Nuovo Masada

luglio 17, 2008

MASADA n. 749. 17-7-2008. Il governo e’ nemico, l’opposizione pure

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Pacchetto insicurezza- Immunita’ e corruzione al potere, miseria e tortura al popolo – Le assoluzioni mostro di Bolzaneto – Il 75% del carovita e’ dovuto ai biocarburanti – Il pensiero no global vuol ridurre gli sprechi dei ricchi per far sopravvivere i poveri, il pensiero di Tremonti vuol ghettizzare il mondo ricco per chiuderlo ai poveri – Come Berlusconi rinnega il suo programma – Ultimi per reddito in Europa ma con le tasse piu’ alte e il carovita piu’ alto e servizi pubblici stroncati dagli sprechi pubblici e dalla corruzione politica – La decrescita infelice

Gianfranco
In una societa’ malata si focalizza l’attenzione sociale sugli effetti (il disagio psichico) che il delirio collettivo produce su chi, pur nascendo sano per natura, e’ costretto ad adattarsi alla societa’ malata semplicemente per poter sopravvivere“.

Berluscatz solidarizza con Del Turco?
Eloquente la vignetta di Ellekappa su Repubblica di oggi:
- “La solidarieta’ di Berlusconi ad un avversario politico”-
- “Truffa, corruzione e concussione sono reati che affratellano”-

Pacchetto insicurezza
Viviana

Questa la sicurezza di Berlusconi:

4 alte cariche in stato di impunita’ permanente, immunita’ ai parlamentari come se non bastasse la negazione costante dell’autorizzazione a procedere e la candidatura reiterata di pregiudicati, prossima immunita’ ai presidenti di regione e non si sa a chi altri, la casta avanza in prepotenza a sgradevolezza, avocazione di inchieste che tocchino alte cariche e destituzione dei Pm che osano sfidare il potere corrotto, stop bypartisan alle intercettazioni, minaccia di bloccare per un anno 100.000 processi per favorirne uno solo, nuovo rischio di incaprettamento della magistratura con una riforma che stronchera’ quel poco che resta, creera’ un CSM a nomina governativa e sara’ fatta anch’essa in modo bypartisan per favorire i corrotti sia di destra che di sinistra, indulti e depenalizzazioni a go go, giornali-pappa ammanicati a venduti sempre pronti ad attaccare la magistratura e a difendere i reati della casta, e, come non bastasse, ingenti tagli alle forze di polizia e alla magistratura. Come contentino alla Lega che da 14 anni aspetta un federalismo fiscale che non arrivera’ mai, le impronte ai bambini rom che, essendo state messe all’indice dall’Europa e dalla Chiesa, vengono sostituite da un provvedimento altrettanto barbaro: impronte a tutti i cittadini come fossero delinquenti comuni. E come se gli attentati alla sicurezza non bastassero e di incoerenze non ce ne fossero abbastanza, e’ tutto un urlare a favore della privacy mentre restiamo l’unico paese europeo dove i poliziotti torturatori sono promossi, il reato di tortura non esiste e chi ha torturato viene assolto con la soddisfazione dei ministri della giustizia presenti, passati e futuri. Avremo la privacy che favorisce la corruzione al potere, non avremo difese contro la tortura che puo’ essere applicata in qualunque momento a qualunque cittadino, peggio che a Guantanamo. E poi lo chiamano pacchetto sicurezza! Mai nome fu dato in modo piu’ beffardo a un odioso fascismo avanzante!
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la Repubblica
Colpevoli o innocenti comunque impuniti
di Paolo Colonnello

eddyburg.it/article/articleview/11681/0/153/

Quella sera Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo della Polizia di Stato, si fece portare il giovane Giuseppe Azzolina nell’infermeria della caserma di Bolzaneto dopo aver saputo che lo avevano prelevato dall’ospedale San Martino dove era andato a farsi medicare dopo gli scontri di via Tolemaide. Gli altri agenti erano adrenalinici e dicevano che un carabiniere era stato ucciso. Cosi’ l’assistente Pigozzi prese l’anulare e il medio della mano del ragazzo e inizio’ a divaricarli sempre piu’ forte, finche’ tra le grida disumane del giovane, non arrivo’ a spaccargli le ossa lacerandogli perfino la carne tra le due dita. Azzolina svenne. Si risveglio’ poco dopo nella stessa infermeria mentre un medico della polizia penitenziaria lo stava ricucendo senza anestesia. Il giovane si lamentava, chiedeva se potevano dargli «qualcosa». Gli misero uno straccio in bocca e il medico gli disse di non urlare. Ieri Pigozzi e’ stato condannato, uno dei 15 «colpevoli» (su 45) per gli orrori di Bolzaneto.
Il peggio di questa sentenza non e’ l’indulto che cancellera’ ogni residuo di pena entro gennaio del prossimo anno. E non e’ nemmeno l’esiguo numero di anni chiesto simbolicamente dall’accusa come condanna per gli imputati, tutti poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici. Il peggio di questa sentenza e’ che condanna e assolve senza cogliere il vero senso di quanto accadde in quel luglio 2001 nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della Polizia di Stato, meglio nota come «caserma di Bolzaneto». E’ che consegna tutto all’oblio, senza poter riconoscere che anche da noi, nella civilissima Genova, a un passo dall’Autostrada che tutti i week end percorrono frenetici migliaia di milanesi e di torinesi, e’ accaduto qualcosa che pensavamo potesse succedere solo in America latina, solo nei paesi in guerra o del Terzo Mondo. Bisognera’ attendere le motivazioni, ovviamente. Ma in quei tre giorni di autentica follia, nella casermetta in cima alla collina di Bolzaneto, due anni di processo e 326 persone ascoltate, per i giudici hanno dimostrato solo in parte che si consumo’ uno dei reati piu’ odiosi che si possano concepire contro degli individui: quello di tortura. Che un colpevole vuoto legislativo non contempla nel nostro codice, obbligando i pubblici ministeri a contestare reati da niente, come abuso d’ufficio, abuso di autorita’, violenza privata, con l’inevitabile condono e quindi la prescrizione.
Ma quando ti spezzano le dita lacerandoti la carne, quando ti picchiano sui genitali con dei grossi insaccati, ti costringono a dormire tra le tue feci, oppure a rimanere in piedi per ore senza bere ne’ mangiare, a passare tra corridoi di manganellate, a urlare «Viva il Duce», «Viva Mussolini», a girare nuda o nudo tra nugoli di agenti sghignazzanti, quando ti costringono a tutto cio’ e a molto di piu’, allora non e’ piu’ soltanto «abuso». Non e’ piu’ semplice «violenza». E’ tortura, e’ rinuncia obbligata alla propria dignita’ umana. E’ degrado, e’ violazione dell’articolo 13 della Costituzione: «La liberta’ personale e’ inviolabile. E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di liberta’».
E’ quanto hanno ricostruito i pm Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello nella loro requisitoria durata due giorni nel febbraio scorso. Tanto c’e’ voluto per raccontare quanto accadde tra il 20 e il 22 luglio dietro i muri e le reti metalliche del «centro temporaneo di detenzione» per giovani arrestati durante le violente manifestazioni anti-G8. Ed e’ bastato appena per restituire almeno con il racconto, con la parola viva, un po’ di giustizia a Anna Julia Kutschkau che a causa della rottura dei denti e della frattura della mascella «non fu in grado di deglutire per settimane»; a Thorsten Meyer Hinrric, costretto a girare nel piazzale della caserma con «un cappellino rosso con la falce e un pene al posto del martello»; a A.F schiacciata con la faccia contro un muro mentre le urlavano: «Troia, devi fare pompini a tutti»; a M. che aveva bisogno di un assorbente e alla quale gettarono giornali appallottolati e che si «arrangio’ cosi’» strappandosi un lembo della propria maglietta. Tutti nudi, tutti «perquisiti», insultati, calpestati, minacciati da ufficiali, semplici guardie, poliziotti, carabinieri, medici perfino.
Uomini e donne in divisa che avrebbero dovuto garantire un minimo di legalita’ e trasformarono invece la caserma in un «Garage Olimpo» argentino. Tutti ancora in servizio, tutti impuniti. E probabilmente ancora convinti di aver compiuto, al massimo, «qualche abuso».
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Non fu che l’inizio: Genova 2001
Doriana Goracci

