Nuovo Masada

ottobre 12, 2010

MASADA n° 1209. 12-10-2010. JUNG 3- Lezione 1- LA DEPRESSIONE (PARTE PRIMA)

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 6:53 pm

 

 

Dal libro “Lo specchio più chiaro” della Prof. Viviana Vivarelli

DEPRESSIONE E SOLUZIONI

Ho giocato spesso con l’idea del suicidio… quando i demoni venivano ad assalirmi
(Ingmar Bergman)

Ballare, cantare, correre, dipingere, pregare, amare, cucinare, curare… tutto è vita. Fai qualcosa con tutto te stesso oltre te stesso, fallo per gli altri, per il mondo, per l’energia, per l’amore, per la bellezza… nel tuo fare troverai il tuo senso, la tua vita
(V.)

“Se non puoi essere pino su un monte,/sii una saggina nella valle,/ma sii la migliore piccola saggina sulla sponda del ruscello./Se non puoi essere un albero, sii un cespuglio./Se non puoi essere un’autostrada, sii un sentiero./Se non puoi essere il sole, sii una stella./Sii sempre il meglio di ciò che sei./Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere/Poi mettiti con passione e realizzalo nella vita.”
(M. L. King)

Esordiamo con un argomento poco allegro ma che ci riguarda tutti: la depressione.
Vi consiglio di segnarvi i concetti utili che riuscite ad afferrare.
Diciamo subito che Jung non ne parla espressamente, dunque la tratteremo in uno sfondo junghiano ma senza riferimenti precisi a Jung. Jung, del resto, non presenta mai la trattazione di casi clinici, come fa Freud.

La depressione è un venir meno dell’energia vitale. ‘De-pressione’, il suffisso ‘de’ indica un indebolimento della vitalità, un cedere al suo opposto, al senso di morte. Eros e Tanatos, diceva Freud, col nome di due divinità greche, due pulsioni opposte che confliggono nella psiche.
La depressione è una malattia del vivere, in un cui ci si sente schiacciati da un enorme peso oscuro. Il prefisso ‘de’ indica un movimento verso il basso, e ‘pressione’ viene da ‘premere’, schiacciare, dunque è una condizione in cui ci si sente schiacciati da un peso enorme verso il basso.

Io ho fatto buon uso della depressione, perché ne ho sofferto per 7 anni, 7 lunghi anni di lacrime amare, un lungo apprendistato, migliore di qualunque libro, perché ciò che si impara da dentro è migliore di ciò che si impara da fuori. Per 7 anni mi pareva che un mostro alato a forma di arpia mi tenesse ferma la nuca tra gli artigli così che non potevo muovere la testa ed ero costretta a soffrire, come una murata viva che non può uscire alla luce.
Per 7 anni ho desiderato di ammazzarmi. Poi sono guarita e, dopo, non ho più sofferto di depressione. E’stata una esperienza liberatoria. Non la auguro a nessuno ma sul piano della mia vita ha costituito un grosso insegnamento teorico e pratico, che mi ha permesso di sintonizzarmi poi con le tante persone depresse che mi sono venute a cercare come attratte da un magnete, perché, come un diapason, si attira ciò che si è; è un discordo di attrazione di frequenze simili.
La liberazione è stata davvero una gran cosa, visto anche che, nel mio caso, questa depressione sembrava un fatto genetico, di cui avevo sofferto a tempi alterni fin dalla nascita e ciò la faceva sembrare eterna. Anche dopo le depressioni peggiori in cui mi sono imbattuta sembravano fatti genetici, o dovrei dire, kahrmici.

La depressione può essere episodica (o bipolare di 1° tipo), ricorrente (o bipolare di 2° tipo), o cronica (detta anche ciclotimica), che alterna periodi di eccitazione a periodi di depressione. La mia era ciclotimica, per cui il problema era anche realizzare che poteva ripetersi e cercare di allungare i periodi di eccitazione e diminuire quelli di depressione.
Se avessi avuto un analista junghiano, mi avrebbe curata con l’immaginazione, lavorando sulle immagini mentali (come era appunto l’arpia), oggettivando quello che sentivo in simboli e modificandoli con operazioni dell’immaginazione o dell’attività corporea.
Io non avevo alcun analista. Ho passato 7 anni alternando periodi in cui cercavo di fare qualcosa a periodi in cui mi sembrava che non valesse valesse la pena di fare niente. Allora stavo chiusa in camera al buio, con la testa coperta da una sciarpa, per non vedere e non sentire niente, avvinta da un dolore interminabile e intollerabile, un dolore spaventoso, con l’idea persistente di ammazzarmi.
Come vedete, anche questo spaventoso periodo è finito e sono tornata a vivere, anzi meglio di prima, e, se l’ho fatto io, può farlo un altro.

