
Foto di Andrew Schneider
Propaganda – Paura finanziaria – Regressione al passato – Cretinismo al potere – La scomparsa del buon senso – Scuole come aziende – Il Paese dell’odio – Razzismo di Stato – Il senso di colpa delle donne – L’America della repressione – Zygmunt Bauman – Jonathan Simon – Un Governo che favorisce solo pochi – La minaccia sull’acqua
Tremonti:
“D’Alema ha tradito Marx senza neppure capirlo”.
Possiamo anche essere d’accordo, ma Tremonti allora? Ha fatto il capitalista e poi il no global, prima era liberista e ora e’ antiliberista. Bella coerenza? Forse anche lui ha tradito qualche ideologia senza neppure capirla, o forse, ed e’ anche peggio, non ne ha tradita nessuna perche’ non credeva in nulla e vive alla giornata.
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La stupidita’ ha tre sorelle: l’ignoranza, la paura e l’abitudine.
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Harold Pinter
“Oggi ci troviamo in una terribile voragine, una specie di abisso, perche’ il presupposto oggi e’ che le politiche non esistono piu’. Questo e’ quello che vuole la propaganda. Ma io non credo alla propaganda. Non credo che le politiche, la nostra coscienza politica e la nostra intelligenza politica non esistano piu’: se cosi’ fosse, saremmo veramente condannati. Per quanto mi riguarda, non riesco a vivere in questo modo. Mi e’ stato detto cosi’ spesso che vivo in un paese libero, e, al diavolo, voglio essere libero. Con cio’ intendo che ho l’intenzione di mantenere la mia indipendenza di pensiero e di spirito e che credo che questo sia un obbligo per tutti noi. La maggior parte dei sistemi politici parla un linguaggio talmente vano che e’ nostra responsabilita’ e nostro dovere di cittadini reagire criticamente contro il ricorso a un tale sistema. Certo, cio’ significa tendere all’impopolarita’. Ma al diavolo la popolarita’!”.
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Eugenio Montale- da Ex Voto
Dio
Comprendo
la tua caparbia volonta’ di essere sempre assente
perche’ solo cosi’ si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.
Insisto
nel ricercarti nel fuscello e mai
nell’albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.
Era o non era
la volonta’ dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors’era cosi’ come mi pareva
o non era.
Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l’innocenza e’ una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.
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Piu’ le persone sono ignoranti .. piu’ sono gestibili.. da un governo autoritario.
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Scriveva Primo Levi, nella prefazione a Se questo e’ un uomo:
“A molti, individui o popoli, puo’ accadere di ritenere, piu’ o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero e’nemico’. Per lo piu’ questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”.
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La paura finanziaria
I titoli tossici
Paolo De Gregorio
Emma Marcegaglia, Presidente della Confindustria, prediletta da Berlusconi, soprattutto perche’ é piu’ bassa di lui, inaspettatamente denuncia, a proposito della crisi finanziaria originata dai truffatori finanziari americani: “i castelli di carta venduti spesso in modo delinquenziale a cittadini e risparmiatori”.
Il fatto e’ una notizia perche’ e’ la verita’, cosa che non affiora spesso sulle labbra dei potenti, e c’e’ un altro potente, Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’ENI, che “non sa prevedere l’entita’ dei danni, è difficile quantificarli, anche se spero che non abbiano effetti drammatici”.
Tutt’altra musica rispetto alla solita sparata berlusconiana, sempre cosi’ disinvolto nel dire bugie, che prometteva agli italiani, naturalmente in televisione, che non avrebbero perso un Euro, senza nemmeno conoscere l’entita’ dei titoli tossici in possesso delle banche, degli enti locali e dei risparmiatori, invece di avviare una severissima indagine sulle responsabilità di omessa vigilanza della Banca d’Italia, destituendo immediatamente il presidente Draghi.
Mario Draghi era probabilmente la persona piu’ informata dei loschi traffici finanziari internazionali, visto che nel 2004-2005 era membro del comitato esecutivo della banca americana Goldman Sachs, coinvolta nel giro tossico, e ora declassata a normale banca a spese dei contribuenti e azionisti americani.
E anche qui in Europa, come negli USA, si pensa ad un intervento pubblico di salvataggio delle banche, senza pretendere di azzerare i consigli di amministrazione e segnalare alla magistratura le eventuali azioni dolose, per una operazione verita’ che soprattutto metta in discussione il ruolo di vigilanza della Banca d’Italia.
I leader europei che, a petto gonfio, dichiarano “difenderemo le banche”, sanno tanto di complici che vogliono far sparire le prove, naturalmente a spese dei contribuenti, mentre qui e’ necessaria una operazione di trasparenza che stabilisca nuove regole, nuovi dirigenti, nuovi controllori.
Perche’ abbiamo visto che il liberismo globale senza controllo produce solo disastri, arruola truffatori e criminali, nuoce gravemente alla economia, che in finale va a ripararsi sotto le ali del tanto vituperato STATO
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Gianluca Marrazzi (bloggher)
Alla prima globalizzazione, fra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, l’italietta reagi’ con la reinvenzione di un “glorioso passato imperiale” a difesa dell’italianita’. Tutta la retorica che provoco’ un grande consenso di massa che poi sfocio’ nel fascismo.
Nella seconda globalizzazione, l’italietta si rifugia ancora nel passato. Questa volta negli anni 50 con i suoi grembiulini, il suo Dio, la sua Patria, la sua famiglia, le puttane chiuse fra quattro mura, i soldati rassicuranti in mezzo alle strade, la “nostra” compagnia aerea, e l’odio verso tutti gli immigrati che inquinano le nostre tradizioni.
Gli intellettuali di destra si sono ribellati alla candidatura di Gomorra agli Oscar perche’ “porta nel mondo un’immagine miserabile dell’Italia”. Le stesse parole usate nel dopoguerra per boicottare le candidature agli Oscar dei film neorealisti.
LA STORIA SI RIPETE SEMPRE MA NON INSEGNA MAI NIENTE, PURTROPPO!
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“Non e’ tollerabile che una banca centrale, isolata, che non ha nessuna responsabilita’ ne’ l’obbligo di spiegare quello che fa, possa continuare a creare disoccupazione mentre i governi stanno zitti“.
Modigliani, premio Nobel per l’Economia
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La figlia di Berlusconi fa l’elogio dell’etica, Fini fa dichiarazioni antifasciste, mentre il papa dichiara di essere contro le discriminazioni. Davvero siamo un paese dove le barzellette del potere non finiscono mai di stupire.
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Cretinismo
Viviana
Siamo governati da cretini e informati da cretini, entrambi in malafede, ma essi sono sostenuti da altrettanti cretini a cui piace credere alle balle di regime.
Credere a Mentana che le basi americane siano 7 e non 119 (Vd elenco http://www.globalproject.info/art-9401.html) e’ come credere a Berlusconi quando dice che Mussolini non ammazzo’ mai nessuno e i nemici politici li mandava in villeggiatura, o che la strage dei ceceni e’ immaginaria, o come credere a Tremonti che la crisi finanziaria americana non tocchera’ l’Italia (la salta?).
L’ipocrisia di questa gente e’ lurida.
Oggi tutti a dire “Allarme razzismo”, cascano dal pero, ma nessuno dei 3 partiti razzisti al potere che si sogni di configurare il razzismo, predicato e praticato, come “reato” con tanto di pene rigide come nel resto d’Europa. Hanno la coscienza sporca e pontificano.
