Nuovo Masada

Settembre 26, 2008

MASADA n. 792. 26-9-2008. Una borsa da Far West

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Capitalismo finanziario, la spazzatura del mondo – Una scuola di male in peggio – La Prestigiacomo nega la diossina di Taranto – Un inferno chiamato call center -

Liberazione
Il fallimento di Lehman Brothers
Come si salveranno? Colpendo il lavoro

Emiliano Brancaccio

Avevano nei giorni scorsi giustificato il tracollo di Fannie e Freddie con la classica litania dei carrozzoni a partecipazione pubblica, protetti dal governo federale americano e inquinati dalle solite clientele politiche. Poi pero’ la crisi si e’ nuovamente spostata al centro del capitalismo privato americano, e gli ultras del liberismo sono rimasti per l’ennesima volta a corto di argomenti. Lehman Brothers, una delle quattro banche d’affari piu’ grandi del listino di Wall Street, ieri ha dichiarato fallimento. Cade dunque un altro importantissimo mattone dell’immenso domino finanziario globale, e c’e’ da ritenere che diversi altri nei prossimi mesi subiranno una fine analoga. Lehman rappresenta una delle massime interpreti del famigerato “subprime capitalism”, vale a dire il sistema che nel corso degli ultimi anni ha stravolto e reinventato il circuito monetario dei crediti, dando luogo a quella che potremmo considerare una sofisticata istituzionalizzazione del meccanismo dell’usura. La logica dei subprime ha infatti per lungo tempo funzionato cosi’. Prendi un lavoratore americano, di norma residente in un sobborgo periferico e gia’ abbastanza carico di debiti e di pignoramenti. Fregatene della sua elevata probabilita’ di insolvenza e offrigli mutui e carte di credito a tassi particolarmente alti. Quindi spezzetta in mille parti i debiti del tizio in questione, trasformali in titoli e diffondili in ogni angolo del globo, con il prestigioso marchio della banca d’affari emittente posto in bella mostra sulle cedole.

Strozza finche’ puoi il lavoratore, fallo andare sulla giostra dei tassi variabili, costringilo a doppi turni, tripli lavori e tagli progressivi al suo tenore di vita. Distribuisci i dividendi ai possessori dei titoli e poi, quando il tizio andra’ in bancarotta, poco male: che si faccia avanti il prossimo working poor, afflitto da un salario reale in caduta libera fin dai tempi di Carter. Applicando questa procedura le grandi banche d’affari americane hanno
convinto migliaia di operatori finanziari a comprare questi titoli, al tempo stesso bollenti e patinati. Fondi cinesi, russi, giapponesi e pure tanti istituti europei hanno fatto incetta di subprime, rassicurati dall’idea che un pezzettino di rischio per ciascuno non avrebbe fatto male a nessuno. Ma le cose non stavano cosi’. Lo strozzinaggio su larga scala aveva le sue crepe, che si sono trasformate in voragini man mano che i pezzetti di rischio andavano cumulandosi, che i potenziali lavoratori da incravattare andavano esaurendosi,
e che le garanzie poste alla base di quei debiti cominciavano a perdere di valore. Il risultato finale e’ che i massimi finanzieri di Wall Street potrebbero a questo punto esser seduti su una montagna di crediti che valgono carta straccia. E non si capisce chi paghera’ adesso la corrispondente montagna di debiti che essi hanno contratto con il mondo. Una situazione, questa, che avra’ inevitabili effetti a catena: basti pensare ai contratti di copertura del rischio di cambio che il Ministero del Tesoro italiano ha lungamente contratto
con Lehman per la collocazione di titoli pubblici sulla piazza americana, e che ora rischiano di non poter essere onorati. Siamo insomma di fronte alla ennesima, contraddittoria torsione del capitalismo deflattivo del nostro secolo. Da tempo questo sistema impone a tutti i paesi del mondo una politica di schiacciamento dei salari e della
domanda interna, e li costringe a cercare sbocchi commerciali all’esterno dei propri confini. Gli Stati Uniti hanno agito per anni da spugna assorbente, domandando ben al di la’ di quel che potevano acquistare. E questo non certo in virtu’ di una politica di alti salari, ma al contrario grazie a una spaventosa esplosione di spese finanziate con debiti, che negli ultimi tempi hanno coinvolto anche e soprattutto la classe lavoratrice. Con il diffondersi delle insolvenze tra i lavoratori il sistema e’ andato in stallo, e adesso si prevedono due diverse vie d’uscita. La prima e’ quella “capitalistica pura”: si lasciano le banche al proprio destino, le piu’ fragili ed esposte falliranno o verranno assorbite, e assisteremo a una ulteriore accelerazione del processo in corso di centralizzazione dei capitali mondiali in poche mani.
Questa soluzione trova pero’ un ostacolo nel fatto che gli assetti proprietari e di controllo del capitale finirebbero per subire un vero e proprio terremoto. Per esempio, la finanza asiatica sembra esser tra le poche attualmente in grado di ricapitalizzare gli istituti bancari, soprattutto americani ma in parte anche europei. Non sarebbe certo la prima volta, beninteso, ma in questa occasione l’intervento necessario ai salvataggi potrebbe rivelarsi di tali proporzioni da rendere inevitabile l’ingresso dei cinesi nelle stanze dei bottoni di Wall Street e della City, dalle quali sono stati finora tenuti accuratamente alla larga. Ecco allora che alcuni guru della finanza statunitense ed europea iniziano a levare alte le voci sul pericolo di una recessione globale, e sul rischio conseguente di una reazione neo-protezionista. La diffusione di queste paure verte su un preciso obiettivo strategico: spianare la strada a una soluzione alternativa “assistita”, ossia basata su un intervento pubblico che permetta di scaricare sui contribuenti occidentali il peso dei rifinanziamenti bancari e che eviti eccessivi scossoni negli assetti di controllo. Quello che suscita maggiori
preoccupazioni, comunque, e’ che in entrambi i casi il sistema scaricherebbe il peso dell’aggiustamento sulle spalle dei lavoratori e delle categorie sociali piu’ deboli: o attraverso la recessione e la disoccupazione, o tramite un aumento dei carichi fiscali sul lavoro e delle iniezioni di liquidita’ pubblica a sostegno del capitale privato in crisi, oppure ancora attraverso una combinazione intermedia delle due soluzioni. Nella storica emergenza in atto, insomma, i lavoratori restano al tempo stesso la variabile residuale per
eccellenza, pressata sul piano economico e silente sul piano politico. Un paradosso, questo, dal quale non si uscira’ ne’ a breve ne’ in modo necessariamente pacifico.
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A Wall Street vincono i furbetti
di Enrico Pedemonte da New York
(Espresso)

