Nuovo Masada

agosto 29, 2008

MASADA n. 775. 29-8-2008. Raccontando… riflettendo..

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Harold Pinter
Oggi ci troviamo in una terribile voragine, una specie di abisso, perche’ il presupposto oggi e’ che le politiche non esistono piu’. Questo e’ quello che vuole la propaganda. Ma io non credo alla propaganda. Non credo che le politiche, la nostra coscienza politica e la nostra intelligenza politica non esistano piu’: se cosi’ fosse, saremmo veramente condannati. Per quanto mi riguarda, non riesco a vivere in questo modo. Mi e’ stato detto cosi’ spesso di vivere in un paese libero, e, al diavolo, voglio essere libero. Con cio’ intendo che ho l’intenzione di mantenere la mia indipendenza di pensiero e di spirito e che credo che questo sia un obbligo per tutti noi. La maggior parte dei sistemi politici parla un linguaggio talmente vano che e’ nostra responsabilita’ e nostro dovere di cittadini reagire criticamente contro il ricorso a un tale linguaggio. Certo, cio’ significa tendere all’impopolarita’. Ma al diavolo la popolarita‘”.
..
Maria Teresa Santalucia Scibona
PER TRENTA DENARI

Per trenta denari nessuno
comprera’ la mia anima.
Saro’ solo una piccola lucciola
che illumina silente le cupe
notti dell’altrui solitudine
.

..
Silvano Agosti

Niente piu’ cammelli
Ne’ dune, ne’ rapaci
Ma solo fiori,
mari d’erba e di azzurro.
Il sud appare
Come un immenso
Deserto bonificato.
I suoi uomini vaganti
In invisibili corridoi
Di luce e sottomissione.
Ogni sguardo rivela
Una sete di mistero
Segreti a stormi
Che si frantumano
Contro le facciate
Consunte delle case.
E poi, finalmente,
appaiono le donne.
Le sue donne
Impeccabili di bellezza
O decrepite
E incurvate dallo stupore
Di essere ancora vive.
Come se di mezzo
Non esistessero altre eta’
Che l’adolescenza
O la vecchiaia.
Vecchiaia, notte oscura
Dei desideri d’amore
.
….
Enrico Peyretti segnala
Due brani di Tolstoj. Mendicanti

Giorni fa stavo andando alla porta Borovickaja; vicino ad essa sedeva un vecchio, un accattone sciancato, avvolto in cenci fino alle orecchie. Estrassi il borsellino per dargli qualcosa. In quel momento dal colle del Cremlino accorse un giovane gagliardo, dal viso rubizzo, un granatiere col ‘tulup’ d’ordinanza. Il mendico, visto il soldato, balzo’ in piedi impaurito e corse zoppi¬cando giu’ verso il giardino di Alessandro. Il granatiere prese a inseguirlo, ma si fermo’ senza raggiungerlo e si mise a rimbrottare l’accattone perche’ non dava retta ai divieti e sedeva presso la porta. Attesi la’ il granatiere. Quando giunse alla mia stessa altezza, gli chiesi se sapesse leggere e scrivere.
“Si’, e allora?” , “Hai letto il Vangelo?” , “L’ho letto.” “E hai letto: Colui che dara’ da mangiare all’affamato … -?” E gli riferii questo passo. Lo conosceva e mi ascolto’. E vedevo che era turbato. Due passanti si fermarono ad ascoltare. Era evidente che il granatiere era addolorato dalla sensazione di apparire improvvisamente dalla parte del torto, nel compiere in modo eccellente il suo dovere, scacciando il popolo da dove gli avevano ordinato di scacciarlo. Era turbato e palesemente alla ricerca di pretesti. Improvvisamente, nei suoi intelligenti occhi neri baleno’ una luce; mi si affianco’, come per congedarsi. “E tu hai letto il regolamento militare?” chiese. Dissi che non l’avevo letto. “Allora non parlare”, replico’ il granatiere, scuotendo trionfalmente la testa e, avviluppatosi nel ‘tulup’, si diresse con baldanza verso il suo posto di vedetta. Questa fu l’unica persona in tutta la mia vita che abbia risposto in modo rigorosamente logico all’eterna do¬manda, che nel nostro sistema sociale si presentava davanti a me e si presenta davanti a ogni uomo che si definisca cristiano.

Lev N. Tolstoj, La mia fede, Giorgio Mondadori 1988, pp. 43-44
..