A Genova non ando’ la fantasia al potere.
Chi ando’ a Seattle prima e poi a Napoli e poi in quel gran porto in stato d’assedio di guerra, non voleva andare al potere, lo voleva contestare. Chi rappresento’ e oggi rappresenta l’Autorita’ del G8, complici tutti i governi e di qualunque coloritura dell’arcobaleno, non ha mai mangiato pane amore e fantasia ma si e’ messo alla tavola della ragione di Stato, pianificando pasti di sicurezza e repressione, a suon di cancellazione di qualunque Giustizia e Verita’. In quei giorni andarono in migliaia a Genova, masse di giovani come non se ne vedevano da anni e tanti senza eta’ e volto, contro la globalizzazione, tanto che li chiamarono noglobal. Ognuno aveva un suo buon motivo per essere in quelle piazze, per ritrovare se’ stesso e l’altro. C’ero anch’io con una figlia di sedici anni, accompagnavo lei, che aveva uno sguardo gia’ molto piu’ ampio del mio, per istinto animale, lo stesso che mi porto’ la’, a difendere lei e i suoi amici: ma erano, mi resi subito conto, migliaia.
Quelli che oggi hanno sedici anni, ne ho sentiti parecchi, non sanno niente di Genova ma conoscono i fatti raccontati da tutti i Media del mondo, di poco meno due mesi dopo: l’11 settembre 2001. Ci venne consigliato di praticare il cammino della non violenza, noi che di violenze ce ne intendevamo avendo porto non una guancia ma tutto il corpo, senza nessuna arma a difesa. Si parlo’ di pace e di guerra, ci dicemmo che eravamo milioni e la guerra la potevamo fermare: fermarono noi.
Ci siamo trascinati per anni, dapprima sempre di piu’, poi sempre di meno, per strade e piazze d’ Italia e d’Europa , sapevamo che non era che l’inizio e la lotta doveva continuare, come potevamo scordare che “C’est n’est qu’un de’but, continuon le combat” di trent’anni prima? Oggi e’ cronaca giudiziaria, trascinamenti di carte e documenti seppelliti e poi emersi, testimonianze a faldoni, foto e registrazioni di quando i Media eravamo noi.
Siamo in pieno regime fascista, con i soliti noti e quelli che mai avremmo pensato essere noti nella collusione, in dittatura di mafia globale, prima fra
tutte quella della comunicazione. Torna il senso di colpa, magari a quelli nati nella prima meta’ del secolo scorso, come a Levi, che scrisse Sommersi e
Salvati, dove la storia degli oppressi era quella a cui nessuno avrebbe creduto, le cui testimonianze delle violenze subite sarebbero andate distrutte.Non abbiamo ancora mai ragionato davvero sulla “banalita’ del male”, sulla sua affermazione nei secoli cambiando giacche spille e regimi, sul perche’ ci siamo “salvati”: non sanno in troppi che fu un’inizio Genova e per questo dobbiamo cominciare davvero a lottare, fosse pure una resistenza infinita.
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Reddito pro-capite nella UE

Pil pro capite UE, Italia terzultima: si allarga la forbice con la Spagna
L’Italia arretra ancora nella classifica europea del Pil pro capite. E’ nella media Ue-27 ma viene superata praticamente da tutti i Paesi dell’Unione Europea prima dell’allargamento, a eccezione di Grecia (98) e Portogallo (75). E si allarga la forbice con la Spagna: nel 2007, infatti, considerata pari a 100 la media Ue a 27, la Spagna arriva a 107 mentre l’Italia si ferma a 101.

Nei Paesi della ‘Vecchia Europa’ Roma supera solo Grecia e Portogallo. La differenza con Madrid passa dai due punti del 2006 a sei punti.

Al primo posto il Lussemburgo, che quasi triplica la media Ue 27 (276). Seguono Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Francia, Germania, Regno Unito.

www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/conti-pubblici-73/
italia-spagna/italia-spagna.html
www.criticamente.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=3799

da Eddyburg
Il cassonetto degli eccessi
Guido Viale

Nei rifiuti che potremmo non produrre c’e’ l’equivalente di reddito che aiuterebbe ad arrivare a fine mese”. Il manifesto