E l’allarme razzismo viene a lanciarlo proprio quel Papa che usa pesanti discriminazioni sociali contro le donne, i diversi sessuali e i diversi religiosi. Vergogna! Mostri il Papa al mondo che l’esempio della parita’ e del rispetto lo da’ lui per primo! Abbandoni le sue campagne integraliste per abbracciare maggiormente il vangelo che dei suoi anatemi non ha parola! E no si preoccupi di dare crisma pubblico alla sua chiesa, la religione non e’ cosa da imporre con la forza dello Stato, dovrebbe essere un fatto eminentemente privato come privata e’ l’anima, ma questo Papa sta sempre fuori dai discorsi dello spirito per avanzare invece pretese di potere.
Davvero l’ipocrisia alligna ovunque in questa destra.
Maroni respinge come false le accuse di razzismo, proprio lui della Lega!?
Libero ha la faccia di dire che il razzismo e’ un fenomeno “immaginario” e si tratta dei soliti “due o tre idioti che ci sono sempre stati”. E le piazze della Lega? E le avances di AN? E le marce di Borghezio? E quelli di Calderoli? E gli insulti dei leghisti? E le teste rasate? E i simboli nazisti? E gli ultras? E i poliziotti, le guardie municipali, quelle aeroportuali perfino? E le leggi che penalizzano sempre chi e’ ai margini per premiare i malfattori ricchi?
Rientra tutto nei soliti 2 o 3 idioti? Se sono solo pochi idioti, si prendano provvedimenti penali rigidi e si provi con le parole e coi fatti che lo Stato e’ democratico e non complice!
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Fabrizio segnala
La scomparsa del buon senso
Giovanni Sartori
Quel «buon senso» che fa dire e fare «cose sensate» e’ oramai un caro estinto soppiantato dall’insensato, dall’insensatezza e dal «dementismo » (ahime’, una demenza giovanile assai piu’ che senile). Chi ha ucciso il buon senso? E perche’? Lo diro’ man mano. Intanto illustriamo il problema con due casi esemplari di insensatezza: nel nostro piccolo, il lungamente perseguito e pressoche’ riuscito suicidio dell’Alitalia; e, nel piu’ grande mondo circostante, il crescente, e anch’esso insensato, «rigelo » nei rapporti tra Washington e Mosca. Quella dell’Alitalia era una morte preannunziata — e anche piu’ che meritata — da almeno un decennio. Ne’ sarebbe stato un suicidio inedito. Negli Stati Uniti la Twa (Trans World Airlines) e’ stata uccisa proprio dal suo personale di volo; e fu anche fatta tranquillamente fallire, come si fa nei Paesi seri. In Europa, e piu’ di recente, alcune rispettabili compagnie di bandiera, come la Swissair e la Sabena, sono egualmente passate in altre mani. Anche la Svizzera avrebbe avuto come noi l’alibi del turismo; ma che io sappia nessuno l’ha invocato e i turisti, mi dicono, ci sono ancora.
Allora, chi ha messo in testa ai nostri piloti e alle vociferose hostess che ancora l’altro giorno esultavano gridando «meglio falliti che in mano ai banditi » (leggi: Colaninno) che Alitalia era una vacca sacra, una voragine mangiasoldi che pero’ nessuno avrebbe osato toccare? Forse nessuno. Forse tra le nostre aquile e aquilette «selvagge» non ci sono piu’ teste in grado di usare la testa. Certo e’ che fino alla ventitreesima ora dell’ultimo giorno chi ha pensato (male) per tutti e’ stata la casta dei piloti, l’Anpac; ben assistita, si intende, dalla Cgil e altri protettori politici. E ancor piu’ certo e’ che il buon senso avrebbe affrontato e risolto il caso Alitalia da gran tempo. Se, appunto, il buonsenso esistesse ancora. L’altro caso, dicevo, e’ quello del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Era inevitabile? No. A mio avviso era evitabile e assolutamente da evitare. E la colpa di chi e’? Per Salomone sarebbe stata per meta’ di Bush e per meta’ di Putin. Per il grosso degli occidentali e’ soprattutto di Putin. Per i meno, che mi includono, la colpa e’ invece soprattutto di Bush e dell’«ideologismo democratico» che oggi imperversa incorporato nell’altrettanto imperversante contesto del politicamente corretto.
Sia chiaro: la teoria della democrazia liberale non e’, in quanto tale, un’ideologia, visto che e’ una teoria che ha funzionato in pratica, che si e’ realizzata nel mondo reale, mentre le ideologie sono (come le utopie che le hanno precedute) teorie senza pratica che clamorosamente falliscono nell’attuazione (vedi per tutti l’Urss), e che sopravvivono come fedi, come un pensiero che nessuno ripensa piu’, come un ex pensiero fossilizzato. Dunque la teoria della democrazia e’ una cosa, e l’ideologismo democratico che e’ esploso nel ‘68 e che ne proviene, e’ tutt’altra cosa. La prima ha fatto le democrazie, la seconda semmai le disfa. Cio’ premesso, oggi l’urgenza e’ di stabilire e ristabilire senza paraocchi ideologici la realta’ dei fatti, la realta’ della «forza delle cose». E il fatto e’ che il mondo nel quale stiamo vivendo e’ il mondo piu’ pericoloso nel quale l’uomo sia mai vissuto.
In parte perche’ stanno proliferando armi di distruzione di massa che ci potrebbero sterminare tutti; e in parte perche’ la dissennata crescita della popolazione (che il buon senso anche a questo effetto avrebbe dovuto impedire) ha innescato una sequela di altre crisi: dell’acqua che manca, del clima, delle risorse energetiche. E quest’ultima e’ la crisi piu’ esplosiva del momento, visto che sta ridisegnando la mappa del potere mondiale tra chi dispone di petrolio e di gas e chi no. Gli Stati Uniti di petrolio ne hanno poco, l’Europa quasi punto. Invece la Russia ne ha. Ne hanno anche, si sa, il Venezuela, la Nigeria, l’Iran e alcuni Stati arabi del Medio Oriente; ma sono tutti Stati o traballanti o ostili e infidi. Il buon senso suggerisce, allora, che la Russia di Putin e’, per l’Occidente, un alleato indispensabile. Se Putin venisse indispettito oltre misura, potrebbe chiudere i suoi rubinetti e l’Europa sarebbe in ginocchio in due mesi, gli Stati Uniti in gravi difficolta’ entro sei.
Eppure il presidente Bush sta facendo di tutto per indispettirlo. E’ lui che per primo ha violato le intese indebitamente consentendo l’indipendenza del Kosovo; e’ lui che si propone di avvicinare i suoi missili intercettori ai confini della Russia, e’ lui che vuole incorporare nella Nato i Paesi dell’Europa orientale, e’ infine lui che sotto sotto ha incoraggiato la Georgia a sfidare Putin. Insomma Bush si comporta come se lui fosse il gatto e Putin il topo. L’acume di Bush mi e’ sempre sfuggito. Ma quando ho conosciuto Condoleeza Rice in panni accademici, lei era davvero intelligente (a detta di tutti). Pertanto quando una decina di giorni fa ha dichiarato che la crisi del Caucaso lascia la Russia «isolata e irrilevante» sono restato di stucco. Possibile che il potere logori anche l’intelligenza delle donne? Davvero gli Stati Uniti credono di poter condizionare Putin con rappresaglie finanziarie e bloccandone l’ingresso nell’Ocse e nel Wto? Eccezion fatta per il formidabile potere deterrente del suo arsenale atomico, a tutti gli altri effetti gli Stati Uniti sono oramai, al cospetto della Russia (e anche della Cina) una tigre di carta. E questa e’ la realta’.
Beninteso io rispetto e mi sento anche debitore dello zelo missionario degli americani atteso a promuovere la democrazia nel mondo. Ma sono spaventato da uno zelo missionario che cade in mano a un «ideologismo democratico» di marca Sessantottina che, appunto, stravolge ogni buon senso.