Tutta la vita l’ho trascorsa lontano dalla citta’.
Quando, nel 1881, mi trasferii a Mosca, rimasi stupe¬fatto dalla miseria della citta’; so cos’e’ la miseria della campagna, ma quella della citta’ era per me nuova e incomprensibile. A Mosca non si puo’ attraversare la strada senza incontrare mendicanti, mendicanti particolari, diversi da quelli dei villaggi. Essi non portano la bisaccia e non chiedono in nome di Cristo, come quelli di campagna. I mendicanti di Mosca non portano bisaccia e non chiedono l’elemosina. Quando vi vedono o quando passate vicino a loro, in genere cercano solo di incontrare i vostri occhi: a seconda del vostro sguardo, chiedono l’elemosina o non la chiedono. Di questo tipo ne conosco uno, di origine nobile. Il vecchio cammina lentamente, pencolando ora su una gamba, ora sull’altra. Quando vi incontra, si inchina su un ginocchio e sembra che vi faccia una riverenza. Se vi fermate, porta la mano al berretto con la coccarda, saluta e tende la mano; se non vi fermate, allora fa finta che quella sia la sua normale andatura e passa oltre, pie¬gandosi allo stesso modo sull’altra gamba. Ecco un vero mendicante di Mosca, uno che sa il fatto suo. Dapprima non sapevo perche’ i mendicanti moscoviti non chiedessero l’elemosina apertamente; solo in seguito ne compresi il motivo, senza tuttavia comprendere bene la loro situazione.
Passando un giorno per il vicolo Afanasevskij vidi una guardia municipale che faceva salire su una carrozza di piazza un muzik, cencioso, gonfio, idropico.
« Perche’? », gli chiesi.
«Per accattonaggio », rispose la guardia. «E’ forse proibito? »
« Vuol dire che e’ proibito. »
Il muzik fu portato via con la carrozza. Chiamai un altro vetturino e li seguii. Volevo sapere se veramente fosse proibito chiedere l’elemosina e in che cosa consistesse il divieto. Non riuscivo infatti a capire come si potesse proibire a un uomo di chiedere qualcosa a un altro uomo e poi stentavo a credere che fosse proibita la carita’ in una citta’ cosi piena di mendicanti.
Entrai nel posto di polizia in cui l’accattone era stato condotto. Li’, dietro un tavolo, era seduto un funzionario con sciabola e pistola.
«Perche’ hanno arrestato quel muzik? », gli chiesi. Egli mi guardo’ con severita’.
«E voi, che c’entrate? », mi disse. Sentendosi, tuttavia, in dovere di darmi una spiegazione, aggiunse: «I superiori hanno dato ordine di arrestare questa gente; vuol dire che si deve fare. »
Uscii. La guardia, quella che aveva portato il mendicante, appoggiata al davanzale della finestra dell’anti¬camera guardava con scoramento qualcosa su un taccuino. «E proprio vero che ai poveri e’ proibito chiedere nel nome di Cristo? », lo interrogai.
La guardia si scosse, mi guardo’, poi aggrotto’ le sopracciglia, o meglio sembro’ riassopirsi, e, sedendosi sul davanzale, borbotto’:
« E’ un ordine, vuol dire che si deve fare cosi », e di nuovo torno’ a occuparsi del suo taccuino.
Uscii fuori, dal mio vetturino.
«E allora, l’hanno messo dentro? », chiese il vettu¬rino, anch’egli evidentemente interessato a quella storia. « Si’ » Il vetturino scosse la testa.
« Ma come funziona qui, a Mosca?! Possibile che sia proibito chiedere l’elemosina in nome di Cristo? », esclamai.
«Chi li capisce! », disse il vetturino.
«Ma come, un mendicante in Cristo, e lo mettono dentro? »
«Ormai, al giorno d’oggi … Non lo permettono », disse il vetturino.
Dopo quel episodio mi capito’ altre volte di vedere mendicanti condotti al posto di polizia e quindi alla casa di lavoro Jusopov.
Un giorno, in via Mjasnickaja, ne incontrai una trentina, preceduti e seguiti da guardie. «Perche’? », chiesi.
« Per accattonaggio»

Lev N. Tolstoj, Che fare?, Mazzotta 1979 , pp. 9-11
..
Stupri
Marzia Todero

Il mio commento agli stupri si intitola “Medusa”. il suo corollario e’ un ricovero al centro di salute mentale di Trento.

Siedo.
Bussano alla mia porta.
C’e’ qualcuno?
Dietro la porta.
Risponda qualcuno.
Coraggio.
alzati.
Vieni ad aprire.
La solitudine si appesantisce.
Siedo e ricordo.
Ricordo quando correvo
coi sassi tra le mani.
Ricordo che mi porto via.
Non lasciarmi! Non lasciarmi!
Saltavo la grande pietra
mentre l’ingenuita’
mi veniva strappata di dosso.
Chiamo. Chiamo.
Ho la febbre.
i pensieri roventi.
Nessuno.
Niente.
Solo il mio corpo
li’
esausto.
Avrei dovuto
avrei voluto
avrei potuto urlare.
Dove sono? Dove sei?
Parole murate
dolore immobile
di un teatro interiore
depredato
del suo canto vitale
.
..
Comunicazione e terzo programma
Mariapia

Nel tempo ho capito che il mio linguaggio non e’ usuale e fin da molto piccola, per questa ragione che non comprendevo, mi sentivo respinta.
Ma purtroppo ho solo quello, ed e’ un codice quasi immodificabile: sempre stesse parole, sempre stessi argomenti.
Con le care amiche sono compresa e mi sento come un pittore che mostra dipinti strani a pochi che li apprezzano, oppure un compositore di musica un po’ strambo che compone musiche insolite che solo un ristretto uditorio ama ascoltare.
Oggi non e’ piu’ un cruccio: pochi ma buoni.
Siamo arrivati al “terzo programma”, cosi’ lo chiamava il professore genetista (noioso come una mosca tse tse) che ho seguito per otto lezioni alla Primo Levi, io sostengo che e’ un programma per “avanzati”.
Il terzo programma inizia a diventare importante circa dal sessantesimo anno d’eta’ e per eseguirlo con perizia, come in informatica per certi programmi, servono complesse conoscenze, e a queste si puo’ anche pervenire, poi bisogna avere un “fisico bestiale” e non e’ per tutti, e io aggiungo che e’ indispensabile avere un parentado benigno nella propria casa, ma questa e’ una circostanza rara per tutti. Per paradosso noi parenti, quasi sempre nemici, potremmo stringerci l’un l’altro per solidarieta’ per superare il dolore di questa assurda uguaglianza: tutti nemici.
L’ inconsapevole malignita’ reciproca, il gene egoista…. salviamo la speranza come possiamo, coscienti di non esserci creati e che il cavallo che ci e’ stato dato da guidare e’ un animale bellissimo, straordinario, incommensurabile e aggiungi e aggiungi, ma ancora dobbiamo imparare come si conduce lo strano animale.
Il cavallo e gli archetipi…. misteri che un giorno diventeranno chiarezza, conoscenza.
Copio:

“Il cavallo… un rapporto con un animale che da sempre ha fatto sognare tutti gli uomini, l’incontro con un mito, quello del centauro, meta’ uomo meta’ cavallo, ovvero i due con un unica volonta’, o anche due esseri in perfetta sintonia. Solo allora sara’ chiaro perche’ ” il paradiso sta sulla groppa di un cavallo”.
Il programma dell’intelligenza cosmica e’ “fare e disfare”, cosi’ fin dalla nascita ci difendiamo per tutelare la nostra vita e ci difendiamo dalle offese della Vita, ma se pesco l’inventore.. gia’, se lo pesco…
Difenditi come puoi per la tua vita che costruisci giorno per giorno e difenditi dalla Vita che demolisce notte dopo notte.