Il salvataggio delle Borse? Ha riempito le tasche degli speculatori. Sulla pelle dei contribuenti. E’ tutto il sistema della finanza Usa che va riformato. Parla il premio Nobel Joseph Stiglitz

Wall Street e’ morta, titola il ‘Wall Street Journal’ in un editoriale destinato a fare storia, ma una vecchia volpe della Borsa come Nariman Behravesh, capo economista della Global Insight, dice che sono solo chiacchiere: “Tutto questo clamore fara’ spazio agli hedge fund e ai private equity. Dopo la scomparsa delle vecchie banche di investimento si creeranno due mercati con diversa velocita’: da una parte le banche commerciali a cui si rivolgeranno i piccoli investitori, dall’altra gli hedge fund e i private equity, cioe’ un mercato senza regole rivolto ai ricchi e a quelli che vogliono rischiare…”.
La dichiarazione di Behravesh esprime bene il clima di incertezza che si respira nel mondo della finanza. Il terremoto che ha scosso Wall Street arriva al crepuscolo dell’amministrazione Bush, in un clima elettorale incandescente, in un’economia sull’orlo della recessione. In meno di due settimane due grandi istituzioni come Fannie Mae e Freddy Mac sono state nazionalizzate, le cinque grandi banche di investimento sono sparite (fallite o assorbite dalle banche tradizionali), la prima delle societa’ di assicurazione americane – la Aig –e’ stata salvata grazie a una gigantesca iniezione di denaro pubblico.
Alla fine l’amministrazione Bush ha dovuto proporre un’operazione da 750 miliardi di dollari per evitare che l’intero sistema finanziario crollasse come un castello di carte, oppresso da una valanga di mutui ormai senza valore che ha invaso i mercati e devastato i bilanci delle societa’ finanziarie. E nessuno sa dire se questo immane sforzo da parte dell’amministrazione pubblica sara’ sufficiente a tamponare una crisi in larga misura incompresa anche dagli addetti ai lavori.
Alla fine i miliardi di dollari finiti in questa epocale operazione di salvataggio saranno oltre mille, forse 2 mila. Ma molti pensano che le operazioni proposte dall’amministrazione Bush serviranno a salvare gli azionisti lasciando pero’ intatto il Far West del sistema finanziario.
Joseph Stiglitz, docente alla Columbia University di New York e premio Nobel per l’Economia, e’ tra i più critici: “L’operazione di salvataggio orchestrata dal ministro del Tesoro Henry Paulson potrebbe risolversi in un colossale trasferimento di ricchezza dalle tasche dei contribuenti a quelle degli uomini di finanza”, afferma nel corso di una lunga intervista a ‘L’espresso’: “I capi delle banche di investimento stanno stappando bottiglie di champagne perché pensano di avere finalmente trovato qualcuno cosi’ stupido da comprare i loro mutui senza valore a spese dei contribuenti”.
Stiglitz non lo dice, ma la sfiducia manifestata da molti esponenti democratici nei confronti di Paulson, che in un lungo braccio di ferro con il Congresso ha chiesto carta bianca per distribuire 750 miliardi di dollari al mondo finanziario, viene proprio dalla sua storia personale. Paulson ha lavorato per 32 anni alla Goldman Sachs e ne e’ stato presidente per sei anni, proprio nel periodo in cui le banche di investimento americane si inventavano gli incomprensibili strumenti finanziari che oggi stanno affossando l’economia. Molti pensano che non sia lui, nonostante la sua sapienza tecnica, l’uomo giusto per risanare Wall Street e cambiarne le regole.
D’altra parte questa crisi finanziaria esplode negli ultimi mesi di vita di un’amministrazione che ha creato un buco devastante nelle casse dello Stato. Stiglitz ha studiato a lungo il problema e ha appena pubblicato ‘The Three Trillion Dollars War’, un libro in cui sostiene che la guerra in Iraq e’ destinata a costare agli Stati Uniti 3 mila miliardi di dollari. Quando Bush divenne presidente, il debito federale Usa ammontava a circa 5.700 miliardi. Ma negli 8 anni di Bush, prima la guerra in Iraq, poi il salvataggio delle societa’ finanziarie hanno triplicato quella cifra, portandola a 15-16 mila miliardi di dollari. “Si tratta di un debito colossale destinato ad abbassare per un lungo periodo il nostro livello di vita”.
Stiglitz dice che uno dei grandi responsabili della crisi e’ stato il capo della Federal Reserve Alan Greenspan, scelto da Ronald Reagan per diffondere il mantra della deregolamentazione. Fu Greenspan a incoraggiare la diffusione dei mutui subprime, fu lui ad assicurare che la bolla immobiliare non esisteva, sempre lui a guardare dall’altra parte quando l’edificio della finanza cominciava a scricchiolare. “Poi arrivarono i tagli alle tasse di Bush, la guerra in Iraq che ha fatto salire il prezzo del petrolio e ha indebolito l’economia. Per rispondere alla crisi che incombeva, l’amministrazione Bush ha usato la politica monetaria, facendo scendere il valore del dollaro”. Ma alla fine i nodi sono venuti al pettine. E adesso che cosa si puoì fare?
Le proposte avanzate da Stiglitz rivestono grande interesse perche’ lui viene indicato da piu’ parti come uno dei probabili consiglieri di Barack Obama se questi salira’ alla Casa Bianca. Secondo Stiglitz la finanza deve essere riformata in modo profondo: “Primo: bisogna impedire che i presidenti delle societa’ finanziarie se ne vadano a casa con enormi bonus. Gli incentivi annuali hanno dimostrato di non funzionare perche’ spingono a rischi eccessivi a breve termine: meglio un sistema di premi quinquennali”.

