Nuovo Masada

Agosto 14, 2008

MASADA n. 764. 14-8-2008. Anarco-capitalismo

Archiviato in: Masada — MasadaAdmin @ 9:50 am

Noam Chosmky – Libro: “La fabbrica del falso “ di Vladimiro Giacche’- L’Ossezia

Il Vaticano rappresenta la piu’ grande forza reazionaria esistente in Italia. Per la chiesa, sono dispotici i governi che intaccano i suoi privilegi e provvidenziali quelli che, come il fascismo, li accrescono.”
Gramsci
..
Mariapia manda:

Noam Chomsky
Il bene comune: I miti di una falsa democrazia

C’e’ bisogno di una minaccia con cui spaventare la gente per impedirle di focalizzare l’attenzione su quel che realmente accade loro e intorno a loro.
Si deve in qualche modo generare paura e odio per incanalare e controllare la rabbia – o anche solo il malcontento – che viene suscitato dalle condizioni economiche e sociali.
In un mondo dominato dalle multinazionali e’ quasi assurdo parlare di democrazia, essendo questi stessi grandi gruppi economici dei regimi totalitari in piccolo.
Ci stiamo sempre piu’ allontanando dai valori di equita’ sociale, sia in termini oggettivi, sia in termini di sensibilita’ comune.
Le prigioni sono piene di poveri ed i problemi di chi ci sta accanto sono sempre meno importanti dei nostri.
Lo Stato e’ sempre meno controllato dal popolo, l’educazione sempre piu’ inconsistente ed i lavoratori sempre meno uniti.


……………………………………………………
www.lettera.com/libro.do?id=5143
..
Noam Chomsky: anarchia e liberta’

Siamo in un sistema anarco-capitalista. Questo e’ un sistema ideologico che, se dovesse realizzarsi pienamente, instaurerebbe forme di tirannia e di oppressione che nella storia umana non hanno eguali. Ma non c’e’ la minima possibilita’ che queste idee (a mio avviso, orrende) si realizzino pienamente, perche’ qualsiasi societa’ che facesse l’errore colossale di prenderle in considerazione ne sarebbe rapidamente distrutta.

www.siatec.net/bloggersperlapace/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1302

Piera Graffer – intervista a Noam Chomky

.. siedo vicino a John Colarusso, professore alla Mc Master di Hamilton, Canada, e nel Board of Directors della NATO quale esperto di Russia e Caucaso. Gli chiedo se, secondo lui, gli USA se ne andranno dall’Iraq.

No.’ risponde ‘C’e’ il petrolio, e gli USA hanno deciso di mantenerne il controllo globale. Inoltre l’esercito lo devono pagare comunque, in qualunque posto si trovi. E le armi le devono usare, se vogliono svuotare i magazzini e far funzionare le fabbriche.’

‘Domani vedro’ Noam Chomsky’, gli dico, e lui mi consiglia di porre anche a lui la stessa domanda.

E’ proprio vero che Noam Chomsky ha accettato di incontrarmi. Questa e’ la grandezza dell’America: i grandi sono accessibili e se uno e’ preparato su un argomento gli aprono le porte delle universita’ piu’ prestigiose, anche se e’ un nessuno come me.

Sono d’accordo con Colarusso.’ dice Chomsky. ‘Prima di invadere l’Iraq gli americani sapevano benissimo che Saddam Hussein non possedeva altre armi di distruzione di massa di quelle che essi stessi gli avevano venduto. Controllavano perfettamente la situazione attraverso gli ispettori dell’ONU. Quando li cacciarono, sostenuti soprattutto dagli inglesi, e’ perche’ avevano deciso di attaccare comunque. Con le armi in loro possesso la vittoria e’ stata facile e praticamente immediata. Peccato non abbiano saputo gestirla. Sarebbe bastato un minimo di intelligenza. Per esempio copiare quello che hanno sempre fatto le potenze colonizzatrici, trasferendo il potere a personaggi locali, e amministrandolo poi indirettamente attraverso di loro. Cosi’ riuscivano a presentare una facciata di rispettabilita’ verso il mondo e ad imporsi bene o male alle popolazioni locali. Questa Amministrazione invece ha gestito le cose in prima persona con tale brutalita’ e violenza da creare quello che ai tempi di Saddam non c’era: la volonta’ di resistere, nonostante che a causa dei suoi crimini Saddam fosse odiato da molti dei suoi concittadini, che guardavano agli USA come a una potenza liberatrice. Dopo l’invasione invece si sono comportati ancora peggio di lui. Pero’, finche’ rimase sul libro paga della CIA, i suoi delitti a Washington non scandalizzavano nessuno. La ‘guerra al terrorismo’ ha subito acquisito le caratteristiche di una guerra terroristica: massacri, torture, atrocita’ peggiori di quelle dei ‘terroristi’. Lo scopo degli USA, secondo l’intenzione dichiarata, e’ di conservare la propria egemonia con la minaccia della forza militare. Purtroppo la paura di finire come l’Iraq e l’Afghanistan sta spingendo molti paesi verso il riarmo atomico. Da quando e’ iniziata la ‘guerra al terrorismo’ il mondo e’ diventato un luogo molto piu’ pericoloso e instabile. Stati come l’Iran, la Corea, la Cina, che prima non ci pensavano affatto, ora stanno cercando di produrre, o stanno gia’ producendo, bombe atomiche. E’ infatti chiaro che le ‘guerre al terrore’ vengono fatte solo a paesi piccolissimi e assolutamente indifesi.
Cosi’ e’ stato per la Jugoslavia, uno Stato di 10 milioni di abitanti messo alle corde da oltre un decennio di sanzioni, per l’Afghanistan, con 6 milioni di persone devastate da 23 anni di guerre, e con l’Iraq, che dopo la I Guerra del Golfo non disponeva piu’ di alcun arsenale, come aveva ripetutamente dichiarato l’ispettore dell’ONU Blix. E l’embargo aveva causato oltre 100 mila morti per fame. Quando e’ stato attaccato per la seconda volt, l’Iraq era un paese che non faceva piu’ paura nemmeno al Kuwait. E se non era in grado di spaventare neanche un paese confinante, e molto piu’ piccolo, in quale modo avrebbe potuto minacciare l’America?