Da “Vita di Agricola” di Tacito
Tratto da un Cd di Daniele Sepe

Predatori del mondo intero
adesso che mancano terre
alla vostra sete
di totale devastazione
andate a frugare anche il mare.
Avidi se il nemico e’ ricco
arroganti se e’ povero.
Gente che ne’ l’oriente
ne’ l’occidente possono saziare.
Solo voi
bramate possedere
con pari smania
ricchezza e miseria.
Rubano, massacrano, rapinano,
e con falso nome
lo chiamano impero.
Rubano, massacrano, rapinano,
e con falso nome
lo chiamano nuovo ordine.
Infine,
dove fanno il deserto,
dicono
che e’ la pace
.
..
Liberte’, egalite’, fraternite’
Milena invia

Per quanto riguarda l’impulso donato dal Dr. Steiner alle questioni sociali, molto succintamente io ricordo di essere stata affascinato dalla semplicita’ di questo pensiero:
I tre grandi ideali della Rivoluzione Francese restano pura utopia se si ritiene che possano agire nell’umanita’ senza porre agli stessi dei confini di “competenza”. Non si tratta di un limite che intende offuscare la grandezza dell’ideale (tutti insorgono, salvo poi convivere con delle contraddizioni materiali spaventose!!) ma, molto semplicemente, di una applicazione di una moderna antropologia che tolga di mezzo molte componenti ideologiche.

E quindi LIBERTE’. Possiamo inseguirla solo in ambito spirituale. Applicato alla sfera sociale significa all’ambito delle idee, della cultura, della religione… Perche’ non possiamo assolutamente aspirare alla liberta’ in tutti gli ambiti umani materiali (E da cio’ ne discende una profonda valutazione delle teorie economiche liberali e socialiste, ma qui il discorso si fa lungo)

EGALITE’: Possiamo aspirare ad essa solo in ambito giuridico. Perche’ non possiamo assolutamente considerarci uguali sul piano spirituale ed economico ma e’ sano che una societa’ consideri tutti uguali dal punto di vista di applicazione delle norme che si da.( E qui ci sarebbe da scrivere romanzi)

FRATERNITE’. Possiamo inseguirla solo sulo sul piano economico: E’ impossibile sentirsi fratelli spiritualmente dove e’ anche possibile odiarsi per la grande diversita’ vissuta nella liberta’ e sul piano giuridico dove le norme ci costringono alla socialita’, che non e’ spontanea nell’uomo.

Io mi ricordo ben poco come vedi, ma da questo poco, cosi’ accennato, ne derivano valanghe di considerazioni che io capto nella loro totalita’ ma sono incapace di articolare in modo compiuto.

IVAN DELLA MEA

Non so se qualcuno ha gia’ detto queste parole: non importa, si possono
ridire
Non so se qualcuno le ha gia’ scritte: non importa, si possono riscrivere
Sono parole che a volte vengono cosi: dallo smarrimento, dalla soglia
della perdizione, dal vortice dell’incomprensione, echi, forse, dai quattro
orizzonti che crocifiggono il mondo
No, nessuno salvera’ se’ solo

Contro la cultura e la pratica delle bombe umane e degli umani carri armati
deve tornare la parola dei profeti minori o maggiori che siano e dei
sanfrazesch con o senza storia
Occorre quella scansione, quella estraneazione che fa universo
La parola delle scritture di sempre dell’uomo, di tutti gli uomini, anche
degli uomini che non sanno scrivere, quella parola viene dal tabernacolo che
e’ in ogni essere umano
Osare l’ordet, osare la parola, con tutte le sofferenze che essa comporta.
Osarla oggi

In verita’’, in verita’ vi dico”
nessun israeliano salvera’ se’ solo
nessun palestinese salvera’ se’ solo
nessun statunitense salvera’ se’ solo
nessun arabo salvera’ se’ solo
nessun europeo salvera’ se’ solo
nessun russo salvera’ se’ solo
nessun umano salvera’ se’ solo
nessun Dio salvera’ se’ solo

Ordet e’ la pace
Ordet e’ il silenzio
Io penso a prime pagine bianche
Io penso a telegiornali muti cosi’ che tutti possano
sentire la preghiera del mondo:
shalom salam peace paix paz pax pace
.
..
Erri De Luca
TEMPO DI PEDONI

Cadono torri, piovono missili-alfieri
Sulle citta’ e sui campi piu’ magri del pianeta.
I pezzi grossi della scacchiera chiamano:
“Chi ci ama, ci segua”, i vassalli si accodano.
E’ tempo di pedoni, maggioranza dei pezzi.
La via Perugia-Assisi non arriva a Kabul
pero’ e’ fumo negli occhi ai generali,
grano nella pupilla della mira.
E’ tempo di pedoni, pedine di nessuno,
alleanza di Pasqua e Ramada’n.
Se l’appoggio di un corpo sta nei piedi,
loro, i pedoni, sono l’equilibrio del mondo
.
.
GHERARDO COLOMBO
Sul libero arbitrio

