Nuovo Masada

giugno 18, 2009

MASADA n° 943 . 18-6-2006 DIARI DI VIAGGIO- LE AZZORRE

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(Siamo in tempo di vacanze ed e’ nostro piacere pubblicare anche i vostri diari di viaggio. Cominciamo con questo di Sauro.)

agosto 2000

Premessa
Quando si fa un viaggio si cerca sempre qualcosa: l’evasione dalla realta’ quotidiana, dai nostri problemi, dalle nostre angosce. Chi rifugge dalle sue paure
o dalla vita di tutti i giorni. Oppure si va in cerca di avventure, si va alla ricerca di qualcosa di nuovo. O, piu’ semplicemente si ricerca lo svago, il riposo, un po’ di relax.
Il nostro obiettivo di questo viaggio alle Isole Azzorre era duplice. Ricercare contemporaneamente un mix di relax e di avventura.

In realta’ alle Isole Azzorre di avventura ce n’e’ ben poca, si tratta di isole molto tranquille, sotto molti punti di vista, in pratica un mondo rurale, fatto di contadini e pescatori. Ma l’avventura consisteva principalmente nello scoprire una nuova meta turistica di cui nessuno aveva minimamente saputo dirci nulla. Con questo spirito siamo partiti, e via via che percorrevamo il nostro viaggio abbiamo capito perche’ nessuna delle persone che conosciamo sia mai stata alle Isole Azzorre. E leggendo questo resoconto del viaggio lo capirete anche voi. In realta’ poi di italiani ne abbiamo incontrati parecchi, tutti con il nostro stesso intento: scoprire cosa c’e’ in queste isole.

Preciso che quando, prima di partire, mi veniva chiesto dove sarei andato in ferie, alla mia risposta tutte le persone mi dicevano enfaticamente: “Ah, ma che bello, bellissimo, anche io ho sempre desiderato andarci, alle Azzorre”. E’ bene sapere che nessuna di queste entusiaste persone aveva la benche’ piu’ pallida idea di
dove fossero tali isole, ne’ io ho contribuito a dissipare i loro dubbi!
L’Arcipelago delle Isole Azzorre comunque e’ situato al largo delle coste del Portogallo, di cui fanno parte, con una autonomia amministrativa, a circa 2.000 km. in direzione OVEST, in mezzo all’Oceano Atlantico.

Constano di nove isole.
Esse sono:
San Miguel
la piu’ grande, la principale, dove si trova la capitale dell’arcipelago, Ponta Delgada;
Pico
la seconda in ordine di grandezza, con capitale Pico de Fayal;
Terceira
capitale Hangra do Eroismo;
Graciosa, San Jorge, Santa Maria, Fayal, Flores, Corvo.
Sono giornalmente collegate tra di loro da servizi di traghetti, di cui pero’ noi non abbiamo ne’ approfittato ne’ chiesto i costi, e da aerei. I collegamenti aerei sono garantiti da una compagnia controllata dalla TAP (non so dirvi in che misura), la Sata – Air Açores, piccola ma mi e’ parsa abbastanza efficiente, con un buon
standard qualitativo negli aerei (che non fa mai male!). Per cui, in base al periodo di permanenza e alla vostra voglia di spostarvi e’ possibile vederle quasi tutte- I biglietti aerei sono abbastanza a buon mercato.

Pur di partire da Bologna, la nostra citta’, io e la mia compagna abbiamo deciso di fare il giro dell’Europa. E quindi siamo passati da Parigi, con l’AIR FRANCE, sul cui aereo la compagnia francese ha servito uno dei migliori pasti che io abbia mai avuto occasione di consumare in volo. Abbiamo poi transitato dall’aeroporto di Lisbona, e con la TAP, la compagnia portoghese, raggiunto la nostra prima meta, l’aeroporto di Funchal, nell’Isola di Madeira. Si’, perche’ in realta’ non siamo stati solo alle Azzorre, ma prima abbiamo pensato bene di fare un saltino nell’Isola, appunto di Madeira. La prima impressione di Madeira e’ di una isola in preda allo “sbancamento”. Ovvero di un enorme cantiere, dove si sta sbancando il terreno per costruirvi di tutto, dall’autostrada, al grande complesso alberghiero a case nuove. Particolare l’atterraggio, anche se non sono stati corsi pericoli reali, ma per turbolenze e vuoti d’aria fino quasi a quando l’aereo ha toccato terra. Probabilmente cio’ e’ dovuto alla particolarita’ della pista, che pensate, e’ quasi interamente costruita su delle enormi palafitte di cemento armato sul mare, praticamente una meraviglia dell’ingegneria umana.
Trasferimento con un taxi all’Hotel Raga di Funchal, da cui l’aeroporto dista circa una ventina di chilometri. Albergo prenotato dall’Italia, visto il periodo, anche qui, di alta stagione, ma pagato in loco. Cena in un ristorante sulla via principale, nelle vicinanze del nostro albergo, dal nome altisonante, ma dal servizio e dalla qualita’ non all’altezza del nome, il Paradise, comunque con un ottimo “espadarte grilhado”, ovvero pesce spada grigliato. La cucina e’ portoghese. Non e’ certamente ricca di piatti, manca la varieta’. Anche se vi piace il pesce, a parte eccezioni, le varieta’ su cui potete giocare non sono poi tante. Il pesce spada, il tonno, e l’onnipresente “baccalau”, il baccala’ o altrimenti detto merluzzo. Anche la carne non si presta a molte variazioni. Qualche bistecca, di mucca o di maiale, e stop. Poco presente il pollo, e di solito cucinato in un modo soltanto, il classico arrosto. Quasi mai presente, in tutte le isole, la carne di agnello, presente invece sul continente.

(Pico)

Partiamo visitando la cittadina di Funchal. Non e’ niente di che. Unica nota di colore e’ la bistecca di tonno grigliata in un bar nella via pedonale, in pieno centro, per il resto niente di particolare da segnalare in questo che e’ poco piu’ di un borgo, alla cui periferia sono stati costruiti enormi complessi alberghieri, tipo Isole Canarie o sud della Spagna, e tuttora ne stanno costruendo. La cittadina di Funchal e’ peraltro dotata di un Casino’, in cui abbiamo fatto una fugace apparizione.
Come noto, Madeira e’ famosa nel mondo per il suo vino e soprattutto per il tipo di legno, il Madeira, appunto, dal quale prende il nome. Trattasi di un caratteristico tipo di vino “mediterraneo”, ovvero piuttosto alcolico e liquoroso. Abbastanza buono, comunque. Se non avete problemi di bagaglio e di dovervelo portare in giro come avrei dovuto fare io, ve ne consiglio l’acquisto qui, in uno dei tanti negozi, a Lisbona vi verrebbe a costare di piu’, aeroporto e duty free compreso.

(Pico)

Domenica
Dopo una appetitosa colazione nel nostro Hotel a buffet e rigorosamente di plastica, iniziamo un penoso pellegrinaggio alla ricerca di una macchina. Ci rendiamo conto di quanto turismo ci sia in questa piccola isola, e’ veramente un’impresa riuscire a trovare un’auto, e la troviamo solo presso una agenzia di “rent a car” (noleggio di auto) di veri e propri strozzini, in quanto la tariffa e’ circa il doppio di quella che dovrebbe essere. Tra un pellegrinaggio e l’altro mi sovviene che non abbiamo un volo da Madeira a San Miguel (e’ l’isola capitale dell’arcipelago delle Azzorre). Comincio a telefonare all’aeroporto, procurandomi il numero dalla reception dell’albergo. Alla compagnia TAP – Air Portugal non risponde nessuno. Cerco le pagine gialle locali in uno dei cassetti del comodino, che per fortuna ci sono, insieme all’immancabile Bibbia. Provo a telefonare alla Sata – Air Açores. Non risponde nessuno. Finalmente, alternando i numeri ed insistendo, qualcuno mi risponde. E’ un operatore automatico, che “intuisco” mi dica che il numero che sto componendo non va bene o non c’e’ nessuno perche’ e’ domenica, e mi detta un altro numero a cui rivolgermi. Mi risponde una signorina molto gentile, con cui blocco un volo ”al volo” da Funchal (Madeira) a Ponta Delgada (San Miguel).

