminio degli ebrei, per esempio, deve essere ricordato ogni anno, come se già non bastasse la creazione di uno Stato ad hoc?
Non voglio dire che non sia giusto ricordare l’eccidio degli Ebrei ma sarebbe giusto istituire una giornata della memoria anche per ricordare tutti quei popoli che sono stati sterminati dall’uomo bianco, a volte anche nel nome di una croce.”
Mario T.
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“Vivo da ormai 7 anni in Australia, in particolare nel Western Australia, dove è localizzato il “motore economico” della nazione. L’Australia è ricchissima di materie prime e le compagnie minerarie si arricchiscono a danno della popolazione aborigena locale (“proprietari” tradizionali del territorio, metto la parola tra virgolette perché gli aborigeni non hanno il concetto di proprietà come noi bianchi e vedono la Terra come una cosa comune che tutti hanno la responsabilità di proteggere e venerare).
C’è stato un certo clamore nei “media”, non troppo tempo fa, per il fatto che il Presidente Australiano John Howard non si è scusato per la Stolen Generation e per tutti gli abusi commessi contro gli aborigeni… L’unica ragione, secondo me, è che tutti i territori accaparrati dai primi Settlers (colonizzatori) originariamente appartenenti a differenti gruppi aborigeni, in moltissimi casi risultano ricchi di uranio, nichel e moltissime altre materie prime. Se questo fosse riconosciuto significherebbe compensare gli abitanti tradizionali con cifre astronomiche e grave danno economico per le compagnie minerarie.
Gli aborigeni hanno cominciato a portare in tribunale le loro vicende e le sentenze a loro favore stanno pian piano emergendo…
Nelle città essi mostrano un bere incontrollato avviene, una nuova generazione di aborigeni, gli aborigeni di città. Essi si abbruttiscono bevendo, fatalmente abbandonando ogni speranza di successo in una società controllata dai bianchi. Questi aborigeni spesso sono violenti e si aggirano come fantasmi nei parchi o nelle vie del Centro evitati come appestati. Nemmeno i “veri” aborigeni dell’interno (Outback) li accettano.
La situazione è tristissima ma reale…”
Andrea Iannascoli

“Per la questione dell’alcolismo ricordiamo anche un problema fisiologico: la popolazione aborigena, come anche altre etnie sparse nel mondo, non possiede un enzima basilare per la metabolizzazione dell’alcool. Quindi basta un bicchierino di vino per lasciarli ubriachi per giorni, a rischio di coma etilico. Non è un problema di sola emarginazione, ma un problema anche fisiologico. Aggiungiamo anche che l’Australia ha reintrodotto per gli aborigeni l’originaria giustizia tribale. All’interno delle tribù si decide la pena per i reati: pene fisiche, storpiature, abbandono nel bush e anche morte in molti casi; per storpi e abbandonati, il rifugio e la salvezza sono diventate le città con i loro ospedali; infatti capita spesso nelle città di vedere aborigeni storpi o menomati attratti dai servizi sanitari gratuiti. Certo, tutto questo non basta a colmare lo scempio fatto, ma bisogna anche dire che si sta cercando di chiedere scusa a questa gente che della nostra civiltà, fino a 300 anni fa, non sapeva che farsene. “
Alessio Gatti
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“Sta succedendo quello che è successo con i nativi americani.
La storia non insegna proprio niente.
Il profitto è l’unica fede e passione dell’uomo occidentale. Ma siamo davvero “civili”?”
Catello Coppola

Gli aborigeni attualmente superstiti sono circa 460.000 persone, e la maggioranza di loro vive sotto la soglia della povertà e beneficia di sussidi governativi. Nel corso degli anni ‘70 molti lasciarono le campagne, dove il massiccio impiego di macchine agricole aveva reso inutile la loro manodopera, per iniziare un processo di inurbamento alla ricerca di lavoro nella grandi città, formando quartieri ghetto all’interno delle città australiane.
La speranza media di vita delle donne aborigene è di 62 anni; quella degli uomini di 57; mentre le medie australiane sono rispettivamente di 81 e 75 anni. Malattie come il diabete, l’asma ed i disturbi cardiaci, come anche la sifilide, la lebbra ed il tracoma sono diffuse fra gli aborigeni in misura molto superiore alla media. Molti bambini soffrono di anemia, di infezioni da parassiti intestinali, e di danni cerebrali riconducibili a carenze alimentari.
Il Governo riferisce cinicamente che l’80% dei problemi sanitari sarebbero causati dall’alcool, dal fumo e dalle cattive abitudini alimentari.
Il tasso di disoccupazione oscilla tra il 38 ed il 50% (la media nazionale è tra il 9 ed il 10%). Più della metà dei giovani non trova lavoro dopo la scuola. Nelle zone rurali le scuole medie e superiori si trovano a più di 100 km di distanza dalle comunità.
Nel 1998, con una nuova legge, il Governo ha tolto ogni valore ai diritti territoriali tradizionali degli indigeni. Agli aborigeni è stato negato qualsiasi diritto all’autodeterminazione.
Questa, in Occidente, viene chiamata “civiltà “.
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http://masadaweb.org

 

 

 

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