Pensieri a raccolta sull’intrusione, la liberta’, l’arbitrio
Incomincio dal libero arbitrio.
In primo luogo, serve a spiegarci che esiste differenza tra liberta’ e arbitrio. Poi ci mette sulla strada per verificare come la parola, liberta’, presenti come tante altre aspetti non trascurabili di ambiguita’: libero da, per esempio, e’ ben diverso da libero di. E, in ogni caso, che esista o non esista sembra essere l’avvio di tutto: se manca il libero arbitrio, se le nostre “decisioni” sono il frutto di un processo determinato dal miscelarsi di componenti chimici nella nostra sostanza fisica, ha senso parlare di liberta’?
Ecco l’importanza delle distinzioni: puo’ darsi che non siamo davvero liberi di…; puo’ anche darsi che le nostre scelte siano obbligate, e quindi prevedibili e talvolta previste, perche’ risultato di processi neuronali sui quali non puo’ incidere la volonta’; se cosi’ fosse, non verrebbe meno l’importanza dell’essere liberi da. Liberi da limitazioni del naturale evolversi di quei processi chimici o neuronali che determinerebbero il risultato di cio’ che noi chiamiamo scelte. Liberi, per quel che riguarda la nostra piu’ evidente fisicita’, dalla fame, dalle malattie, dalla stanchezza, dal freddo e via dicendo. Liberi, per quel che riguarda i nostri aspetti intimi e difficilmente visibili, da restrizioni al pensiero, alla parola, alle relazioni, al credere o non credere all’esistenza del libero arbitrio.
Liberi da.., guarda caso, si trasforma in liberi di… Liberi di mangiare, curarsi, riposare, vestirsi e via dicendo. Liberi di pensare e di manifestare il proprio pensiero, liberi di riunirsi, liberi di aderire a questo o quel credo religioso, politico o scientifico che sia. Nonostante il termine sia lo stesso, la confusione e’ evitata fintanto che si possa catalogare la liberta’ nell’ambito del decidere piuttosto che del subire decisioni (intrusioni) di altri. E poiche’ la questione riguarda tutti, diventa chiara la distinzione tra liberta’ (le possibilita’ di tutti convivono e si configurano a vicenda) ed arbitrio (le liberta’ altrui sono nella disponibilita’ del volere di chi lo esercita, e si trasformano in soggezione) e indissolubile il legame tra liberta’ e uguaglianza (che trasforma l’arbitrio in liberta’).
Questa indissolubilita’, pero’, e’ in crisi. Tanti ne sono i sintomi illustrati, tante le cause prospettate, tante le conseguenze pronosticate. Il potere esecutivo rafforza il suo ruolo a scapito del legislativo e del giudiziario; si assiste all’eclissi dello stato-nazione e con essa all’eclissi della liberta’ e dei diritti; localmente (in Italia) il sistema e’ autoritario a livello amministrativo e regolamentare; pubblicita’, finanza e governi tendono a controllare l’informazione; l’economia si sovrappone e la persona e’ mercificata.
Mi chiedo se cio’ non sia effetto (o causa, o vada di pari passo) di un mutamento profondo dell’idea dello stare insieme. Il legame tra liberta’ ed uguaglianza e’ elaborazione recente, se rapportata alla storia del genere umano. Roba di un paio di secoli, due secoli e mezzo, nel corso di una non trascurabile parte dei quali e’ stata mantenuta, tanto per ricordare un particolare, la schiavitu’. L’uguaglianza si accompagna alla convinzione della dignita’ della persona, dell’individuo, in se’. Abbiamo ancora, per davvero, questa convinzione? Non la stiamo sostituendo con un’altra, secondo la quale la persona non ha valore in se’, ma per la funzione che svolge?
Mi ha impressionato molto, in proposito, una notizia apparsa qualche tempo fa. I genitori di una bambina malata che necessitava di un trapianto di midollo spinale hanno scelto di far nascere l’embrione che aveva maggior compatibilita’ con la figlia vivente, fra quelli che avevano a suo tempo congelato. L’embrione viene trasformato in bambino non perche’ considerato per se’, ma in funzione delle esigenze della sorella.
Stiamo percorrendo una strada simile? Se cosi’ fosse, cosa ne sarebbe della liberta’, nel significato che le attribuiamo

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GIORGIO GALLI
LE LIBERTA’ E LA CRISI DELLO STATO DI DIRITTO

I pilastri non immobili di una societa’ “liquida” .
Lo scritto di Gherardo Colombo mette in evidenza come sia oggi difficile definire il concetto e il significato di “liberta’”; o, meglio, della liberta’. Il termine e’ nato come rivendicazione in societa’ semplici, nelle quali l’80% del reddito derivava dall’agricoltura, mentre le classi sociali erano poche e chiaramente definibili. Ora i sociologi parlano di societa’ “complesse” o addirittura “liquide”, nelle quali flessibilita’ e mobilita’, in termini di redditi e di classi, sono molto accentuate.
In queste condizioni, e’ quasi un miracolo che, per la sua grande pregnanza, la liberta’ abbia continuato a rimanere un valore, cosi’ come e’ quasi un miracolo che si sia sviluppata, lungo tre secoli, in Occidente e in situazioni tanto diverse, una democrazia rappresentativa basata sul consenso (da cui, in termini politologici, i sistemi politici che vengono definiti “liberaldemocratici”: nel senso che liberta’ e democrazia nascono e si sviluppano contemporaneamente, o in parallelo). Tra le molte considerazioni importanti dello scritto ne colgo due: la prima e’ che le limitazioni alla liberta’ e’ “riduttivo” attribuirle all’«onnipotenza del profitto, che qualche volta si e’ indotti a ritenere come la nuova divinita’ a cui tutto si piega». La seconda e’ che una di queste pericolose limitazioni, cioe’ la «pervasivita’» telematica con «l’acquisizione e l’accumulo di dati» su di noi «potrebbe apparire innocuo quando si vive in uno stato di diritto».
Sul primo punto occorre risalire a Marx, che vedeva «il passaggio dal regno della necessita’ al regno della liberta’» come caratteristica di un socialismo che metteva fine all’onnipotenza del profitto. Marx era e rimane un grande pensatore, ma su questo punto la sua visione puo’ essere effettivamente ritenuta riduttiva. Quella che il politologo Maurice Duverger definisce «la rivoluzione culturale borghese» ha all’origine l’esaltazione del profitto (ma non la sua «onnipotenza»); ma e’ un fenomeno piu’ complesso di quanto possa essere definito dal riduttivismo economistico. E’, appunto, questa rivoluzione, un prodotto “culturale”, alle cui componenti occorre risalire: appunto per vedere se e quali liimti ne derivino alle “liberta’” (soprattutto in rapporto alle culture “altre”, non “borghesi”, presenti nello stesso Occidente e in diverse aree culturali non “occidentali”).
Il secondo punto e’ relativo alla sicurezza (per le liberta’) che ci viene garantita dallo stato di diritto, nel quale si concreta la democrazia rappresentativa. Questa garanzia e’ in difficolta’, a partire dal paese, gli Stati Uniti, che ne e’ stato garante lungo il drammatico XX secolo. Faccio un solo esempio: per la prima volta nella sua storia, nelle elezioni dello scorso novembre, il “New York Times” ha appoggiato candidati di un solo partito (quello democratico) e non di entrambi a seconda delle loro qualita’ personali, con la motivazione che «queste elezioni sono un referendum su Bush. Per noi il punto di rottura si e’ avuto col tentativo dei repubblicani di minare il sistema fondamentale di separazione dei poteri che ha tutelato la democrazia americana sin dalla sua nascita».
In questo caso mi pare sia riduttivo parlare di Bush e dei repubblicani. E’ un problema di tutte le democrazie rappresentative, che dal punto di vista politico potenziano il ruolo del potere esecutivo e dei suoi controlli pervasivi a scapito degli altri due (legislativo e giudiziario) e non riescono piu’ a controllare i “poteri forti” dell’economia finanziaria globalizzata, mentre nello scorso secolo avevano tentato di farlo con due grandi liberali, Keynes – con l’intervento pubblico in economia – e Beveridge – con il welfare, che garantiva i ceti deboli «dalla culla alla tomba».
Questi i due temi da approfondire: il “riduttivismo” economicista da un lato, e la difficolta’ dello stato di diritto dall’altro. E credo sia utile pensare della liberta’ cio’ che un altro politologo, Robert Dahl, dice della democrazia: quella dei nostri successori non sara’ quella dei nostri predecessori; o si ampliera’, o si restringera’.