Come ne sono uscita?
Le parole magiche nel mio caso sono state: DISTRAZIONE, REALIZZAZIONE e PROIEZIONE: prendere l’energia negativa e capovolgerla in un movimento inverso’, per esempio agire la rabbia e volgerla in fuori.
1° punto: ciò che non puoi combattere direttamente lo puoi trasformare. Nella depressione la tua energia si rivolta contro di te come un’arma distruttiva. Ma l’energia è sempre energia e da negativa e introvertita può diventare positiva ed extravertita. La parte che non riesci a sublimare può essere riversata all’esterno, per es. l’energia, che rivolta contro te stessa ti distruggerebbe, può essere diventare rabbia sociale, energia fisica di rifacimento del mondo, lotta positiva in una causa sociale…
Ciò che non puoi combattere direttamente su di te lo puoi agire per interposta persona o cambiando la direzione dell’energia o volgendola verso un oggetto significativo, come una causa etica.

DISTRAZIONE
Come prima cosa ho cercato di distrarmi, impegnandomi in qualcosa che mi fosse congeniale, e siccome il compito della mia vita è studiare, mi sono iscritta di nuovo all’università per una seconda laurea che mi costringesse alla disciplina di un lavoro costante. Un poco è servito ma non abbastanza. Le crisi continuavano.
La distrazione più forte è venuta 7 anni dopo, quando mi sono trasferita da Pavia a Bologna (è molto utile un cambio di ambiente), e ho ripreso a insegnare, inventandomi questi corsi extra scolastici che per molti anni sono stati gratuiti. Qui la distrazione unita alla realizzazione ha cominciato a funzionare in modo potente da subito. La distrazione non bastava, occorreva prendere in pugno ciò che era il modo fondamentale della mia ’individuazione’ (questo è un termine junghiano), cioè entrare nel nucleo sostanziale di ciò che io sono e costituisce il motivo per cui sono nata, ciò che mi individua come essere speciale e unico.
Non è sempre facile capire cosa ci individua in modo particolare, a volte occorre scavare in noi stessi e arrivare all’osso. A volte è più facile perché già sappiamo cosa ci piace.
Io sono nata per insegnare, la guarigione doveva per forza passare attraverso l’insegnamento. Non però come allieva, ma come maestra. E, se non potevo farlo in modo professionale, perché ero uscita dalla scuola, potevo farlo gratis come un’offerta alla vita, come volontariato.
Così è iniziata la mia esperienza più bella che è stata poi la mia guarigione e ho fatto immediatamente miracoli. Quel primo corso gratuito con adulti che è durato 8 anni è stato il mio corso più bello e una cosa assolutamente straordinaria, in cui la vita mi ha gratificato con un incredibile afflusso di energia, quell’energia che credevo di avere perduto e che invece era tutta lì, preziosa, affinché potessi donarla agli altri. E la vita mi ha immediatamente gratificato di incontri straordinari, perché, quando torni al centro del tuo cammino, tutto si armonizza misteriosamente, la freccia va al centro, come se la natura e il destino si accordassero per aiutarti ad essere te stesso nel mondo.

Ricordo che l’afflusso di vita che venne subito fu violento come il vapore di una pentola a pressione in cui si libera la valvola. Per tre mesi fui in uno stato di eccitazione tale che non dormii, non digerii e non feci la pipì, come se qualunque cosa mangiassi fosse bruciata senza scorie dalla nuova potente energia vitale. Dimagrii moltissimo, persi la pancia, ma mi sentii elettrica e potente, una sensazione mai provata prima. Giorno e notte pensavo al mio corso e alle cose magnifiche che potevo raccontare, ero un brulicare di pensieri fiammeggianti come se in me avvenisse un’ardente trasformazione. Poiché ogni mio corso è anche un’analisi psicologica dei partecipanti, i problemi di quei primi allievi mi si ponevano alla mente con una vivacità inusuale, riempiendo le mie notti di emozioni e così per scaricare quel flusso incontenibile di relazione, riempii 14 grossi libri in cui descrivevo i temi del corso e le personalità degli allievi. Teniamo conto che non erano corsi come adesso ma avevano incontri che duravano mezza giornata e si prolungavano in telefonate, gite e pranzi insieme ecc. Quei 14 libri furono dati in dispense agli altri che vi si rispecchiarono creando un curioso caso di autoanalisi attraverso lo specchio che facilitò l’evoluzione di molti.
Il flusso di energia costruttiva che derivò da questo espèrimento di gruppo fu potente e ancor oggi quelle persone ricordano con emozione le nostre giornate. La mia liberazione diventò una liberazione collettiva.