(Cascata in Nordeste)

L’isola e’ di origine vulcanica. La percorriamo in lungo ed in largo in tre giorni senza nessuna difficolta’ e senza nessun affanno. Partiamo puntando ad Ovest, la prima tappa e’ un bellissimo punto panoramico, in pratica un balcone a picco – il dislivello e’ di 500 metri – sul mare. Da non perdere, meglio se vi portate un binocolo. Attenti ai sauri… la zona infatti e’ piena di lucertole, molto intraprendenti e per nulla intimorite, che vi saliranno persino sui piedi, e, se non state attenti e lasciate in giro zaini e borse,
entreranno pure in quelli! Nel primo pomeriggio, gia’ assuefatti al fuso orario e ai costumi del posto, pranziamo. Il fuso orario di Madeira e’ di – 1 ora rispetto all’Italia. Mentre visitiamo la parte ovest dell’isola, a Prazieres, piccolo villaggio dell’interno, assistiamo ad un rito religioso. Dovete immaginarvi un piccolo paese, dove al centro, c’e’ la chiesa. Una strada, ad anello, di circa un chilometro, che parte dalla chiesa e ritorna alla chiesa. Lungo questo percorso qualcuno ha compito un paziente lavoro, ha steso un tappeto di fiori, pieno di colori. Un tappeto della larghezza di circa 40 cm. Quanto tempo ci avranno impiegato, a prepararlo? Qualcuno mi ha detto che tanto, li’, non hanno poi altro da fare. Potra’ pur essere vero, ma si e’ trattato di un lavoro incredibile. Assistiamo, palesemente incuriositi, alla processione. Si svolge in vecchio stile. Davanti, all’inizio, i bambini e i ragazzini, in ordine di altezza. Sono tutti vestiti a festa, le bimbe con abiti bianchi, ricchi di pizzi e merletti, come usava da noi 20 anni fa quando si faceva comunione o cresima. I bimbi con la giacchetta e la cravatta o il papillon. Poi le donne, anche loro tutte imbellettate e con gli abiti della festa, giacche rosse. Poi un baldacchino, tenuto da quattro uomini, che fa ombra al prete, che tiene, a mani giunte, un ostensorio. Particolare importante. Tutti sono in fila indiana, l’uno dietro all’altro, disposti su due file. In mezzo il tappeto di fiori. Le due file sono ai lati del tappeto. Tutti si guardano bene anche solo dallo sfiorarlo. L’unico che non solo lo sfiora, ma ci gira sopra, e’ il prete! Dietro gli uomini anche loro tutti vestiti in modo quasi uniforme. Poi la banda. Si’, persino la banda. Infine, da buoni ultimi, la gente vestita in modo normale, ovvero piu’ dismesso. La processione ha termine da dove era partita, cioe’ dalla chiesa, dove una quantita’ di gente superiore a quella che la chiesa puo’ contenere cerca di entrare. I portoghesi sono, oltre che cattolici, anche molti praticanti. La festa comunque era abbastanza suggestiva, e lo spirito di sacrificio era ben rappresentato dal popolo in processione, visto che era pieno pomeriggio (erano circa le 16), un sole a picco, ci saranno stati 30 gradi, e tutti erano vestiti con delle giacche, mentre noi eravamo desnudi e stavamo bene.

Lunedi’
Ora che abbiamo la macchina possiamo permetterci di andare a fare colazione nel centro di Funchal, in una pasticceria seria, altro che la plastica del nostro Hotel.
Verso le nove ci rechiamo nel centro di Funchal, alla TAP, per pagare il biglietto. E qui comincia l’avventura vera, altro che Alpi Tour! La prima impresa e’ trovare il parcheggio. Siamo in un’isola in mezzo all’Oceano Atlantico, ma il traffico e’ quello di New York! Anzi, a New York, da quello che ricordo io, e’ piu’ facile parcheggiare! Poi, finalmente, una volta sbarazzati della macchina in un parcheggio sotterraneo, raggiungiamo a piedi l’agenzia della TAP (Transporte Aerovial de Portugal). In un primo momento sembra che dobbiamo fare una fila di circa 40 persone. Prendiamo il biglietto dal salvacode ed usciamo, a fare un giro. Quando torniamo non e’ cambiato niente, abbiamo sempre 40 persone davanti! Allora noto, in disparte, un cartello, che reca piu’ o meno un avviso del tipo: “Chi deve riservare o acquistare biglietti non e’ tenuto a fare la fila”. Mi paro davanti all’impiegata, ed in inglese maccheronico (non serve qui sfoggiare il vostro accento oxfordiano, rischiate di non venire compresi…) le spiego che ho riservato il volo n. x con la compagnia y, ecc. ecc. che vorrei pagare i biglietti. Lei comincia a scusarsi, e mi dice che non puo’ accettare il mio pagamento, ma che devo, io, procurarle il numero della riservazione ed altri estremi che non sarei riuscito a darle nemmeno se io fossi stato la sibilla cumana! Questo perche’ loro, la TAP, che controlla la compagnia Sata Air Açores, non hanno il collegamento integrato dei sistemi procedurali, lascia pur dire a lei! Quindi lei, si scusa come una giapponese, ma mi mostra, desolata peraltro, il terminale, dicendomi che lei non e’ in grado di collegarsi con il sistema della Sata, dove ci sono i dati che le necessitano per emittermi i biglietti.
Quindi cosa mi consiglia di fare? Di telefonare alla Sata, e di chiedere loro di mandarle un fax con gli estremi di cui “lei” ha bisogno! Le chiedo, visto che io non parlo una parola di portoghese, se gentilmente puo’ fare lei, la telefonata. Lei mi risponde che la farebbe molto volentieri, ma i suoi mezzi telefonici, (oltre a quelli del terminale!) sono limitati, non puo’ fare telefonate all’esterno. Esco, in preda ad una crisi di sconforto, e faccio una telefonata che sento mi verra’ a costare piu’ dello stesso biglietto aereo, visto che uso il mio cellulare da qui, Madeira, passando dall’Italia, attraversando il Portogallo, per andare a finire alle Azzorre!
Per fortuna sembrano intuire la cosa, per fortuna non mi allontano molto dall’agenzia, e come in preda ad uno spot pubblicitario mi metto a correre verso l’agenzia, porgo il cellulare alla impiegata, interrompendo maleducatamente la conversazione che aveva gia’ in atto, dicendole che in linea c’e’ la sua collega della Sata , di chiedere a lei i dati che le servono. E’ fatta! Le due si parlano, sembra tutto chiarito: abbiamo i biglietti, finalmente! Usciamo e andiamo al parcheggio dove avevamo lasciato la nostra auto. Ma l’uscita e’ un trabocchetto! Infatti non ci sono segnali di nessun tipo, ne’ di dove sia l’uscita, quando siete ancora all’interno, ne’ di quale direzione dobbiate prendere, una volta messo fuori il muso della macchina. Ed infatti, se non sono lesto di riflessi, andando a destra sarei finito, di repente, in una scalinata! Il consiglio e’: guidate con prudenza, i cartelli segnaletici sono scarsi, ridotti al minino indispensabile. Al limite della pericolosita’, per come siamo abituati noi in Italia. E finalmente partiamo con la nostra Seat Arosa per un tour dell’isola, passando dal centro, percorrendo paesaggi quasi alpini, raggiungendo un bel passo, e puntando verso nord – ovest, in direzione di Puerto Moniz. Attraversiamo anche un altopiano desertico, dove l’unica pianta che ci e’ data di vedere e’ una specie di felce. Punto suggestivo, Puerto Moniz. Come tante altre parti dell’isola si raggiunge dopo una serie incredibile di tornanti, perche’ quasi tutta la rete stradale e’ un insieme di strade con tornanti che vanno prima su e poi giu’. Per cui e’ bene che se noleggiate un’auto vi accertiate che i freni funzionino, o potreste trovarvi in una avventura non pianificata. Trattasi di un tipico, piccolo ed anche povero, da quel che si e’ potuto notare, villaggio di pescatori. In un insieme di scogli di origine lavica, nerissimi, dove, in mezzo a degli anfratti, sono state organizzate delle
piscine naturali, per cui e’ possibile fare il bagno nell’acqua di mare senza esporsi alle onde ed alle pericolose correnti dell’Oceano Atlantico. Nell’unico ristorante che mi sembra decente scopro un polipo marinato eccezionale, squisito.
Proseguiamo e visitiamo il paesino di XXXXXX, una vera chicca, da non perdere, praticamente 50 metri di via da percorrere. Si puo’ visitare in 10 minuti. Da li’ si riparte, verso il centro dell’isola e la sua parte piu’ alta. E’ molto suggestivo, in quanto si passa in pochi chilometri e in poco tempo dal paesaggio della spiaggia o della scogliera a picco sul mare alla vetta del Monte Areiro, circa 1.800 metri s.l.m., da dove, in una giornata di tempo bello e cielo terso come abbiamo avuto la fortuna di approfittare, si gode veramente una vista fantastica. Si ha l’impressione di essere sul tetto del mondo. Ebbene si’, un piccolo mondo, ma la sensazione e’ veramente suggestiva. Consigliatissimo. Volendo nella zona e’ possibile effettuare anche delle escursioni di trekking, ci sono dei sentieri sufficientemente segnalati, io stesso ne ho percorso uno, di circa due chilometri, bello e semplice, anche se a tratti esposto, ma fornito di una ferrata, per cui non vi sono rischi. In un negozio del centro ho notato che vi sono delle piantine che riportano i percorsi dei sentieri, per cui gli amanti delle passeggiate in montagna qui si possono divertire.
Raggiungiamo la cima del Monte da nord, e attraversiamo un bellissimo bosco di pini e abeti che dona l’impressione di essere in un paesaggio tipicamente alpino.