‘Professore, ho appena partecipato a una conferenza di Harvard sull’Asia Centrale. Alcuni antropologi e archeologi hanno speso anni della loro vita in ricerche nelle steppe mongole e siberiane, trovando al massimo delle ossa di renna adorne di qualche graffito. Nessuno di loro ha lamentato la distruzione delle opere d’arte del Museo di Baghdad, ne’ la polverizzazione di siti archeologici pluri-millenari potenzialmente altrettanto importanti di quelli gia’ scoperti, con bombe ad alta penetrazione all’uranio impoverito, o coi cingoli dei pesantissimi carri armati. La Mesopotamia e’ la culla dell’umanita’, e l’annientamento della sua storia rappresenta una perdita gravissima per tutti noi. Come e’ stato possibile che una tale catastrofe non abbia suscitato alcuna protesta negli ambienti piu’ colti?’

Le due guerre del Golfo sono state molto piu’ distruttive di quelle di Gengis Khan, che rase al suolo Babilonia nel 7° secolo d.C. Questi semplicemente se ne infischiano. L’invasione viene gestita a tutti i livelli da gente ignorante. Il sistema educativo americano e’ come un laser: si focalizza su un punto microscopico e lo sviscera nel modo piu’ esaustivo, disinteressandosi completamente della visione di insieme. E la gente normale non se ne cura, perche’ l’opinione pubblica e’ manipolata dalla propaganda.
Nei paesi dove funziona la coercizione i governi non danno alcun peso a quello che pensa la gente. Ma la’ dove le popolazioni hanno conquistato liberta’ e diritti e’ necessario escogitare sistemi diversi. Cio’ avviene attraverso il controllo del pensiero e degli orientamenti. L’auto-censura, praticata da molti, non basta. Il controllo dell’opinione pubblica e’ il fondamento dei governi, dal piu’ dispotico al piu’ libero. Piu’ e’ libera una societa’ e piu’ tale controllo e’ importante. Dove l’ubbidienza non puo’ essere mantenuta con la frusta, la si mantiene attraverso le istituzioni create ad hoc per il controllo del pensiero
.

‘Ho comperato il Suo ultimo libro ‘Imperial ambitions. Era esposto in grande evidenza. Come e’ possibile che un personaggio come Lei, che dice tutto il male possibile delle guerre di Bush, invece di finire a Guantanamo come succederebbe a chiunque altro, venga non solo lasciato esprimere le proprie idee, ma anche lo possa fare in maniera tanto aperta ed esplicita?’

In questo Paese io non ho problemi. Faccio parte dell’elite intellettuale, e a noi e’ concesso di esprimerci come piu’ ci piace. E’ un grande privilegio, che si rifa’ alla storia delle Universita’ americane. Certo corro anch’io qualche rischio. Ma si tratta di rischi molto meno pesanti di quelli che affronta la gente comune in posti come la Colombia o il Venezuela. Loro hanno problemi di sopravvivenza spicciola e sono lesi concretamente nei loro diritti, mentre per me si tratta solo di faccende intellettuali.’

………………………..
www.tmcrew.org/archiviochomsky/barsmain.html
David Barsmain – The Nation, USA.

Professor Chomsky, parliamo di quello che e’ successo a Seattle tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre durante la conferenza dell’organizzazione mondiale del commercio (Wto) Quali lezioni bisogna ricavarne?

Penso che sia stato un evento molto importante. Ha espresso un’ampia opposizione alla globalizzazione come la intendono le multinazionali, imposta soprattutto dalla leadership statunitense, ma anche da altri grandi paesi industrializzati. La partecipazione e’ stata ampia e variegata e ha radunato attivisti degli Stati Uniti e di tutto il mondo che in passato erano stati raramente in rapporto tra loro. E’ lo stesso tipo di coalizione che l’anno prima aveva bloccato l’Accordo multilaterale sugli investimenti (Mai) e che si e’ opposta ad altri cosiddetti accordi come il Trattato nordamericano di libero scambio (Nafta) e in generale alla politica della Wto.
Una delle lezioni di Seattle e’ che un attento e prolungato lavoro di educazione e preparazione puo’ dare i suoi risultati. Un altro aspetto e’ che una parte consistente della popolazione statunitense e mondiale – probabilmente la maggioranza di chi riflette sull’attualita’ – e’ come minimo infastidita dagli sviluppi in corso o, nei casi estremi, decisamente contraria. Questi sentimenti sono causati soprattutto dal duro attacco ai diritti democratici e alla liberta’ di compiere le proprie scelte. Ma anche dalla subordinazione dei problemi generali a interessi particolari; dal primato del profitto; e dalla dominazione che
esercita un settore ristrettissimo della popolazione mondiale
.

