Nuovo Masada

febbraio 27, 2006

CLAUDIO FRACASSI- Un libro in internet: “Sotto la notizia niente”

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 7:00 am

Sotto la notizia niente – Cap. V°, par. 6 – Finto giornalismo

Chi ha vissuto i giorni della guerra del Golfo sa che di quella tragedia si videro – e rimangono impresse nella memoria – solo immagini asettiche: proiettili traccianti nella notte di Baghdad, schermi di radar, bersagli elettronici colpiti da puntini elettronici. Non un morto, non un ferito; non una goccia rossa di sangue. Se si eccettuano le impressionanti scene girate a Baghdad da Peter Arnett nel rifugio pieno di donne, vecchi e bambini colpito da un missile “intelligente” non si ricordano immagini di distruzione. Come se la guerra non fosse guerra. Persino le sequenze della strage fatta a Dhahran da uno scud irakeno piombato su una caserma americana furono tolte di circolazione rapidissimamente, in modo che di esse non restasse traccia. Il capolavoro dei pianificatori della guerra del Golfo, tuttavia, non fu la censura che impedì di vedere e di sapere, ma l’apparente ricchezza dell’informazione, che convinse i cittadini del pianeta di avere visto e di avere saputo.

In effetti, tutto fu guidato con ferreo polso. Ai giornalisti di tutto il mondo accampati a Dhahran fu impedito di raccontare la guerra. Nell’essere ammessi agli alberghi e accreditati presso il Jib, Ioint Information Bureau, gli inviati dovevano accettare condizioni capestro. Eccole:
1 Dovete sempre essere accompagnati da una scorta militare
2 E’ proibito informare sul tipo di armi, equipaggiamento, spostamenti, consistenza numerica delle unità
3 E’ proibito descrivere in modo dettagliato lo svolgimento delle operazioni militari, diffondendo notizie sui risultati delle operazioni stesse
4 E’ proibito identificare le località e le basi da cui partono le missioni: i servizi si possono datare con diciture come: “Golfo Persico” , “Mar Rosso” , “Arabia Saudita Orientale “ , “Arabia Saudita Centrale” , “nei pressi del confine kuwaitiano” .
5 E’ proibito divulgare informazioni sulla consistenza dell’armamento delle forze nemiche

6 E’ proibito menzionare in dettaglio le perdite subite dalle forze della coalizione; si possono impiegare i termini “scarse” “moderate” “gravi”.
7 Sono vietate le interviste non concordate.

L’unica fonte erano le conferenze-stampa dei militari.
Da Dharhan potevano muoversi solo i ristretti pool di giornalisti, tutti anglosassoni, e tutti selezionati dagli ufficiali, che poi riferivano, preventivamente censurati, ai loro colleghi. Ha raccontato un inviato italiano, Toni Fontana:”I giornalisti del pool venivano accompagnati al fronte, scrivevano le loro corrispondenze che venivano trasmesse a Dhahran, dove i censori cancellavano le frasi troppo azzardate. A noi, cioè ai giornalisti di tutte le altre parti del mondo, non restava altro che affittare una casella nella grande bacheca americana e comprare notizie censurate e di seconda mano. Tutto ciò per la modica cifra di 200 dollari a settimana. Anche per gli americani che teoricamente potevano avere accesso a qualche informazione diretta le cose non erano semplici. Ha scritto più tardi uno di loro, James LeMoyne:” Loro (i militari) decidono quali unità americane possono essere visitate dai reporter; quanto deve durare una visita, quali corrispondenti possono effettuare una visita, cosa i soldati possono rispondere, che cosa le telecamere possono mostrare e cosa può essere scritto”.

La maggioranza dei reporter operava fuori dal Dhahran International Hotel, nel complesso dell’aereoporto di Dhahran. “La loro routine quotidiana – ha raccontato Bruce Cumings – era una specie di incarico, eseguito grugnendo a denti stretti. Una continua corsa tra un incontro giornaliero di aggiornamento e l’altro nel Jib, nello spogliatoio della piscina con il tetto a volta turchese dell’albergo, dove scattavano immagini televisive “in piedi” da mandare a casa.”

Quando si svolse a Khafji la prima battaglia di carri armati, gli americani organizzarono per la stampa una sorta di gita scolastica sul luogo. Lo scopo era dimostrare che la battaglia era stata inizialmente persa non – come era invece avvenuto – dalle truppe USA, dotate delle distruttive bombe al fosforo, ma dalle truppe arabo-saudite e del Qatar . Ha raccontato Toni Fontana che nel corso della gita si potette assistere anche ad un’autentica sparatoria, con i soldati che con un altoparlante intimavano:”Arrendetevi” a nemici invisibili e altri uomini che sparavano a casaccio.” La scena durò una quindicina di minuti, giusto il tempo necessario per le riprese dei grandi network. I colleghi americani erano al settimo cielo per aver immortalto la scena di battaglia “live” .

In tutti gli angoli del pianeta, intanto, si aspettavano i telegiornali per vedere la guerra in diretta. I telegiornali in realtà davano immagini di generali impegnati in conferenze stampa, di giornalisti con maschera (antigas) e senza maschera impegnati a scrutare il cielo per vedere gli scud in arrivo, di schermi radar dove la linea del missile intelligente intercettava la linea (stupida) del bersaglio irakeno. Era quella la guerra? Così parve. Così fu detto. Così fu scritto. Dunque era così.