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Le scuole-mercatistiche
Maria Mantello
www.disinformazione.it
(Secondo le intenzioni della Gelmini) ogni Istituto Statale dovrebbe trasformarsi in Fondazione per gestire autonomamente i suoi progetti educativi col denaro erogato da uno Stato: sussidiario economico. Un’idea di capitalismo all’italiana dove la gestione e’ privata, ma il denaro di tutti. Con le Fondazioni, lobby ideologico-politico-economiche gestiranno la politica scolastica come in un sistema aziendalistico, dove le realta’ locali avranno un peso determinante nel definire piani e programmi di ogni singola scuola. Liberta’ d’insegnamento e d’apprendimento saranno pesantemente condizionate, mettendo in riga i docenti con la valutazione del merito (adesione all’ideologia della fondazione privata? I contratti delle scuole private gia’ lo prevedono.). Stiano attenti i fastidiosi docenti delle Statali che pretendono di avere liberta’ d’insegnamento ed autonomia professionale, di assumersi (individualmente e collegialmente) la responsabilita’ della progettazione didattica, di dare valore fondamentale alla cultura, e per giunta di insegnarlo mentre tutta la societa’ di contorno sembra in gara per svilirla.
Vedi il Gelmini pensiero,Disegno di Legge presentato alla Camera il 5 febbraio 2008
www/legxv.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/15pdl0040980.pdf
Il “Disegno Gelmini” e’ tutto incentrato sulla connessione: merito – mercato, che organismi appositi valutano e giudicano sulla base di “risultati superiori a quelli mediamente conseguiti”. Cio’ induce il sospetto maligno che ogni pubblico dipendente non fa abbastanza. Come invece avrebbe fatto in un sistema competitivo e concorrenziale. Un sistema di mercato dominato dall’efficienza produttiva.
Rapportato alla scuola, dove centrali sono docenti e studenti, significa equiparare il delicatissimo processo dell’interrelazione insegnamento-apprendimento ad una catena di montaggio. Ignorare che conoscenze – competenze – capacita’ sono il risultato di una crescita culturale, e non un mercato con mercanti-docenti e studenti -clienti. Un mercato con tanto di controllori appositi. Chissa’ quali scuole dovranno aver frequentato questi censori? E che preparazione e meriti superiori dovranno avere? I nostri interrogativi diventano angosciosi, se si pensa che il “Disegno Gelmini” prevedeva per i dirigenti d’istituto la chiamata nominale su base fiduciaria con contratti privatistici a tempo determinato”. Insomma dirigenti al di fuori di ogni controllo, “unti” dai politici e da questi messi e dismessi. Un sistema di stampo feudale dove ognuno, per usare le parole dello storico M. Bloch, e’ uomo di un altro uomo.
Le conseguenze nefaste sono facilmente immaginabili: tutti i non conformi al merito predefinito e controllato, avranno la riduzione dello stipendio, fino al licenziamento senza possibilita’ di reintegro.
Inoltre, per migliorare l’efficienza produttiva, ogni Istituto e’ in gara con se stesso e con tutti gli altri, attraverso “la promozione di una piena concorrenza tra le istituzioni scolastiche, mediante l’adozione di meccanismi di ripartizione delle risorse pubbliche in proporzione dei risultati formativi rilevati da un organismo terzo” (un altro appalto a privati?).
Sempre in nome dell’efficienza produttiva, poi, il “Disegno Gelmini” proponeva la “progressiva liberalizzazione della professione, da attuare attraverso la chiamata nominativa da parte delle autonomie scolastiche su liste di idonei…”. Una perla che puo’ solleticare magari qualche Preside, ma che nelle nuove scuole trasformate in Fondazioni private, significa cancellare in un sol colpo il sistema di accesso alla docenza per concorsi pubblici, nonche’ le graduatorie per titoli di studio, culturali, professionali ecc., dando la stura al piu’ becero clientelismo.
In attesa di sbarazzarsi definitivamente di questi criteri oggettivi (graduatorie statali) che fanno cosi’ poco mercato, il “Disegno Gelmini” pensava, oltre alle “liste di idonei” (una lista non fa graduatoria) alla “possibilita’ di stipulare contratti integrativi di tipo privatistico” servendosi di non meglio precisati “mediatori professionali pubblici o privati”.
Per l’Universita’ e la Ricerca, la “progressiva abolizione dei contratti a tempo indeterminato dei docenti” e la “privatizzazione di tutti gli istituti pubblici di ricerca”.
Come tutto questo produca merito e qualita’ nella scuola rimane un mistero insolubile. L’unica cosa certa e’ che una rete di clientele politiche gestira’ con i soldi della collettivita’ tutta l’istruzione. Una vera infeudalizzazione della scuola, dove ognuno avra’ un padrone che lo comanda, in uno Stato espropriato di una funzione fondamentale affidatagli dalla Costituzione: l’istituzione di scuole statale per tutti gli ordini e gradi (art. 33).
Questa e’ la morte della Scuola Statale. Dell’unica scuola libera che educa alla democrazia puntando allo sviluppo di capacita’ di giudizio autonomo degli studenti. Una scuola statale, che per gli scenari che si stanno prospettando, e’ forse l’ultimo baluardo del pluralismo e della coscienza critica. Cose assai scomode per chi vorrebbe una societa’ tutta asservita ad un pensiero unico, celebrante e celebrato nei rituali della virtualita’ mass-mediatica monopolizzata, con cui si forma l’opinione pubblica.
Quest’ultima, alfine, si convincera’ che una scuola statale al collasso (sara’ stata privata dei fondi a vantaggio delle private, i docenti saranno sempre piu’ espropriati della indispensabile autonomia didattica e sottopagati) la cosa migliore e’ privatizzare. Cosi’ finalmente anche la cultura finira’ di infastidire quel familismo e rampantismo italico, non disposto spesso a fare i conti col fatto che non basta aver pagato le rette per essere promossi! Perche’ nella scuola statale, il merito, quello vero, conta e come!
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Il paese dell’odio
Clara Sereni
Ieri e’ successo a Parma, a Emmanuel Bonsu, picchiato da 7 vigili urbani per un sospetto, e nel verbale invece del suo nome hanno scritto «negro». È successo nei giorni scorsi a Milano, a Castelvolturno, a Monza, a Cosenza, ancora a Parma, e in tanti luoghi di cui non abbiamo notizia. È successo che gli invisibili – disabili, negri, prostitute, lavoratori in nero di ogni etnia – li vediamo in cronaca, picchiati espulsi uccisi. Ma questo non e’ un Paese razzista, ci dicono e ci diciamo. Proviamo a partire da lontano, forse puo’ aiutarci a capire. Nei campi di sterminio nazi-fascisti furono soppressi circa 13 milioni (milioni!) di persone.
Tredici milioni vuol dire un pezzo non irrilevante di popolazione mondiale: ci vogliono Austria e Danimarca sommate insieme, per arrivare a questo numero, o due terzi dei cittadini australiani. 6 milioni circa erano ebrei. 7 milioni circa erano antifascisti e antinazisti, zingari e disabili, omosessuali e comunisti, e perfino coppie di gemelli, un’eccezione della natura particolarmente cara a Mengele, il mostruoso dottor Morte.
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PAURA E SENSO DI COLPA
Mariapia
Noi donne, una volta, tanto tempo fa (O forse sbaglio?), eravamo il sesso debole, ma piu’ che altro eravamo tenute schiave perche’ non c’era lavoro per tutti, poi perche’ dare ad ogni uomo una o piu’ donne per se’ solamente garantiva una maggiore quiete e stabilita’ alle societa’ umane.
Come si tiene uno schiavo? con la paura prima e il senso di colpa in seconda.