Il 2° punto debole del sistema e’ costituito dalle regole sulla concorrenza. Il campanello d’allarme piu’ grave e’ scattato con la crisi della Aig, la piu’ grande compagnia assicurativa americana: la Federal Reserve e il ministero del Tesoro hanno giustificato il salvataggio della societa’, costato 85 miliardi di dollari alle casse dello Stato, sostenendo che si trattava di un’azienda cosi’ grossa e importante che il suo fallimento avrebbe portato il sistema economico al collasso. Ma questa stessa dichiarazione, secondo Stiglitz, rappresenta un’ammissione di fallimento da parte delle autorita’ che regolano la concorrenza: se un’azienda e’ talmente grande da non poter fallire senza gravi rischi per la stabilita’ del sistema, allora quella azienda va spaccata, o regolamentata in modo molto rigido. E la stessa sorte dovrebbe toccare alle tre societa’ che dominano il mercato delle carte di credito, che oggi campano su regole che soffocano la concorrenza.
Ma e’ la mancanza di trasparenza del sistema finanziario Usa il punto su cui Stiglitz concentra la sua polemica: “Sapevamo da sei mesi che era necessario salvare la Bear Stearns. Ma ancora oggi non sappiamo quanto sia alto il rischio del salvataggio, ne’ quanto ci abbiano rimesso i contribuenti. E soprattutto non sapevamo che in quel modo stavamo in realta’ dando soldi alla JP Morgan”. Stiglitz propone di creare una ‘commissione per la sicurezza dei prodotti finanziari’ per accertare il grado di sicurezza di quello che le banche e i fondi pensioni vendono ai consumatori: “Ognuno puo’ correre i rischi che vuole, ma deve conoscerli. Non si puo’ giocare alla roulette con i soldi degli altri”. Ma e’ sul- l’intero sistema regolatorio della finanza Usa il giudizio piu’ pesante: “Abbiamo avuto la prova che il sistema non funziona ne’ per l’economia, ne’ per i contribuenti americani, ne’ per il resto del mondo. Funziona solo per un piccolo gruppo di persone che si sono riempite le tasche”.
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Una scuola di male in peggio
Viviana Vivarelli