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..
Lorenzos ha detto

A proposito di liberta’ mi permetto di segnalare di Rudolf Steiner il fondamentale “Filosofia della Liberta’” (esiste anche negli Oscar Mondadori) attraverso il quale si puo’ fare l’esperienza dell’ambito nel quale all’uomo e’ dato di vivere la liberta’.
Poiche’ nell’articolo di Colombo si accenna anche all’uguaglianza, mi siano concesse due righe sulla triade liberta’-uguaglianza-fraternita’, che si tende spesso ad invocare indistintamente.
In realta’ ciascuno dei tre ideali si applica ad una distinta sfera del vivere sociale:
-la liberta’ alla sfera dello spirito (arte, iniziativa, religione ecc). In questo ambito ognuno dev’essere libero, e non e’ affatto uguale;
-l’uguaglianza a quella del diritto, dove tutti si e’ uguali davanti alla legge (il semaforo e’ rosso per me come per Umberto Eco);
-la fratellanza alla sfera economica, dove dovremmo tutti essere fratelli.
Aver distinto questi tre ambiti e’ sempre merito di Steiner e della sua triarticolazione sociale

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….
Mariapia

La solidarieta’ e’ la forza unitiva che collega i singoli esseri umani come gocce della medesima acqua

E invece …stiamo imparando a renderci solidali nell’egoismo e a superarci l’un l’altro per migliorare.

Noi italiani siamo estrosi, creativi e individualisti, per cui ci sono circa 56 milioni di interpretazioni per ogni oggetto di pensiero.
Il pensiero originale e’ una grande risorsa, ma al momento non si vedono grandi risultati, aspettiamo con pazienza.
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Storia di un fante della Grande Guerra
Da Enrico Peyretti

Ci sara’ qualcuno che osera’, nel novembre di quest’anno, celebrare i novant’anni della cosiddetta vittoria del 1918.
Vorrei dedicare a chi fara’ lutto come a chi fara’ festa, questo racconto di Luca Sassetti. E’ la storia di un fante della “Grande Guerra”: una storia possibile, percio’ contenente verita’.
Mi permetto anche di ricordare che qualche anno fa raccolsi in un libro 115 testi da tutti i tempi e le fonti contro l’ideologia del vincere:
“Dov’e’ la vittoria? Piccola antologia aperta sulla miseria e la fallacia del vincere”, Il segno dei Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), marzo 2005, pp. 110, euro 10,00 (scrivimi@gabriellieditori.it ; tel 045 77 25 43 ).

Oggi ho collezionato alcune altre decine di testi simili, scoperti dopo quel libro.

Racconto
Il fante gia’ morto
(su il foglio n. 316, novembre 2004; www.ilfoglio.info )