Con la paura della “nostra meta’”abbiamo vissuto millenni e molte donne del mio tempo confessano che quando sentono la chiave girare nella toppa della porta di casa hanno un attimo di irrigidimento. Abbiamo esaminato questa sensazione con una psicologa alla Libreria delle Donne e lei l’ha semplicemente chiamata “paura inconscia”. Poi, con molta sapienza, ci ha spiegato che i mezzi culturali per costruire le societa’ umane sono nati dagli esseri semplici e naturali che eravamo e la minaccia del piu’ forte e’ uno del mezzi evolutivi della Selezioni e della Vita.
Ha anche aggiunto che pure il senso di colpa fa parte di quei mezzi primitivamente evolutivi, cosi’ gli esseri umani, per vivere piu’ tranquillamente e non doversi guardare ogni minuto alle spalle, inventarono gli dei e le religioni, paradisi ed inferni.Il senso di colpa e’ per tutti, donne e uomini.
La paura riguarda maggiormente la donna, ancora oggi, e ogni giorno vediamo che qualcuna viene ammazzata perche’ non accetta piu’ le vecchie regole ma ci riguarda tutti QUESTA MALEDETTA PAURA e non dobbiamo fingere di non sentirla.
Paura e sensi di colpa dobbiamo sentirli bene, ascoltarli e interpretarli: solo conoscendo le cose se ne viene a capo.
Ora che siamo un poco piu’ evoluti siamo in grado di modificare il dettato primordiale della Vita poiche’ e’ la Vita stessa che ce lo chiede dandoci mezzi che nessun gruppo animale ha. Il mezzo e’ dire di no attraverso l’organizzazione di milioni di no, possibilita’ che nessun altro vivente ha rispetto ai dominanti del proprio gruppo.
Ci conto e attendo la riorganizzazione delle forze che si sono disperse in mille rivoli di resistenzine personali dimenticando l’antica, sempre buona e semplice verita’ che “l’unione fa la forza”.
In Italia, ad esempio, ci sono tantissimi sindacati e partiti, troppi personalismi mentre i dominanti si compattano in organizzazioni mondiali, tipo WTO e poche altre, sicuramente segrete, che chiamiamo allegramente spectre, come nei film di James Bond, in quanto non vorremmo credere all’orrore di quanto queste organizzazioni significano per i meno dotati di potenza e di danaro.
I forti sindacati americani non sono piu’ forti…..
Il tempo che viviamo, il tempo del no organizzato, e’ nato nel 1775 con la Guerra d’indipendenza americana e nel 1789 con la rivoluzione francese.
Sono trascorsi pochi anni, rispetto al tempo della vita umana, dal momento in cui molti uomini impotenti hanno detto no a uomini potenti e hanno ottenuto dei risultati, e l’esperienza e’ ancora insufficiente.
Faccio molta fatica a coltivare la speranza, e il libro che sto leggendo,” La fine del lavoro” di Jeremy Rifkin mi mette davanti ad una realta’ che chiede ad ogni uomo di guardarsi attorno e ripensare il futuro, e non e’ facile.
Ma non fu facile la Guerra d’indipendenza americana, la Rivoluzione francese, la liberazione dell’India, la Resistenza i Italia.
Non sara’ facile, ma ci proveremo.
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Zygmunt Bauman e la grande paura
(pensiero liberamente riassunto)
La produzione di scarti umani e’ una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla societa’ ad essere indicati come l’origine dell’insicurezza.
Paura, esclusione sociale, produzione del male, questi per Bauman gli effetti collaterali di quella globalizzazione che gli ideologi del libero mercato presentarono come il migliore dei mondi possibili.
La globalizzazione ha aumentato l’esclusione sociale mentre riduceva il welfare. Lo stato-nazione sempre piu’ si caratterizza per le misure contro i «portatori» di insicurezza. E’ diventato uno «stato della paura».
Il mondo contemporaneo, con la sua compulsiva e ossessiva bramosia di modernizzare, ha sviluppato due gruppi di «scarti umani».
-gli «inadatti», esclusi dalla societa’ perche’ incapaci di partecipare alle forme di vita dominanti
-gli «avanzi umani», per cui non c’e’ piu’ posto nell’economia e che non hanno nessun ruolo utile da svolgere, non avendo denaro sufficiente a una vita civile.
Lo stato sociale voleva aiutarli, in un progetto politico che mirava all’inclusione universale, frenando le pratiche di esclusione. Ma il welfare e’ stato scalzato via, facendo aumentare gli esclusi.
I primi sono gli «alieni», i sans papiers, immigrati clandestini, richiedenti asilo politico e ogni sorta di «indesiderabili». I secondi sono i «consumatori difettosi». Entrambi fanno crescere una sottoclasse di uomini e donne che non trovano posto nella societa’, i paria sociali, cacciati dal sistema di classe della societa’ dominante.
Gli stati nazionali non intendono piu’ garantire ai sudditi una sicurezza sostanziale: la “liberta’ dalla paura”, come la chiamo’ Roosevelt. Eppure lo Stato nacque proprio come limitazione alla liberta’ e ai beni di ognuno per garantire in cambio proprio la sicurezza. Oggi essa e’ abbandonata alle capacita’ e risorse del singolo, che dovrebbe farsi carico di enormi rischi e sofferenze. Dunque lo Stato abdica alle sue funzioni.
Lo stato sociale che prometteva di sradicare la paura viene demonizzato. Si dice che non ci sono piu’ i soldi per mantenerlo, pero’ gli stessi soldi ci sono per le guerre o gli aiuti alle grandi compagnie in crisi.
Cosi’ il cittadino oggi e’ terrorizzato e ha paura di finire nelle zone di esclusione sociale.
In luogo di avere uno Stato che lo tutela dalla paura, ci sono partiti che agitano la paura come strumento elettorale, partiti populisti, che, proprio in un momento in cui in Europa come in America la criminalita’ comune e’ in diminuzione, negano i fatti cosi’ che piu’ diminuisce la criminalita’, piu’ agitano lo spettro dell’insicurezza.
La diffusa e impalpabile paura che satura il presente e’ usata da molti leader politici come una merce da capitalizzare al mercato politico. Si comportano come dei commercianti che pubblicizzano le merci e i servizi che vendono come formidabili rimedi all’abominevole senso di incertezza e per prevenire innominabili e indefinibili minacce (insomma sono come i mafiosi che taglieggiano i commercianti promettendo protezione.. da loro stessi).
E gli elettori li premiano. I politici populisti raccolgono proprio i frutti avvelenati nati dalla scomparsa dello stato sociale. Sono quindi interessati a far aumentare la paura. Ma solo quella che possono manipolare per mettersi in mostra tv come gli unici protettori della nazione. Un’epidemia di paura voluta colpisce le moderne societa’ capitalistiche.
Se la vita nelle periferie di Roma, Milano e Napoli e’ davvero terribile e pericolosa, come dicono, non e’ perché gli abitanti sono obbligati a vivere in condizioni terribili e perche’ esposti ai pericoli derivanti dall’avere la pelle di una differente pigmentazione o perche’ vanno in chiesa o al tempio in giorni differenti della settimana. Nei quartieri periferici italiani, così come nelle banlieue di Parigi o Marsiglia o nei ghetti urbani di Chicago e Washington, la vita e’ terribile e pericolosa perche’ questi luoghi sono stati progettati come pattumiere per i reietti. Uomini e donne che condividono la stessa sorte e che sono spinti a battersi uno contro l’altro, anziche’ unirsi.
Qualunque siano i sentimenti che provano e le umiliazioni subite, sono uomini e donne che non nutrono molto rispetto per i propri vicini, altri scarti umani ai quali, come a loro, e’ stata negata qualsiasi dignita’ e diritto a un trattamento umano.
Gli antichi rimedi dei reietti erano la rivolta o la rivoluzione. Oggi nessuno pensa davvero che la resistenza alle attuali ingiustizie sociali possa venire dalle periferie. Solo i mendicanti, gli spacciatori, i rapinatori, le bande giovanili pensano che cio’ possa accadere. La maggioranza degli elettori e’ molto attenta al comportamento dei leader politici e li giudica in base alla severita’ che manifestano nella loro dichiarazioni pubbliche attorno alla «sicurezza». E quelli fanno a gara nel promettere tolleranza zero contro gli «scarti umani».