L’economista Thomas Friedman ha definito i manifestanti di Seattle “un’arca di Noe’ dei sostenitori di idee superate”.

Dal punto di vista di Friedman probabilmente e’ vero. Credo che anche i proprietari di schiavi vedessero cosi’ le persone che si opponevano alla schiavitu’. Per l’1 per cento della popolazione a cui si rivolge Friedman e che lui rappresenta, chi fa opposizione sostiene idee superate. Perche’ mai qualcuno dovrebbe opporsi agli sviluppi che abbiamo descritto?

E’ giusto dire che nelle strade di Seattle insieme ai gas lacrimogeni soffiava anche un vento di democrazia?

Direi di si’. Una democrazia che funzioni non dovrebbe manifestarsi nelle strade, ma nelle aule in cui si prendono le decisioni politiche. Questa riflessione sull’erosione della democrazia e sulle reazioni popolari che essa scatena non sono una novita’. Nel corso dei secoli c’e’ stata una lunga battaglia per estendere la portata delle liberta’ democratiche, e ha ottenuto tantissime vittorie proprio in questo modo: non grazie a concessioni ma attraverso scontri e lotte.
Se in questi casi la reazione popolare assume una forma veramente organizzata e costruttiva, puo’ scardinare e rovesciare la spinta antidemocratica degli accordi economici internazionali imposti al resto del mondo. Accordi veramente antidemocratici. E’ chiaro che si pensa subito all’attacco contro la sovranita’ nazionale statunitense, ma nella maggior parte del mondo le cose stanno molto peggio. Piu’ della meta’ della popolazione mondiale non ha letteralmente nemmeno il controllo teorico sulle politiche economiche nazionali. Si trova in un regime di amministrazione controllata. Le politiche economiche di questi paesi sono dettate da burocrati che lavorano a Washington, in virtu’ della cosiddetta crisi del debito, che e’ una costruzione ideologica e non una realta’ economica. Questo vuol dire che piu’ di meta’ della popolazione mondiale non ha alcuna sovranita’
.

Perche’ dice che la crisi del debito e’ una costruzione ideologica?

C’e’ un debito. Ma su chi sia il debitore e chi il creditore esiste una disputa ideologica, non economica. Per esempio, esiste un principio del capitalismo- a cui nessuno, naturalmente, vuole prestare attenzione – che dice: se tu mi presti dei soldi io mi assumo la responsabilita’ di restituirteli, ma tu, come creditore, devi correre il rischio che io non onori il debito. Nessuno, pero’, concepisce questa possibilita’.
Supponiamo, invece, di seguirla nel caso dell’Indonesia. Proprio ora la sua economia e’ schiacciata da un debito pari a qualcosa come il 140 per cento del Prodotto interno lordo (Pil). Se si risale alle origini di questo debito si scopre che i debitori reali erano duecento esponenti della dittatura militare – che gli Stati Uniti hanno appoggiato – e i loro amici piu’ stretti. I creditori erano le banche internazionali. Gran parte di questo debito ora e’ stato socializzato attraverso il Fondo monetario internazionale (Fmi), il che significa che ne sono diventati responsabili i contribuenti del mondo ricco.
Che fine hanno fatto i soldi? I debitori si sono arricchiti. Ci sono state esportazioni di capitali e qualche accenno di sviluppo. Ma la gente che aveva preso i soldi in prestito non ne e’ responsabile. Spetta ai cittadini indonesiani ripagare il debito. E questo significa vivere sotto programmi di drastica austerita’, estrema poverta’ e sofferenza. Ma e’ una fatica senza speranza ripianare un debito contratto da altri.
Che ne e’ invece dei creditori? I creditori sono protetti dal rischio. Questa e’ una delle principali funzioni del Fondo monetario: garantire la mancanza di rischio a chi presta e investe in prestiti a rischio. Ecco perche’ i creditori ottengono alti rendimenti: perche’ c’e’ un rischio altissimo. Il rischio non ricade su di loro, perche’ e’ socializzato. Viene trasferito in vari modi ai contribuenti dei paesi industrializzati attraverso l’Fmi e altri meccanismi, come le obbligazioni Brady. L’intero sistema e’ organizzato in modo che i debitori siano sollevati dalle responsabilita’, trasferite alle masse impoverite dei paesi interessati. I creditori invece sono protetti da ogni rischio. Queste sono scelte ideologiche, non economiche.
E non finisce qui. C’e’ un principio del diritto internazionale che fu concepito dagli Stati Uniti un secolo fa quando “liberarono” Cuba, ovvero la conquistarono per evitare che si liberasse da sola della Spagna, nel 1898. A quell’epoca gli Stati Uniti cancellarono il debito di Cuba con la Spagna sostenendo abbastanza ragionevolmente che il debito era illegittimo, in quanto imposto agli abitanti di Cuba con la forza, in virtu’ di un rapporto di subordinazione.
In seguito questo principio fu incorporato nel diritto internazionale, sempre su iniziativa statunitense, come il cosiddetto “debito odioso”: il debito non e’ valido se e’ imposto essenzialmente con la forza. Il debito del Terzo mondo e’ debito odioso. Questo e’ stato riconosciuto perfino dalla rappresentante degli Stati Uniti all’Fmi, Karen Lissaker, un’economista di fama internazionale. Un paio di anni fa Lissaker ha messo in evidenza che se applicassimo i principi del debito odioso, la maggior parte del debito del Terzo mondo scomparirebbe
.