Dunque il modo più grande con cui si può affrontare una depressione è riprendere il nostro rapporto diretto e totale col senso della vita, tornando al posto che occupiamo nel mondo e a ciò che maggiormente ci individua. E’ difficile essere depresso se ti realizzi potentemente facendo ciò per cui sei nato.
Quando poi col tempo le energie hanno perso il primitivo splendore, molti anni dopo, e si affievolirono anche per il sopravvento di problemi della vita, quando la realizzazione rallenta perché ti ammali, invecchi, gli incontri non sono sempre felici, non sempre le cose vanno bene, quando le energie per insegnare sono calate o sono diventata meno libera, allora stranamente è sopraggiunta la politica, che è stata un alibi potente per indirizzare fuori di me una rabbia o insoddisfazione residua, e è arrivata la politica fatta su internet. Ma se fossi stata più giovane, avrei potuto usare il sindacato o il volontariato o la lotta sociale attiva. Non ci sono ricette generali. Dovevo buttarmi in qualcosa che mi fosse congeniale, e stranamente la politica risultò analoga all’insegnamento.

La depressione è un’energia che invece di andare in fuori va in dentro e invece di essere utile è nociva. Bisogna imparare di nuovo ad usarla dirigendola in fuori e nel modo più costruttivo possibile. Ma non esiste IL MODO per eccellenza, la medicina universale. Uno può trovare la via dell’amore, del volontariato, dell’assistenza, un altro quella della musica, dell’arte, del ballo, dello scrivere, dell’amicizia… Ognuno a suo modo. Ognuno per ciò che è.
C’è un tasto nel pianoforte che dà colore ai suoni, la depressione è come la mancanza di quel tasto, la vita perde colore. Se si ritrova la propria musica, ecco che i colori ritornano. La soluzione è tornare al cuore di se stessi.

Noi possiamo anche pensare che la depressione abbia una causa esterna. Ma non è sempre così. Certo, quando uno è colpito da un forte stress negativo (un lutto, un divorzio, una separazione, la perdita di una persona cara, la disoccupazione, un ambiente circostante distruttivo…), in quei casi la depressione rappresenta il cedere del soggetto sotto una sorte maligna. Allora si deve lasciar passare il tempo di elaborazione delle emozioni negative, e a poco a poco riattaccare la persona al positivo della vita. A volte più che un analista servono delle buone amiche, fare corsi, viaggi, sport, divertimenti…
Ma non è sempre così. Nel mio caso la depressione non fu la logica conseguenza di un trauma negativo, ma, stranamente, di un miracolo, nel senso che dovevo moire entro pochi mesi e mi risanai con la metamorfosi di organi interni Per strano che possa sembrare, anche un trauma positivo (un matrimonio, un parto, una guarigione..) può non essere accettato dalla psiche, che non riesce ad abituarsi ad esso.

Le cause della depressione possono essere molte. Ci possono anche essere cause fisiologiche, per es. ormonali. Io ho avuto una menopausa a 40 anni e conosco anche la depressione prodotta dalla mancanza di progesterone, come quella glicemica da diabete che è curabile correggendo la mancata metabolizzazione degli zuccheri, per cui la prima cosa da fare è sempre verificare che non ci siano cause organiche, per quanto, essendo l’uomo un essere psicofisico, sappiamo che ogni depressione si lega a un calo del sistema immunitario con conseguenze spiacevoli di ogni tipo (diminuzione degli ormoni, insonnia, calo del desiderio sessuale, disappetenza, caduta dei capelli, diminuzione del livello di calcio ecc.). Ci sono psichiatri che guardano solo all’aspetto organico e curano solo quello ma non si può ridurre ogni depressione a cause organiche, come vuol fare qualche scuola di pensiero.
Escluse le cause organiche, resta un campo di possibilità molto ampio.