Partiti come FI e Lega hanno vinto le elezioni promettendo di difendere i sani e robusti lavoratori del nord da chi puo’ rubare loro il lavoro o minaccia il patrimonio in quanto vagabondo, accattone o rapinatore (nda gli stessi pero’ non presentano come minaccia privata le speculazoni selvagge dei grandi capitali che ridurranno molto di piu’ i beni comuni).
Eppure l’Europa e’ condannata ad essere cosmopolita.
E non dimentichiamo che questo modello di globalizzazione secca ogni sovranita’ nazionale e ogni possibilità di sviluppo sostenibile. Stabilisce solo una rete ferrea di legami tra governi, a protezione di un mercato capitalista, in cui, mentre la circolazione dei capitali non conosce limiti o regole, si cancellano gradualmente tutte le forme economiche non capitalistiche e tutti gli strumenti democratici. Un passaggio da un mondo di stati-nazione al mondo della diaspora. E’ finita l’alleanza tra Stato, Nazione e territorio. Alcuni paesi tentano di resistere alla riduzione della loro autonomia economica, politica, militare e culturale. Ma e’ sempre più difficile che ci riescano. Eppure il neoliberismo e’ in crisi, lo vediamo nel fallimento delle banche americane.
Perche’ oggi si dice che lo Stato deve porre regole al mercato? E’ solo un estremo tentativo di salvare il liberismo.
Si noti che il governo americano e’ entrato in azione solo quando la suicida tendenza alla deregolamentazione e’ entrata in totale crisi, non prima (nda. Bush levo’ anche le poche regole imposte da Clinton), contro tutti i precedenti atti di fede delle autorita’ federali, e lo scopo non era certo quello di salvare i risparmiatori o i cittadini ma salvare dalla catastrofe forti e i potenti, le elites economiche, i pescecani, cosi’ che potessero tornare liberi nel gran mare della globalizzazione neoliberista a divorare i pesci piccoli.
Il Financial Times scrive che «i mercati globali approvano» le azioni statunitensi per fronteggiare la crisi finanziaria. Non una parola sui motivi che hanno provocato le perdite economiche, o sul perche’ gli infallibili meccanismi di mercato hanno fatto cilecca. Si dovrebbe mettere a rischio centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani solo per salvare gli istituti di credito. Ma chi sono questi contribuenti? Gli americani sono coperti di debiti fino alle orecchie, sono terrorizzati perche’ il valore delle imprese in cui lavorano crolla sempre piu’, con la possibilita’ di una loro bancarotta e conseguente perdita del lavoro. Non e’ quindi detto, vista la situazione, che il governo statunitense possa accedere a quelle centinaia di milioni di dollari. E quel medesimo governo ha destinato altrettante centinaia di milioni di dollari in spese militari per sostenere la guerra in Afghanistan e in Iraq, tagliando al tempo stesso le tasse per i ricchi e arricchendoli sempre di piu’.
Oggi gli Stati uniti sono troppo indebitati, cosi’ come lo sono milioni di cittadini americani e la via proposta e’ fare altri debiti, aumentando il deficit pubblico. Ha senso?
Gli Usa non possono piu’ andare avanti cosi’ e allora chiedono aiuto all’Europa, o alla Cina o ai paesi arabi ricchi di petrolio. Sono uno stato insolvente che sta facendo nuovi debiti per pagare quelli gia’ accumulati.
Il ministro inglese Darling ha dichiarato che «proprio come un governo non puo’ combattere da solo il terrorismo globale o i cambiamenti climatici, cosi’ non puo’ fronteggiare le conseguenze negative della globalizzazione». Ma diciamolo, che «e’ la globalizzazione stessa che vanifica l’operato di un governo, perche’ rende impossibile a un singolo governo di risolvere la crisi del paese». La globalizzazione ha conseguenze globali che possono essere affrontate solo globalmente. Ma bastera’?
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Lo Stato della paura
Benedetto Vecchi
Intervista con Jonathan Simon (Il manifesto)
Jonathan Simon e’ un docente californiano che descrive la secolare «guerra al crimine» dei vari governi statunitense. In Italia abbiamo tradotto il suo ‘Governo della paura’ (Cortina), in cui parla delle politiche della sicurezza americane come politiche di controllo sociale contro le minoranze, dagli afro-americani ai latinos, dai poveri a uomini e donni di origine araba. La privatizzazione del sistema penitenziario e le politiche di «tolleranza zero» hanno fatto del «penale» un dispositivo di sicurezza nazionale. La tolleranza zero ha relegato ai margini delle metropoli gli «scarti umani» prodotti dal liberismo, le campagne mediatiche sulla diffusione di droghe pesanti, pornografia e piccola criminalita’ hanno alimentato una vero mercato (tecnologie della sorveglianza, vigilantes, sviluppo di quartieri blindati, penitenziari privati).
Per Simon, in Europa come negli Stati Uniti, la retorica sulla assenza di sicurezza non ha nessun riscontro empirico.
“Negli stati del sud dove la popolazione carceraria e’ in maggioranza afro-americana si usano «prigioni in affitto» e norme sulla sicurezza interna che ripristinano forme di segregazione razziale.
La politica statunitense nella «guerra al crimine» ha sempre combinato repressione e retorica sui diritti civili dei detenuti. Una combinazione che non e’ venuta meno nemmeno durante la cosiddetta la «rivoluzione dei diritti civili. Negli anni 40 la componente «liberal» del Congresso chiedeva repressione e al tempo stesso sosteneva anche che il «crimine dei negri» era il sintomo di un diffuso malessere sociale che richiedeva un massiccio intervento federale contro la poverta’. E emano’ leggi molto repressive che colpirono duramente gli afro-americani. Negli anni 80, i democratici avevano la maggioranza nel congresso. Eppure, con l’appoggio di molti leader della comunita’ afro-americana,fecero approvare pene durissime sulla produzione e vendita di droga. L’obiettivo era contrastare la diffusione del crack e della cocaina, ma si tradussero in un aumento indiscriminato delle pene inflitte agli afro-americani. Vigeva la retorica dei diritti delle vittime del crimine e le associazioni per le liberta’ civili le sostenevano come titolari di particolari diritti. Fu una combinazione infernale di discriminazione razziale e politica dei diritti civili. E molti americani appoggiarono politiche repressive contro la criminalita’ cambiandoi di senso i discorsi sui diritti inalienabili delle vittime di un’ingiustizia. Erano tanto democratici che repubblicani. Ma alla fine portarono avanti allo stesso modo la priorita’ dei bianchi.
L’obiettivo di garantire la sicurezza delle comunita’ divento’ egemone per entrambi i partiti, nutrendosi anche di contenuti razziali, visto che i nemici venivano individuati in questa o quella minoranza a seconda di chi parlava.
(Alcuni studiosi sostengono che il governo della paura e’ in realta’ una politica contro i poveri)
Discussi con Michel Foucault sul fatto che gli studiosi analizzavano la repressione del potere, ma dimenticavano come questo potere si produceva. Se uno si concentra sulle politiche repressive e’ ovvio che concluda che si fa una guerra ai poveri. Ma e’ solo un aspetto del governo della paura. Se osserviamo anche i dispositivi del potere come formalizzazione di determinati stili di vita, appare che le politiche sulla sicurezza hanno al centro la difesa dello stile di vita della middle-class. E’ il ceto medio che, in nome della sicurezza, vuole comunita’ recintate negli Stati Uniti o che chiede programmi informatici e microprocessori che filtrano l’accesso a Internet, inibendo la connessione ad alcuni siti considerati «rischiosi» o che manda i propri figli a scuole dove la sicurezza e’ il marchio d’origine della vita scolastica.