I 13 dicembre il settimanale Newsweek ha titolato in copertina La battaglia di Seattle e ha dedicato alcune pagine alle proteste contro la Wto. Una scheda si intitolava Il nuovo anarchismo e descriveva cinque figure in qualche modo rappresentative di questo ipotetico nuovo movimento. Tra loro c’erano i Rage Against the Machine e i Chumbawamba. Non credo che lei li conosca.

Invece si. Non sono cosi’ fuori dal mondo.

Sono gruppi rock. L’elenco prosegue con lo scrittore John Zerzan e con Theodore Kaczynski, il famoso Unabomber, poi e’ la volta del professor Noam Chomsky. Come e’ entrato in questa costellazione? I redattori di Newsweek l’hanno contattata?

Certo. Mi hanno fatto una lunga intervista [risatina].

Mi sta prendendo in giro?

Lo chieda a loro. Io tutt’al piu’ posso immaginare qualcosa che potrebbe essere successo nella loro redazione, ma la mia immaginazione funziona bene quanto la sua. Il termine “anarchico” ha sempre avuto un significato strano nei circoli dell’e’lite. Per esempio, nel Boston Globe di oggi c’era un piccolo articolo con un titolo di questo tipo: “Gli anarchici organizzano le proteste per il vertice dell’Fmi di aprile”. Chi sono questi anarchici? Public Citizen di Ralph Nader, sindacati e altri gruppi. Alcuni di loro si definiranno anarchici, qualunque cosa voglia dire. Ma l’elite si concentra solo sui significati che possono essere denunciati come irrazionali. E lo stesso tipo di ragionamento di Friedman quando parla di “sostenitori di idee superate.

Vivian Stromberg di Madre. organizzazione non governativa di New York, dice che ci sono molti moti ma nessun movimento.

Non sono d’accordo. Per esempio, quel che e’ successo a Seattle era certamente un movimento. Alcuni studenti sono stati arrestati perche’ protestavano contro le universita’ che non hanno adottato le severe sanzioni proposte per le fabbriche che sfruttano la manodopera. Succedono tante altre cose che mi fanno pensare a un movimento. Per molti aspetti quello che e’ accaduto a Montreal il 29 gennaio, in occasione della riunione per il Protocollo sulla biosicurezza, e’ perfino piu’ drammatico di Seattle. Qui da noi non se n’e’ discusso molto, perche’ i manifestanti erano soprattutto europei. Gli Stati Uniti erano spalleggiati da un paio di altri paesi che sperano di avvantaggiarsi dalle esportazioni di biotecnologie. Ma la battaglia e’ stata sostanzialmente tra gli Stati Uniti e la maggior parte degli altri paesi del mondo, che si trovano su fronti opposti a proposito del cosiddetto “principio di precauzione”. Il principio consiste in questo: un paese, i suoi cittadini, hanno il diritto di dire che non vogliono essere coinvolti in un esperimento condotto da qualcun altro? Ebbene, durante i negoziati di Montreal gli Stati Uniti, che sono il centro delle maggiori industrie biotecnologiche, dell’ingegneria genetica e cosi’ via, hanno chiesto che la questione sia disciplinata in base alle regole della Wto. Secondo queste norme i soggetti dell’esperimento devono provare scientificamente che il processo in corso presenta dei rischi, perche’ altrimenti prevalgono gli oscuri valori dei diritti aziendali. L’Europa e la maggior parte del resto del mondo, invece, hanno insistito – con successo -sul principio di precauzione.
Quindi la posta in gioco e’ chiara: un attacco contro il diritto dei cittadini di compiere le proprie scelte su questioni semplici come essere o no un soggetto di esperimento. Per non parlare del controllo delle risorse o dell’imposizione di condizioni sugli inve¬stimenti stranieri o sul trasferimento della propria economia nelle mani di societa’ d’investimento e di banche straniere. E un grave attacco contro la sovranita’ popolare per favorire la concentrazione del potere nelle mani di una specie di rete Stato-multinazionali, formata da alcune megamultinazionali e da pochi Stati che promuovono i propri interessi. Per molti versi a Mon¬treal il problema e’ stato piu’ vistoso e piu’ chiaro che a Seattle
.

Pensa che la sicurezza alimentare sia una questione su cui la sinistra puo’ raccogliere consensi piu’ ampi?

Non la vedo come una questione di sinistra. In realta’ le questioni di sinistra sono questioni popolari. Se la sinistra significa qualcosa questo qualcosa e’ preoccuparsi dei bisogni, del benessere e dei diritti dei cittadini. Percio’ la sinistra dovrebbe essere la stragrande maggioranza della popolazione, e per certi aspetti penso che lo sia. In questo senso potrebbe essere di sinistra ogni questione popolare.

E il movimento studentesco contro le industrie che sfruttano la maodopera? E’ diverso dagli altri movimenti che ha conosciuto?

