
Nel 1922 escono i due capolavori della moderna rivoluzione del linguaggio poetico, “La terra desolata” di Eliot, e l’”Ulisse” di Joyce. L’anno seguente viene pubblicato “Il profeta ” di Gibran.
La terra desolata e’ una lunga e disperata riflessione sull’aridita’ della storia umana e il suo caos. L’Ulisse ci da’ il senso di un esilio dell’uomo, la caduta dalla spiritualita’ nella materia triviale o malinconica, nella colpa, nella disperata solitudine.
Sono libri amari, ma il Profeta no, il profeta e’ “un messaggio”che riporta l’uomo alla sua centralita’ interiore.
Scrive Tommaso Pisanti:
“…entrava in crisi l’occidente faustiano, dinamico e frenetico, orientato sul consumismo… e l’individualismo liberal si diluiva nel relativismo e nello scetticismo (disperazione), mentre esplodeva, violenta e illusoria, la ‘cura’ dei fascismi e all’Est calava la plumbea cortina di una giustizia e un ‘paradiso in terra’ imposto per decreto. Pareva che Gibran riuscisse a unificare tutto quel che si salvava in una visione neosacrale….Occidente e Oriente.. Cristianesimo e Islamismo, induismo e buddismo, filosofia e misticismo.. Bibbia e Corano…”
“Non da un filosofo, non da uno scrittore, tanto meno da un politico verra’ la salvezza, ma da un profeta”. Il Profeta, appunto.”
Kahlil Gibran Kahlil nacque in un villaggio del Libano nel 1883 e mori’ a 48 anni nel 1931. Scisse 24 libri che per lo piu’ contengono brevi racconti didascalici, storielline morali e leggere che e’ bene scorrere un po’ alla volta per non rischiare l’overdose. Ma il suo capolavoro e’ “Il profeta”, subito famoso in tutto il mondo e amato per il suo carattere apologetico e ispirato, un’opera che scrisse a 40 anni in lingua inglese.
Se posso dare un consiglio, sarebbe meglio leggere di Gibran solo Il profeta, per non inflazionarne l’effetto messianico. Leggere tutto Gibran e’ come mangiare un quintale di glassa, la ripetivita’ del genere produce un effetto stucchevole e fuorviante. In fondo Gibran ha una sola nota e ripete sempre quella. Ma, se ci si limita al Profeta, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a qualcosa di abbastanza raro in ambito poetico: una poesia dello spirito.
Molte di queste pagine sono diventate popolari, come l’inno nuziale che viene spesso letto ai matrimoni, o la poesia che parla dei figli e che si puo’ trovare incorniciata e appesa nei luoghi piu’ vari: preture, scuole.. io stessa ho tenuto questa poesia attaccata per anni nella camera di mia figlia e, quando c’era qualche contesa, lei non mancava di indicarmela come riflessione perche’ cedessi al suo desiderio di liberta’. Un po’ come la famosa lettera di Kipling al figlio, “If”. E il tono e’ simile: austero, profondo, sapienziale.
La prima volta che sentii questa pagina, fu da una signora che piangeva la partenza del figlio che sposava una ragazza iraniana e si trasferiva con lei in Germania. Quella signora divenne poi una delle mie piu’ care amiche, ma quel giorno, mentre piangeva, prese a recitarmi Gibran e ne traeva un’amara consolazione.
La poesia di Gibran e’ servita a persone diverse per motivi diversi. I sensi sono tanti e ognuno diventa sensibile a quel significato che la vita gli fa crescere in quel momento. Poesia dunque d’anima, che parla all’anima.
Io credo che nell’uomo vi sia una parte che ha bisogno di relazionarsi a una Verita’ con la V maiuscola, una verita’ che puo’ anche esprimersi in aforismi, massime, sentenze, che possono sembrare popolari, divulgative, facilmente accettabili.
Mio padre, che era una persona di pochissima cultura, era affascinato dalle massime e ne copiava religiosamente su un suo quadernone. E anch’io sono affascinata da certe frasi solenni, evocative, che suggestionano come se comunicassero a un livello sotterraneo e ancestrale, che evade dalla fugacita’ del momento e sembra sottrarsi alla storia e al tempo e farsi perenne.
Non so che queste frasi che anche io, come lui, ricopio e cito hanno un reale contenuto di eternita’ o hanno il valore evocativo dei proverbi, ma credo che, dietro l’uomo contingente, precario e mutevole, ci sia un uomo eterno, e vorrei coltivarlo. Jung direbbe che e’ l’uomo “portatore di archetipi”, modelli perenni che un inconscio collettivo usa per collegare l’uomo storico con la coscienza universale. Forse un poeta, quando e’ realmente un Poeta, e’ sempre in relazione con questo sapere universale e atemporale, che non e’ tanto conoscenza quanto Saggezza e, proprio per questo, sopravvive indenne ai mutamenti effimeri della storia e degli eventi, ma ogni poeta, poi lo sa comunicare in conformita’ al suo livello evolutivo, ed e’ maggiormente compreso da quelli che sono sulla stessa lunghezza d’onda.