(La politica della sicurezza contribuisce allo sviluppo delle tecnologie della sorveglianza, dalle videocamere disseminate nelle metropoli al software per il «controllo» della rete o per il morphing, cioe’ il riconoscimento facciale. Per gli attivisti dei diritti civili o alcuni studiosi sono tecnologie che limitano la democrazia e rappresentano un attacco alla privacy.)
Non ci sono dubbi che il «panopticon» della modernita’ che lei descrive e’ pagato dalla middle-class in nome della sicurezza. E’ stato chiesto che ci fosse un «Grande fratello» e chiunque mette in discussione la sua autorita’ e’ guardato con sospetto. Il segreto dell’iniziale successo di Bush e’ stato proprio l’insistenza sulla sicurezza e sulla necessita’ di uno stato forte che la salvaguardasse con ogni mezzo necessario.
(Tanto negli Stati Uniti che in Europa la politica sulla sicurezza ha come obiettivo anche i migranti e altri gruppi della popolazione come i giovani, prendendo a pretesto il fenomeno delle bande giovanili. Negli Stati Uniti alcuni giornalisti e studiosi parlano di una strisciante guerra culturale contro le controculture perche’ considerate devianti. Non c’e’ solo una guerra ai poveri ma anche ai giovani).
I comportamenti giovanili sono definiti devianti come atto preventivo e sono colpiti per evitare che si trasformino in comportamenti criminali. Vecchia storia. Molti criminologi, da Lombroso in poi, hanno sostenuto che i giovani sono potenzialmente disponibili a intraprendere attivita’ criminali. Sono quindi i bersagli potenziali nella guerra alla droga, perche’ la consumano o la spacciano; inoltre sono potenziali criminali economici perche’ scaricano illegalmente musica, film e software dalla rete. La legislazione antimmigrazione e’ invece motivata dal fatto che i migranti sono anch’essi potenziali criminali, perche’ poveri. E, in quanto stranieri, mettono in discussione la «sovranita’» di un governo. In tutto il 20°secolo, i vari governi americani hanno guardato all’immigrazione come un problema di gestione del mercato del lavoro. Oggi i migranti sono diventati un problema di sicurezza nazionale. Non c’e’ dubbio che l’attuale regime di governo della paura abbia le sue radici negli anni 60, quando appunto i migranti sono stati affrontati come un problema di criminalita’, perche’ vivevano, in quanto clandestini, nell’illegalita’. Hanno fatto leggi sull’immigrazione che obbligano alla clandestinita’, poi hanno definito questa come reato. Da allora, piano piano, l’equazione tra migrante e criminale e’ entrata nel senso comune. Tanto negli Stati Uniti che voi in Italia c’e’ una politica repressiva contro i migranti. Queste politiche si configurano come repressione della criminalita’ ma giustificano poteri assoluti dei governi. Il governo della paura rafforza se stesso mettendosi al riparo da sguardi indiscreti. Il contrario cioe’ dello stato di diritto.
eddyburg.it/article/articleview/11918/0/21/
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I nuovi miracolati italiani del Berlusconi III
www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/I-nuovi-miracolati-italiani-del-Berlusconi-III
Alitalia, alta velocita’, concessionarie autostradali, nucleare e Ponte sullo Stretto: come il governo Berlusconi giova al progresso degli oligopoli degli amici
Primi 100 giorni del 3° governo Berlusconi. A chi hanno giovato? chi giovano i provvedimenti assunti nel settore dei trasporti o in quello energetico con il rilancio del nucleare?
Il 3° Governo Berlusconi sta facendo politiche dissipative dei fondi pubblici in una logica assistenzialistica, che di fatto favorisce il consolidamento dell’assetto oligopolista e delle istanze protezionistiche dei grandi gruppi aziendali.
Con riguardo alla vicenda Alitalia, i partiti di cdx, dopo aver contribuito in campagna elettorale a far fallire la trattativa per il controllo della compagna di bandiera da parte del maggior operatore mondiale del settore, Air France Klm, hanno benedetto una “cordata italiana” fortemente sospetta. Dalla quale i soli a trarre vantaggio saranno i 16 soci della NewCo “Compagnia aerea italiana”, tra i quali figurano, tra gli altri, il gruppo Benetton con Atlantia-Autostrade per l’Italia, Gavio, Ligresti, Marcegaglia e Tronchetti Provera. A loro e’ stata data facolta’ di acquisire con 1 miliardo di euro la nuova azienda, sgravata dai pesantissimi debiti (l’indebitamento al luglio 2007 e’ di 1,172 miliardi di euro) e dai costi per la liquidazione o la messa in mobilita’ del personale, scaricati in toto su una bad company pubblica. Per poi magari cedere la NewCo con sicuri ritorni solo a loro esclusivo vantaggio ad un vero operatore del settore quale Lufthansa, o di nuovo, Air France Klm. Vittime sacrificali dell’operazione i dipendenti, visto che gli esuberi previsti dal “Progetto Fenice” elaborato da Intesa San Paolo (prima della trattativa con i sindacati) erano tra le 4 e le 6 volte superiori a quelli previsti nell’offerta Air France Klm (5-7.000 invece che 1600-1700). Ma anche i piccoli azionisti, ancora una volta sballottati in una vicenda dai contorni molto poco chiari, in cui hanno tutto da perdere, che pero’ viene “garantita” dallo Stato.
Anche nel caso dell’alta velocita’ ferroviaria con il decreto di luglio legato alla manovra economico finanziaria triennale si resuscitano, per la terza volta in 6 anni (la prima era stata durante il secondo Governo Berlusconi), le concessioni dei general contractor per le tratte ancora non iniziate (Milano-Genova, Milano-Verona e Milano-Padova). Concessioni che le Autorita’ Antitrust e l’Autorita’ sui contratti pubblici avevano chiesto di revocare, e il centrosinistra nella XIII e XV legislatura aveva cancellato per legge, visti i costi insostenibili imposti da soggetti scelti dagli inizi degli anni novanta senza gare. Risultato: la Milano-Verona verra’ a costare al Paese 5,6 miliardi di euro nel 2007 a fronte di 2.200 milioni di lire nel 1991, cioe’ il 550% in piu’; la Verona-Padova 3,3 miliardi di euro nel 2007 a fronte di 1.700 milioni di lire nel 1991, cioe’ il 400% in piu’; la Genova-Milano, 5,1 miliardi di euro nel 2007 per la meta’ del percorso – tratta Genova-Novi Ligure – a fronte dei 3.100 milioni di lire per l’intera tratta Ge-Mi nel 1991, cioe’ il 350% in piu’ (che diventa il 700% in piu’ se si considera l’intero percorso). Beneficiari di progetti per 14 miliardi di euro di investimenti pubblici previsti nell’Allegato Infrastrutture al Dpef 2009-2013: per la Milano-Verona il general contractor Cepav 2 (Eni), per la Verona-Padova Iricav 2 (controllato da Astaldi), per la Milano-Genova il CoCiv (controllato da Impregilo).