E’ diverso e simile allo stesso tempo. Per certi versi somiglia al movimento contro l’apartheid, tranne che in questo caso colpisce al cuore dei rapporti di sfruttamento. E un altro esempio di come possono collaborare gruppi differenti. I principali promotori sono stati Charlie Kernaghan del Comitato nazionale dei lavoratori, a New York, e altri gruppi del movimento sindacale. Oggi in molti ambiti e’ diventata un’importante causa studentesca. I gruppi di studenti stanno facendo fortissime pressioni, tanto che per neutralizzarle il governo statunitense e’ dovuto arrivare a una specie di accordo, mettendo insieme i leader sindacali e studenteschi in una sorta di coalizione promossa dal governo, a cui molti gruppi studenteschi si oppongono perche’ dicono che non si spinge abbastanza lontano.
Gli studenti non chiedono di smantellare il sistema di sfruttamento. Forse dovrebbero. Chiedono il rispetto dei diritti dei lavoratori che in teoria sono gia’ garantiti. Se si esaminano le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che e’ responsa¬bile di queste cose, si scopre che vietano la maggior parte delle pratiche -probabilmente tutte – a cui gli studenti si oppongono. Gli Stati Uniti non ade¬riscono a queste convenzioni. L’ultima volta che mi sono documentato ne avevano ratificate pochissime. Direi che gli Usa sono il paese che offre i peggiori risultati da questo punto di vista, a eccezione forse della Lituania o del Salvador. Certo gli altri paesi non rispettano in pieno le convenzioni, ma almeno le hanno ratificate. Gli Stati Uniti non le accettano per principio
.

Nel suo campus, il movimento contro le industrie sfruttatrici si sta mobilitando?

Ci sono gruppi di studenti molto attivi e impegnati in battaglie di giustizia sociale. Non accadeva da anni. Questo si spiega con la realta’ concreta: circolano le stesse sensazioni, la stessa consapevolezza e la stessa percezione che ha spinto i cittadini a manifestare per le strade di Seattle.

Cosa dice del proverbio africano “Gli strumenti del padrone non saranno mai usati per demolire la casa del padrone“?

Se significa che non bisogna cercare di migliorare le condizioni di chi soffre, non sono d’accordo. E vero che il potere centralizzato – di una multinazionale o di un governo – non e’ incline al suicidio. Ma questo non significa che non si debba provare a intaccarlo. Per molte buone ragioni. In primo luogo perche’ cosi’ si aiutano le persone che soffrono. E questo e’ qualcosa che andrebbe sempre fatto, indipendentemente da ogni altra considerazione. Ma anche dal punto di vista della demolizione della casa se le persone si rendessero conto del potere che hanno quando collaborano e se potessero sapere a che punto saranno inevitabilmente fermate, forse con la forza questo potrebbe insegnare qualcosa di importante su come procedere.
L’alternativa e’ partecipare a seminari accademici discutendo di quanto sia spaventoso il sistema
.

Tratto da “Internazionale” 330, 14 aprile 2000
..
La strada e’ il luogo delle contraddizioni sociali, Come tale, se mai fossimo in democrazia, ne sarebbe il laboratorio.
Casa Loca
..
Libro: La fabbrica del falso. Vladimiro Giacche’.
Enzo Modugno
Il manifesto