I rifiuti che hanno ingombrato per mesi e ancora ingombrano le strade della Campania sono gli stessi che in altri contesti vengono raccolti, piu’ o meno ordinatamente, nei sacchetti, nei bidoni, nei camion e negli ecocentri della raccolta differenziata. Si presentano ai nostri occhi in modo diverso, ma materiali e oggetti di cui sono composti sono uguali: in gran parte imballaggi; di plastica, cartone, vetro, legno e metallo; poi altri prodotti usa-e-getta (stoviglie, pannolini e gadget) e avanzi di pasti non consumati o di acquisti alimentari non cucinati. Nei rifiuti urbani – quelli che ciascuno di noi produce – non c’e’ quasi altro.
I rifiuti domestici sono il residuo dei nostri consumi: cioe’ di cose che abbiamo comprato, pagato e prima o poi (piu’ prima che poi) buttato, perche’ non ci servivano piu’. Gli imballaggi sono tanti: il 40%, in peso, dei rifiuti che produciamo; il 60-70 e anche piu’ in volume, cioe’ prima di entrare nel ventre di un compattatore che li schiaccia un po’; i prodotti usa e getta fanno un altro 10-15%. Gli avanzi alimentari contano molto meno: sono mediamente 250-300 grammi al giorno a testa, compresi quelli prodotti dai mercati e dai negozi. Inoltre, in confronto con gli altri rifiuti, occupano poco spazio (l’organico e’ pesante); ma, se non vengono ritirati e trattati, si deteriorano in fretta: puzzano e attirano topi, insetti, parassiti e malattie. Lo fanno ovunque si trovino: sia abbandonati per strada che depositati in un cassonetto; sia in un contenitore per la raccolta differenziata che in una discarica. Gli imballaggi – in gran parte superflui – e gli articoli usa e getta che potrebbero essere sostituiti facilmente da prodotti lavabili e gli alimenti che buttiamo via ogni giorno. Perche’ abbiamo fatto la spesa con poca attenzione, incidono molto sul costo della vita: quasi un quarto di cio’ che spendiamo. Poi dobbiamo spendere una seconda volta per il servizio di igiene urbana che li porta via, sperando che funzioni. Insomma, dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c’e’ l’equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perche’ hanno gia’ speso tutto nelle prime tre settimane.
Un’amministrazione che aiuti non solo a liberarci dai nostri rifiuti (portandoli via e trattandoli in modo differenziato, come e’ suo dovere fare, se noi collaboriamo), ma anche a liberarci dalla necessita’ di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana molto meglio di qualche modesto aumento salariale. Si puo’ fare. In molti paesi europei e in qualche citta’ italiana si e’ gia’ cominciato a farlo: con la vendita di prodotti sfusi (alla spina): detersivi, liquidi alimentari, prodotti in grani; con la riduzione al minimo degli imballaggi – evitando l’eccesso di packaging; vino, birra e bibite in bottiglie a rendere (richiede un sistema di «logistica di ritorno», con la cauzione per il vuoto, che molti paesi civili hanno reintrodotto da tempo). Imponendo o raccomandando stoviglie lavabili nelle mense, nei fast food e nelle feste; pannolini di nuova concezione, lavabili in lavatrice (complessivamente costano un decimo di quelli usa e getta usati da un bambino); acqua del rubinetto (che spesso e’ piu’ pura di quella minerale); ecc. A questo vanno aggiunte la regolamentazione e la promozione dei mercati e dello scambio dell’usato, che consente a chi non puo’ permettersi il «nuovo» di accedere comunque a beni importanti e di qualita’; e a chi vuole sbarazzarsi del vecchio, di non aggiungerlo al pozzo senza fondo dei rifiuti. Sono tutte questioni su cui i poteri pubblici locali possono avere un peso decisivo.
Non si vuole certo svalutare le rivendicazioni salariali, sacrosante soprattutto in Italia, che sta ormai al fondo della scala delle retribuzioni del lavoro dipendente in Europa. La lotta sindacale ha e manterra’ sempre finalita’ redistributive che, se trascurate, finiscono per spianare la strada del declino di tutto il sistema industriale: cioe’ a farci assimilare sempre piu’ a un paese del Terzo mondo. Tuttavia le rivendicazioni salariali non potranno mai piu’ tenere il passo con i modelli di consumo che ci vengono proposti, dove prodotti inutili come gli imballaggi, l’usa e getta, gli ingorghi del traffico, le luminarie senza scopo hanno uno spazio crescente e ci costringono a un inseguimento senza domani. Per di piu’, in un contesto in cui le nazioni impegnate in un decollo economico e nel conseguente consumo di risorse contano miliardi di abitanti mentre i limiti del pianeta sono ormai resi evidenti dall’aumento irreversibile del prezzo dei cereali, del petrolio e dei suoli edificabili. La strada per la riconquista della quarta settimana, cioe’ di un reddito che permetta a tutti di fare fronte alle esigenze e alle aspirazioni di una vita decente passera’ sempre meno attraverso mere conquiste salariali o il perseguimento di un maggior reddito; e dipendera’ sempre piu’ dall’adeguamento dei nostri consumi alle caratteristiche di un pianeta in cui i commensali e le loro esigenze aumentano, mentre le risorse sono sempre le stesse o addirittura diminuiscono. Non e’ detto che questo peggiori la qualita’ della vita. In molti casi puo’ migliorarla: meno traffico, meno rifiuti, meno stress, meno miseria – se non ancora la nostra, sicuramente quella altrui, che sempre piu’, pero’, ricompare, come fonte di turbamento, sotto il nostro sguardo diretto o telematico: cioe’ per strada o alla televisione. Ma e’ una transizione che non puo’ essere realizzata solo da ciascuno di noi, anche se i comportamenti individuali hanno in questo campo un peso crescente; e nemmeno puo’ essere affidata soltanto alla lotta salariale o alla difesa settoriale degli interessi corporativi. E’ una transizione in cui il rapporto tra cittadinanza e poteri pubblici – soprattutto locali – e’ decisivo. Per questo non possiamo piu’ essere indifferenti a chi gestisce questi poteri, ne’ delegare loro la definizione di interventi come la gestione dei rifiuti o la riconversione del sistema distributivo, che per tanti anni abbiamo considerato questioni al di fuori della nostra portata. Viviamo in un contesto di sfiducia e distacco – peraltro motivati – tra cittadinanza e chi la governa: sia a livello nazionale che locale. Una svolta nella gestione dei rifiuti e’ una cosa piccola; ma rappresenta la strada obbligata per ricostruire le basi della convivenza.
Postilla
Imporre la riduzione degli imballaggi all’origine: questo sarebbe un argomento politico in una societa’ nella quale la politica non fosse serva dell’economia e la guidasse. Ma ne siamo molto lontani. Ancora piu’ lontana una societa’ nella quale l’economia non avesse nella ricerca affannosa del massimo profitto l’unbico suo motore.

La decrescita infelice
Paolo De Gregorio

Gia’ si vede all’orizzonte qualche fosco segnale di stagnazione economica globale, forse di recessione, e c’e’ gia’ gente che nel ricco occidente si priva di frutta e verdura, non fa vacanze perche’ non ce la fa con il reddito.
Ho la netta impressione che la crisi legata principalmente ai mutui americani fasulli, all’aumento del prezzo del petrolio, all’aumento dei prezzi dei cereali dovuto alla speculazione e all’aumento dell’uso dei cereali per fare etanolo per autotrazione, sommata alla mai abbastanza denunciata crisi climatica con siccita’, uragani piu’ frequenti, uso agricolo di acque delle falde fossili non rinnovabili, impoverimento dei mari per l’esagerato sforzo di pesca, lo scongelamento in atto dell’Artico, sono crisi di segno strutturale non riassorbibili con aggiustamenti contabili, e andrebbero governate saggiamente, cosa che non avviene.
Certo, coloro che hanno puntato tutto sulla globalizzazione, con cui e’ stato contagiato tutto il mondo, sono al potere, sanno bene che la fine di questa follia sarebbe anche la loro fine e cercano di resistere in tutti i modi, anche se i nodi strutturali della globalizzazione sono venuti al pettine, e il prezzo elevato del petrolio non consente piu’ la possibilita’ di far viaggiare le merci in modo economico.
E’ evidente che l’unica strategia possibile sarebbe quella di riconvertire tutte le economie nazionali puntando alla autosufficienza alimentare ed energetica, cosa oggi tecnicamente possibilissima, puntando sul solare diffuso e su una agricoltura non industriale, legata al territorio e che produce per i bisogni interni a km zero.
Quella che andrebbe realizzata globalmente sarebbe l’autosufficienza di ogni nazione, la fine delle tutele, delle egemonie, delle ruberie di materie prime, per passare alla sostenibilita’, senza dipendere da forniture estere, e facendo i conti con un indispensabile contenimento delle nascite non potendo piu’ contare sulla emigrazione.
Il mondo ha gia’ 800 milioni di affamati che nessuna politica assistenziale, tipo FAO, ha potuto fermare, e tutte le valutazioni e i programmi di contenimento della fame si sono rivelati sbagliati e fantasiosi, ed e’ ora di scontrarsi con le religioni che sono il principale ostacolo a qualsiasi pianificazione demografica.
Fermare globalmente l’emigrazione significa responsabilizzare i singoli individui che non potranno piu’ scaricare su altri paesi la propria irresponsabilita’ riproduttiva, perche’ si sa benissimo quanta gente puo’ sfamare un territorio e se la via dell’emigrazione e’ veramente chiusa, qualcosa ci si inventa anche se i preti islamici e cattolici remano contro.
L’unico contenimento delle nascite operato al mondo e’ stato quello cinese, attuato da uno Stato lungimirante che ha tassato le famiglie con piu’ di un figlio, e reso possibile dal fatto che in Cina le religioni non contano nulla.
La fine della globalizzazione significherebbe anche la fine di un sistema che fa consumare agli Usa, che sono il 5% della popolazione mondiale, il 40% di tutte le risorse alimentari ed energetiche mondiali, facendo finire questa assurdita’ che il cibo arriva agli obesi dai paesi affamati (basta pensare alle banane).
Il problema e’ che sia la destra che la cosiddetta “sinistra” oggi hanno la stessa posizione di ineluttabilita’ della globalizzazione anche se questa mostra segni di cedimento e di inadeguatezza ad affrontare l’emergenza, la loro politica non cambia, anche perche’ culturalmente inadeguate a guidare la rivoluzione energetica, ambientale, agricola, demografica, della sostenibilita’.
Oggi economia e politica sono un tutt’uno con il mercato e questo e’ male, perche’ una nazione apparentemente fortissima come la Cina, totalmente inserita nella globalizzazione, sta trasferendo nelle nuove citta’ e nei poli industriali centinaia di milioni di contadini per far fronte alla produzione di merci da esportazione, ma se una crisi petrolifera, economica, monetaria, fermera’ questo flusso di esportazioni ci si trovera’ di fronte a problemi giganteschi che sarebbe meglio prevenire.
Certo tornare a consumare in proporzione a cio’ che si e’ in grado di produrre in modo sostenibile, sembra un passo indietro e la fine del consumismo, ma questa non e’ una libera scelta, e’ una strada obbligata che si deve percorrere se non si vuole andare ottusamene e a testa bassa verso il disastro, ed e’ una strada che preti e capitalisti, grandi e storici alleati, non vogliono e non possono percorrere.
Presto le grandi metropoli potranno trasformarsi in inferni dove non arriveranno piu’ rifornimenti alimentari ed energetici e rapidamente i rapporti tra gli uomini potrebbero tornare a quelli dell’eta’ della pietra.
Oggi la tecnologia fotovoltaica e’ in grado di dare ad una singola casa energia per scaldarsi, per cucinare, per caricare le batterie di una macchina elettrica. Un piccolo appezzamento di terra puo’ dare l’autonomia alimentare, l’autosufficienza idrica e’ possibile con cisterne collegate al tetto, e anche tutto il sapere e’ su internet.
Vi sono oggi in Italia milioni di persone che potrebbero cominciare a vivere in questo modo, umano, sostenibile, nuovo, sottraendosi all’orgia del mercato e alla sua distruttivita’, fondando un nuovo umanesimo basato sulla sobrieta’, sulla autoproduzione, sulla liberta’, sul libero scambio di prodotti, sulla responsabilita’ riproduttiva, sul rispetto della natura, senza produrre rifiuti, riciclando ogni cosa.
Chi puo’ lo faccia, l’Italia e’ piena di paesi abbandonati, di terre incolte, dove far rinascere la vita e vivere semplicemente, con le proprie forze.