Sono rimasti in pochi a difendere la riforma Gelmini a fronte della reazione negativa degli insegnanti e delle famiglie in tutto il paese. Sono rimasti pochi cloni a difendere Berlusconi qualunque cosa faccia, bianco se fa bianco, nero se fa nero anche se contraddice, in totale menefreghismo, il bianco precedente. E davvero mettersi a difendere Berlusconi, e’, coi tempi che corrono, abbastanza insostenibile.
I dati e le classifiche non sono inventati a piacere ma calcolati da indicatori internazionali, da cui risulta che la scuola italiana vanta delle eccellenze per le elementari e peggiora leggermente nelle secondarie. Che la scuola italiana sia comunque di buon livello lo dimostrano i dati Ocse-P.i.s.a (Organizzazione per la cooperazione e sviluppo) che la pone nella sua totalita’ all’8° posto nel mondo, e per le elementari al 5°, in Europa al 2°posto dopo la Francia. Chiunque abbia lavorato con laureati di altri paesi sa che le lauree italiane sono eccellenti e per niente paragonabili a quelle delle due Americhe o di molti paesi europei (la stessa Inghilterra ha preparazioni piu’ scarse); in USA abbiamo il peggio: i ragazzi a 18 anni non sono in grado di leggere e scrivere correttamente, le lezioni sono brevi, superficiali e disarticolate, gli allievi compongono il loro programma come un’accozzaglia di materie a piacere e molte sono a livello hobbistico, la valutazione e’ fatta in base a quiz ridicoli ecc., la scuola pubblica e’ penosa, specie nelle zone degradate, pero’ all’universita’ le strutture offerte agli studenti sono enormemente superiori alle nostre (anche se a fronte di una spesa annua media di 20.000 dollari, che e’ gia’ di per se’ un discrimine sociale).
Per quanto riguarda gli investimenti, l’Italia investe piu’ della media Ocse nelle elementari , scende nelle superiori e crolla nelle universita’. Aggiungiamo che spesso la situazione delle infrastrutture scolastiche e’ miserabile, sia per quanto riguarda le biblioteche, i laboratori, le officine, le palestre ecc. che quando riguarda la nuda edilizia scolastica a cui dovrebbero provvedere le Province che si mangiano per il solo personale quasi tutto il budget. Se eliminassimo le Province, avremmo immediatamente i soldi con cui migliorare le strutture scolastiche, che da noi difettano persino in termini di sicurezza.
A 15 anni, gli studenti italiani sono gia’ svantaggiati rispetto ai coetanei europei soprattutto nelle materie scientifiche e il loro rendimento misurato dall’indice P.i.s.a e’ nettamente inferiore alle media OCSE a 475 punti contro i 500 della media e i 563 dei finlandesi. I dati sono del rapporto sulla scuola pubblicato a Parigi dall’Ocse.
Trovo strano che nessun fozista contesti la faccia tosta con cui Berlusconi prima ci e’ venuto a decantare la riforma Moratti, portando la medesima in palmo di mano, e oggi con la stessa faccia tosta faccia carta straccia della riforma Moratti come fosse una totale porcheria e tenti di riportare la scuola indietro di 40 anni.
Questa riforma se ne frega degli interessi del paese e mira solo a far cassa in un modo che piu’ cinico non si puo’. Taglia un anno alle superiori (dopo che i diplomi quadriennali sono stati portati a 5 anni), taglia due anni all’obbligo scolastico che da 16 anni torna a 14, taglia un’ora al giorno alle elementari, giura che manterra’ il tempo pieno (40 ore) quando riduce i maestri da 3 a uno (se resta un solo maestro con 24 ore settimanali, quando lo fa il tempo pieno?). Porta a 35-40 gli studenti per classe. Taglia gli insegnanti di sostegno per disabili, ragazzi problematici e extracomunitari.
L’unico scopo di questa riforma e’ lucrare sul cittadino. Ma il risultato sara’ di tornare indietro di 40 anni restaurando la scuola di Mussolini.
Si noti che tagliando il tempo pieno, il governo risparmiera’ anche sulla mensa scolastica, mettendo i figli di genitori poveri che lavorano sul lastrico. E che la Gelmini neghi tutto questo e’ vergognoso.
Il risultato e’ che Berlusconi ha vinto le elezioni vantando la cancellazione dell’Ici residua che spettava alle classi medio-alte e promettendo una soluzione Alitalia, ora l’Ici torna come tassa locale maggiorata, l’Alitalia pesa sulle tasche dei contribuenti e le sue promesse da megalomane permettono a Tremonti di falcidiare la scuola pubblica, gravando sulle tasche delle famiglie piu’ povere. Insomma un imbroglio e un furto in piena regola, che travasa soldi dai piu’ poveri a chi meno li merita.
Luca Ricolfi della Stampa ci viene a dire che la riforma non e’ quel cataclisma che le famiglie denunciano e che il risparmio sara’ di soli 3,6 miliardi, quando Tremonti stesso ancora oggi dichiara che di miliardi ne rispamiera’ 7,8.
Tutti (meno qualche retrogrado) ritengono che il danno ci sia e grande: un netto peggioramento di una scuola gia’ falcidiata dagli assurdi e insostenibili pagamenti alle private, quando poi tutti sanno che il livello di chi esce da scuole private e’ sempre stato piu’ basso delle scuole pubbliche. E sbaglia Ricolfi a dire che non ci saranno gli 87.000 posti di lavoro in meno, che’ anzi questi saranno 131.000 mettendoci il personale impiegatizio. O forse dimentica il progetto di chiudere tutte le scuole dei piccoli comuni sotto i 600 allievi che fara’ sparire 2000 scuole italiane?
Questo e’ un colpo mortale alla scuola pubblica e minimizzarlo risulta offensivo.
In quanto alla minaccia di eliminazione del tempo pieno, come faranno i genitori che lavorano? Dovranno pagarsi le baby sitter o avranno un doposcuola a pagamento, magari di qualche cooperativa Cl che gia’ gestisce molti servizi mensa? E i cittadini pagheranno lo stesso o di piu’ per una scuola ridotta al meno?
La Gelmini dice che 40 anni fa le ore scolastiche erano 24 ore e c’era un solo maestro, puo’ essere, e, se lei intende riportarci all’Italia di Mussolini, ci sta riuscendo, ma un popolo civile in genere va avanti e non indietro, e in 40 anni qualche progresso e’ stato fatto. Intanto non siamo piu’ alla piccola scuola di paese, le classi sono multietniche, le ore di religione sono raddoppiate, e’ stato introdotto l’inglese e, dove si puo’, anche il computer, agli allievi non si chiede piu’ solo di saper leggere, scrivere e far di conto, la vita e’ diventata piu’ complessa e vuole preparazioni nuove. La Gelmini ci aggiunge anche l’educazione civica…con pause, ritardi ecc, si arriva a 2 ore di scuola effettiva al giorno. Questo non ci allineera’ certo ai paesi piu’ progrediti ne’ alzera’ il livello medio di istruzione degli italiani.
Un governo serio investe in istruzione, formazione insegnanti, edilizia scolastica, strutture, laboratori di ricerca. Un governo che si fonda su promesse elettorali demagogiche e sostegno a compagnie corrotte fa questo.
Continua un precariato vergognoso che nessun paese europeo presenta. Si arriva all’eta’ della pensione senza aver maturato alcuna pensione. Con la trasformazione delle scuole in aziende o fondazioni, aumenteranno clientelismo e ingiustizie sociali.
Negli ultimi 10 anni gli stipendi degli insegnanti in Italia sono cresciuti dell’11%, quando nei paesi Ocse l’incremento medio e’ stato del 15%.
Nulla si fa per gli scandalosi concorsi universitari creati per sisstemare amici e parenti. Le universita’ da una parte sono strapiene, dall’altra presentano il piu’ alto indice di abbandoni. Il 69% degli iscritti in Europa arriva alla laurea, da noi solo il 45%, gli altri si perdono per strada.
D’altro canto, siamo al paradosso che chi ha una laurea o due o peggio anche qualche master fatica di piu’ per trovare lavoro. Governo e aziende gli italiani li vogliono disperati e analfabeti, per sfruttarli meglio. E se qualcuno e’ un genio, ce la mettono tutta per farlo espatriare. In particolare alle donne e’ preclusa ogni possibilita’ di carriera per la persistenza di un machismo cieco e stolto che la Chiesa continua ad alimentare.
Bassa anche l’incidenza delle spese in istruzione rispetto al Pil: mentre la media delle principali economie mondiali investe il 5,8% del Pil nel proprio sistema scolastico, in Italia questa percentuale scende al 4,7% e ora scendera’ ancora. Se tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell’Ocse sono aumentati del 41%, in Italia l’incremento e’ rimasto contenuto al 12%.
L’allievo italiano presenta una bassa capacita’ di applicare alla vita le conoscenze scolastiche, una bassa capacita’ di capire un articolo di giornale, di riassumerlo, di individuarne i punti principali. Ci hanno fatto diventare un paese di teledipendenti o calcio dipendenti, e al potere sta bene cosi’: basso QI, basse capacita’ di critica e di comprensione = maggiore facilita’ di governo che puo’ infinocchiarci come crede. Un rimbambimento di massa, che la riforma Gelmini non fara’ che aumentare.
Accanto a questo quadro desolante, c’e’ la Chiesa che insiste a riversare il costo delle sue scuole private sulla collettivita’, sempre tenendo ben fermi i suoi ricavi. Pretende finanziamenti ad ogni costo che le saranno dati per ragioni puramente politiche, anche se sul mercato le scuole confessionali sono poca cosa: 700.000 bambini all’asilo che potrebbero diminuire se solo lo Stato facesse asili dove mancano, specie al sud, solo 269.000 bambini alle altre scuole, d’altro canto la Chiesa usufruisce gia’ di una quota assurda dell’8 per mille che non ha ragione di essere.
Ora la Gelmini presenta nuove perversioni come la possibilita’ di bocciare a elementari e medie per una sola insufficienza. Ogni volta che questi indegni ministri, Tremonti in testa, presentano qualche nuova riforma, il paese precipita piu’ in basso. Non e’ chiaro dove lo vogliano portare, ma diventa sempre piu’ difficile trovare delle giustificazioni a cio’ che accade.
Finita la scuola, passeranno alla sanita’. E non si vedono luci.

Lettera di Gianfranco Pignatelli (Espresso)
Povera scuola – L’era della monnezza

E’ appena iniziato il 1° anno scolastico dell’ “era della monnezza”. Quella conseguente alle elezioni vinte speculando sul pattume di Napoli. Contro chi non l’aveva tolta (amministratori locali), grazie a chi l’aveva fatta accumulare (camorra), con la promessa di toglierla (Pdl).
E’ nata cosi’ la “sindrome ministeriale della monnezza”; tutto sembra cosa vecchia, pattume da compattare, differenziare e smaltire. In questa prospettiva s’inquadra il disprezzo per la scuola. Assimilata a “stipendificio” dalla Gelmini, popolata da insegnanti vecchi, ignoranti e incapaci, e perdipiu’ terroni. Questi, a sentir Sacconi, scelgono la scuola “perche’ e’ sempre meglio che lavorare” e, secondo Brunetta, rinfoltiscono una pubblica amministrazione gia’ grondante di “fannulloni”.
Per il governo, quindi, la scuola va gestita come la monnezza. Va compattata: sopprimendo le scuole con meno di 600 alunni e riducendo a uno i maestri nella scuola primaria. Va differenziata: tra scuole di pregio (al Nord) e pessime (al Sud). Va riciclata: trasformandola da pubblica in privata (confessionale o confindustriale) o riconvertita in fondazioni. Infine tocca ai “rifiuti speciali”. Tra loro, vanno smaltiti 160.000 operatori scolastici, con tagli di organico, e oltre 300.000 precari, per mancata assunzione, temporanea o definitiva.
In conclusione, per restare in tema, ministra Gelmini, io la rifiuto