Domandarsi se si concretizzera’ mai l’ipotesi di una guerra contro l’Iran, equivale a chiedersi se sia diventata davvero necessaria l’intensificazione dell’economia militare e se l’Iran, in qualche modo, possa servire a questo scopo. Dalla Luxemburg ad Augusto Graziani e’ stato detto tutto sulla produzione bellica, una produzione che serve a
rimandare le crisi economiche e ad assicurare il dominio sui mercati.
Opportunamente, l’editore DeriveApprodi ha pubblicato una rigorosa ricerca filosofico-politica di Vladimiro Giacche’, intitolata La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (pp. 272, euro 18), che ha il merito di ricordarci come vengono giustificate tali inconfessabili finalita’ del militarismo.
Tre sono i compiti sui quali, oggigiorno, l’amministrazione degli Stati Uniti sta impegnando le sue principali risorse: gestire militarmente la crisi economica, assicurare il dominio sui mercati e giustificare la guerra.
Il primo compito – la gestione militare della crisi – e’ il piu’ urgente. Lo scorso 15 luglio, dalle pagine del «manifesto», Uri Avnery ha parlato della follia della guerra e ha concluso, sia pure con qualche cautela, che la guerra contro l’Iran non ci sara’. Dal suo fermo intervento, pero’, sono assenti considerazioni di tipo economico. Ma se provassimo a considerare la tendenza permanente alla crisi economica che e’ il vero nemico che rode dall’interno l’«impero», potremmo capire perche’ cio’ che molti considerano una follia (e un crimine) diventa invece, per una parte del grande capitale statunitense, una decisione razionale. Anzi, l’unica possibile. Una guerra cioe’ che giustifichi una spesa militare sufficiente ad assicurare la ripresa dell’economia: in fondo e’ solo un intervento di politica economica un po’ piu’ energico, che la classe dirigente degli Stati Uniti pratica con successo ormai da molti anni. Perche’, ancora una volta, la crisi riaffiora. Al punto che l’intervento pubblico nell’economia non viene piu’ demonizzato, ma lo si invoca a gran voce.
Allo Stato si chiede, come gia’ e’ successo dopo la grande crisi del 1929, di socializzare le perdite. La verita’, pero’, e’ che gli Stati Uniti non uscirono dalla grande crisi grazie ai salvataggi bancari o alle dighe di Roosevelt, ma in virtu’ della spesa militare per la seconda guerra mondiale. E’ stato cosi’ anche con le guerre successive, dalla Corea a quella piu’ recente in Iraq, che ha consentito agli Usa di uscire dalla recessione cominciata nel marzo 2001 e ha dato inizio all’ultimo boom di borsa interrottosi solo nell’estate scorsa. In tutti questi casi le crisi economiche sono state superate con la produzione delle armi e con il loro utilizzo. La «soluzione Warfare», insomma.
Riguardo al secondo compito dell’amministrazione americana – il dominio sui mercati – la guerra in Iran raddoppierebbe l’effetto che ha avuto quella in Iraq, bloccando un’altra grande riserva di petrolio sotto il controllo delle multinazionali americane.
La convinzione che ci sara’ la guerra in Iran, infatti, e’ uno dei veri motivi del rialzo del prezzo del petrolio, assieme allo squilibrio tra domanda e offerta e alla debolezza del dollaro.
Marc Faber, un grande gestore di patrimoni con sede a Hong Kong, ha dichiarato che oggi non ha senso vendere petrolio «perche’ se l’Iran fosse bombardato le quotazioni del greggio schizzerebbero verso il cielo senza preavviso».
Il terzo compito, infine, e’ quello di giustificare l’enorme spesa militare. Qui, come scrive Vladimiro Giacche’, «la produzione della menzogna si radica nella menzogna della produzione». Perche’ e’ inconfessabile l’instabilita’ di un modo di produzione irrazionale che tende costantemente alla depressione e sopravvive devastando con la guerra un paese dopo l’altro. Quindi le crisi, che dipendono da cause endogene, debbono invece essere addebitate a nemici esterni. Per questo funziona a pieno regime la «fabbrica del falso». Persino il filosofo della politica Michael Walzer si accorge che la recente ripresa dei negoziati americani con l’Iran potrebbe essere «una mossa tattica» al fine di convincere l’opinione pubblica mondiale «che gli Stati Uniti cercano una soluzione pacifica della crisi, e nel caso di un fiasco negoziale per giustificare un eventuale uso della forza» («Corriere
della sera» del 18 luglio).
Tornano le armi di distruzione di massa, il tiranno da abbattere, la democrazia da esportare, ovunque si ripresenta la stessa messinscena dell’attacco all’Iraq.
Il libro di Vladimiro Giacche’ indaga la sistematica falsificazione, che si impadronisce delle parole e ne cambia il significato a partire dai termini chiave del nostro lessico politico. Contro i fatti piu’ ostinati si fa un uso massiccio di eufemismi. La guerra diventa regime change, le torture «tecniche professionali di interrogatorio».
Il saggio di Giacche’ oppone quindi un’analisi documentata alla razionale follia di quella «fabbrica del falso» costantemente all’opera che ha raggiunto anche organizzazioni di sinistra. Per tutti dovrebbe valere la sentenza di Karl Kraus: «Che ci sara’ la guerra appare meno inconcepibile proprio a coloro per i quali lo slogan “c’e’ la guerra” ha permesso e coperto ogni vergogna».
..
Note olimpiche
Beppe Servegnini

“Se i cinesi dedicassero alla costruzione di uno Stato di diritto la cura che hanno riservato a questa inaugurazione olimpica, potrebbero farcela”.

“Le bandiere che garriscono un vento artificiale perche’ vento non c’e’ e sembra di stare in un microonde”.

”… i 15.000 attori, i 91.000 spettatori, i 5.000 anni di storia, Hu Jintao radioso, George Bush che fa ciao, con la manina, l’altezza di una bandiera se il portabandiera e’ il cestista Yao Ming”

“La UE, tramite Sarkozy, presentera’ una lista di perseguitati: peccato che il regime li conosca gia’”

“Qualcuno ha chiesto ai politici di disertare la Cina. Perche’ non lo fanno gli industriali? Si scarica sullo sport quello che non si fa altrove. Operazione meschina”.

“…il Cio, Comitato Olimpico, sempre galante con le autocrazie…”

“Se Pechino capira’ quello che finora ha ignorato, che la reputazione non si conquista solo con la tecnologia e gli impianti, ma coi diritti e la giustizia, allora avremo vinto tutti una medaglia di speranza. Vale piu’ dell’oro.”

“Il gruppo dei volontari olimpici e’ superiore alla popolazione di un piccolo stato africano. E certamente piu’ disciplinato”.
..
Niall Ferguson

“La Cina non e’ il primo regime non democratico intento a sfruttare le Olimpiadi per rafforzare il proprio prestigio internazionale da un lato e la legittimita’ interna dall’altro. M a raramente sport e propaganda sono state aggiogati insieme su cosi’ vasta scala”
Il governo cinese uscira’ vincitore se sara’ riconosciuto il successo di tanto sforzo organizzativo.
In un anno Pechino ha visto la costruzione di mezzo miliardo di mq calpestabili compresi 110 alberghi.
Questo e’ il paese che conta 3 delle piu’ grandi imprese al mondo: PetroChina, China Mobile e Industrial e la Commecial Bak of China.
Il miracolo cinese compie 30 anni ma si avverte ansia per la sua sostenibilita’.. In 9 mesi il mercato azionario e’ sceso del 56%. Ci sono gravi pressioni inflazionistiche. Malgrado il controllo sui prezzi, sale il consumo di beni alimentari e energetici.
Problemi: disuguaglianza dei redditi, estrema poverta’ delle zone rurali, squilibrio demografico per l’esigenza del figlio unico maschio che porta all’aborto selettivo dei feti femminili, inquinamento ambientale…
La rete mondiale ha invaso la Cina, 210 milioni di utenti, tutto il traffico web e’ incanalato nel grande firewall cinese con migliaia di funzionari che controllano gli URL fuori legge, ma l’idea di uno stato totalitario che tenta di controllare internet appare assurda, con strumenti informatici vari la nuova generazione di informatici cinesi riesce a debellare la censura.
..
James Fallow