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Don Aldo

Vogliono rubarci i sogni…
Ci dicono che la pace e’ un’illusione, che le guerre sono giuste e le armi ci proteggono.
Ma le bombe cadono su case e ospedali e i soldati sparano ai bambini.
Ci dicono che la giustizia non serve e che la ricchezza dei ricchi sgocciolera’ fino ai poveri.
Ma milioni di persone sono senza cibo, acqua, scuole e medicine.
Ci dicono che la democrazia reale rallenta il progresso e che i padroni dell’economia possono non rispettare le leggi e non pagare le tasse.
Ci dicono che la cultura e’ un lusso per pochi, che per essere felici basta pensare tutti allo stesso modo e mangiare tutti le stesse cose.
Ma le civilta’ sono annientate e il bello e’ soffocato dalla volgarita’.

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I biofuels affamano, non e’ piu’ un segreto

I sogni non si possono rubare…
I sogni sono piu’ tenaci delle violenze e delle falsita’, infondono coraggio e indicano il cammino.
Continueremo a operare per la pace e, senza timore di minacce, staremo ovunque dalla parte delle vittime.
Lavoreremo per la giustizia, condividendo i nostri beni, esigendo che i Governi ridistribuiscano ai molti la ricchezza dei pochi.
Lotteremo per la democrazia, difendendo i deboli e vigileremo sulle decisioni dei potenti.
Costruiremo alternative e sceglieremo la solidarieta’ perche’ un altro mondo e’ possibile.
Terremo lo sguardo alto rivolto ai cieli dell’utopia, camminando ogni giorno nella polvere della storia.

L’aumento dei prezzi dei generi alimentari sarebbe dovuto per il 75% alla produzione di biocarburanti. A dirlo uno studio riservato della Banca Mondiale, reso pubblico dal Guardian.
Proprio mentre in Giappone gli otto grandi discutono della fame nel mondo e del prezzo del greggio, dalla pagine del Guardian arriva un altro duro colpo per chi puntava sui biocarburanti come alternativa sostenibile al petrolio.
Che i carburanti alternativi avessero una correlazione con la crisi alimentare attuale era cosa nota e gia’ denunciata, anche dalle massime istituzioni mondiali. A fare notizia e’ la fonte del report, riservato e reso pubblico dal Guardian venerdi’ 4 luglio, e la quantificazione dell’impatto dei biofuels sui prezzi del cibo. Lo studio – realizzato dall’economista della Banca Mondiale, Don Mitchell – afferma infatti che l’aumento dei prezzi dei generi alimentari che sta affamando il terzo mondo e’ dovuto per il 75% alla produzione di biocarburanti.
Una stima che contraddice enfaticamente quella di chi minimizza, come il governo degli Stati Uniti, secondo cui gli aumenti dei generi alimentari sarebbero dovuti solo per il 3% ai biocarburanti.
Secondo fonti interne alla Banca Mondiale, sentite dal Guardian, il report non sarebbe stato divulgato proprio per evitare attriti con la Casa Bianca. L’aumento del prezzo dei cerali, che ha spinto circa 100 milioni di persone al di sotto della linea della poverta’, nell’analisi di Bush, sarebbe da imputarsi all’aumento della domanda in India e Cina: una tesi confutata dal report della Banca Mondiale, secondo cui la crescita economica dei due paesi non ha determinato un crescita proporzionale dei consumi di cereali. Anche le condizioni climatiche avverse, come la siccita’ australiana, avrebbero avuto un ruolo marginale: la causa principale sarebbe invece la richiesta crescente di biocarburanti di Europa e Stati Uniti.
Il paniere di generi alimentari esaminato dall’economista della World Bank e’ aumentato del 140% dal 2002 a febbraio 2008. Il 15% degli aumenti – secondo lo studio – sarebbe dovuto ai costi maggiorati dell’energia e dei fertilizzanti, mentre i carburanti agricoli, come anticipato, avrebbero pesato per il 75%. I biofuels avrebbero dirottato prodotti agricoli dall’uso alimentare a quello energetico: piu’ di un terzo del mais Usa andrebbe attualmente alla produzione di etanolo, mentre circa la meta’ degli olii vegetali europei verrebbe usata per farne biodiesel. Oltre a sottrarre terra alle colture alimentari, i biocarburanti avrebbero poi incentivato la speculazione finanziaria, facendo aumentare ulteriormente i prezzi.
Altre analisi della crisi alimentare – spiega il Guardian – avevano guardato piu’ al lungo periodo o non avevano messo in correlazione i fattori, da cui le stime piu’ basse dell’impatto dei carburanti agricoli sul prezzo del cibo. L’autore del report della Banca Mondiale, Don Mitchell, ha invece esaminato gli andamenti dei prezzi dei generi alimentari e della produzione di biofuels mese per mese.
La Banca Mondiale, aggiungendo la sua voce a quella di altre istituzioni importanti, dalla European Environment Agency (vedi articolo Qualenergia.it) alla Fao, gia’ nei mesi scorsi aveva preso posizione denunciando l’influenza dei carburanti agricoli sul prezzo dei cereali.
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Vi sono due cose completamente stupide:l’una e’ essere sempre contrari alla legge e contrari al potere.
L’altra, stupida anch’essa, e’ essere sempre obbedienti.
L’uomo libero e’ colui che sa obbedire e sa anche dire di no
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Lanza Del Vasto