La depressione come mancata spinta al vivere può essere esogena o endogena, cioè può prodotta da cause esterne o interne, più facilmente vede il convergere di entrambe.
Si può notare, anche statisticamente, che la depressione è anche un effetto della civiltà. I popoli primitivi non la conoscono. Sono troppo occupati a sopravvivere e non hanno tempo per essere depressi. Per cui, da un certo punto di vista, la depressione è anche un lusso.
Oggi, con l’avanzare della crisi economica, la depressione è spesso causata dalla mancanza di prospettive, da cui i molti suicidi di giovani senza lavoro.
Un tempo si diceva che i paesi col maggior numero di suicidi erano le democrazie nordiche, i paesi scandinavi: Svezia, Norvegia e Finlandia, paesi ricchi ed evoluti, con buone scuole e un welfare avvolgente, ottime condizioni di civiltà che producevano alte qualità di intelligenza. Tuttavia i picchi di depressione erano da mettere in conto, e i governi li consideravano, come se esistesse una depressione che scaturiva proprio dal benessere, dal non combattere abbastanza per la sopravvivenza.
Ma vale anche il contrario.
Diciamo che ogni situazione estrema può rompere il fragile equilibrio della persona umana: l’essere troppo protetti come non esserlo affatto. E questo vale anche per quelle madri troppo protettive che rovinano i figli.

Oggi le statistiche sono cambiate e il paese con più depressione e il numero più alto di suicidi risulta l’America.
Su 305 milioni di abitanti, gli Stati uniti hanno oggi 8 milioni di potenziali suicidi: troppi! L’America è disperata. E lo confermano i dati di uno studio sul suicidio condotto a livello federale: nel 2008, 8 milioni di americani hanno pensato seriamente di togliersi la vita, e più di un milione è morto.
Qui dobbiamo mettere insieme due pesantissime cause esogene: la CRISI economica che ha avuto un impatto emotivo enorme, tanto da privare anche i più giovani di ogni senso di fiducia verso il futuro, e l’altro è la GUERRA. Non solo la guerra in Iraq e Afghanistan ma tutte le guerre a cui la gioventù americana è stata mandata a per gli istinti predatori dei suoi governi.
Ancora più terribili sono i dati dei tentati suicidi tra i soldati americani in Medio Oriente o tra i reduci tornati a casa.
Si tolgono la vita in America 18 giovani al giorno, nell’agosto del 2010 i tentati suicidi sono stati 900, tanto che i suicidi sono ormai superiori ai morti in guerra.
Nel 2009 si sono tolti la vita 245 soldati americani e nel 2010 la cifra è stata ancora più alta: 145 si sono suicidati nel primo semestre e 1713 hanno tentato di ammazzarsi; 18 veterani si suicidano ogni giorno e c’è una media mensile di 950 tentati suicidi anche tra i veterani che ricevono qualche trattamento psicologico dal dipartimento federale. Si tratta di veterani delle tante guerre che gli USA hanno scatenato in terre straniere. La sindrome è chiamata PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder), nevrosi da guerra o stress da combattimento.
Su 18.300 soldati esaminati a 3 mesi e un anno di distanza dal loro invio in Iraq: dal 20 al 30 % soffrivano di questa nevrosi e una depressione profonda colpiva il 16 %.
Consideriamo che molti si offrono volontari nelle guerre per miseria, per poter fare l’università, o comprarsi una casa, o mettere su famiglia, ma poi risulta che la paga viene spesa in alcool o droga per resistere alla guerra stessa, per cui chi torna è spesso più povero di prima, in più resta segnato dagli orrori visti e praticati e si è abituato all’uso di eccitanti, alcool e droga, per cui il rientro nella vita normale è spesso impossibile.
Il 14,7% dei veterani americani sono disoccupati, 33% vivono all’addiaccio come barboni, un milione e mezzo corrono il rischio di perdere la casa per la mancanza di sostegno pubblico. Le guerre americane non hanno solo distrutto molti paesi del mondo, hanno distrutto la migliore gioventù d’America.
E ci chiediamo se il sogno americano non sia diventato un incubo.
Chiaro che qui parlare di depressione porta in causa molti fattori socio-ambientali.

Altissimo è per es. il numero dei suicidi nelle CARCERI italiane dove le condizioni di vita sono intollerabili nell’indifferenze dei governi.
Alto è il numero dei suicidi in alcune FABBRICHE cinesi ma anche francesi per lo sfruttamento inumano dei lavoratori. Alto infine il numero dei suicidi nell’esercito israeliano dove una propaganda assurda di ODIO e separazione prosegue da 60 anni senza pace.