Per produrre una tonnellata di cemento si devono bruciare 200 kg di carbone, con dispersione di gas e anidride carbonica.
Cementifici e miniere vivono accanto e le citta’ sono bianche di cemento e nere di carbone.
I cementifici cinesi sono l’aspetto piu’ impressionante della crescita, con tutti i lavori edili in corso e una rete autostradale costruita in pochi anni, la Cina sembra fatta di cemento. Il 50% del cemento mondiale e’ fatto e usato qui.
I cementifici rappresentano la voce di maggior richiesta di energia e la causa prima dell’inquinamento.
Ma a Zibo 5 milioni di abitanti l’inquinamento non c’e’, con la cogenerazione, il calore che esce e’ incanalato per farne elettricita’, che e’ rimandata alla fabbrica risparmiando carbone. L’energia per produrre il clinker e’ scesa del 60% mentre il consumo si e’ ridotto del 30%.
La situazione ambientale del paese e’ disastrosa ma sta migliorando. L’11° piano quinquennale e’ sulla difesa dell’ambiente. E’ il governo stesso che denuncia la contaminazione dei laghi, delle acque, dei terreni, il prosciugamento dei fiumi, l’occlusione delle dighe e l’impoverimento delle acque a nord e dice di voler fare qualcosa.
Poco ma l’aria di Pechino sta migliorando. In 6 anni la popolazione di Pechino e’ raddoppiata raggiungendo i 15 milioni di abitanti, le auto sono 3 milioni, ma la chiusura di alcune fabbriche e norme rigide hanno abbassato il livello di molti inquinanti,
….
La guerra e’ la vicenda in cui innumerevoli persone, che non si conoscono affatto, si massacrano per la gloria e per il profitto di alcune persone che si conoscono e che non si massacrano affatto.”
Paul Vale’ry
..
La guerra mondiale del petrolio
Beppe Grillo

La Georgia ha bombardato l’Ossezia del Sud. Un piccolo Stato, una media provincia italiana. La stima e’ di 1300 morti. Quasi tutti civili. La Russia ha quindi invaso l’Ossezia con i suoi carri armati e bombardato Tbilisi, la capitale della Georgia. Nel frattempo Putin e Bush si scambiano convenevoli alle Olimpiadi dell’Ipocrisia e l’Unione Europea tace. E’ un’altra guerra che si combatte per l’energia. Dal Kazakistan petrolio e gas potrebbero arrivare in Europa senza passare in territorio russo. La Georgia e’ armata da Israele e dagli Stati Uniti. Il suo presidente si fa riprendere tra la bandiera nazionale e quella dell’Unione Europea, di cui la Georgia vuol entrare a far parte.
L’Ossezia e’ un episodio della guerra mondiale per il petrolio iniziata con la prima invasione dell’Iraq nel 1991. Saddam attacco’ il Kuwait e Bush padre intervenne. Non per liberarlo, ma per impedire a Saddam di controllare i flussi di petrolio del Golfo Persico. Bush figlio termino’ il lavoro con la panzana delle armi di sterminio di massa. Pensate che agli americani interessi il destino degli abitanti del Kuwait o dell’Iraq, quando gli Stati Uniti non hanno mosso un dito per i genocidi del Ruanda e del Darfur?
La Cina compra petrolio dall’Iran, probabilmente lo arma. L’Iran vuole imporre il petrol-euro al posto del petrol-dollaro. Israele minaccia di bombardare l’Iran per la sua politica di sviluppo nucleare. La Cecenia e’ strategica per gli oleodotti russi. Questo e’ il motivo dei massacri ceceni e della guerra permanente. Il mondo e’ diviso in zone d’influenza del petrolio. Dove ci sono pozzi di petrolio c’e’ una guerra o un’occupazione militare (quasi sempre). Dove e’ strategico il passaggio di petrolio c’e’ un conflitto armato (quasi sempre). I G8+1 (la Cina) e -1 (l’Italia) si riuniscono periodicamente per concordare le zone di influenza energetica. Tra loro la guerra non puo’ scoppiare. Fanno massacrare i loro sudditi in guerre minori. Avamposti mascherati che comprano (anche) le loro armi. Business doppio: armi e petrolio.
Beati i popoli senza pozzi di petrolio perche’ erediteranno la pace
..
Attacchi e pulizie apparenti
Doriana Goracci