da la stampa.it
Diabete, il “lato oscuro” dei succhi di frutta

I succhi di frutta aumentano del 18% le probabilita’ di insorgenza del diabete di tipo 2, quello cosiddetto alimentare. Queste bevande “bruciano” in un sol bicchiere i benefici di una dieta sana composta, invece, di verdure e frutta fresca, che al contrario si dimostrano capaci di tagliare i rischi di ammalarsi della malattia dismetabolica. A rivelare il “lato oscuro” dei succhi di frutta e’ una ricerca pubblicata su Diabetes Care e realizzata dalla Scuola di salute pubblica dell’universita’ di Tulane, in Usa.
Le conclusioni che incriminano le comuni bevande a base di frutta e zuccheri provengono da un ampio studio condotto su 71.346 donne tenute sotto osservazione per ben 18 anni. Di queste, ben 4.529 nell’arco di tempo preso in considerazione hanno sviluppato il diabete di tipo 2. L’intero campione era stato diviso in 5 gruppi in base alle abitudini alimentari, anche in relazione alle quantita’ di frutta e verdura fresche consumate, o di succhi di frutta bevuti.
Ebbene, «tre porzioni di frutta fresca al giorno, da sole, riducono del 18% le probabilita’ di insorgenza del diabete, e una sola portata di verdure incrementa i benefici di un ulteriore 9%. Basta pero’ una porzione di succo di frutta – spiega la coordinatrice della ricerca, Lydia Bazzano – per mandare in fumo per intero i benefici delle tre porzioni di frutta fresca». All’origine del meccanismo, secondo la scienziata, risiederebbe «la grande quantita’ di zuccheri contenuta nelle bevande, che introdotta in forma di liquidi viene assorbita molto velocemente».

Una biobottiglia
Gianfranco

La prima bottiglia di plastica interamente biodegradabile fa bella mostra di se’ sugli scaffali dei supermercati inglesi Waitrose. La bottiglia contiene l’acqua minerale Belu, una marca ignota che potrebbe diventare uno dei simboli della rivoluzione ambientale in Gran
Bretagna. Fatto in fibra di granturco il contenitore si decompone tra i rifiuti solidi urbani nell’arco di pochi mesi. Notiziario ADUC

IL PRECIPIZIO DEI 3 MONTI
di Raniero La Valle

Ha scritto Famiglia cristiana” a proposito “dell’indecente proposta razzista di prendere le impronte digitali ai bambini Rom”: “Stiamo assistendo al crepuscolo della giustizia e alla nascita di un diritto penale straordinario per gli stranieri poveri”; addirittura un ministro (Maroni) “propone il concetto di razza nell’ordinamento giuridico. Perche’ di questo si tratta. Come quando i bambini ebrei venivano identificati con la stella gialla al braccio, in segno di pubblico ludibrio”.
Lo scandalo espresso dalla rivista cristiana e’ perfettamente giustificato, e interpreta anche i sentimenti di molti che purtroppo sono restati in silenzio. Ma le cose stanno in modo assai piu’ grave di quanto e’ stato qui rappresentato. Infatti non si tratta di un rigurgito di razzismo nei confronti di una sola “razza”, di una sola etnia. Le misure contro i Rom sono l’annuncio e l’emblema di una nuova cultura razzista, che per la prima volta un governo italiano fa propria, che si rivolge contro tutte le razze e contro tutte le etnie che sono sentite come minacciose e straniere nei confronti delle nostre sicurezze, e di una nostra barcollante identita’: “nostra” nel senso di “italiana”, “europea” e, piu’ in generale, “occidentale” ovvero, per chiamarla col suo nome politico, “atlantica”. In questo senso l’impronta presa ai bambini Rom e’ in realta’ la vera impronta di questo governo e della cultura che la nuova destra vorrebbe imporre all’intera societa’.
Per capire di che cosa si tratti, basta andare a leggere il libro da poco pubblicato, non senza successo di vendite, dal piu’ autorevole ministro dell’attuale governo, Giulio Tremonti. Perche’ tutto era gia’ scritto, e tutto e’ scritto di quello che si vuole per il nostro futuro; purtroppo la sinistra (e non solo) non sa leggere; altrimenti non se ne starebbe tanto tranquilla, o non si occuperebbe solo di Berlusconi. Quello che e’ scritto non e’ altro che Oriana Fallaci che avanza.
Nel suo libro, “La paura e la speranza”, Tremonti rivendica la figura dell’intellettuale nella politica: “Il politico, se non e’ intellettuale, non e’”. E lui aspira ad essere per tutta la destra di governo quell’intellettuale che Gianfranco Miglio fu per la Lega. Il punto da cui muove Tremonti e’ una critica feroce alla globalizzazione, quale da nessun “no global” si era mai sentita. La globalizzazione ci sta consegnando “a un futuro senza futuro”, a causa del fatto che “abbiamo firmato una cambiale mefistofelica con il ‘dio mercato’ “. L’utopia mercatista, il mito del mercato unico sarebbe la causa di tutto il male. Questo male Tremonti lo chiama “mercatismo”: “la fanatica forzatura del mondo nel liberismo economico, la fede illusoria in cui tantissimi hanno creduto negli ultimi anni”: ma questo e’ il capitalismo, ragazzi! Forse che Tremonti, e tutta la sua destra, sono diventati socialisti? No, sono ancora piu’ radicalmente reazionari. Perche’ “la paura” e’ che tutti vogliano consumare come noi. Pensate che “i cinesi, per esempio, che nel 1985 consumavano mediamente 20 chili di carne all’anno, oggi ne consumano 50”!. Ed e’ ragione di autentico “terrore” che (sempre “per esempio”) “200 o 300 milioni di cinesi abbiano nei prossimi anni la loro automobile”.
Il rimedio e’ di “fermare ovunque il mercatismo”: cioe’ chiudere il mercato, che sia solo per noi. L’Europa deve mettere dogane e frontiere sigillate. Deve difendere la sua identita’, che poi sta nelle famose “radici giudeo-cristiane”. Perche’ senza valori, non c’e’ identita’, non c’e’ un “noi”. Invece il problema e’ proprio quello di salvare “noi” e buttare a mare gli altri: “L’inclusione degli ‘altri’ in Europa puo’ proseguire, pero’ solo se gli ‘altri’ cessano di essere ‘altri’ e diventano ‘noi’. Quindi: o sono gli ‘altri’ a rinunziare alla loro identita’, venendo in Europa, o e’ l’Europa stessa che perde la sua identita’ e va cosi’ a porte aperte incontro alla sua disintegrazione”. E anche nei confronti degli ‘altri’ esterni occorre un potere che imponga i propri valori (“non necessariamente valori universali”) “dentro un programma di pura difesa”. Dunque la guerra.
Il cancro che devasta l’Occidente, secondo Tremonti, avrebbe la sua origine nel ’68, e consiste nel pensare che gli “altri” sono come “noi”. Occorre percio’ “una politica opposta alla dittatura ‘sfascista’ del relativismo”. Quando il Papa comincio’ la sua battaglia contro il relativismo, chi mai avrebbe potuto pensare che nella sua ultima traduzione politica il relativismo da combattere sarebbe stato individuato dalla destra nell’idea che gli altri sono come noi, e hanno il diritto di vivere come noi?
Cio’ che oggi propone la destra per fronteggiare gli spiriti selvaggi del mercato da lei stessa scatenati, e’ dunque la difesa del nostro possesso (“identita’, valori, consumi e ricchezza) contro quello degli “altri”. Non e’ un rimedio, e’ un precipizio.
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Graziano manda:
Il populismo contro il popolo
di Paolo Andruccioli