L’anima del fante era distrutta. Il suo corpo, a parte la stanchezza, era ancora integro, forte. Ma l’anima distrutta. Essere in guerra era gia’ la morte. Stare come una talpa nel fango della trincea; vedere la morte, voluta e chiamata dai comandanti, che mangia vivi uomini sani e forti, come la cornacchia mangia un passero innocente, era gia’ essere morti. Il compaesano e amico Beppe, il giorno prima, uscendo in quel folle attacco, era stato tagliato in due dalla mitraglia, come un ramo dalla roncola. Una roncola che distrugge il mondo, invece di potarlo e coltivarlo.
Da casa, poche amare notizie: il padre era morto poco dopo la partenza. Da vero socialista, non accettava nessuna guerra. Vedere, in Europa e in Italia, anche i socialisti piegarsi a rispettare la guerra, che poteva ammazzargli i figli, ed era sempre la guerra del capitale contro il popolo, questo dolore e questa vergogna avevano cominciato con l’ammazzare lui. Negli ultimi tempi pensava sempre a Jean Jaures, e voleva imparare qualcosa di francese per leggere i suoi discorsi. Ando’ persino dal parroco per farsi aiutare. I due si capirono, senza altre parole. Nel lavoro dei campi, lo vedevano spesso fermarsi pensoso, perche’ la stanchezza della mente pesava piu’ di quella dell’eta’ sulle ossa e sui muscoli, e un ragazzo, dal quale non si nascose come si nascondeva dagli adulti, lo aveva visto piangere.
La madre reggeva tutto. Il fante sapeva che il cuore di sua madre sanguinava, ma non poteva spezzarsi, non le era permesso, perche’ lei reggeva tutto, accudiva e pensava a tutti, i vivi e i morti, i nuovi nati e le spose fresche.
Non si puo’ vivere in un mondo che uccide. Sua madre lo puo’, lui no. Non solo uccide, ma, per suprema offesa, ti comanda di uccidere. Lui non aveva ancora ucciso nessun austriaco, contadini come noi. Ma aveva paura di farlo, un giorno o l’altro. Questa bestia della guerra ti condanna ad ammazzare, quando ti prende all’improvviso il terrore dell’altro che hai di fronte. Aveva gia’ visto uomini miti, buoni cristiani, trasformati in assassini, per la maledetta paura. Levarsi la paura di morire, questo era il coraggio da conquistare per uscire dalla trappola. La volpe si stacca la zampa dalla trappola coi denti, ed e’ libera, mutilata ma libera. Spararsi ai piedi, no, il trucco e’ vecchio, ti condannano, ti dimostri vile, e lasci gli altri nell’inferno. Non bisogna solo uscirne, bisogna maledire la guerra. Non si puo’ vivere quando la legge e’ uccidere. Bisogna uccidere questa legge.
Sapeva che un po’ piu’ in la’, i compagni avevano ammazzato quel tenente pazzo, che gettava gli uomini nel fuoco come legna nel camino. Era anche figlio di un industriale degli esplosivi. Un colpo diritto alla tempia, mentre scrutava col cannocchiale per studiare un altro assalto. Subito i superiori avevano proposto la medaglia: morto da eroe mentre sfida il nemico. Te lo do io l‘eroe.
Piano piano, gli venne l’idea. Prese corpo nell’immaginazione fino a diventare un progetto preciso. Morire e’ destino quasi certo, qui, sempre piu’ certo. Se non sei morto oggi, domani e’ piu’ facile. Almeno morire per qualcosa. Non per quei pescicani, ma per la povera gente. Morire per uccidere la guerra. Molto piu’ che un tenente pazzo. La madre avrebbe retto anche questa. La fidanzata si sarebbe rassegnata, forse lo e’ gia’, fin troppo, scrive cosi’ poco. Al paese, e al circolo socialista, avrebbero capito, eccome. Suo padre avrebbe sorriso contento, venendogli incontro. Quella notte dormi’ tranquillo, come mai prima, per quanto e’ possibile in trincea.
Il giorno dopo, aspetto’ il momento teso che precede gli assalti. Mentre il capitano guardava altrove, salto’ fuori d’un balzo dalla trincea, senza fucile. Le braccia aperte come una croce, camminava diritto incontro a quelli che chiamano nemici. Vedeva le bocche dei fucili, la canna delle mitraglie. Da li’ sarebbe venuta la pace per lui, e forse per altri, per tanti altri, sperava. Aspettava il fuoco nel corpo. Aveva visto tante volte come agisce. Niente, non sparavano. Qualcuno gli grido’ qualcosa, da quelle trincee la’ davanti. Non capi’, ma era un grido non ostile, sembrava un’invocazione, ma era una voce festosa. Ricordava gridi lontani, nei giochi allegri da ragazzi.
Un colpo arrivo’, duro e bruciante. Nella schiena.
La patria in armi e’ una madre feroce, che non sopporta figli liberi.
Quando lo seppe la madre vera, capi’ tutto, segretamente orgogliosa del figlio, consolata nei suoi dolori. Nel paese ne discussero un po’. La patria lo dimentico’.
* * *
Io non so se questa storia sia vera. So che e’ sempre possibile ieri, oggi, domani. Quindi e’ vera.
Luca Sassetti, 14 agosto 2004
..
Un evanescente partito di sinistra
Mariapia