Berlusconi tutto scena niente sostanza

Nel 2002 il terremoto colpisce san Giuliano, muoiono 27 bambini nel crollo della scuola. Sono passati 7 anni, i terremotati vivono ancora nelle baracche, ma la scuola e’ stata finalmente ricostruita (a New York fanno un grattacielo in 3 mesi) e Berlusconi va, tutto tronfio, a inaugurarla. Le famiglie colpite non si muovono dalle baracche, ma i forzisti accorrono da ogni dove a fare la platea festante, come fossero abitanti del paese, e si scelgono degli operai abbastanza bassi per stringere le mani al Silvio senza farlo sfigurare. Si asfalta la strada che comparira’ in televisione, l’asfalto e’ posticcio e sara’ tolto appena Silvio parte. Caso mai nella scuola al premier gli andasse di pisciare, si prepara la toletta con particolare cura al colore degli asciugamani. E si scelgono due classi con bambini piu’ belli per far scena in televisione.
Non una parola sugli enormi fondi arrivati per la ricostruzione e finiti chissa’ dove.
Accanto a Berlusconi, la ministra Gelmini e l’inquietante Bertolaso, altri due tipi connessi a terremoti e altre catastrofi.
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L’intervento di Travaglio ad Annozero sull’Alitalia
it.youtube.com/watch?v=XNU7D3bb0ps
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Espresso
Roberto Saviano
Siamo tutti casalesi

Questo giornale due settimane fa ha dedicato la sua copertina alle dichiarazioni di un pentito secondo il quale l’attuale sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese. E cosa succede? Il clima cittadino sembra non turbarsi. Caserta citta’ assorbe ogni cosa. Pigra, orgogliosa nel sentirsi periferia di Roma, lontana da Napoli. Le pagine degli scrittori Antonio Pascale e Francesco Piccolo su questa sorta di laboratorio delle peggiori contraddizioni e corruzioni sono esaustive piu’ d’ogni inchiesta. In genere, quando si svelano i meccanismi della corruzione, la prateria prende fuoco da questa scintilla. Ma qui, oltre i titoli sui soliti giornali locali e alle relative pagine di rito, non ne e’ scaturita nessuna discussione, nessun dibattito, nessun allarme.
La reazione da queste parti e’ invece stata ‘e allora?’ oppure ‘ma che ti stupisci: non sai che le cose funzionano cosi’?’. Persino il ceto dei professionisti, degli intellettuali, degli imprenditori, in breve quella borghesia che in Campania si e’ sempre vista come la parte nobile, appare incapace di protestare. Possibile che persino loro abbiano barattato il loro voto e il loro silenzio per una manciata di soldi come la plebe famelica e feroce dalla quale da sempre si sentono tanto diversi ed estranei?
No, evidentemente non e’ cosi’. E allora perche’ non esigono, una volta per tutte, di essere rappresentati da persone limpide e capaci, perche’ non chiedono di poter partecipare al mercato e allo sviluppo della loro terra in condizioni non irrimediabilmente compromesse dall’interferenza criminale che non produce altro che marcescenza e stallo?
A Caserta come a Napoli, ci si sarebbe aspettati un vento di tempesta che gonfiasse onde di sdegno. Invece nulla: una grande bonaccia delle Antille, micidiale perche’ stringe tutto in un’immobilita’ letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi. Avvocati, professori, ingegneri, medici, architetti, industriali, che hanno convissuto con la marea di rifiuti per mesi, rinunciando ai loro diritti minimi di cittadini dell’Europa, non provano un senso di nausea alle notizie sul ruolo di un uomo di governo nella desertificazione tossica di un territorio. La classe politica che loro hanno espresso invece volta lo sguardo altrove e tira a campare, delegando la gestione della regione a una pattuglia di personaggi sempre piu’ invischiati nelle indagini della magistratura per ogni genere di reato, inclusi i patti con i camorristi d’ogni clan. Nessuno reagisce a nulla, nemmeno davanti agli imprenditori uccisi a catena, ai negozianti ogni settimana abbattuti per avere peccato contro la legge dei casalesi. Nessuno chiede un riscatto a Caserta, a Napoli e nemmeno a Roma.

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahime’!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti

Nella nostra arida cantina
Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti. Gli uomini impagliati
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Una volta, quando mi sono domandato che cosa ho sottovalutato quando scrivevo il mio libro, ho ricordato questi versi di T. S. Eliot. Perche’ alla fine mi sono dato la risposta che non sono stati i clan, non e’ stato il loro potere e la loro ferocia. Non e’ stato nemmeno sapere fino a che punto riescono ad estendere il loro raggio d’azione, condizionare impresa e politica, gesti quotidiani, menti e cuori. Eppure quel che ho sottovalutato e’ stata proprio la zona grigia. Sara’ perche’ e’ grigia gia’ a partire dal suo nome, perche’ e’ sfuggente, opaca, nebulosa, perche’ e’ fatta di infinite tonalita’ di grigio. Perche’ la massa di tutto quel grigio sfuma di fronte al rosso del sangue, perche’ la violenza e la ferocia nascondono quel grigio, e forse sanno istintivamente quel che nascondono, sanno che senza tutto quel grigio non avrebbero sussistenza.
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Prestigiacomo, colpo di spugna sui veleni dell’Ilva di Taranto

A Taranto i veleni dell’aria continuano a uccidere e i dati dell’ARPA sono allarmanti, ma la Prestigiacomo nega la presenza di diossina e vieta limiti piu’ severi per l’inquinamento, nega la diossina che compare in tante cartelle cliniche di malati di neoplasie. L’Ilva non si tocca, potra’ continuare a inquinare esattamente come prima, anche se le analisi attestano il rischio ambientale per l’alta percentuale di diossina e di benzopirene, ritenuto uno degli inquinanti piu’ cancerogeni prodotto dalle cockerie. L’Ilva sostiene che tutto e’ a posto, e che non ci sono pericoli per l’ambiente o per la salute dei cittadini. Eppure siamo 8 volte sopra i massimali imposti negli altri paesi europei, il doppio di quelli UE, ma la scappatoia e’ che in Italia manca una legge sulle diossine.
La Prestigiacomo incontra i dirigenti dell’Ilva e dichiara: “Siamo soddisfatti di quanto fatto dall’azienda”.
Patrizio Mazza, primario ematologo dell’Ospedale civile, dice: «La diossina, che ha un impatto devastante sul sistema immune, puo’ anche determinare una modificazione del Dna e, se il danno al Dna si verifica sulle cellule germinali dei giovani o dei bambini il danno si trasmettera’ alle generazioni successive, cio’ significa la morte di una comunita’ con un termine di danno genotossico trasmissibile ereditariamente».
Puo’ bastare, ministra Prestigiacono, per affermare che il livello di inquinamento di questa citta’ e’ incompatibile con la sopravvivenza?