(Fajal)

Martedi’
Partiamo ma dopo una colazione nella pasticceria che abbiamo scoperto, l’ultimo giorno, essere sotto il nostro albergo! Molto migliore di quella plastica del nostro Hotel a quattro stelle. Almeno una stella di questo albergo e’ rubata, non ne merita, secondo gli standard internazionali, assolutamente piu’ di tre.
Visitiamo la Punta di San Lorenzo, una piccola penisola che si protende verso l’Oceano Atlantico, che degrada verso il mare con delle belle scogliere, dove si creano dei giochi d’acqua molto suggestivi, formando uno spettacolo naturale da vedere, con calma. Poi proseguiamo fino a XXXX, dove ci dovrebbero essere delle strane casette tipo quelle di Biancaneve e i sette nani, ma a parte due messe palesemente li’ apposta come specchio per le allodole per i turisti, non ne vediamo altre. Rientriamo nel nostro albergo per goderci un po’ la piscina. Caratteristica infatti di tutti questi enormi complessi alberghieri presenti a Funchal e’ di fare a gara a chi la piscina piu’ bella. Le spiagge infatti a Madeira di sabbia non esistono, e gli alberghi fanno a gara a chi ha la piscina piu’ bella e piu’ grande.
La stagione migliore per venire qui non e’ agosto, per un italiano, che in questo periodo dell’anno ha a disposizione tante localita’ con un bel mare e delle spiagge sicuramente piu’ belle. Quanto piuttosto nei periodi in cui da noi fa gia’ freddo o fa ancora freddo. Come tipo di localita’ e’ molto simile alle Canarie. Grandi alberghi. Con la piscina. Poche se non inesistenti spiagge. Acque dell’Oceano piuttosto fredde. Ma la forza di quest’isola e’ il suo clima mite. Della temperatura favolosa.
Mai caldo torrido. Mai freddo. Media di 25 gradi centigradi quasi tutto l’anno. Quasi assente l’afa, che invece tanto ci opprime nella Padania. In pratica una sorta di Paradiso, quando da noi la temperatura e’ 5-6 gradi sottozero! Proprio in virtu’ di questa fantastica temperatura abbiamo potuto utilizzare gli stessi capi di vestiario per piu’ giorni, in quanto praticamente non sudavamo.

(Porto Pim)

Mercoledi’
Consegnata la macchina andiamo in aereo a Ponta Delgada, Isola di San Miguel, capitale dell’arcipelago delle Isole Azzorre. Arriviamo e cerchiamo un ufficio del turismo. Non abbiamo niente. Ne’ da dormire ne’ una macchina, siamo allo sbaraglio. Un ufficio con sopra una insegna che riporta la scritta turismo c’e’, ma e’ sigillato da una saracinesca. Siccome avremo modo di ripassare altre volte, in orari tra di loro diversi, da questo aeroporto, vi anticipo due cose:
- non fate troppo affidamento sugli uffici di turismo; – questo dell’aeroporto e’ sempre chiuso, chissa’, forse erano andati in ferie anche loro. Per sempre, pero’!
Con iniziativa da “piccolo esploratore” decido che prenderemo un taxi (contrattando!) e andremo, bagagli in mano, a Ponta Delgada, e li’ ci rivolgeremo all’ufficio di turismo (sperando sia aperto). In pochi minuti siamo nel centro di questa piccola ed amena cittadina. Il primo colpo d’occhio e’ di una citta’ molto tranquilla, molto lontana dal caos di Funchal. L’ufficio turistico pero’ non serve praticamente a niente, e francamente, anche se rischio di essere tacciato di antisindacalismo, non riesco proprio a giustificare lo stipendio dei dipendenti!