Cessano i fuochi, ci si attacca come possibile. La Georgia accusa la Russia di violare la tregua, Mosca nega categoricamente. La Russia chiede i danni per le devastazioni georgiane: 74 morti, 19 dispersi, 171 feriti, almeno 1.400 civili sudosseti uccisi e 100.000 profughi. Roghi: chi puo’ fugge. Le repubbliche ex sovietiche si appellano alle corti internazionali per reciproche denunce di crimini di guerra o genocidio. Gli Usa chiedono una riunione della Nato. Si riuniscono a Bruxelles i ministri degli esteri della Ue. Le immagini della cerimonia all’apertura dei Giochi in Cina erano state registrate anzitempo e sono stati usati volontari per coprire l’assenza di pubblico durante le gare. Il Dalai Lama accusa la Cina di non rispettare la tregua dei Giochi con la repressione in Tibet. Bp ha chiuso “precauzionalmente” un oleodotto e un gasdotto che dal Mar Caspio attraversano la Georgia. Un militare britannico e 3 civili morti, due militari e 12 civili feriti, per un’auto imbottita di esplosivo, alla periferia di Kabul. Tre donne straniere, americana-irlandese-canadese che lavoravano per un’organizzazione umanitaria, e un collega afghano, sono state uccise sulla loro vettura a Pul-i-Alam, vicino a Kabul: i Talebani rivendicano. 17 morti e 40 feriti nell’attentato dinamitardo avvenuto a Tripoli, 90 km da Beirut. Oltre 100 morti e 48 dispersi, nel nord Vietnam a causa di una tempesta tropicale. Una bomba nel centro di Tripoli in Libano, uccide 18 persone e ne ferisce 40. Trenta feriti in un’esplosione di un gasdotto a Zemmura, 600 km ad ovest di Algeri. Dopo la Danimarca, l’Estonia e’ diventato il 2° Paese dell’Ue ad entrare ufficialmente in recessione. Iraq: 3 civili iracheni uccisi e altri 9 feriti, nell’esplosione di un’autobomba a sud di Mossul e in scontri armati.

“Silvio Berlusconi – scrive Newsweek – ha fatto l’impossibile: mettere ordine in questa nazione, apparentemente ingovernabile”: Villa Redevin, a Bologna, apre i cancelli il 15 agosto, l’arcivescovo bolognese Carlo Caffarra, celebra la messa in ricordo dell’Assunzione di Maria in cielo e il Pdl vola all’insu’. Licenziati 8 dipendenti di Trenitalia, uno a turno, timbrava i cartellini degli altri, per prendere in tempo il treno per casa.

Denuncia del Codacons, senza indagati e senza ipotesi di reato, alla procura di Roma sul caso Alitalia dopo la denuncia presentata nei giorni scorsi: “ha chiuso nel 2007 il suo 19° bilancio in passivo, su 20 anni, e’ costata ai contribuenti circa 5 miliardi e 187 milioni di euro”. Nelle carceri italiane nei primi sei mesi del 2008 si contano 23 suicidi e 30 morti per altre cause, sempre piu’ sovraffollate e con grave carenza di personale. Gianni Letta arriva in piazza di San Giovanni in Laterano per portare il saluto del governo ai nostri militari impegnati a tutelare la sicurezza nelle citta’: “Basta andare in giro, accostarsi a una pattuglia e vedere per dieci minuti che ogni cittadino che passa si ferma a dire grazie e ‘bravi”.

Continuano gli attacchi di Famiglia Cristiana al governo, che definisce l’Italia “un Paese da marciapiede”, le iniziative sulla sicurezza “buffonate”, e sperando che “non rinasca il fascismo”, loro, irrinunciabilmente non cattocomunisti, concludono: “E ora basta”. Italia divisa in due: piogge al Nord, sole al Sud ma oro argento e bronzo per tutti.

Buon ferragosto… dovunque siate.

Doriana Goracci
www.megachip.info
..
EARTH SONG (La canzone della Terra)
Michael Jackson

Che mi dici dell’alba
che mi dici della pioggia
che mi dici di tutte le cose
che tu dici fossero da conquistare
che mi dici dei campi distrutti
che mi dici di tutte le cose
che tu dici fossero tue e mie
ti sei mai fermato a notare
tutto il sangue che abbiamo versato prima
ti sei mai fermato a notare
questa terra che piange, queste coste piangenti?
Cosa abbiamo fatto al mondo
guarda cosa abbiamo fatto
che mi dici di tutta la pace
che hai promesso solo a tuo figlio
che mi dici dei campi fioriti
che mi dici di tutti quei sogni
che dici che erano tuoi e miei
ti sei mai fermato a notare
tutti i bambini morti per via della guerra
ti sei mai fermato a notare
questa terra piangente, queste coste piangenti?

sono abituato a sognare
sono abituato a dare un’occhiata oltre le stelle
ora non so dove siamo
anche se so che siamo alla deriva

ehi, che mi dici di ieri
che mi dici dei mari
i paradisi stanno cadendo
non posso neanche respirare
che mi dici della terra che sanguina
e’ il grembo del nostro pianeta
che mi dici degli animali
abbiamo rivoltato regni nella polvere
che mi dici degli elefanti
abbiamo perso la loro fiducia
che mi dici delle balene che piangono
abbiamo devastato i mari
che mi dici dei sentieri della foresta
bruciati nonostante i nostri appelli
che mi dici della terra santa
strappata via dalla fede
che mi dici dell’uomo comune
che mi dici dei bambini che muoiono
non puoi sentirli piangere………

http://www.masadaweb.org

1 Commento »

  1. Nel libro The Conspirator’s Hierarchy, John Coleman ha indicato in Chomsky un agente coperto della CIA, attivo nell’indebolire e sabotare i gruppi di protesta sociale.
    Mi occupo di Noam Chomsky oggi sul mio blog Ambientalismo di Razza con un post dal titolo: “Ripensare Noam Chomsly”.
    Grazie per l’attenzione.

    Commento di No Algore — Agosto 19, 2008 @ 10:06 am | Replica


RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.