Che silenzio in quel Palazzo
di Antonio Carlucci (Espresso)

Il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e’ indagato nello scandalo dei rapporti tra camorra, impresa e politica, insieme ad altri rappresentanti del Pdl. Ma i politici tacciono, il Pdl fa quadrato, il Pd finge di non vedere.
Di Pietro non si meraviglia piu’ di tanto ma sfida tutti i partiti a “rilanciare l’etica nella politica”.
“La politica oggi non reagisce perche’ non ci sono partiti immuni dalla possibilita’ di vedere finire sotto inchiesta personaggi di livello nazionale, regionale e comunale. Si gira la testa dall’altra parte, o ci si salva l’anima con qualche frase di circostanza perche’ c’è il terrore che se oggi attacco il mio avversario politico, chiedendo di lasciare incarichi di governo o nelle amministrazioni locali fino a quando non sarà accertata o meno la responsabilità penale, domani potrà accadere a qualcuno della mia formazione politica”.
Nel centrodestra hanno fatto muro su Cosentino e Cesaro.
“E che cosa si aspettava! Abbiamo il presidente del Consiglio che fa di tutto per evitare il suo processo, che dice ai suoi avvocati parlamentari di ricusare i giudici o fissare impegni parlamentari per disertare il processo. Tutti gli altri si comportano di conseguenza e si sentono protetti dal capo”
“Il Pd deve fare una scelta di campo che non ha ancora fatto. Deve fare i conti con se stesso. E non c’e’ solo il caso della Campania dove non e’ stato detto al presidente della Regione Antonio Bassolino di fare un passo indietro quando e’ finito sotto inchiesta. Ci sono le storie della Calabria e, in questi giorni di nuovo sotto gli occhi di tutti, le vicende legate alle indagini sulla sanita’ in Abruzzo”.
“Quando sento Walter Veltroni rispondere a una domanda durante un’intervista televisiva che, si’ la giustizia e’ un problema importante, ma ve ne sono di piu’ importanti come l’occupazione e il lavoro, mi cascano le braccia. Sara’ pure vero quello che dice, ma non puo’ certo essere una giustificazione per non prendere una chiara posizione sulle vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti politici nazionali o locali”.
“La soluzione c’e’. Una legge che si potrebbe approvare in pochissimi giorni composta di pochi, chiari articoli, che vieti di candidare in Parlamento, alla Regione, al Comune o alla Provincia chi e’ stato condannato: e che vieti di essere candidato a chi e’ sotto inchiesta, cosi’ come di assumere incarichi di governo, sia a livello centrale che periferico”.
“Io ero ministro del governo di Romano Prodi e mi dimisi perche’ ero finito sotto inchiesta. Sono stato libero di difendermi e sono stato prosciolto da tutto. Ma e’ anche accaduto che elementi del mio partito siano finiti sotto inchiesta. Ma noi non abbiamo fatto melina: o sono stati messi alla porta o, se avevano incarichi di governo a livello periferico, abbiamo voluto che fosse loro tolta la delega in attesa di chiarire se erano innocenti o colpevoli. Io non vedo gli altri partiti comportarsi in questo modo. Le racconto anche una vicenda che stiamo vivendo in questi giorni: dopo lo scandalo sanita’ si deve tornare alle urne in Abruzzo, noi abbiamo proposto al Pd, che e’ il nostro principale alleato, di formare le liste solo con persone immuni da condanne e non sotto inchiesta. Beh, la riunione per le liste si deve ancora fissare e il Pd ci ha fatto sapere che stanno discutendo con l’Udc”.
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Greenport.it
M.Correggia
La carezzevole ortica e le sue sorelle

Rustica, abbondante, autonoma e versatile, se ne e’ fatto – e se ne fara’? – di tutto. Anche le sue fibre sono utili. In Nepal tuttora vi producono begli asciugamani di ortica nient’affatto pungenti, ma ruvidi quanto basta per un sano massaggio della pelle. Anche in Germania si fanno stoffe di ortica, e carta in fibra di ortica. Ma questa “erbaccia”, o meglio erba indipendente, e’ un ottimo alimento, ricchissimo di minerali e proteine (ha, nel suo piccolo, tutti gli aminoacidi essenziali).
Se ne utilizzano i germogli freschi e le foglie piu’ tenere, ma anche le foglie essiccate. Si utilizzano in minestra con altre verdure (ha un gusto ottimo) in funzione antianemica, depurativa, regolatrice della flora intestinale. Le foglie essiccate e ridotte in polvere si aggiungono alle farine per farne crackers e anche biscotti dolci.
L’ortica e’ in un certo senso il simbolo delle piante spontanee commestibili. La cui raccolta e’ un’attivita’ che, se condotta con rispetto, e’ ecologica e a basso costo – solo quello di recarsi nel luogo di raccolta. Per attingere a una miniera di risorse vitali, fin dalla preistoria, quando le donne garantivano cosi’ il grosso della sopravvivenza.
Si calcola che sulla Terra le piante non coltivate commestibili siano tuttora 80.000; solo 5.000 sono effettivamente usate. In Italia cresce il 29% delle specie selvatiche europee. Il bosco e’ una mensa e una farmacia. Si chiama fitoalimurgia la branca di studi che si occupa dell´alimentazione con piante spontanee: per prevenire o alleviare disturbi ricorre non a tisane o infusi – come la fitoterapia – ma a insalate, risotti, minestre arricchite.
Le erbe “selvagge” sono molto piu’ vitaminiche, mineralizzanti e perfino proteiche delle loro parenti coltivate. Sistematizzata nel 1700, la fitoalimurgia fu attivamente e molto concretamente recuperata in Europa durante le guerre e le carestie del Novecento.