Al di fuori di casi ambientali estremi, dove pesano condizioni esogene pesantissime: schiavismo, guerra, miseria, droga… sembra che la normale depressione colpisca soprattutto i migliori, chi è intelligente, sensibile e colto. Se siamo depressi almeno rallegriamoci col pensiero che siamo persone straordinarie. Gli asini non sono depressi.
Nei lager è sopravvissuto chi era semplice, poco strutturato, meno intelligente, meno colto e con poca memoria.
Quelle che riteniamo doti personali, davanti alla depressione, sono handicap.
Per cui, se soffriamo spesso di depressione, vuol dire che siamo persone dotate e possiamo rallegrarcene.

Io devo essere particolarmente fortunata perché depressa ci sono nata e ho fatto poi questa depressione pesante durata 7 anni, dunque sono una esperta del settore. Devo dire che la vita mi ha guarito e che la guarigione fa parte degli istinti e dei miracoli della vita, per cui, se sono guarita io, c’è speranza per tutti.

La depressione può anche essere un fatto genetico, che erediti da chi è venuto prima di te. Io qui sono messa bene: ho due suicidi in famiglia, la nonna materna e il nonno paterno.
La nonna materna si è trovata appena sgravata della sesta figlia nella miseria più spaventosa di una campagna veneta, quando le è arrivata la notizia che il marito era morto in guerra. E’ andata nel fienile e si è buttata di sotto. Qui si combinano la depressione post partum con l’impossibilità materiale di sopravvivere. La depressione post partum è una forma particolare di depressione in quanto il corpo che si sgrava vive il distacco del neonato come un lutto. E’ un momento molto fragile che può accompagnarsi con pianto, rifiuto di occuparsi del bambino, debolezza, e, a volte, forti squilibri psichici.
Nel caso di mia nonna, un analista avrebbe potuto fare poco, ci sarebbe voluto uno Stato protettivo che aiutasse una madre disperata a far sopravvivere la sua famiglia.
Il nonno paterno era troppo sensibile e intelligente. Colto in un mondo di analfabeti, ambizioso in un ambiente ostile e sfortunato. Comunista, e quindi messo al bando in un piccolo paese dell’Appennino rozzo e misero. Con una moglie disadatta a lui e 5 figli. Prima ha perso una gamba sotto il treno e ha perso il lavoro, poi si è costretto alla mendicità, (suonava un organetto per la strada), poi si è impiccato. Qui la miseria si unisce alle velleità di una intelligenza frustrata. Le cause sono esogene e endogene insieme.

Io nasco con queste stigmate, in più un problema respiratorio che mi ha resa handicappata dalla nascita e, come contorno, un padre-padrone che mi ha imprigionata in casa, impedendomi di avere contatti sociali al di fuori della scuola prima e del lavoro dopo, per 29 anni. Dunque delle condizioni limitative molto pesanti. La depressione è stata la conseguenza fisiologica di una prigionia unita a una invalidità fisica.
In seguito si sono aggiunte altre cause, nuove solitudini perché il marito per 30 anni ha lavorato lontano da casa, la difficoltà di avere un lavoro stabile, dieci cambi di abitazione (ricordiamo che il trasloco è 3° nella scala degli stress negativi, dopo il lutto e la separazione) e la spada di Damocle di una morte precoce.
Curiosamente, però, la depressione peggiore è venuta quando il problema più grave, quello respiratorio, si è risolto con un miracolo, e sono guarita definitivamente da una malformazione che doveva essere congenita e irreversibile e per cui ero arrivata vicina alla morte. Proprio allora, mi sono fatta 7 anni di depressione, una depressione molta strana perché ha aperto dei canali paranormali che assolutamente non volevo.
Da cui due considerazioni: non sai mai che bene può nascere dal tuo male o dal tuo bene, magari diventerai depresso perché finalmente ti sposi, o guarisci o vinci al superenalotto, o per qualcosa che ti accade ma non corrisponde a ciò che volevi.
Insomma la realtà più forte è sempre quella mentale, per cui già lavorare su quella è un primo passo e spesso non siamo infelici per ciò che è ma perché non accettiamo che non sia come lo vorremmo.
Poi, la vita è sempre piena di sorprese e può sempre stupirci con effetti speciali. E’ incredibile quel che può succederci domani o girando l’angolo.