A chi giova? I lavoratori che hanno votato per la coalizione di Silvio Berlusconi potrebbero (o dovrebbero) ripensare la loro scelta. Hanno gia’ gli elementi sufficienti per capire la grande distanza tra i programmi annunciati e le scelte concrete che si legano alla predisposizione del governo ad accontentare le lobby forti, piuttosto che i lavoratori e la gente semplice. Dai contorni della manovra anticipata e piu’ in generale dalle misure sin qui prese emerge infatti un primo quadro non certo rassicurante della “nuova” politica economica. Se infatti e’ vero che il quarto governo Berlusconi ha scelto una linea soft e non si e’ gettato in grandi campagne ideologiche come e’ successo con l’articolo 18, e’ anche vero che molte delle promesse elettorali destinate al “popolo” sono gia’ state prudentemente accantonate o – se vogliamo essere ottimisti – messe nel congelatore in attesa di tempi migliori. Contemporaneamente i roboanti annunci del ministro Tremonti contro i poteri forti – petrolieri e banche, per esempio – sembrano smontarsi ogni giorno che passa, perdendo pezzi importanti: prima i petrolieri, poi le misure mitigate sulle banche, poi un ridimensionamento dei grandi annunci contro la speculazione sui prezzi. O se non sono state ridimensionate, quelle misure contro il mercatismo hanno preso strade opposte a quelle annunciate dal ministro. Invece di penalizzare banche e petrolieri si penalizzano i clienti delle banche e dei petrolieri, ovvero tutti i lavoratori, con busta paga o partita Iva non importa. Ma vediamo piu’ da vicino solo qualche piccolo esempio di fumo mediatico.

Le tasse diminuiscono? No, aumentano
Berlusconi ha fatto del taglio delle tasse e della riduzione della pressione fiscale un suo cavallo di battaglia da sempre. Il ministro Tremonti lo ha assecondato negli anni e non si e’ mai vergognato di rilanciare in senso federalista. La quarta esperienza di potere e’ cominciata coerentemente con il taglio dell’Ici (che comunque era stato gia’ avviato dal governo Prodi) e con la detassazione degli straordinari. Ebbene la prima misura, oltre a creare un vero e proprio sconquasso nella gestione delle risorse locali, appare in contraddizione diretta con la linea del federalismo fiscale di cui ci si riempie continuamente la bocca. L’Ici era stata finora l’unica vera tassa locale. Per finanziare il taglio dell’Ici verranno operati tagli cosi’ pesanti ( Rassegna ha pubblicato l’elenco completo delle voci) che alla fine il “beneficio” della cancellazione della tassa comunale non sara’ piu’ reale per milioni di famiglie. Discorso analogo sugli straordinari, misura che produrra’ prima di tutto nuove disuguaglianze e lotte tra poveri. Ma il punto decisivo riguarda la pressione fiscale. Qui siamo alla negazione totale degli annunci. Nonostante l’Ici e gli straordinari, la pressione fiscale non diminuisce ed anzi nei prossimi mesi potrebbe esser perfino accentuata se le amministrazioni locali saranno costrette a lanciare nuove tasse per coprire i tanti buchi legati alla riduzione dei trasferimenti. Per ora l’unico dato certo e’ che la pressione fiscale rimane ben ancorata al 43%. Berlusconi aveva annunciato un taglio di oltre tre punti in percentuale, per portare la pressione fiscale sotto il 40%. Parole.

Scala mobile? Si’, ma solo per i camionisti
Nel popolo di cui parla Berlusconi non ci sono solo le partite Iva (che tra l’altro, come sappiamo bene, sono molto diverse tra loro). Ci sono milioni di persone che vivono di salari o di stipendi da lavoro dipendente. Ebbene i dati sono chiarissimi in proposito. E li ripete quasi con ossessione il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Nell’ultima assemblea dell’Abi, Draghi ha ribadito che i salari risultano praticamente bloccati al 1993 (anno del grande accordo sul costo del lavoro) e che il potere di acquisto sara’ messo alla prova duramente nei prossimi mesi. Se la crescita dei prezzi non dovesse essere in qualche modo rallentata, ha spiegato il governatore, i consumi potrebbero essere ridotti di altri due punti, mentre a maggio l’inflazione dell’area euro e’ stata del 3,7%, l’impatto sui consumi e’ stato di due punti e la crescita del reddito delle famiglie ha fatto registrare un meno uno in percentuale. Dunque i salari e i redditi da lavoro sono in discesa, i consumi sono fermi e potrebbero peggiorare nei prossimi mesi, l’economia e’ bloccata. Ma sia Draghi, sia Trichet ammoniscono sul pericolo di una rincorsa tra prezzi e salari. Come se ne esce dunque? Il governo Berlusconi ha scelto per ora la strada peggiore: reintrodurre l’indicizzazione ai prezzi, ovvero la scala mobile, ma solo per una categoria, quella dell’autotrasporto e in particolare per i contratti superiori ai 30 giorni. Per il lavoro dipendente la scala mobile e’ stata cancellata (sono passati 28 anni da quel lontano 1984, anno del primo taglio del governo Craxi). La scala mobile e’ stata considerata il peggior spauracchio, ora ritorna sul Tir, ma non certo per gli operai e gli impiegati.

Via il bollo? Macche’, era solo un annuncio
Sempre in tema di prelievo fiscale, gabelle, tasse sulle varie componenti della nostra vita, uno dei cavalli di battaglia di Berlusconi e dei suoi e’ stata l’idea di abolire il bollo automobilistico, sia per le auto che per le moto. Il presidente del consiglio lo aveva detto in campagna elettorale, e lo ha ribadito anche nell’aprile scorso. Ma finora quell’idea e’ rimasta ben ancorata nello spazio del virtuale, visto che non ci sono tracce nel decreto legge che compone buona parte della manovra finanziaria per il prossimo anno, ne’ nel disegno di legge che dovrebbe completarlo. Non ci risultano emendamenti o maxiemendamenti in tal senso, anche se non e’ escluso che venga ripescato con qualche altro provvedimento o con la seconda parte della manovra economica dopo l’estate. Per ora, comunque, il bollo rimane ben aderente ai portafogli dei contribuenti, anche perche’ fa incassare allo Stato piu’ di 5 miliardi e mezzo ogni anno.

Bonus bebe’ di 1000 euro. Chi l’ha visto?
Altra promessa non mantenuta e comunque molto discutibile, riguarda il cosiddetto bonus bebe’. Nella politica degli annunci e nei comizi ad effetto a favore della famiglia era stata ripetuta fino alla nausea, insieme al rilancio delle misure a favore della conciliazione tra lavoro e vita familiare. E invece nella triste concretezza dei documenti finanziari e nei tanti risvolti degli emendamenti al decreto legge che compone la manovra per il 2009 si sono persi sia le risorse per finanziare il bonus da mille euro per ogni neonato, sia i soldi per coprire le altre politiche in favore della famiglia. Berlusconi si e’ scusato di recente per il ritardo. Vedrete che lo faremo, ha detto, mentre il suo ministro dell’economia e il collega Brunetta preparavano i tagli nel settore della scuola che penalizzeranno le famiglie e quindi indirettamente le mamme. I tagli nella scuola, come e’ stato gia’ osservato, avranno conseguenze pesanti anche sulla scuola dell’integrazione, ovvero sugli insegnanti di sostegno che presto saranno ridotti di numero. Mote mamme che hanno figli disabili saranno colpite quindi direttamente dai provvedimenti di un governo che straparla della centralita’ della famiglia.