I generali “venivano mandati alle conferenze stampa come gli attori ad un’audizione. Chi non offriva una buona prestazione veniva rispedito dietro le quinte.” . Tutto era manipolato, tutto era finto, come le ridicole e insieme agghiaccianti immagini di Saddam Hussein che, a Baghdad, accarezzava sorridente bambini in ostaggio. Con una differenza: quelle scene sulla Cnn portavano opportunamente in sovraimpressione la scritta “approvato dalla censura irakena”. Da Dhahran, invece, immaggini e articoli arrivavano apparentemente “al naturale”, né giornalisti e anchorman ci informarono mai che si trattava di testi censurati e di spot costruiti.

La maggior parte delle informazioni erano taciute o deliberatamente manipolate dalle fonti ufficiali. Come quella sulla “distruzione all80% “ dell’aviazione irakena nel primo giorno di bombardamenti (in realtà più di metà della flotta aerea si rifugiò successivamente in Iran) ; quelle sulle “bombe intelligenti” (che furono soltanto, si seppe poi, il sette per cento degli ordigni sganciati, e si rivelarono poco intelligenti al punto che nei primi giorni 77 su 167 mancarono il bersaglio); quelle sulla “precisione chirurgica” dei bombardamenti (fu la stessa aeronautica USA, alla fine della guerra, a constatare che su un totale di 88.500 tonnellate di esplosivo sganciato sugli obiettivi militari irakeni, il 70 per cento aveva mancato il bersaglio: 61950 tonnellate di bombe erano cioè cadute su ambienti civili) .

L’ultima domenica di gennaio del 1991 fu diffusa da Dhahran un’immagine struggente, che fece il giro del mondo: un uccello spaurito, un povero cormorano nero come la pece perché imbevuto di petrolio, agonizzava nelle acque annerite del Golfo Persico. Le sue ali erano appesantite dal liquido fangoso, i suoi occhi sembravano disperatamente chiedere aiuto. Vedemmo il cormorano in tv, a colori, agitarsi nel tentativo di scrollarsi di dosso la mortale massa oleosa.. E lo vedemmo nelle telefoto in bianco e nero, pubblicate in prima pagina da quasi tutti i quotidiani del pianeta. In una guerra apparentemente fatta di linee sul computer e di maschere antigas, di generali in cattedra e di invisibili scud, in assenza di dolore e di sangue, quel cormorano era la prima concreta immagine vivente a testimoniare l’orrore di ciò che stava accadendo, e insieme la crudeltà del tiranno irakeno che non esitava, per perseguire il suo folle sogno, a distruggere la natura e i suoi abitanti aprendo le valvole dei terminali petroliferi.

Nessuno si chiese come era stato possibile alle troupe della inglese “Itn” e dell’americana “Cnn” girare le scene del mare inondato di petrolio e del cormorano morente, visto che le coste settentrionali del Kuwait (dove Saddam, si diceva, aveva scaricato il greggio) erano saldamente in mano agli irakeni, e ogni giorno venivano bombardate dagli aerei USA e inglesi con tonnellate di bombe. L’inviato del quotidiano francese “Liberation”, Francois Carne’, riuscì a strappare agli operatori della Cnn l’ammissione che essi, in realtà, avevano girato le scene altrove e in altri tempi. Dunque, il povero cormorano, almeno lui, non era una vittima del “dittatore pazzo”. Ad Atlanta, sede della Cnn, i responsabili della Tv, messi alle strette dall’inviato del “Manifesto”, risposero che dovevano “ancora studiare la questione” Indagò realmente, dopo la guerra, un inviato dell’”Evenement du jeudi” , che interrogò i maggiori ornitologi mondiali. Essi risposero unanimemente che nel Golfo Persico, in quella stagione, “non ci sono cormorani”. Un reporter televisivo ammise di aver girato “scene con petrolio” di cormorani prelevati dallo zoo. Quanto alle foto Reuter diffuse in tutto il mondo, esse erano state scattate durante la guerra Iran-Irak, nel 1983, non a gennaio ma in primavera.

L’informazione, quella militare e quella politica, fino ai più minimi episodi di cronaca, era dunque diventata – disse Giovanni Paolo II° – un’ “arma strategica” . Il suo obbiettivo non era tanto, come sempre nelle guerre, la diversione nei confronti degli Stati Maggiori del nemico, quanto l’inganno dell’opinione pubblica amica, delle cittadine e dei cittadini “non combattenti” , ma fiduciosi nella verità di ciò che veniva loro raccontato e mostrato. Lo scempio d’informazione non sarebbe potuto avvenire senza la collaborazione del sistema dei mass media.

Oriana Fallaci, che aveva vissuto la tumultuosa copertura giornalistica della guerra del Vietnam, raccontò di essere rimasta “paralizzata”: non riuscivo a credere che i giornalisti fossero lì per firmare praticamente pezzi scritti dai militari. “Tutto questo è il contrario di quello che ha sempre significato l’America: libertà di pensare, libertà di scrivere” . Commentò, nel maggio successivo (quando quindici delle maggiori agenzie di stampa si risolsero ad inviare una protesta al Dipartimento della Difesa per il “controllo praticamente totale” del Pentagono sulla stampa) , lo storico Paul Fussel: “ Quando sentirono parlare di quegli orientamenti per la prima volta, avrebbero dovuto scatenare un casino pazzesco. Al contrario, brontolarono qualcosa sul Primo Emendamento, ma in realtà si comportarono come se si sentissero onorati di trovarsi in Arabia Saudita”.

ttp://www.lombardia.megachip.info/vis_cont.php?id_art=401

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