(continua)
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JUNG 3 indice

Lezione 1 – http://masadaweb.org/2010/10/12/masada-n%C2%B0-1209-12-10-2010-jung-3-lezione-1-la-depressione-parte-prima/

Lezione 2 – http://masadaweb.org/2010/10/20/masada-n%C2%B0-1212-20-10-2010-jung-3-lezione-1-la-depressione-parte-seconda/

Lezione 3 – http://masadaweb.org/2010/10/26/masada-n%C2%B0-1214-26-10-2010-jung-3-lezione-3-l%E2%80%99immagine-sociale-l%E2%80%99archetipo-della-persona/

Lezione 4 – http://masadaweb.org/2010/11/04/masada-n%C2%B0-1218-4-11-2010-jung-3-lezione-4-a-un-passo-dalla-guarigione/

Lezione 5 -http://masadaweb.org/2010/11/09/masada-n%C2%B0-1221-9-11-2010-psicoanalisi-jung-3-lezione-5-la-depressione-di-jung-la-rottura-con-freud/

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http://masadaweb.org

6 commenti »

  1. “Ho giocato spesso con l’idea del suicidio… quando i demoni venivano ad assalirmi”
    (Ingmar Bergman)

    Commento:

    La colpa non era tanto dei demoni che lo assalivano quanto di Ingmar che non aveva
    imparato a distinguere il bene dal male innanzitutto, poi a scacciare schiacciandoli i brutti pensieri dal proprio cuore cioè a scegliere e prediligere il bene, corrispondente ai pensieri belli e buoni!

    Poi dicono che le disgrazie accadono a causa dei “Raptus”!

    A mio avviso dobbiamo imparare a schiacciare il male che nasce nel nostro cuore ed operare il bene che si può esprimere in miliardi di modi! I demoni non potranno competere con noi!

    Commento di Silvano — ottobre 13, 2010 @ 12:21 am | Replica

  2. Ciao
    continuerò a parlare di questo argomento anche nella prossima puntata. So che questo brutto male affligge tante persone buone e sensibili ma sono fiduciosa. Se sono guarita io (e sembro guarita davvero!) lo possono essere anche altri. Basta continuare ad avere fede che domani è un altro giorno e che le guarigioni esistono e i miracoli arrivano
    Tutti i miei più cari auguri
    vivia

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 13, 2010 @ 6:16 am | Replica

  3. “Quelle che riteniamo doti personali, davanti alla depressione, sono handicap. Per cui, se soffriamo spesso di depressione, vuol dire che siamo persone dotate e possiamo rallegrarcene.”

    Sono pienamente d’accordo, il problema è proprio quello di essere troppo consapevoli di ciò che ci circonda, addirittura talvolta anticipiamo gli eventi attraverso intuizioni captate da antenne sensibilissime….talvolta diventa un peso insostenibile. Penso che in questi casi, forse, la strategia della individuazione potrebbe servire come elemento costruttivo per alimentare energia positiva.

    Commento di Maria — ottobre 13, 2010 @ 4:18 pm | Replica

  4. Ciao Viviana,curo la mia depressione cercandoti quasi costantemente su web insieme a tante altre persone come te che danno luce alla mia mente.Credo anch’io di essere ciclotimico per cause sorte nella mia adolesenza che
    cariavano e sgretolavano la rupe della mia giovinezza.Però il mio ormai anziano padre impossibilitato dall’età
    e dalle circostanze di darmi una tutela economica,con la sua personale esperienza di una vita avventurosa era
    riuscito ad attivare la mia fantasia.Forse è per questo che sono sopravvissuto.La mia defunta compagna sapeva
    come contenere questa mia debolezza.Lei non si sarebbe mai potuta ammalare di depressione.Sto leggendo un pò
    di tutto e ultimamente libri di Rsffaele MORELLI.Comunque nelle tue esposizioni è dolce navigare.Un caro saluto Salvatore

    Commento di Salvatore — ottobre 13, 2010 @ 10:13 pm | Replica

  5. Cosa può fare una persona per aiutare un’altra in depressione?
    Cosa può fare senza cadere anch’essa nell’abisso scuro?
    Sarà che molti depressi sono tra le persone più intelligenti e non necessariamente quelle più buone e sensibili e non sopportano che chi sta loro vicino possa
    essere “sano” ,e cercano di tirar dentro nel baratro tutto ciò che gravita loro intorno.
    Oppure anche questo è un sintomo di questo brutto male?
    Ciao Viviana

    Commento di Paola Lombardo — ottobre 14, 2010 @ 6:33 pm | Replica

  6. Alla faccia del bicarbonato che roba questa Viviana !?!? Sei un MOSTRO di TUTTO!

    Una domanda: Gli zingari soffrono di depressione ??

    Commento di juan miranda — ottobre 15, 2010 @ 5:44 am | Replica


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