(Ponta Delgada)
L’unico aiuto che potete avere e’ ottenere l’elenco delle case di privati presso cui e’ possibile pernottare, oppure le solite mappe e piantine, qualche consiglio su cosa vedere ma niente di piu’. Non hanno la minima idea ne’ della ricettivita’ alberghiera, ne’ se esistono gli alberghi, ne’ tantomeno riservare o prenotare, niente di niente. E’ necessario rivolgersi ad una agenzia di turismo. E cosi’ facciamo. Ma i ritmi qui alle Azzorre, sono cosi’ tranquilli, che i negozi, tutti, chiudono inesorabilmente alle 12 – 12,30 e riaprono verso le 14 -15. Per poi chiudere verso le 18 – 18,30. Ci rivolgiamo alla agenzia che ci viene consigliata, la piu’ vicina, visto che siamo pieni di bagagli fino alle orecchie. Ma siccome e’ solo l’una, dovremo aspettare un’oretta. L’agenzia e’ l’Abreu, molto diffusa, scopriro’ in seguito, in tutto il Portogallo. Discretamente
efficiente, ve la consiglio. Con una gentilissima dipendente, Paola, una specie di angelo, pianifichiamo tutto il resto della vacanza e riserviamo tutto quanto possibile, auto, pernottamenti, voli aerei. La ricettivita’ delle isole Azzorre e’ scarsina, ed essendo in alta stagione non riusciamo sempre a trovare sistemazioni in Hotel, per cui e’ necessario ripiegare sull’ospitalita’ presso delle case private. Proprio da qui, da Ponta Delgada, sperimentiamo la prima casa privata. L’esperienza non e’ positiva. La pulizia lascia a desiderare. L’ospitalita’ della signora padrona di casa e’ eccessiva, in quanto quando comincia a parlare non la finisce piu’. Il problema, oltre che al fastidio di dover ascoltare qualcuno (o far finta di ascoltare, visto che non capivamo nulla!) quando non avete voglia di ascoltare nessuno e questo non lo capisce, e’ che spesso queste persone non solo non parlano una sola parola di inglese, non parlano nemmeno il portoghese!
Dopo aver sistemato le nostre cose visitiamo la cittadina, che si rivela non avere quasi nulla di particolare interesse. Diffidate delle guide tipo “Martedi’ di Repubblica” e similari. La mia compagna di viaggio ne aveva portate con se circa una decina, tutte perfettamente inutili o quasi. Vi chiederete il perche’. E’ presto detto. In parecchi casi le indicazioni fornite erano delle bufale. Oppure erano imprecise. Un caso per tutti. A Ponta Delgada una di queste consigliava di alloggiare all’Hotel San Pedro, in stile coloniale, effettivamente molto caratteristico. Per chi non riusciva (l’Hotel ha solo 45 camere) o per chi non se lo poteva economicamente permettere consigliava di approfittare dell’ottimo ristorante, a buon mercato, a dire della pseudo guida. Ebbene, ci presentiamo al portiere dell’Hotel, un giovane di belle speranze, il quale ci dice che non c’e’ nessun ristorante, che lui non ha mai visto nessun ristorante da quando lavora li’. Annarita non e’ soddisfatta. Sostiene che essendo lui molto giovane, potrebbero averlo assunto da poco tempo, forse il ristorante c’era fino all’anno scorso. Ma la guida e’ indifendibile! Il portiere mi accompagna da un anziana signora dietro una scrivania, aveva l’aria di una contabile, ma quel che piu’ importa, di una che lavorava li’ da parecchio. In tono deciso mi dice: “il ristorante c’era, ma ha chiuso circa sei anni fa”. Traete le conclusioni da voi stessi. Dopo una modesta ma accettabile cena al ristorante Nacional andiamo a goderci il meritato riposo.

Giovedi’
Ci alziamo, facciamo colazione nella modesta cucina della nostra padrona di casa, che ci parla in un idioma a noi sconosciuto, di cui non comprendiamo una parola.
L’unico concetto che capiremo in tre giorni che restiamo con lei e’ un piccolo mozzicone di quello che doveva essere un intero ed articolato discorso: “valore estimativo”. La colazione e’ qualitativamente cosi’ scarsa, che io la nascondo in un tovagliolo di carta, nelle mie intenzioni avrei poi voluto gettare il tutto nel
bidone dell’immondizia. In realta’ poi me lo dimentichero’ sulla tavola: chissa’ cosa avra’ pensato la signora! Con un taxi, contrattando il prezzo (!!) andiamo all’aeroporto, e abbastanza velocemente disbrigo le pratiche della macchina, all’AVIS. State attenti. Anche qui mi vogliono fregare. Anticipo alcuni punti
sull’argomento macchine a noleggio. Mi spiace dirlo, ma quasi tutti i noleggi hanno cercato di fregarmi. A Madeira la macchina non aveva, come in tutto il mondo (persino nel terzo mondo, neanche in Costa Rica, mi era successa una cosa simile!) il pieno, ma il serbatoio era vuoto; pertanto dovevo restituire la
macchina con il serbatoio vuoto! Quindi dovevo girare con lo stress di dover consegnare la macchina senza benzina, impresa non proprio facilissima!
Comunque ci sono riuscito. Successivamente, sia a Terceira, sia a Ponta Delgada, la macchina ci e’ stata consegnata con il serbatoio pieno a meta’. Non solo era difficile capire quanta benzina vi fosse effettivamente nei serbatoi, visto che spesso le spie segnalano in modo abbastanza approssimativo il livello del carburante. ma in entrambi i casi le spie non funzionavano!! Quindi ho gestito manualmente la situazione, facendo la benzina “ad occhio”: rendetevi conto!
Solo in un caso, a Fayal, la societa’ di noleggio si e’ comportata in modo corretto e normale, fornendoci la macchina con il pieno. Mentre invece, al momento di riconsegnare la macchina all’aeroporto di Ponta Delgada, l’impiegato (il solito imbelle, che pero’ ci fa la posta) dell’AVIS, quando gli ho detto che la macchina
aveva meta’ pieno, voleva addebitarmi la differenza sulla carta di credito dicendo che doveva essere riconsegnata piena. Animata discussione, e quando riesco a fargli notare un documento dove un “suo” collega aveva scritto a chiare lettere “meta’ pieno” questo lestofante mi chiede, bonta’ sua, scusa! Quindi attenzione: diffidate sempre, dei portoghesi! I problemi della nostra auto non sono finiti qui- Il quadro del cruscotto era elettrico: sembrava di essere su una astronave.
Peccato che nessuna delle spie o degli indicatori funzionassero! Era tutto completamente saltato! In pratica non sapevo:
-quanta benzina avevo;
-la velocita’ che stavo facendo;
-quanti chilometri avevo percorso
Iniziamo il giro e sembra di essere in Scozia: nuvole bassissime ci circondano, siamo in mezzo ad una nebbia irreale, sembra di essere in un film. Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare dell’anticiclone delle Azzorre. Se non tutti, molti. Senza entrare in merito a discorsi meteorologici, va detto che questo anticiclone
staziona in modo quasi “permanente” su questo arcipelago di isole da cui prende il nome. Nel periodo primaverile – estivo esso pero’ tende ad espandersi verso l’Europa, ed in conseguenza anche verso di noi, proteggendoci dalle invasioni delle perturbazioni del suo avversario, la depressione semipermanente
dell’Islanda. Voi vi chiederete: perche’ questa lezione pedante di metereologia? Perche’ i mesi estivi sono sicuramente i piu’ sconsigliati per un viaggio qui, in quanto, a meno di stravolgimenti atmosferici (peraltro, causa effetto serra, forse gia’ in atto) l’anticiclone e’ disteso sull’Europa, lasciando l’arcipelago in balia delle
nuvole e delle piogge. Questo, e’ il motivo. Il periodo migliore per visitarle risulta essere l’inizio primavera o l’autunno. Ed ora il perche’ del loro nome. In tutto l’arcipelago e’ diffuso un rapace, un piccolo falchetto, nobile, l’astore. Quando arrivarono i portoghesi chiamarono questo arcipelago con il nome dell’astore in
portoghese: «açores», ovvero «astori». Quindi le Azzore in realta’ si dovrebbero chiamare, in italiano, isole degli astori.

(Caldeira velha)

Visitiamo il piccolo borgo di Sete Cidades, inesistente. Poi la Laguna Verte e la Laguna Blu. Come altri arcipelaghi ed isole sparsi per il mondo anche questo e’ di origine vulcanica. Le due lagune, belle e riposanti, molto distensive, altro non erano che le caldeire di antichi vulcani. In particolare la Laguna Blu ha un’acqua con una bellissima colorazione. Molto bucolico tutto l’ambiente. Adatto, se ne avete voglia, ad una scampagnata. Tutta l’aerea e’ attrezzata per fare dei barbecue, di tavoli e panche di legno, e qui potrete consumare un pasto veramente a contatto con la natura ed in completo relax. Molto consigliato. Non verrete certo stressati dalla ressa: non abbiamo incontrato che pochissime anime, in giro. Il villaggio, pur dando l’impressione di essere abitato, sembrava popolato da fantasmi. Una raccomandazione: attenti mentre guidate ad ostacoli improvvisi che vi si potrebbero parare davanti! Ci e’ accaduto piu’ volte, infatti, di trovare improvvisamente, anche dopo una curva, una mandria di mucche che si stava spostando sulla strada. Una volta una mandria di pecore.