Social card, i soldi dei petrolieri si sono persi
Una delle uscite piu’ clamorose del ministro Tremonti nella sua nuova veste di Robin Hood e’ stata quella della redistribuzione della ricchezza dalle banche e dai petrolieri ai piu’ poveri tra i poveri. All’inizio era sembrata una specie di boutade, poi si era scoperto che la misura della card alimentare poteva avere solo un forte carattere discriminatorio e caritatevole. Qualcuno ha parlato giustamente anche di stigma della poverta’. In ogni caso al popolo gli annunci di aiuti, per di piu’ alimentari, possono fare sempre effetto. Le persone piu’ anziane ricordano l’epoca dei pacchi di pasta distribuiti dalla Democrazia Cristiana per conquistare voti e gli aiuti degli americani nell’Italia liberata dal nazismo. Ora siamo alla card alimentare. La verita’, a parte le questioni di merito, e’ che i soldi per finanziare l’operazione diminuiscono giorno dopo giorno. Inizialmente si era parlato di 500 milioni di euro di copertura, poi, man mano che si ridimensionava il “bottino” della Robin Tax, i soldi sono diminuiti, 300 o forse 200 milioni di euro.

Le pensioni integrative? Si’, ma con le polizze vita
Il ministro Maroni, che e’ stato ministro del Lavoro nella precedente esperienza di governo, aveva lanciato l’idea di introdurre l’obbligatorieta’ del trasferimento del Tfr ai fondi pensione, vista la scarsa adesione al sistema della previdenza complementare. Il ministro Sacconi, piu’ prudentemente, vuole evitare la misura obbligatoria e propone altre strade per incentivare la previdenza del “secondo pilastro”. Il risultato per ora e’ una grande confusione che aumenta il rischio di lasciare fasce intere di lavoratori scoperti. Ma nel polverone la stampa finanziaria specializzata sta facendo emergere una verita’: i fondi pensione negoziali stentano a crescere, i lavoratori rimangono diffidenti e quello che risulta in crescita sono solo le adesioni ai fondi pensione aperti e alle polizze individuali, che come ha confermato la Covip nell’ultima relazione sono le forme di previdenza piu’ costose e piu’ pericolose perche’ piu’ esposte alla speculazione finanziaria e all’andamento delle Borse. Nel primo semestre di quest’anno i fondi negoziali hanno registrato una frenata, mentre le polizze individuali sono cresciute del 20%. Piu’ che ai lavoratori si pensa agli interessi delle assicurazioni e delle sgr, le societa’ di gestione del risparmio.

Come si vede sono solo esempi, magari schematici e sicuramente incompleti e insufficienti a delineare tutto il quadro della politica economica berlusconiana e tremontiana. Ma sono segnali precisi, sono tutte decisioni che incideranno sulle buste paga e in generale sui redditi di chi lavora. E non abbiamo parlato della ricerca, dell’innovazione, delle politiche energetiche, della raccolta alternativa dei rifiuti. Insomma del futuro. Ci siamo concentrati solo su qualche aspetto della vita quotidiana di milioni di lavoratori. A chi giova un governo cosi’? Dopo aver fatto l’elenco di quelli che ci perdono, bisognerebbe fare una bella classifica di chi ci guadagna con Tremonti al potere.

www.rassegna.it/2008/attualita/articoli/finanziaria11.htm
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Il piacere
Mariapia

La maggior parte delle persone intende per “piacere” solo la volutta’ dei sensi, e concepisce questa poi come cosa colpevole e vergognosa (cattolicesimo imperando). C’e’ da ridere e piangere insieme!
Sulla volutta’ dei sensi si dovrebbe studiare di piu’- ma il potere non vuole – e non seguire quel vago senso di disagio che ancora assale la maggior parte di noi occidentali (degli altri Umani non conosco la cultura), e questo per toglierci sensi di colpa personali e comprendere biologicamente l’importanza della cosa e, come dice a lungo W. Reich, (morto ammazzato per avere studiato il fenomeno “volutta’ sessuale”): “Signori,osserviamo questo straordinario fenomeno sotto ogni aspetto: fisico, biologico, psichico, morale, politico, ecc…. “
Questo straordinario fenomeno i vari Poteri lo occultano o lo volgarizzano per svalutarlo e non consentirne la vera conoscenza, poiche’ la conoscenza rende liberi.
Il piacere nell’accezione piu’ vasta non e’ svago, ma un impegno per il raggiungimento di un obiettivo, che puo’ essere anche molto arduo, oneroso, come scalare una montagna, laurearsi al meglio, fare un pranzo importante, custodire un bebe’, imparare una lingua, inventare la lampadina con centinaia di tentativi (Edison fece questo), imparare ad amarsi mentre tutti ci usano, imparare ad amare senza essere amati.
Per ” piacere” io intendo questo: un impegno, a volte anche estremo, per conseguire un fine che una creatura umana si pone.
Forse per esprimere la mia idea di “piacere” dovrei utilizzare un’altra parola, cosi’ non creo confusione concettuale. Vorrei trovare un termine piu’ pertinente ed efficace, che non generi confusione e ambiguita’ circa il concetto che tento di esprimere.
Spesso agli altri chiedo questo, quando capisco che il mio concetto non viene compreso e altrettanto spesso ottengo “la parola giusta che fa passare chiaramente una idea da una mente all’altra”.
Se e’ un lavoro troppo pesante, non farlo, mai il troppo.
Naturalmente non penso che ogni “piacere” debba essere un impegno estremo, ma comprendere ch’e’ “un volere qualcosa per il cui ottenimento e’ necessario “darsi da fare in modo attivo e personale”, non essere riempiti da…., portati da….., amati da……
Capisco che “piacere” e’ un serbatoio molto ampio, con un menu’ a discesa….. molto intricato.
Un concetto che capisco sia anche difficile da fare passare, e’ quello di Edgar Morin: “Noi siamo la vita della VITA”
Per me l’ordine e la chiarezza mentale fanno parte della “bellezza del pensare” o del “piacere di pensare”, il piacere del divenire Umani -
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da repubblica
Piu’ finanza e meno giacimenti i big del petrolio cambiano rotta
Volano i guadagni, ma non si cerca nuovo greggio

Grazie alle superquotazioni del barile, per i colossi mondiali del settore 120 miliardi di dollari di liquidita’
Investimenti fermi al palo. Le compagnie preferiscono remunerare gli azionisti e comprare titoli
MAURIZIO RICCI