Cara Viviana,
puo’ darsi che io sia gia’ un poco rimbambita, sarei del resto in regola per eta’ (del terzo programma dell’eta’ della creatura umana ti scrivo tra poco con umorismo), ma sono sempre meno sicura che in Italia esista un partito di centro sinistra. Forse c’e’ un partito di centro o di centro destra.
Non credo alle ingenuita’di gente italiana che vive al vertice della politica quasi dalla nascita, alla scarsa esperienza di elaborazione concettuale, non penso a capacita’ mentali diminuite dei rappresentanti della sinistra in questo paese, ma guardo a quanto avviene ed e’ avvenuto dei paesi dove la cosiddetta sinistra era ed e’ forza di governo.
Siamo dentro ad una menzogna, gia’ detto da qualcuno che ne sa piu’ di me.
La sinistra non esiste piu’, e non diciamolo a Marx, come il cristianesimo non facciamolo sapere a Cristo, come la democrazia, la cui storia non e’ stata scritta e attuata, e si deve ripartire per altri luoghi del pensiero, ma non so con chi e con che mezzo, mentre l’unica cosa che so e’ che la storia non torna mai indietro, si ripete e per lente volute avanza innalzandosi, cosi’ i bambini non hanno piu’ i geloni e sono quasi troppo belli, promettendo un diverso futuro e poi…. sono alti.
Soffro il complesso del nano!
Proviamo a ripensare e vedere se c’e’ qualcosa da capire, da modificare perche’ e’ troppo importante per la specie, come tanti inascoltati veri sapienti sostengono, ad esempio Amartya Sen – un bel Nobel per lui e tutto finisce li’ – oppure un combattente per la Vera Vita come Nelson Mandela, che per quell’ideale ha messo a repentaglio la propria esistenza.
Vorrei un procedere storico senza eroi, basta con gli eroi, vorrei che avessimo piu’ cuore e piu’ veri saperi, ma noi umani siamo fatti di una materia che non conosciamo e senza conoscere e conoscerci noi non potremo avere un chiaro procedere.
Intanto penso che ci siano parecchi decenni di storia “di sinistra” da osservare in diversi paesi del pianeta e alcuni ci mostrano grandiosi esperimenti politici che sono terminati in catastrofi umane inimmaginabili.
Vediamo altri paesi che pensiamo ancora (o pensavamo “di sinistra”) e che invece seguono dei percorsi che nulla hanno a che vedere con qualcosa che possa chiamarsi una societa’ piu’ umana delle tante gia’ viste sulla Terra, e quindi quei percorsi politici non attuano l’ideale e il pensiero di sinistra, mentre invece si propongono un maligno capitalismo di stato.
Direi che e’ realta’ antropologica e culturale comprendere che chi sale al potere s’incarna in un dio maligno che ama spadroneggiare e opprimere, che prova un certo disgusto per la realta’ delle masse umane piu’ povere e culturalmente arretrate e tenta sempre, in ogni modo, di renderle silenziose, sottomesse, inquadrate, povere, senz’anima, sradicate dalle tradizione di un passato misero ma dove la solidarieta’ era potente, di farne degli individui isolati e nemici uno dell’altro.
Pure io potrei essere uno dio simile, tutti potremmo esserlo, che guaio! Gandhi lo sapeva benissimo.
Gente senza potere, questi cittadini dei paesi di “sinistra” e che “vivono all’interno di una menzogna”, come scriveva Vaclav Havel, e dentro ad una menzogna che quando implode produce lacerazioni gravissime nel tessuto umano e sociale infettato dai sistemi che abbiamo chiamato “di sinistra”.
Cosi’ io credo che si debba riflettere sul “carattere del potere” e sul carattere di noi esseri umani, in modo da farne una scienza e una conoscenza.
Il potere politico ha un unico colore.
Speriamo che non sia vero che ogni essere umano, senza saperlo, ha quell’unico colore.

Mai, in tanti anni, mi sono sentita in sintonia con D’Alema, ma concordo con la dichiarazione che fece e che e’ ”certa sinistra non serve al Paese”.
E’ vero, quella che lui rappresenta non serve, anzi….
Io “non addetta ai lavori”, come mi ha definito qualcuno per quanto riguarda la politica, sono lieta di avere degli amici con cui condividere, con delle differenze che non sono opposizioni, le mie idee sulla politica in una polis che sta diventando un campo sempre piu’ privato e dove si deve essere solo degli “Yes man”.
T’invio un po’ di verita’ sulla specie umana, ma prima di scoprire tutto servira’ molto studio.

Continuo a non avere dubbi sul fatto che l’informatica e il Web sono mezzi di evoluzione, e’ solo sui tempi che saranno lunghi che mi abbatto un poco.
A presto.
mp
..
A Napoli l’esercito
Questa intervista Erri De Luca la rilascio’ a Liberazione nel 2006, ma pare fresca di ora.

“L’esercito a Napoli non servirebbe a nulla. Ma la scena sarebbe divertente: una parata militare che dai fori imperiali di Roma si sposta a via Caracciolo. Eppoi non capisco chi dovrebbe tirare bombarde. L’esercito che serve davvero e’ quello che vedevo io da bambino: centinaia di marines che sbarcavano dalle navi militari americane e sfogavano l’astinenza con le prostitute, lasciavano soldi nei bar e nei ristoranti. Diventavano cioe’ una fonte di reddito. Oggi accadrebbe la stessa cosa. Piu’ interessante immaginare un coprifuoco ai minori di 18 anni come si fa nelle banlieues parigine. Cosa succederebbe? Ecco un esperimento da offrire come laboratorio internazionale di pubblica insicurezza. E’ acqua fresca, l’esercito.
Napoli e il Sud sono extraterritoriali da sempre. Le forze dell’ordine fanno delle incursioni come se fosse terra straniera, ricorda molto gli interventi dei marines nel quartiere sciita di Bagdad. Entrano da forestieri, eseguono retate, scippi al contrario, e poi con destrezza devono filarsela alla base. In quelle zone il vero padrone e’ il contropotere criminale.
Esso si interrompe da solo, cambia sempre il proprio organigramma, emergono nuove forze che soppiantano quelle di prima. Il vertice non e’ il cda di un’azienda, i gruppi si fanno la guerra per sottrarsi il territorio. E’ una catena debole.
Per il cittadino il clima di tensione e’ sempre quello. E la camorra si e’ sempre occupata di traffici illeciti e di tutto cio’ che e’ vietato: l’immigrazione clandestina, i rifiuti tossici, la prostituzione. Il mercato delle griffe sfritta la grande abilita’ degli artigiani di Napoli, che si mettevano a lavorare a 5 o 6 anni e che a 20 erano gia’ artisti sopraffini, in grado di copiare un prodotto meglio dell’originale. Non come i cinesi che lo copiano male. Questa capacita’ artigiana e’ andata in malora.
Questa citta’ ha rovesciato la sua prospettiva: i cittadini onesti sono costretti a girare circospetti, con gli occhi dietro la testa, mentre gli spavaldi si muovono a testa alta in pieno giorno.
Ma Napoli e’ piu’ forte dei suoi guai e della merda che le buttano in faccia. Il napoletano e’ dotato di realismo: sa che non si puo’ nascondere la violenza, ma poi gira la testa e con orgoglio riscopre le bellezze di Napoli. Anche se periodicamente si parla di emergenza immaginaria.
La violenza e’ una vulnerabilita’ ammessa, sopportata e introiettata, parte del sistema nervoso della citta’. Il cervello di un napoletano e’ accordato un’ottava sopra. E con la violenza ci deve convivere senno’ esplode. Ecco perche’ trova contrappesi e soluzioni altrove, nell’esasperazione e nell’insonnia.
Napoli da sempre e’ ipervitale, le sue strade gonfie di gente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ed e’ diventata l’emergenza ricorrente, l’allarme che l’Italia accende sulla citta’. Ma si tratta di una emergenza esterna, non interna.
I napoletani per garantirsi un salario hanno sempre dovuto andare all’estero, cioe’ fuori Napoli. Quando c’erano l’Italsider e l’Alfasud la situazione non era migliore.
Da sindaco Bassolino aveva inaugurato il gusto per la legalita’, come fosse una moda. Efficace: si fermavano persino ai semafori. Era uno stile nuovo. La politica deve avere idee e applicarle. Poi pero’ l’usanza ha preso il sopravvento. Perche’ la legalita’ e’ un sentimento e non una divisa che gira per strada. La legalita’ misura la lealta’ di una comunita’ con l’autorita’. Quando l’autorita’ diventa un comitato d’affari, la stima cade e la lealta’ diventa solo un sentimento eroico.
Ora non c’e’ corrente. L’acqua stagna. Ci vorrebbero nuove figure politiche, irregolari, che non provengono dai comitati d’affari.
Non degli eroi. Gli eroi sono quelli che malgrado tutto si comportano onestamente. Sono i militi ignoti. Ma la classe politica deve fare harakiri e levarsi di torno.”
..
Ombra
Guillaume Apollinaire