E chissa’, stando li’ ancora, cos’altro avremmo potuto incontrare! Facciamo una piccola sosta nel paesello di Rabo da Peixe, famoso nell’isola come porto per la pesca, e a detta di un toscano che avevamo
conosciuto, uno dei paesi piu’ poveri di tutta l’isola (forse di tutto l’arcipelago) e l’impressione che abbiamo avuto noi e’ che sia vero! A Riberira Grande (seconda cittadina dell’isola di San Miguel) troviamo una spiaggia di sabbia, ma per raggiungerla dobbiamo fare una specie di camel trophy. Infatti una parte della spiaggia e’ utilizzata come discarica; c’e’ di tutto, comprese delle carcasse di animali putrefatte che emanano un fortissimo puzzo maleodorante. Quando risaliremo, a fatica, sulla strada, notero’ nei miei piedi macchie di catrame: evitate assolutamente certe spiagge! Questa, di Riberira Grande, assolutamente!
Trovero’ una pizzeria, l’unica, credo non solo di Ponta Delgada, ma forse di tutta l’isola. Ma comunque e’ abbastanza buona, anche se non eccezionale. Sarebbe la famosa notte delle stelle cadenti, questa, ma da qui l’unica cosa che sarebbe al limite possibile veder cadere sono gli aerei, che particamente ci atterrano in testa, tanto l’aeroporto e’ vicino. Per le stelle si rimanda all’anno prossimo, in quanto il cielo, toh, che sorpresa, e’ nuvoloso.

(San Miguel)

Venerdi’
Facciamo colazione per conto nostro, evitando la signora monoglotta. Ci rechiamo in agenzia, dobbiamo ritirare tutti i vouchers per i prossimi giorni da Paola.
L’agenzia perde un po’ in efficienza, perche’ devo aspettare qualcosa come due ore, prima di poter uscire. Tanto e’ vero che Annarita, palesemente stizzita, prende su e se ne va a fare shopping, lasciandomi li’ come un baccala’! Ma esco carico di biglietti, aerei e non, e scarico di escudos.

(Sete citades)

Informazione importante: il fuso orario; nelle Azzorre e’ di – 2 ore rispetto all’Italia.
Ci dirigiamo verso Est, troviamo, poco lontana da Ponta Delgada, una bella spiaggia, dove ci fermiamo due orette. Attenzione al sole, qui, che batte forte. Sembrava incredibile, ma appena ci stendevamo noi sulla spiaggia, anche se era completamente nuvoloso, dopo pochi minuti appariva il sole, ustionante, mentre noi avremmo preferito rimanere all’ombra, almeno delle nuvole, visto che qui gli ombrelloni sono un oggetto che sembra non essere ancora stato scoperto! Le spiagge belle, dove merita di fermarsi, sono segnalate, in modo chiaro da una bandiera azzurra. All’ufficio di turismo richiedete la piantina dell’isola, e’ sufficientemente dettagliata, le spiagge sono bene indicate con il simbolo di un ombrellone, che, ironia della sorte, non c’e’! La spiaggia piu’ bella che troviamo e’ nella parte EST dell’isola, ed e’ la spiaggia di
Lombo Gordo. Si raggiunge con una strada tutta tornanti, infatti si scende da una altezza di circa 300 m.s.l.m. e ad un certo punto si deve lasciare la macchina e fare un sentiero molto tranquillo a piedi, per circa 300 m. Ma ne vale la pena. Da non perdere.
Ripieghiamo su Furnas, dove alloggiamo, presso una casa privada, per due notti. Il nostro padrone di casa e’ un soggetto a dir poco allucinante. Non sta mai zitto!
E’ di una avidita’ mostruosa. Pensa solo al danaro, mi sembra Paperon de’ Paperoni. Ha la casa piena di immagini sacre, nemmeno in un convento ce ne sono tante. Ma il suo collezionare icone mi sembra solo bigottismo e incoerenza con i suoi comportamenti. Bocciato. Ceniamo nel ristorante della piazza principale di questo squallido paese, dove proviamo la specialita’ del posto, il “cocido”, un bollito misto cotto (in teoria, in realta’ lo cucinano nel microonde) nelle caldeiras, sorgente di acqua calda naturali. Incontriamo una coppia di personaggi particolari, secondo noi sono degli “esoterici”, ma non lo sapremo mai! Comunque la cena e’ buona e la conversazione e’ molto interessante e stimolante. La notte possiamo ammirare dalla nostra camera una suggestiva luna piena, che ogni tanto sparisce in mezzo alle immancabili nubi, si riescono ad intravedere le montagne intorno a noi e io ho l’impressione di sentire un’aria di “magia”….

Sabato
Facciamo due passi in quelle che credevo essere le Terme, e che invece risultano essere una specie di “casa per terminazione di anziani”, da cui fuggiamo precipitevolissimevolmente! Visitiamo le sorgenti termali presenti nella zona, in pratica dei piccoli geyser. Poi in macchina andiamo verso Nordeste. Cittadina che
non deve essere un granche’ perche’ non me lo ricordo affatto! Trascorriamo una parte del pomeriggio distesi a divagare la nostra mente ed il nostro spirito su un bel prato ai lati della Laguna Furnas. La cena e’ un dramma. Troviamo un ristorante che ci ispira, entriamo, sono le ore 21,02 e sapete cosa ci dice quello che oltretutto sembrava essere il padrone? “Mi dispiace, signori, la cucina chiude alle 21!”. Sigh. Ripieghiamo su una specie di “pub”, che sembra aver iniziato l’attivita’ da pochi giorni, tanto tutto sembra nuovo. Guardando uno dei centomila depliants di Annarita, peraltro spesso inutili e fonte di scoliosi per lei che se li trascinava sempre dietro nella sua immancabile sporta che non lasciava mai, noto una foto raffigurante dei bagnanti in una vasca naturale di acqua calda mista fango, tipo Saturnia. Non avendola noi trovata, chiedo al proprietario. Il quale mi dice di non avere la piu’ pallida idea di dove essa possa essere. Forse e’ la stessa foto dei bagnanti nella stessa pozza di acqua naturale? E sapete dov’era? Nel parco di Furnas, a pochi metri da quell’imbecille del pub a cui l’avevo chiesto! Ma come sono messi??

Domenica
Partiamo di buon ora da Furnas, ben contenti di liberarci di quella sanguisuga del nostro padrone di casa. Consegna della macchina in aeroporto (dove vogliono estorcermi il pieno, ricordate?). Con un aereo della compagnia SATA – Air Açores raggiungiamo l’isola di Terceira, aeroporto di Layes, a 25 km. circa dalla capitale, Hangra do Heroismo. All’aeroporto di Layes, dove arriviamo verso mezzogiorno, trovo Dona Nina, piuttosto secca di modi, che ci rifila una Fiat 500 un po’ (!!) scassata. Partiamo ed iniziamo subito il giro di quest’isola. Visitiamo subito un piccolo borgo, abbastanza frequentato. Oggi e’ domenica, ed abbiamo notato, anche a Madeira, che tutti quelli che possono si recano dove e’ possibile fare il bagno, spiaggia e non. Ed anche qui non si sfugge a questa regola. Come in tanti altri punti ed in altre isole e’ stata ricavata una sorta di piscina naturale dal mare, o sfruttando la presenza di scogli naturali o tramite sbarramenti artificiali. Oggi fa molto caldo. Al contrario dell’isola di San Miguel, dove spesso era nuvoloso ed il clima cambiava molto velocemente, sole-nuvoloso-pioggia-sole-vento-ecc., da qui in poi troveremo sole fisso. Facciamo sosta vicino al porto di un altro paese lungo la strada che stiamo percorrendo, io ho adocchiato un ristorante che mi ispira. E’ un ristorante ruspante, pieno di locali. Mangiamo dell’ottimo pesce, a buon prezzo. Io prendo di nuovo il polpo, davvero squisito. Qui ho una crisi “automobilistica”. Parcheggio il nostro catorcio praticamente in mezzo alla strada. Perche’, vi chiederete. Perche’ era da Madeira che avevamo notato che loro, gli automobilisti locali, non hanno ne’ scrupoli, ne’ prudenza, ne’ tantomeno educazione stradale, direi. Infatti gia’ molte volte eravamo rimasti sorpresi nel vedere come auto, camion, pullman si fermino cosi’, all’improvviso, in mezzo alla strada, parcheggiati, scusate l’espressione, “alla cazzo!”. Oltre a costituire intralcio, spesso erano dei pericoli, dopo delle curve, una cosa incredibile persino per noi automobilisti italiani, e si’ che siamo ben scorretti! Ma non cosi’ incoscienti!