Non c´e’ mai crisi per tutti, insegnano da due secoli gli studiosi dell´economia capitalistica. Indovinate, infatti, quando c´e’ stato l´ultimo boom dell´industria petrolifera? Fra il 1979 e il 1981, al culmine della grande emergenza-petrolio aperta dalla rivoluzione iraniana, quando il barile viaggiava oltre i 90 dollari (di oggi). Ma, per le grandi compagnie petrolifere, quel boom e’ niente rispetto a quello attuale. Gli esperti di una grande societa’ di consulenza, la McKinsey, calcolano che, l´anno scorso, il cash flow – la differenza fra il contante incassato e quello speso – generato dai 5 giganti di Big Oil (Exxon. Shell, Bp, Chevron, Conoco) sia stato pari a 120 miliardi di dollari, una volta e mezza l´importo degli anni del dopo Scia’. E la bonanza, ormai, va avanti da 3-4 anni. I testi di economia, tuttavia, non sono in grado di spiegare il passo successivo. Quando il prezzo sale, dicono questi testi, o la domanda dei consumatori si riduce o gli investimenti delle industrie aumentano per accrescere la produzione e soddisfare la domanda. Ma nessuna delle due cose sta accadendo. I consumatori si affollano alle pompe di benzina. E gli investimenti? Un rivolo. Anche meno, in proporzione, che negli anni magri.
Con quello che vale oggi l´oro nero, vi aspettereste che i grandi del petrolio si affannassero a mettere le mani su quanto piu’ possono trovarne. Ma non e’ cosi’. Fra il 1990 e il 2004, Big Oil aumentava le sue riserve – grazie a nuove scoperte – piu’ di quanto ne consumasse, estraendolo dai pozzi. Fra il 2005 e il 2010, stimano gli esperti, il loro tasso di rimpiazzo delle riserve diventera’ negativo. Solo la Chevron restera’, piu’ o meno, in pari. Per le altre quattro grandi le riserve disponibili di un greggio, che si vende a 71,6 dollari a barile, ultima chiusura a New Tork, diminuiranno. E la cosa non sembra preoccupare i grandi petrolieri che stanno investendo con il contagocce nella ricerca di nuove fonti di approvvigionamento. Francesco Venanzi, su Nuova Energia, calcola che, mentre il torrente di liquidita’ che affluisce nelle casse – appunto il cash flow – si ingrossa, la quota destinata agli investimenti, in proporzione si riduce. Nel 2002, Big Oil investiva, in esplorazione e produzione, 83 dollari ogni 100 di liquidita’. Nel 2003, 70. Nel 2004, 55 dollari. Questo non significa che gli investimenti siano stati tagliati. Semplicemente, in cifra assoluta sono rimasti piu’ o meno gli stessi, mentre il fiume dei profitti travolgeva gli argini. Se aggiorniamo i dati di Venanzi con gli ultimi bilanci, fra il 2002 e il 2005, ad esempio, la Bp ha quasi quadruplicato il profitto netto. Ma, l´anno scorso, la quota di profitti reinvestita in esplorazione e produzione e’ stata solo del 62 per cento. I bilanci degli altri giganti si muovono nella stessa direzione. Nel 2005, la quota di profitti tornata all´attivita’ petrolifera per Exxon e’ stata meno del 50 per cento. Per Shell, Conoco e Chevron e’ stata fra il 66 e l´85 per cento. Lo stesso vale per attori meno di prima fila: l´Eni e’ al 75 per cento. E se si guarda alle disponibilita’ effettive – ancora il cash flow – il panorama e’ anche piu’ avaro: la Conoco ha reinvestito in esplorazione e produzione 65 dollari su 100, la Shell 57. Bp 44 e Eni 43. Negli anni ‘90, in media, ricorda la McKinsey, il 90 per cento del cash flow di Big Oil tornava sui pozzi e le raffinerie.
Allora, dove sono andati i megaprofitti di questi anni? A ingrassare le aziende. Piu’ esattamente, ad esaltarne la quotazione in Borsa, cioe’, per dirla con i manuali di management, ad aumentare il valore per gli azionisti. La McKinsey calcola che il valore delle multinazionali sia quasi triplicato, rispetto al 1990. Fra il 1999 e il 2004, mentre, a Wall Street, si guadagnavano in media 6 centesimi per ogni dollaro in azioni, chi aveva messo i soldi nell´industria petrolifera intascava 14 dollari per lo stesso dollaro. Big Oil ha cavalcato il boom dell´oro nero, azzerando i suoi debiti e, visto che di investire non ne aveva voglia, largheggiando in dividendi e in riacquisto (ai prezzi stratosferici correnti) di azioni proprie. Le priorita’ sono evidenti nei bilanci: l´anno scorso, Big Oil ha speso 71 miliardi di dollari in investimenti. Ma 74 miliardi in dividendi e buy backs. La finanza val piu’ dell´oro nero. Non e’, tuttavia, una sindrome da ritenzione che ha colto, improvvisamente, tutti gli amministratori delegati. E´ esattamente quello che consigliano gli esperti di management. Nei mesi scorsi, un lungo articolo sul trimestrale della McKinsey sollecitava i leader delle industrie petrolifere a non “perdere la disciplina del capitale”. In altre parole, a non farsi trascinare dalla situazione di mercato ad una furia di investimenti, giustificati solo dagli alti prezzi attuali: si tratti dei pozzi in fondo all´oceano o del greggio ricavato dalle sabbie canadesi. La parola chiave di quell´articolo era: incertezza.
Nei budget di quest´anno delle aziende petrolifere, i conti si fanno sul barile a 35 dollari (erano 25 ancora l´anno scorso). Molti esperti ritengono che ormai il greggio abbia definitivamente scavalcato la soglia – almeno – dei 50 dollari, ma nessuno di questi, a quanto pare, lavora nelle divisioni finanza&controllo dei giganti del petrolio, dove il timore generale e’ quello di un improvviso rovesciamento, che faccia crollare le quotazioni del greggio, come e’ accaduto spesso in passato. Contro quei 35 dollari, ci sono costi crescenti. Nonostante i progressi della tecnologia, di cui i petrolieri si gloriano spesso, il costo di trovare ed estrarre un barile di petrolio, secondo il calcolo di una grande banca di investimenti, la Morgan Stanley, e’ oggi, in media di 10 dollari, il triplo di dieci anni fa. Di piu’, naturalmente, per i pozzi piu’ difficili. In mare, prima, si trovava petrolio a 200 metri di profondita’. Oggi, bisogna spesso arrivare anche a 3 mila. E un pozzo che, dieci anni fa, comportava un investimento di 10 milioni di dollari, oggi ne richiede 50.
Questi conti pesano per i giganti del petrolio perche’ sono i pozzi piu’ difficili quelli che gli sono rimasti. In esaurimento i giacimenti del Mare del Nord e quelli degli Usa, il futuro di Big Oil e’ sotto l´Artico o in fondo al mare. Nel 1960, le Sette Sorelle del petrolio avevano a disposizione, come terreno di caccia, l´85 per cento delle risorse mondiali. Oggi hanno accesso libero al 16 per cento delle riserve e un accesso limitato – dai governi delle aree interessate – ad un altro 19 per cento. Dal resto, recinto esclusivo delle compagnie nazionali, soprattutto in Medio Oriente, sono esclusi per legge. Dal punto di vista del mercato del petrolio, e del suo prezzo, tuttavia, questa spartizione ha un´importanza relativa. Se Big Oil e’ riluttante ad investire nella ricerca di nuovi pozzi per allargare le riserve, altrettanto sembra esserlo il gigante Opec, che rappresenta i paesi produttori e le loro compagnie. Nei conti dell´Opec – in particolare quello delle riserve effettive – e’ difficile addentrarsi, ma le promesse di nuovo petrolio dall´Arabia saudita stentano a concretarsi. Quanto agli altri giganti, dal 1998 la produzione della compagnia nazionale del Venezuela e’ scesa del 48 per cento e di altrettanto quella dell´Iran. Complessivamente, la capacita’ produttiva dell´Opec, che era di 38 milioni di barili al giorno all´epoca della crisi petrolifera del 1979, e’ oggi, con una domanda mondiale raddoppiata, di 32 milioni di barili.
Secondo i pessimisti, la riluttanza di Big Oil a rituffarsi nell´esplorazione e le difficolta’ dell´Opec ad aumentare la produzione, nonostante la bonanza di prezzi impazziti, sono la prova provata del progressivo esaurimento mondiale delle riserve petrolifere. Se hanno ragione, il prezzo del petrolio continuera’ a salire. L´esperienza di questi anni dice, comunque, che non e’ Big Oil o l´Opec a doverci perdere il sonno: a guardar bene, dice Venanzi, la crisi petrolifera in atto e’ un gigantesco travaso di soldi dai consumatori «ad una ristretta cerchia di soggetti che decideranno a modo loro cosa farci: i vertici delle compagnie petrolifere, i loro azionisti, i governi dei Paesi produttori».
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