Rieccovi accanto a me
Compagni miei morti in guerra
Oliva del tempo
Ricordi che ormai fate un ricordo solo
Come cento pelli fanno una sola pelliccia
Come queste migliaia di ferite
fanno un solo articolo di giornale
Impalpabile e buia apparenza avete preso
La forma instabile della mia ombra
Un indiano in agguato per l’eternita’
E ombra mi strisciate accanto
Ma non mi sentite piu’
Non conoscerete piu’ i poemi divini che canto
Mentre io vi sento vi vedo ancora
Destini
Ombra multipla il sole vi conservi
Voi che tanto mi amate da non lasciarmi mai
E che ballate al sole senza far polvere
Ombra inchiostro del sole
Scrittura della mia luce
Cassone di rimpianti
Un dio che si umilia
.
..
Canti per la pace
di Franca Maria Bagnoli

Sono andata a sentire un concerto di Moni Ovadia. Tema: “Canti per la pace”. Mi aspettavo canti piu’ o meno conosciuti e, andando al teatro, cercavo di richiamare alla mia memoria quelli che conosco.
Ovadia mi ha spiazzato. Quello che ha sentito una sala affollatissima e’ stata una straordinaria operazione culturale. Moni Ovadia e’ cantante e attore, nato in Bulgaria da una famiglia ebraica. Parla un italiano perfetto e colto. Ha introdotto i canti che lui stesso, insieme ad altri cantanti, ha interpretato. Ha spiegato che i canti delle tre culture monoteiste, quella cristiana, quella ebraica e la musulmana sono splendidi esempi di reciproca, feconda contaminazione ed ha negato con pacatezza, ma con forza che lo scontro di civilta’ che l’odierno pensiero unico dominante vorrebbe accreditare, e’ una menzogna. Le tre culture, nonostante le persecuzioni e le intolleranze, nel corso dei secoli hanno sempre convissuto pacificamente incrociandosi e fecondandosi a vicenda.
Lo spettacolo e’ stato una testimonianza di quanto affermato da Ovadia.
L’orchestra, il Theatrum Instrumentorum, e’ formata da strumenti tipici delle tre culture: violino, percussioni, cennamella, rebab, oud, viella, flauto da tamburo. Le voci sono di italiani, serbi, croati, palestinesi. I canti, bellissimi, evocano suoni orientali, iberici, italiani. I temi vanno dall’amore alla preghiera, dallo scherzo alla meditazione coranica. La sintonia tra strumenti, voci, gesti e’ di un rigore matematico, ma anche di un calore sconvolgente. La voce di Faisal Thaer, palestinese, ha un’ampiezza di registro incredibile: passa dai toni acuti a bassi profondi, sostenuti a lungo.
Merita una sottolineatura l’abbigliamento maschile e femminile, ispirato anch’esso alla bellezza delle diversita’: dal severo grigio allo scintillio di scialli rossi, gialli, turchini, agitati in sintonia con il ritmo dell’orchestra.
Il pubblico ha capito il messaggio e, con l’insistenza degli applausi, ha richiamato piu’ volte i cantanti e l’orchestra per sentire altre canzoni. Al teatro Massimo di Pescara non ho ascoltato canti di pace. Ho visto la pace. Per una sera…..
Se Moni Ovadia capita nella vostra citta’ correte a sentirlo. Chissa’ se la pace, apparendo sera dopo sera nei teatri di tante citta’, alla fine non si trasferisca nel mondo intero?
..
Davide Morelli
ARONNE

Si chiamava Aronne
ed era un maestro di piano francese.
Diceva alla gente del paese:
“Un giorno di qui passera’ la guerra.
Che futuro avranno mai questi bambini,
che giocano nei cortili ?”
Nessuno gli rideva in faccia per rispetto,
ma quando si assentava tutti si dicevano:
“Ha fatto come Don Chisciotte.
a leggere troppi libri si impazzisce”.
Ma qualche anno dopo
ascoltando la radio,
capirono che aveva ragione.
E quei bambini
invece di giocare nei cortili,
iniziarono a giocare nei rifugi,
scavati negli argini e nei poggi

..
Viviana

Consumo la vita lentamente
Anche nella fretta
si consuma lentamente la vita
Ci facciamo esperienza negli angoli
delle attese
Impariamo da angoli di giornali
dimenticati
Quando piu’ si affolla la vita
maggiormente piange
L’anima silenziosa
rimbalza visi noti e perduti
tentando di afferrare qualcosa
che e’ gia’ perso
nel rufolo del vento
Quando piu’ corriamo
piu’ siamo fermi
e tutti gli aventi scorrono
come perle nella collana
finche’ non stringiamo nulla
neanche il senso
primo del vivere
Rari
i momenti dell’angelo

http://www.masadaweb.org

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