(Sete citades)

Non e’ tutto. Quando io accostavo, in modo corretto, quasi tutti mi suonavano il clacson, innervosendomi alquanto! Ma come, io accosto, voi vi fermate in mezzo alla strada, e suonate a me?!? E non basta! Mi suonavano persino mentre mi fermavo a piedi! A quel punto ho deciso di fare come loro! Strafottermene e fermarmi quando mi pare, dove mi pare, come mi pare. Assistiamo, forzosamente visto che la strada era stata bloccata, ad un’altra festa religiosa, l’ennesima. (Ma quanto sono religiosi, qui?) Vorremmo visitare un bellissimo bosco “magico”, nella parte NORD – OVEST dell’isola, ma ci si mette anche la macchina, che inizia a fare dei rumori stranissimi e preoccupanti. Viste le condizioni impervie e poco rassicuranti della strada che stavamo percorrendo, decidiamo di ritornare sulla via principale. Da una veloce occhiata all’auto in realta’ non e’ niente di grave: la marmitta e’ rotta. Si tratta solo di “tanto rumore per nulla”.

(Caldeira das sete cidades)

A NORD dell’isola, in localita’ Biscoitos (biscotti!), visitiamo il museo del vino locale, peraltro scarsissimo. Il vino infatti di questo borgo e’ il migliore dell’isola ed uno dei migliori (forse il migliore) di tutte le Azzorre. Lo assaggiamo, e’ il solito vino liquoroso, tipo passito. Raggiungiamo il lungomare di Biscoitos. E’ pieno di gente. Una vera folla. La spiaggia non esiste in questa zona. Ci sono le solite piscine naturali ricavate dalla protezione offerta dagli scogli. La gente e’ sdraiata, in una bolgia quasi dantesca, tutti uno sopra l’altro, sopra dei blocchi di cemento, con una temperatura da cuocerci le uova. Anziche’ immergerci nelle piscine noi ci immergiamo in una meditazione dove perdiamo la cognizione del tempo e dello spazio, ammirando le onde maestose ed imponenti dell’Oceano Atlantico che si infrangono contro le rocce laviche davanti a noi, e ascoltiamo affascinati questa sorta di concerto che ci offre Madre Natura provocato dal fragore delle onde.

Rientrando verso Hangra do Heroismo mi fermo all’aeroporto, per scrupolo, da Dona Nina, per mostrarle la penosa condizione in cui si trovava la nostra macchina. Come pensavo, mi fa capire che non gliene importa nulla nemmeno a lei (figuriamoci a me) e di proseguire cosi’, tanto l’indomani mattina l’avremmo riconsegnata, il catorcio. Ceniamo in un ristorante che per i locali non esito a definire lussuoso. Dopo cena assistiamo ad uno spettacolino nella piazza del paese. Poi faccio un giro della citta’ by night da solo, Annarita e’ molto stanca e l’accompagno a letto, e ho l’impressione di una citta’ molto viva, piena di movimento, la piu’ vitale per distacco di tutte le isole Azzorre direi, senza ombra di dubbio. Hangra do Heroismo anche architettonicamente e’ una citta’ davvero bella, particolare, suggestiva, sotto l’egida dell’Unesco. Assolutamente da vedere.

(Angra de Heroismo)

Lunedi’
Ci alziamo e facciamo colazione nel bar del nostro modesto ma dignitoso Residential o pensione. Un ultimo giro per la fascinosa citta’ di Hangra do Eroismo e via, all’aeroporto, dove consegniamo quel che rimane del nostro catorcio di Fiat 500 a Dona Nina. Strano, penso io, al gate da dove ci si imbarca per il volo che
dobbiamo prendere, a pochi minuti dall’imbarco, non c’e’ nessuno, saremo max 6 persone. Boh. Al momento dell’imbarco capisco tutto! I due addetti all’imbarco, una ragazza ed un ragazzo, ci aprono la porta e ci invitano ad uscire con loro, ci accompagnano per la pista, che percorriamo a piedi, per circa 100 metri dove ad attenderci non c’e’ un aeroplano, bensi’ un “aeroplanino!” Si tratta di un Dornier, uno dei piu’ piccoli aerei turboelica con cui si effettuano voli di linea. Tiene al massimo 25 persone, e noi saremo circa in 10-12. Il volo e’ STREPITOSO. Il piu’ bel volo, dopo quello con l’elicottero sul Grand Canyon degli Stati Uniti, che io abbia mai fatto. E non solo io. Ma per tutti i passeggeri. Il volo tra l’altro, ci permette di vedere, con una visibilita’ davvero degna di nota, una serie di isole dell’arcipelago, tra cui: San Jorge, Graciosa, Pico, e la nostra meta, Fayal. Davvero unico lo spettacolo alla nostra sinistra dell’isola di Pico, dominata dall’imponente mole dell’omonimo vulcano, che si staglia maestoso dalle pendici del mare fino a 2.000 metri s.l. del m. Arrivati all’aeroporto di Fayal avrebbero dovuto consegnarci la macchina, ma non c’era nessuno, ad attenderci. Telefono alla agenzia del noleggio auto e dopo circa 10 minuti arriva una bella signorina. Disbrigate agilmente le pratiche con l’affabile signorina, partiamo per l’ennesima esplorazione delle Azzorre. Arriviamo in pochi minuti nella capitale di questa isola, Horta. Andiamo alla ricerca del nostro giaciglio, un’altra casa privada, la migliore in assoluto. Questa era veramente valida. In pratica un appartamento, con tanto di cucina. Unico neo: il solito prolisso proprietario che non la smette piu’ di raccontare tutte le sue inutili raccomandazioni, da come si apre la porta, a come si chiude, a come si apre il rubinetto, a come si chiude il rubinetto, e vi risparmio il resto! Qui ad Horta e’ difficile mangiare. Il flusso turistico qui e’ evidente. E’ l’isola in cui notiamo il maggior numero di turisti, italiani compresi. Ma le strutture sono ancora insufficienti. Optiamo per una pizza, peraltro molto buona. Poi iniziamo il giro di questa Fayal. Raggiungiamo una altura a pochi chilometri da Fayal, da dove si domina la cittadina dall’alto, ma da dove soprattutto si puo’ ammirare l’imponente cono del vulcano Pico. Davvero magnifico, grazie anche alla belle giornata ed alla buona visibilita’, il colpo d’occhio. Da non perdere.

Poi percorriamo una strada molto particolare, non molto ripida, per andare a vedere la “caldeira” del vulcano al centro dell’isola di Fayal. Tutta la strada ai lati e’ contornata da siepi di ortensie. Si vede che sono state messe li’ dall’uomo. Ma che poi sono cresciute autonomamente. L’effetto e’ davvero suggestivo, percorrere una strada dove ai lati siete come chiusi da un muro alto anche fino a due metri di queste piante fiorite, le ortensie, appunto. Il colore dominante e’ il lilla. Come tutte queste isole di origine vulcanica anche qui e’ presente la caldeira o cratere dell’ex vulcano, che adesso e’ un bellissimo prato. Panorama molto rilassante, bucolico. Da non perdere. Fuggiamo appena in tempo, prima che arrivi un torpedone carico di turisti ululanti.