Per non parlare, sempre perche’ ricompreso nell’Allegato Infrastrutture redatto dai tecnici del ministro dei trasporti e delle infrastrutture Matteoli, del rilancio del ponte sullo Stretto di Messina, il cui costo due anni fa veniva stimato molto prudenzialmente in 6 miliardi, il 20% delle risorse pubbliche richieste nel triennio 2009-2011, di euro (prima che il prezzo di materie prime quali l’acciaio subisse un aumento su base annua sino al 100%). Nonostante sia un’opera gia’ in partenza molto costosa, il prezzo posto a base di gara e’ stato di 4,3 miliardi di euro e la gara e’ stata vinta con un maxiribasso, da molti considerato anomalo, di circa 500 milioni di euro, dall’Associazione temporanea di imprese, capeggiata (nemmeno a dirlo) da Impregilo
Infine, in uno dei primissimi provvedimenti approvati dal governo (il DL 59/2008) e’ stata inserita una disposizione che rinnova per legge le convenzioni tra Anas e le concessionarie autostradali, per il beneficio in particolare di Atlantia-Autostrade per l’Italia (che controlla l’82% dell’intera rete nazionale a pedaggio italiana), ma anche del gruppo Gavio, contro il parere del Nars – nucleo tecnico del Cipe – e dopo che nella passata legislatura si era tentato di proporre una convenzione unica che finalmente consentisse di controllare gli investimenti dei concessionari e quindi far dipendere dalla verifica di questi l’aumento o no dei pedaggi. Risultato: Atlantia-Austostrade per l’Italia ha fatto nella sostanza saltare il meccanismo della convenzione unica a vantaggio di tutti i concessionari e proponendo a suo esclusivo vantaggio un meccanismo di aggiornamento automatico delle tariffe, eliminando i controlli periodici quinquennali, che le consente di aumentare i pedaggi, senza che nessuno possa sindacare nulla. Anche in questo caso piove sul bagnato visto che, come si legge nel suo bilancio: al 31 dicembre 2006 il gruppo Atlantia ha un capitale investito consolidato di circa 16,63 miliardi di euro, con un patrimonio netto di 3,86 miliardi di euro, un fatturato consolidato di circa 2,7 miliardi di euro ed un utile netto consolidato di 672,4 milioni di euro. E qualcuno ha fatto notare che l’Europa potrebbe storcere il naso di fronte per il conflitto di interessi che potrebbe emergere dalla partecipazione di una societa’ concessionaria pubblica quali Atlantia-Autostrade per l’Italia alla cordata di imprenditori interessati all’Alitalia.
Infine, nel caso del rilancio del nucleare e’ stato calcolato che se nel nostro Paese si puntasse da qui al 2030 a costruire un parco di 10 centrali in Italia, per un totale di 10-15 mila Mw di potenza installata, questa partita avrebbe un costo tra i 30 e i 50 miliardi di euro di investimenti, in gran parte pubblici. Tale programma andrebbe a beneficio delle grandi aziende di fatto ancora sotto il controllo pubblico come Enel o, protette e interamente finanziate dallo Stato per gestire la partita nucleare civile e militare, quali Sogin SpA. Aziende che si vedrebbero assegnate ingentissime risorse sottratte alla ricerca sulle fonti energetiche alternative (visto che il nucleare assorbe il 90% delle risorse dedicate alla ricerca) e al loro sviluppo. In una situazione in cui il contributo al fabbisogno energetico delle energie rinnovabili in Italia e’ al minimo storico: il rapporto tra produzione elettrica da fonti rinnovabili e produzione totale e’ sceso al 15,7% (il livello piu’ basso degli ultimi 15 anni).
Per avere un quadro di insieme sull’impegno della grandi aziende nostrane sul nucleare, vale la pena di ricordare che e’ da tempo che la politica industriale di Enel e’ indirizzata in tal senso. Con la campagna acquisti condotta oltre frontiera, il nucleare ha raggiunto oltre l’11% dell’energia prodotta dall’Enel in tutto il mondo, che potra’ diventare il 12% a seguito dell’acquisizione della spagnola Endesa e agli impegni assunti in Francia con il progetto Epr e grazie agli accordi operativi in atto in Slovacchia e Romania. E anche Sogin SpA (ieri societa’ dell’Enel e dal 2000) societa’ di proprieta’ del ministero dell’economia e delle finanze) vanta al suo attivo impegni assunti in Armenia, Kazakstan, Romania, Russia e Siberia per l’assistenza e il decommissioning di centrali nucleari e sta gestendo l’ambizioso e discusso accordo tra Italia e Russia firmato il 5 novembre 2003, nell’ambito della Global Partnership sottoscritta nel vertice G8 di Kananaskis, per la messa in sicurezza della flotta e delle basi dei sottomarini nucleari ex sovietici.
In conclusione, emerge dai primi provvedimenti del governo un bel manuale Cencelli dei benefici ai soliti pochi grandi gruppi aziendali che, in situazioni, ultraprotette, stanno cercando di cogliere l’attimo di operazioni avventuristiche o sbagliate, garantite e/o finanziate interamente dallo Stato. Gli strateghi dei grandi gruppi ringraziano. I cittadini, i consumatori e i piccoli azionisti piangono.
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Don Aldo
Su Berlusconi
Ha usato la politica, prima tramite terzi poi scendendo in campo, per difendere e moltiplicare i propri interessi. Ora la uccide per dare libero spazio al proprio protagonismo.
Prima era semplicemente un ladro in liberta’ vigilata, ora e’ un ladro a piede libero.
Con le sue televisioni ha stuprato e violentato un popolo svuotandolo della sua anima, ha resettato la sua coscienza sui canoni volgari del denaro facile e del felice apparire, gli ha rubato la memoria storica e la capacita’ riflessiva vellicandone gli istinti da basso ventre fino a farne camera di risonanza delle sue ossessioni e delle sue droghe.
Ora questo popolo e’ diventato zerbino del suo impero, supporto alla sua anarchia e foglia di fico per le sue vergogne.
Prima per lui il popolo era un cavallo da domare, lui lo ha reso un asino da soma.
Ha cooptato nel governo il razzismo bavoso della lega, la bulimia mercantilista della destra e l’interessata adulazione di avvocati, commercialisti, ragionieri e dipendenti di azienda (la sua) che, insieme, costituiscono un minestrone tossico da far paura.
Da 14 anni vengono iniettate sul tessuto sociale italiano piccole dosi di disprezzo contro gli stranieri, i poveri, i rom, i nullatenenti, i diversi, i “comunisti”, i “coloro-che-non-sono-dei-nostri” al punto di ritrovarci un paese tossico.
E senza vergogna ci si domanda se per caso noi italiani non siamo diventati razzisti…!
Da anni vanno predicando a squarciagola il nuovo vangelo della salvezza: “piu’ mercato e meno stato”.
Hanno separato il danaro dal lavoro, hanno finanziarizzato il capitale, hanno ammazzato lo stato ed ora, di fronte al disastro, senza pudore alcuno, questa facce di culo (si’, perche’ facce di culo sono) fanno appello allo stato perche’ corra ai ripari.
In questi ultimi giorni vanno facendo i salti mortali per divorziare dai loro dogmi.
Non li vedete?
Il tuttologo e logorroico Tremonti e’ tutto e il contrario di tutto: per il mercato e contro il mercato, global e antiglobal, clericale e anticlericale. C’e’ solo da accertarsi se sia “bi” o “trans”.
Noi, da parte nostra, non ci facciamo prendere per il naso.
Ladro e’ chi ruba ma anche chi tiene il sacco.
Assassino chi uccide ma anche chi fa da palo.
Noi, non volendo essere ne’ l’uno ne’ l’altro, non reggiamo il sacco ne’ facciamo da palo.
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Cenere e patate
Doriana Goracci
Se non fosse che, passando nell’unica antica via carreggiabile del paese, costellata da qualche bar, con crocchi sempre piu’ fitti di anziani e giovani, in cerca di lavoro o a riposarsi per quel che hanno fatto, di sempre piu’ rapide spese e approvvigionamenti invernali per le belle giornate che permangono, di certi mugugni e fronti aggrottate, di donne coraggiose a spingere passeggini e bambini a scuola, di anziane su e giu’ con il carretto che si confidano pene ed acciacchi… potrebbe apparire un fine settembre comune, qui’ nella Tuscia. Una vendemmia andata bene come la raccolta delle nocchie, con l’odore della legna bruciata, con un ottobre che incalza e invita a fare presto: il cambio di stagione. Cambiare cosa?