L’orrenda catena
Gianni Pagliarini

Oggi lo sciopero dei lavoratori dei call center, sottoposti a ritmi infernali per pochi euro all’ora, precari tra i precari, sopravvivono sperimentando sulla pelle le strategie dell’outsourcing e la frantumazione del tessuto produttivo
Lo sciopero dei lavoratori dei call center e’ fortemente esemplificativo del disagio vissuto in questo Paese dai lavoratori precari. Stiamo parlando di una categoria sottoposta a ritmi infernali, pagata una manciata di euro all’ora, controllata ossessivamente da superiori chiamati “tutor”. Una categoria brutalmente sfruttata, scesa in piazza per dare voce al forte disagio e raccogliere le parole d’ordine dei rappresentanti sindacali di categoria. Sulla base di una piattaforma finalizzata “alla difesa della buona occupazione, contro il dumping delle imprese piu’ scorrette”, per chiedere “controlli ispettivi, per una maggiore responsabilita’ dei committenti e per la stabilizzazione dei lavoratori precari ancora presenti nel settore”.
I centralinisti sopravvivono all’ultimo anello di una orrenda catena (appena prima degli immigrati costretti a raccogliere pomodori per dodici ore al giorno) sperimentando sulla pelle le strategie di outsourcing e la piu’ complessiva frantumazione del tessuto produttivo. Un tessuto indebolito anno dopo anno dal capitalismo piu’ straccione e dai suoi capitani cosi’ poco coraggiosi, felici di seguire la scorciatoia della compressione dei costi (a cominciare da quello del lavoro) nell’illusione di poter meglio stare sul mercato. Il risultato di tanta miopia e’ sotto gli occhi di tutti: i migliori cervelli continuano a scappare dal Paese per offrire altrove le loro conoscenze, senza che Confindustria (per quanto possa impegnarsi) abbia trovato il modo di competere al ribasso con i salari offerti in Albania o in Cina.
Se non fosse che a palazzo Chigi siede Silvio Berlusconi, si potrebbe partire da quanto di buono e’ stato realizzato nello scorso biennio: pensiamo ai tentativi di aggredire la precarieta’, alla volonta’ di affermare il principio secondo cui il lavoro “normale” e’ quello a tempo indeterminato.
Sulle spalle del governo Prodi pesavano controriforme epocali, prima tra tutte la famigerata legge 30 del 2003 (tuttora in vigore), grazie alla quale un datore di lavoro particolarmente spregiudicato puo’ scegliere tra 47 tipologie di inquadramento precarie. Grazie ad una “cultura” devastante, in vaste aree del mondo imprenditoriale si e’ affermata negli anni l’idea di poter affrontare i nuovi assetti scaturiti dall’economia globalizzata ricorrendo esclusivamente al taglio indiscriminato di salari e diritti. Mentre l’esecutivo di centrosinistra, pur con tutte le sue ambiguita’, si era quantomeno posto il problema di impostare il “cambiamento”. Lo aveva fatto con logiche discutibili e spesso avare di risultati, ma e’ indubbio che durante quell’esperienza avevano ripreso vigore le proposte della sinistra a vantaggio del mondo del lavoro.
Con il ritorno a palazzo Chigi del partito-azienda e dei suoi alleati, la destra ha immediatamente sferrato il suo attacco sul terreno sociale, con l’obiettivo di scardinare un intero sistema di conquiste e sicurezze sociali e di riscrivere parte della Costituzione. E con questa deriva i lavoratori dei call center c’entrano moltissimo.
Il primo colpo di spugna, firmato dal ministro del Lavoro Sacconi, riguarda i precari licenziati ingiustamente: il giudice non potra’ piu’ obbligare le imprese, nei casi in cui siano state accertate irregolarita’, ad assumere i lavoratori precari. Finora il magistrato che riscontrava irregolarita’ sul ricorso a uno o piu’ contratti a termine, poteva obbligare il datore di lavoro a riammettere in servizio il lavoratore con un contratto a tempo indeterminato. Se passera’ la nuova norma, il giudice dovra’ limitarsi ad applicare all’azienda una sanzione di entita’ variabile tra le 2,5 e le 6 mensilita’ (la stessa prevista per le imprese al di sotto dei 15 dipendenti). Inoltre, e’ stata cancellata la possibilita’ di stabilizzare gli stessi precari, con la reintroduzione della facolta’ di rinnovare all’infinito i contratti di lavoro a tempo determinato. Facendo carta straccia di quanto previsto nel Protocollo sul welfare firmato da Prodi e dai sindacati. Un Protocollo – va ricordato a posteriori – tutt’altro che avanzato, visto che fissava in 36 mesi (addirittura non continuativi) il periodo di lavoro precario possibile presso una stessa azienda, rinnovabile di altri 36 nel caso di accordo raggiunto presso la direzione provinciale del lavoro alla presenza di un rappresentante sindacale. Alla luce dell’attuale fame di lavoro, quale sindacalista si sarebbe rifiutato di apporre la sua firma in calce alla prosecuzione di un’attivita’ precaria?
Eppure a Berlusconi non e’ stato sufficiente. E non sara’ certo facile, nei prossimi cinque anni, costruire un fronte che sappia agire concretamente dalla parte di chi e’ piu’ debole o di chi insegue un lavoro stabile. Non sara’ semplice in primo luogo perche’ l’opposizione parlamentare e’ flebile e distante, dopo che per mesi e’ stata propensa ad avallare un incredibile inciucio, e poi perche’ la sinistra e’ costretta a muoversi fuori dal Parlamento. Eppure i drammi e le difficolta’ di chi non arriva alla fine del mese non si possono nascondere. Percio’ noi faremo di tutto per riportare al centro del dibattito politico il grande tema dei diritti: e l’importante iniziativa dell’11 ottobre rappresenta l’occasione migliore per cominciare a restituire dignita’ e speranza ai lavoratori e a tutti coloro che rivendicano “un’altra politica”.
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Doriana Goracci
Dalla Maremma alla Tuscia, tornando a casa