Continuando il giro dell’isola, nella parte NORD, attraversiamo dei boschi, rimanendo ad una distanza che pero’ ci permette di ammirare alla nostra destra l’Oceano Atlantico. Facciamo una piccola sosta in un bar, in un minuscolo villaggio, il cui nome e’ tutto un programma: “fine del mondo”… dove Annarita riesce a mettere a soqquadro i gelati dell’ignaro barista. Proseguiamo per visitare un bel promontorio a picco sull’Oceano, punta Capelinho. Da vedere.

E’ anche possibile effettuare una escursione a piedi, una sorta di “trekking” fino in cima al promontorio, cosa che noi ci siamo guardati bene dal fare! Ceniamo in un locale di ripiego, quello che cercavamo era chiuso, dove io mangio dell’ottima salsiccia tipo “luganiga” mentre la mia compagna passa il tempo a manifestarmi il suo disappunto per questa sottospecie di ristorante dove l’ho costretta a “digiunare”.


(Fayal)

Ad Horta, di fronte al porto, c’e’ il famoso bar XXXXX, dove si narra la storia si fermassero i navigatori che con i loro yachts attraversavano l’Oceano Atlantico dall’Europa all’America e viceversa. In realta’ questo posto e’ uno specchio per le allodole per i turisti, che si affollano schiamazzanti e ululanti tutti qui, in un ambiente grande 4 m. x 4 m.!

Martedi’, Ferragosto
Oggi e’ festa anche qui, a Fayal. Ci alziamo piuttosto tardi. A mezzogiorno dobbiamo riconsegnare la macchina. La sfruttiamo per salire sulla collina di XXXX che domina Horta. Per raggiungerla e’ necessaria una propedeutica caccia al tesoro. Infatti si passa in mezzo ai containers del porto, si attraversa una specie di discarica e si prende una specie di sentiero nemmeno asfaltato, ne’ tantomeno indicato, quindi si intuisce di aver trovato la strada giusta perche’ si comincia a risalire la collina! Vista fantastica, si puo’ avere di lassu’. Pranziamo nel ristorante migliore e piu’ prestigioso di tutta l’isola: si vive una volta sola, e non voglio che corriamo il rischio di finire un ristorante squallido oggi! Il conto, considerato il voler essere del locale, non e’ poi neanche cosi’ esagerato. Mi collego alla strada di prima: non c’erano segnalazioni. Non c’erano segnalazioni nemmeno all’aeroporto di Fayal, quando uscimmo, io feci appello al mio istinto di piccione viaggiatore, per indovinare la direzione da prendere. In generale, su tutte le isole, le indicazioni stradali sono molto scarse, quando non completamente assenti. Quindi il consiglio e’: fate molta attenzione! Con il solito taxi contrattato raggiungiamo l’aeroporto dove trascorriamo circa tre ore distesi sul prato, sdraiati all’ombra di un albero, pensando, noi tapini, di restare tranquilli. Ma non e’ cosi’! Un gruppo di gitani arriva a fare una caciara da napoletani in festa, costringendoci a spostarci sotto ad un altro albero, con estremo disappunto di Annarita. Poi con il solito B.A. in circa un’oretta raggiungiamo Ponta Delgada ed il nostro residencial. Mentre entriamo in paese con il taxi, incozziamo in un incauto ciclista che percorre una rotonda contromano! Chissa’ quanto a lungo vivra’ ancora quel tipo a forza di sfidare cosi’ la sorte! Cena in un ristorante di 2a categoria dove pero’ mangiamo meglio di certi ristoranti di lusso o pseudo tali e soprattutto dove veniamo trattati molto meglio dal personale.

Mercoledi’
In mattinata facciamo colazione nel solito bar dove abbiamo stazionato appena arrivati, nel centro di Ponta Delgada. Considerato che abbiamo quasi tutta la giornata a disposizione ma non abbiamo mezzi di locomozione, avevamo gia’ deciso che saremmo tornati a Sete Cidades, dove ci saremmo polleggiati un po’.
Cerchiamo di andarci con un torpedone. Questa operazione, che sulla carta sembra essere semplicissima, in qualsiasi citta’ al mondo, qui si tramuta in un impresa insormontabile. E non sto scherzando! La popolazione locale non e’ che sia maleducata, ma tende ad essere un po’ schiva, riservata. Talmente riservata che se chiedete ad un autista di un bus l’orario per il bus che va a Sete Cidades vi dira’ che non lo sa. Se poi vi rivolgete all’inutile ufficio del turismo la solita quanto scostante signorina vi dira’ che c’e’ un bus alle 3 del pomeriggio. Dopo aver raccolto altre informazioni le versioni erano diventate varie. Non c’erano bus per
Sete Cidades. Ce n’era uno, ma alle 7,30 di mattina (sigh!); ce n’erano due, uno alle 8 di mattina, uno alle 3 del pomeriggio. Per un po’ cerchiamo anche la stazione dei bus, che tutti ci dicono essere o davanti a noi, o dietro di noi, ma percorsa la strada sia davanti a noi che dietro di noi non troviamo assolutamente
nulla che assomigli alla stazione dei bus. Per cui ripieghiamo sulla contrattazione di un taxi. Con 6.000 escudos arriviamo sul posto, e pattuiamo con l’autista che ci torni a prendere alle due del pomeriggio. Sono le undici. Per cautelarci non lo paghiamo. Non vorremmo che, una volta pagato, ci abbandoni qui! Terminata
l’operazione relax cerchiamo di mangiare nell’unico luogo di ristoro (parliamone) che il borgo possiede. Troviamo quattro italiani, tutti maschi, a cui chiediamo cosa siano venuti a cercare alle Isole Azzorre. Comprendiamo che devono aver sbagliato isola. Comprendiamo anche che non lo sanno nemmeno loro, cosa sono venuti a fare qui. Forse volevano andare a Cuba! Riusciamo, non si capisce come, a perdere la macchina fotografica! Eravamo nel parco, Annarita aveva appena fatto una foto, percorriamo nemmeno un chilometro di strada, io le cammino dietro, sono la sua ombra, non vedo ne’ sento cadere niente, eppure la macchina, nella solita onnipresente borsa che lei si porta sempre appresso, la macchina non c’e’ piu’, sparita! Secondo me, e’ finita insieme al biglietto della metro’ di Parigi che abbiamo “perso” l’anno scorso, vi ricordate? Ritorniamo sui nostri passi per cercarla, ma niente. Ah, dimenticavo. I soliti portoghesi. Nello pesudo ristorante dove abbiamo pseudo mangiato Annarita aveva pagato con una banconota da 5.000 escudos su un conto di 3.000 escudos ed indovinate quanto le volevano dare di resto? Zero! Loro ci provano sempre! Poi inizia a piovere. Un vero diluvio.
Per fortuna incrociamo un taxi. L’autista non era quello di prima. Pero’ ha in mano un foglietto microscopico dove io avevo scritto l’ora in cui desideravamo essere recuperati. Altrimenti avremmo atteso, diligentemente, sotto il diluvio il nostro autista…. (!) Raggiungiamo Ponta Delgada, dove prendiamo nel solito bar, l’ennesimo caffe’. Per gli amanti di questa bevanda, del caffe’ ristretto all’italiana, tanto per intenderci, va detto che in Portogallo e nelle sue isole si riescono a trovare di qualita’ “accettabile”. Non aspettatevi sempre una buona qualita’, anzi, tutt’altro. Pero’ rispetto al beverone all’americana che si consuma in tutto il resto del pianeta, questi sono i posti dove, per gli assuefatti alla caffeina, ne soffrirete meno la mancanza. Facciamo shopping, cercando tra i prodotti dell’artigianato locale, piuttosto scarsi. Cerco nello scaffale dei libri, quelli classici con le fotografie piu’ emblematiche dei posti suggestivi. Apro a caso uno di questi libri e cosa vedo in primo piano in una foto che riempiva le due pagine? Una delle costanti del viaggio. Un signore che scende dalle scale con le stampelle. Penserete che sono pazzo. La questione e’ che mentre percorrevamo in lungo ed in largo queste amene isolette abbiamo spesso visto gente (soprattutto uomini, pero’) con le stampelle. Ma non qualche sporadica apparizione. Parecchie, considerato anche l’esiguo numero di abitanti che animano queste piccole isole! Non sappiamo,
nonostante abbiamo chiesto ad una cameriera sveglia di un ristorante ad Hangra do Eroismo, come spiegare questo si puo’ definire quasi un “fenomeno”. La cameriera sosteneva che e’ dovuto al fatto che ci sono molti incidenti automobilistici. Boh… Altra peculiarita’ delle isole. Spesso Annarita notava, lei, io ero impegnato a guidare, degli storpi ai lati delle strade, trascinarsi goffamente e faticosamente. Insomma, dei malcapitati scherzi della natura. Ma parecchi, giura di averne visti. Al che ci siam chiesti da che cosa potesse derivare tale fenomeno. La risposta che si e’ data lei, da sola, e’ che considerato l’esiguo numero di abitanti e le scarse occasioni di incontrarsi, gli incesti devono essere all’ordine del giorno. E questo spiegherebbe molte cose. Mah! Per tornare ai prodotti artigianali la scelta non e’ molto vasta, e sono tutti piuttosto cari. Sempre in taxi, contrattando il prezzo, una costante che quando non rispettata ci costera’ subito cara, andiamo all’aeroporto, per il nostro volo a Lisbona. L’aereo e’ un po’ ritardo, arriva da Lisbona, porta nuovi portoghesi in ferie. Il turismo delle Isole Azzorre e’ composto per la maggior parte da turisti portoghesi, che le hanno scoperte recentemente, grazie soprattutto alla diminuzione delle tariffe aeree della loro compagnia di bandiera, la TAP, Air Portugal. L’aereo e’ un Airbus 320-100 nuovo, ed e’ pieno come un uovo di chiassosi portoghesi che fanno ritorno, come noi del resto, dalle vacanze. Arrivo a Lisbona alle ore 00,30 con taxi, ovviamente contrattato!, all’albergo Miraparque, prenotato dall’Italia, di fronte al parco Eduardo VII, zona abbastanza centrale ma molto tranquilla.