Cambiare abitudini, perche’ fa molto male guardare la televisione, ad esempio. Ci dice di consumare, fossero pure donne e motori, diventare uomini forti e bambini intelligenti, giovani emergenti come i loro tutori, ci dice che il mondo delle Borse va male ma magari domani e’ un altro giorno e risale e alla gente comune non sembra importare un granche’, questo sali e scendi, come la moneta europea e il petrolio: le notizie sono ormai seriali, di guerre e vittorie di Pirro, di feste senza Liberazione, di drammi con Feste, di ministri e minestre, di capi e gregari, di Cuochi a revisionare e scandire emergenze. Non ce l’aveva detto affatto, la signora Informazione, che la Crisi sarebbe arrivata e cosi’ presto.
E’ da anni che i Media mostrano al mondo un’Italia dove si mangia, si beve e si consuma, dove c’e’ posto per tutte e tutti se vogliono assaggiarci, dove la sappiamo lunga e la sappiamo dire e fare, dove ci siamo risollevati sempre, magari con l’arte dell’arrangiamento, dove si dice grazie anche se nessuno risponde prego ma anzi incalza con il conto.
Ci raccontano da decenni che siamo una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, che il popolo e’ sovrano, solidale politicamente, economicamente e socialmente, che non ci sono in Italia distinzioni di sesso-razza-lingua-religione-opinioni politiche-condizioni personali e sociali, che possiamo sceglierci l’attivita’ che piu’ ci aggrada, che le minoranze linguistiche sono tutelate, che lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e non vanno a braccetto, che da noi si puo essere religiosi nella maniera che pare, che viene promossa la cultura e la ricerca scientifica e tecnica, che viene tutelato il paesaggio e il patrimonio artistico, che gli stranieri hanno diritto d’asilo e non possono essere estradati per reati politici, che l’Italia ripudia la guerra che non e’ un mezzo per risolvere le controversie internazionali…
Ci hanno detto che la bandiera della Repubblica e’ il tricolore: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. Ce lo fanno vedere spesso il tricolore: risolve sbrigativamente molti diritti di cui sopra e poi l’onore e’ salvo.
L’allegra compagnia riprende sempre a volare e spazza i brutti pensieri, come le malelingue sul nostro Paese, che viene imitato, un marchio contraffatto a Bengodere di quello che rimane, fosse pure contraffatto, con passione purezza e speranza, l’ultima a morire: questa invece, ce l’avevano detta.
Nessuno ci dira’ invece che saremo poveri ma belli, perche’ ancora crediamo nella liberta’ e nella vita, fatta di condivisione senza agrodolci fini, a sbandierare solo la volonta’ di rimanere con i piedi per terra, senza voli e svolazzi di diritti, scritti su una Carta, da tempo bruciata e calpestata, fatta cenere, buona a coprire certe patate.
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Acqua ai privati bollette da usura Il nuovo oro e’ blu
Roberto Rossi
Piu’ preziosa dell’oro, piu’ redditizia del petrolio. In Italia l’acqua, da bene primario, da diritto fondamentale si sta trasformando in merce per multinazionali. Un business sempre piu’ redditizio. Negli ultimi cinque anni le tariffe sono aumentate in media del 35 per cento. Una crescita seconda solo a quella del greggio. E figlia di una privatizzazione feroce, compiuta in nome di una falsa efficienza. Ottenuta, spesso, con la complicita’ delle istituzioni pubbliche che, per incompetenza o per colpa, hanno abbandonato agli appetiti dei privati il controllo e la gestione del sistema idrico.
Il punto di svolta e’ il 5 gennaio del 1994 con la Legge Galli (poi confluita nell’aprile 2006 nel Codice Ambientale) che viene emanata con l’obiettivo di semplificare la gestione pubblica delle acque, all’epoca ripartita tra ben novemila diversi soggetti. Vengono definiti 91 Ato (Ambiti territoriali ottimali), ovvero le aree di riferimento per la fornitura dei servizi idrici. Ciascun Ato e’ posto sotto il controllo degli enti locali. I quali, pero’, hanno spesso il doppio ruolo di azionisti affiancando i privati. Che in un mercato potenziale da 8 miliardi di euro si ficcano a capofitto. Come “Acea” o le multinazionali francesi “Suez” e “Veolia”, che tra gestione e incroci azionari, si stanno mangiando fette di territorio a costo quasi zero. Perche’ i privati nell’acqua non investono o investono poco. Neanche il 10 per cento del dovuto. Come rilevato dall’Antitrust, per l’acqua si assiste alla sostituzione di monopoli pubblici con monopoli privati. Una tendenza amplificata dalla Legge Tremonti del 6 agosto 2008 che rende ancora piu’ complesso un ritorno degli enti locali alla gestione. Molti, infatti, ormai lo vorrebbero. Contro questa deriva si batte il “Movimento per l’acqua pubblica” il cui II Forum nazionale si riunira’ a meta’ novembre. II nostro viaggio attorno al mondo dell’acqua privatizzata, invece, si concentra nel Lazio e in Toscana. Due regioni simbolo, da anni il punto di attacco al servizio idrico.
E Parigi vuole tornare alla gestione pubblica
Gestiscono una fetta rilevante delle risorse idriche di tutto il mondo. Ma a casa loro, a Parigi, rischiano di essere cacciate. Le multinazionali Veolia e Suez potrebbero presto perdere l’appalto per la gestione delle acque della capitale francese. Se il progetto del sindaco, Bertrand Delanoe, andra’ in porto, la municipalita’ non rinnovera’ i contratti con le due societa’. Che riforniscono d’acqua la citta’, una a destra l’altra a sinistra della Senna, da quando Jacques Chirac era alla guida di Parigi. A meno di sorprese alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 dicembre 2009, l’acquedotto parigino tornera’ a essere un servizio municipale. Veolia e Suez continueranno a fare il loro affari soprattutto all’estero. Anche in Italia, dove si sono spartite le aree di influenza: Suez al centro-nord, Veolia, al centro-sud. Una presenza che ha allarmato anche Antitrust e servizi segreti. Quest’ultimi nella 54a relazione al parlamento, nel marzo del 2005, nel capitolo “Minacce alla sicurezza economica nazionale”, hanno individuato «il rischio» che le nostre risorse idriche possano cadere in mano straniera.
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«Allora, io ero la’, sulla piu’ alta delle montagne, e tutto intorno a me c’era l’intero cerchio del mondo. E mentre ero la, vidi piu’ di cio’ che posso dire e capii piu’ di quanto vidi; perche’ stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un’unica madre ed in un unico padre. E io vidi che era sacro… E il centro del mondo e’ dovunque.»
Alce Nero
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Erri De Luca
Siamo fatti di acqua e di un po’ di polveri,
Sprecare acqua e’ sprecare noi.
Siamo acqua salvata.
Passeggiata con Amos Oz
Lungo le mura esterne di Gerusalemme
dove prima del ‘67 passava il confine
e le armi da fuoco cercavano corpi da abbattere,
andiamo e mi accenna le pietre che pesano piombo.
E’ un limpido mattino di febbraio,
non si parla di sangue, invece di acqua.
Racconto il pozzo scavato sul mio campo
la felicita’ del primo getto sparso sul terreno,
acqua divisa tra gli alberi e l’uso di casa,
poca, dosata e resa, non fare che si sciupi.
Lui ricorda quella per lavarsi i denti,
dopo l’uso raccolta dentro un secchio
serviva per pulire il pavimento
e poi strizzata dallo strofinaccio
si versava sul solco piantato a cipolle.
E cosi’ ci fermiamo per fare un sorriso. Siamo due persone che hanno tenuto da conto le gocce.
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