Arrivando nella meta’ del mese di settembre, in Maremma, capita che fa ancora caldo, che e’ piovuto assai pochino e la vendemmia appena iniziata, subisce un arresto. Il giorno dopo piove violentemente e si allagano gli stabilimenti della costa, cadono pini e si sfascia qualche incauta macchina. E’ per poco. Le scuole riaprono, i tardivi vacanzieri ne approfittano per prendersi l’idromassaggio gratuito delle cascatelle di Saturnia, la spiaggia del Parco dell’Uccellina e’ magnifica, come una regina nomade: la vedi di giorno accessibile a tutti gli sguardi, la notte e’ sola tra le capanne naturali della macchia mediterranea, le conchiglie e le bacche. Ci si fa una schiacciata di pane, fritto o al forno, a volte con un po’ di rosmarino, che consola qualsiasi gola da quelle parti, cominciano i rossi e i marroni in tutte le gamme nella terra del fiume Albegna, degli Etruschi e delle loro vie Cave, delle case in tufo e in pietra: si degusta il vino, come il morellino di Scansano o il bianco di Pitigliano. E pecore e mucche, libere di stravaccare, a dare latte che fa un formaggio da sogno e campi ancora con rovi di more e cardi secchi, come alcuni girasoli e le pannocchie e gli ultimi fichi dolcissimi. A Pitigliano si trova anche “lo sfratto”, un tipico dolce ebraico che risale ai primi del ‘600, quando gli ebrei che li’ abitavano, furono costretti a sfrattare e concentrarsi in un ghetto, vicino alla sinagoga del paese: l’ufficiale giudiziario e il messo notificatore avevano battuto lo sfratto con un bastone alla loro casa e dopo cent’anni, l’imposizione subita, divento’ un dolce-bastone, fatto di miele e noci e una cialda del colore di pane. Verdura e frutta si comprano alla Despar o alla Coop: niente costa meno di 2 euro, neanche certe zucchine o palle di verza. Se ti fanno la grazia di mettere una cassetta con frutta da marmellata, cioe’ pesta, quasi del tutto andata, va a ruba, per quell’euro al chilo, che sono quasi 2mila lire, come fossero regalate, roba per cittadini e forestieri che si dilettano a cercare l’affare… Eppure li vedi asciutti a farsi la partita di carte alla sera, le chiacchiere al bar, con la risposta pronta e arguta. Sembra non costi fatica mantenere quei chilomentri di boschi e centinaia di agriturismi, case con gli orti dietro e siepi ferme nel tempo di rose che ancora profumano e lavanda gia’ potata…Se si accende la tv, chissa’ se ancora appare il maestro Manzi…No: appaiono sfasci di borse, prefiche editoriali, sfide e battute tra una preporta, un postballaro’, un blob cortissimo tra telenovele di Napoli e del Sud, torna la Carra’, l’Isola dei Famosi, ma anche un po’ di Iacona, mentre la pizzeria ristorante qui’ vicino e’ piena, cosi’ le cantine…dove sara’ la crisi? Come campano, questi toscani della Maremma, oltre le galline i conigli le pecore il grano il vino l’olio la casa il trattore …? Eppure tutta roba buona anche per il tedesco l’inglese l’americano il francese, il cittadino… Anche loro smadonanno e brontolano e bestemmiano ma intanto vanno avanti come meglio non si puo’ e fanno mangiare a scuola ai loro figli e nipoti, il biologico dei terreni loro, chiedono aiuto per le vigne e per i campi, anche a quelli delle “altre terre” e fanno feste e sagre, magari senza santi, ma santo fagiolo salame e cacio, con un po’ di editoria alternativa e pittura e scultura con riciclo di rifiuti, con recupero minuzioso dell’etrusco, dei suoi morti e dei suoi vivi. Qui’ la patria dell’Ombra che non ne aveva piu’ bisogno alla sua Festa, finita sotto l’acqua con un Casini che su Rai Tre, pareva l’esponente di spicco del Centro Ombroso. Tornando a casa, ti raccontano dal televisore o dal pc, di Sfasci Autunnali a botte di manifestazioni organizzate da mesi, di denunce e appelli stesi nella stagione estiva ad asciugare, come fosse un bucato gigante o una provvista di legna, di bastoni che finiranno bruciati, per scaldare i corpi e fermare le menti: tutto previsto e controllato. Si entra ufficialmente nell’autunno, dopo un’estate dove tutto e’ successo, massacri dentro e fuori , dentro e fuori quello che e’ rimasto sbrindellato dei Diritti Civili e della Costituzione, tra una febbrile caccia al posto, alla riconferma del proprio precariato, a mettere in fila le centinaia di euro per libri di testo e scarpe nuove, a prenotare una visita medica, a contare le decine di migliaia di licenziati: sembrano esondare solo i fiumi, franare i confinidelle colline e sciogliersi i ghiacci e morire le api, per i veleni nel polline. Ma chi se ne frega del miele…
Tornando nel paese-citta’, si ritorna in attesa di un treno o di un pullman che fa un’ultima corsa verso Roma, poco dopo le 19, con tasse da pagare se circoli in macchina, non solo con le gambe e benzina che scende mentre il petrolio risale, e il mutuo che sale come il costo della vita e tutto si riapre : la scuola l’universita’ la fabbrica lo sportello la pratica la trattativa e ti accorgi che sono rimasti gli anziani e gli stranieri ad accumulare legna nelle cantine, a raccogliere nocciole, a mettere sotto l’olio le verdure scartate, in vasetto le marmellate e in bottiglia i pomodori e il vino, al buio patate aglio e cipolla e sono pronti a raccogliere castagne, hanno piantato finocchi e broccoli, coccolano galline ovarole e portano a casa i ricordi, mai stati cosi’ vicini ad un clima da guerra che non unisce ma divide e fa diffidare del proprio vicino, quello che ruba e non ti offre neanche un sorriso. I conti li fanno in televisione, una splendida cabina di regia che non ha ancora trovato neanche il suo pupazzo garante a muovere i fili della famiglia italiana, in marcia non si sa dove.
Come nelle Favole di Liberta’ di Antonio Gramsci, i fedeli cortigiani gioiscono per il risveglio del castello addormentato e l’arrosto ritorna a cuocersi a puntino , le principesse ad amare il loro liberatore e qualche volta, rara assai, i capretti a gioire che il lupo cattivo e’ steso morto, per sempre e non ci sara’ incantesimo che lo risvegli. Ma queste si sa, sono favole di liberta’, metafore di streghe e contadini, soldati e cortigiane, serve e signori, cacciatori e banditi, novelline di Grimm che solo uno in carcere, pensava di poterle sistematicamente ridisporre con un paziente lavoro, per farne regalo ai bambini, per sviluppare la loro fantasia…Era il 6 ottobre del 1930 e scriveva: “Carissima Giulia, ricordo una novellina popolare scandinava: tre giganti abitano nella Scandinavia, lontani uno dall’altro come le grandi montagne. Dopo migliaia di anni di silenzio, il primo gigante grida agli altri due: – “Sento muggire un armento di vacche!”- dopo trecento anni il secondo interviene: “Ho sentito anche io il mugghio!” e dopo altri 300 anni il terzo gigante intima: ” Se continuate a fare chiasso cosi’, io me ne vado!”.
Il destino delle mandrie si ripete: e quello dei giganti?
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