Giovedi’
Ci alziamo a mezzogiorno. Giro in centro, nel quartiere Baixa. Pranziamo e prendiamo il caffe’ in un piccolo bar, tale Nicola, dove e’ il caffe’ e’ praticamente all’altezza di quelli dei nostri bar. In serata con un taxi andiamo al “Docas”.
Vanno spese due parole sui taxi, per tutto il Portogallo. A Madeira e alle Azzorre i taxi non hanno il tassametro. Dovete assolutamente contrattare il prezzo! O quantomeno chiedere quanto ha intenzione di spillarvi il tassista. Altrimenti siete rovinati, vi potrebbe chiedere qualsiasi cifra! Infatti il tassista che ci porta al Docas inserisce il tassametro, poi noto una cosa di cui mi rendero’ senso solo dopo dello scopo. Il tassista deve esporre, per legge, scopriremo poi, un tesserino plastificato con tanto di foto e dati anagrafici, in modo da rendere riconoscibile la persona. Ebbene il nostro conduttore cosa ha fatto? Appena saliti lo ha nascosto quel tesserino! Li’ per li’ non ho capito la mossa, ma dopo si’. Ha quadruplicato la tariffa.200! Era da denuncia. Ma eravamo in versione “polli da spennare” e ci siamo fatti spennare senza un lamento, nemmeno una starnazzata, niente. Qui al “Docas”, dall’inglese “Docks”, ovvero cantieri navali, sono stati ricavati tutta una serie di locali, tra cui ristoranti, pubs, disco bar. Qui si mangia e poi si balla, fino alle ore piccole. Ceniamo a base di “lasagne” alla portoghese e poi cerchiamo qualcosa di ballabile, ma anche qui la musica latino-americana impazza, per cui decidiamo di rincasare, son pur sempre le due e mezza di notte….

Venerdi’
Cerchiamo di essere previdenti. Ma non ci riusciamo. Dopo aver cercato in tutti i ristoranti del quartiere Baixa un “gaspacho” (piatto spagnolo) perche’ alla mia compagna di viaggio era venuta l’esigesi del gaspacho (sigh) decidiamo di sederci nell’unico ristorante dove non c’e’ nessuno (gli altri erano tutti pieni). Ordiniamo le nostre portate. Io scelgo personalmente la mia orata nel banco del pesce su invito del cameriere. Cameriere, a prima vista gentile, che ci porta persino degli antipasti, ma che ci fotte!. Pensiamo: ma che servizio. Si vede che questo e’ un ristorante di buon livello. Gli antipasti erano composti da due sardine due, schifose, un piattino di prosciutto del tipo “jamon serrano” ma di quello scarso, tutto sale e lardo; tre scatolini di cui uno era di pasta di acciughe, uno pasta di olive e uno di burro con aglio. Arriva il momento del conto. Una voce era “couvert” ovvero coperto, e con nostra profonda meraviglia tale voce era piu’ alta del prezzo del pesce che io avevo ordinato, peraltro la portata piu’ cara da noi ordinata. Protesto con l’ex gentile cameriere tramutatosi nel delinquente truffatore di turno ma niente, e’ irremovibile. Noi abbiamo mangiato quel delizioso antipasto, dov’era c’era della carne, la migliore che ci sia in Europa, noi dovevamo pagare. E poi mi fa capire che io, che vengo dall’Italia, dove con quella cifra e’ impossibile mangiare, devo solo stare zitto. Ogni commento e’ superfluo.
In serata cerchiamo di capire come si muove la gente nelle discoteche della zona del Docas. Le discoteche sono cinque, con musica diversa. I criteri con cui si entra e quanto si paga sono molto discrezionali e variabili: decidono i buttadentro, che sono appostati come avvoltoi all’entrata. Se decidono di farvi entrare gratis entrate gratis. Se decidono che dovete pagare, pagate. Se decidono che dovete almeno pagare una consumazione dovrete bere. A loro discrezione. L’ora in cui la gente comincia ad affluire e’ dall’una di notte in poi. Prima e’ il deserto dei tartari. Ma il vero giro, ci raccontava una ragazza locale, comincia alle tre di notte. Noi non abbiamo resistito a tanto, e siamo andati, contrattando il prezzo, non dimenticatevelo mai, con un taxi a nanna.

Sabato
Prendiamo l’aereo e partiamo in ritardo, alle 16,30 circa e un quarto anziche’ alle 15,40 ma l’aereo recupera e riusciamo a prendere senza affanno la nostra coincidenza Parigi – Bologna. E qui finisce il diario delle Azzorre, al prossimo viaggio!

http://www.masadaweb.org

2 commenti »

  1. mi hai distrutto il mito delle Azzorre. E io che pensavo già di stabilirmi nel paradiso, dovendoci ancora andare in vacanza…

    Commento di Paolo — aprile 26, 2010 @ 2:01 pm | Replica

  2. la giovanotta bolognese è troppo padana per capire qualcosa delle azzorre.
    aggiungo che il bar Peter di cui conosce molto poco ,non mistifica nulla,tanto che ancora oggi funziona come punto di ritrovo per chi fa la traversata atlantica di cui horta è un passaggio quasi obbligato.
    Personalmente più volte mi sono dato appuntamento in quel bar e in un’occasione ho trovato compagni di viaggio.
    Inoltre pochi al mondo sanno pescare e cucinare il pesce come gli azzorrani,solo che il pesce bisogna conoscerlo
    Mai sentito parlare del besugo?
    Il Boccia

    Commento di Anonimo — luglio 14, 2010 @ 4:24 pm | Replica


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