Io non so se questo fiume eterno di significati esista veramente sotto le nostre vicende mutevoli e multiformi, o non sia piuttosto un’esigenza al permanente ed eterno che si genera proprio dall’impermanenza e dalla contingenza (ricordate l’Infinito di Leopardi?) , ma, in qualche senso, cio’ che l’uomo sogna, quello e’.
Un cartello davanti a me ricorda: “Il corpo del povero cadrebbe a pezzi se non fosse legato ben stretto dal filo dei sogni”. Ben venga dunque Gibran, forse non poeta sommo per i critici piu’ esigenti, ma certo poeta popolare e comprensibile ai piu’, che ti conduce per mano a un mondo di sogni, ma anche il sogno e’ genesi di mondi e recarsi in essi possiede altrettanta realta’ del mangiare e del bere di cui pure l’uomo si alimenta.
Se l’uomo e’ formato da piu’ livelli, c’e’ un primo livello corporeo o materiale, uno ricettivo sensoriale, uno livello raziocinante, poi l’immaginativo, l’affettivo… e, se e’ possibile, anche un livello spirituale, che i materialisti possono negare ma che, per chi lo accetta, permette di oltrepassare l’uomo-macchina in una forma utopica di salvezza attraverso il sentimento.
In fondo non siamo certi di niente, della materia meno che dello spirito; la vita stessa potrebbe essere il sogno di una farfalla che sogna di essere un uomo o di un uomo che sogna di essere una farfalla, e allora, questa indefinitezza, l’uomo stesso puo’ decidere di pensarsi come vuole, anche eterno. Tra le tante ipotesi non dimostrabili, questa ci piace e conviene. Forse siamo solo un gioco di specchi, dove cio’ che chiamiamo realta’ e’ solo un riflesso, ma anche nel nostro limite possiamo scegliere lo specchio preferito, dove udire, sotto la voce dei sensi, del giudizio, della ragione, della passione e degli affetti, anche una voce piu’ profonda che evoca quella risonanza che chiamiamo spirito.
“Vicino a me, difficile da afferrarsi,/ e’ il dio./La’ dove e’ il pericolo, /vicina e’ la speranza.”
Ho posto la prosa- poetica di Gibran nella categoria della produzione spirituale, cio’ che si chiama esprit in Francia, Geist in Germania e che non corrisponde all’inglese Mind. La mente e’ una funzione, lo spirito una meta. La mente e’ un sistema di elaborazione dei dati, lo spirito un’ipotesi che ci guida.
Nella Critica del Giudizio, Kant usa la parola spirito come principio che vivifica il sentimento e gli da’ lo slancio finalistico perche’ e’ esso stesso impulso e fine. Stoici e alchimisti medievali chiamarono spirito la forza impalpabile che anima la natura.
Spirito viene da ‘spirare’, soffiare, cosi’ come l’equivalente greco ‘pneuma’, respiro. Dentro la materia e’ il respiro della vita, ma esso e’ troppo sottile e sfuggente per essere anche solo definibile e non si confonde con la materia della vita ne’ con la sua organizzazione.
Gibran nasce a Bisharri, un villaggio del Libano, da famiglia maronita. I Maroniti sono i cristiani del Libano che prendono nome da S. Marone, un eremita siriano del 4° secolo. I Maroniti sono dunque cristiani d’Oriente. Essi usano nella liturgia la lingua aramaica, che e’ l’antica lingua della Siria.
Quando Gibran ha 12 anni, tutti i suoi (meno il padre semialcoolizzato) si trasferiscono a Boston, emigrano per sfuggire all’oppressione dell’Impero Ottomano. Gibran vive nel povero quartiere cinese pieno di emigrati italiani e irlandesi. A 16 anni torna a Beirut per studiare lingua e letteratura araba nel famoso collegio maronita La Sapienza. Viaggia a lungo in Oriente, poi torna a Boston e diventa pittore, dipingendo in modo visionario similmente al William Blake “che trasfiguro’ il dato sensibile in visione”.
Nel 1904, ventunenne, conosce Mary Haskell, la sua mecenate. A 25 anni va a Parigi a studiare arte e diventa famoso con una pittura spirituale, i suoi quadri sono esposti nelle maggiori capitali del mondo finche’ viene considerato il massimo esponente della cultura orientale in Occidente.
In un clima di fusione tra due culture, Gibran, che e’ ormai tanto americano quanto libanese, partecipa alla fondazione di una Lega araba che vuole innovare la tradizione araba con l’apporto della cultura occidentale. Diventa sempre piu’ celebre come poeta, scrittore e pittore. Le sue opera sono tradotte in 20 lingue. La sua attivita’ e’ frenetica…
Il Profeta, la sua opera piu’ famosa e’ pubblicata quando ha 40 anni. A 46 si manifestano i segni della tubercolosi e della cerrosi epatica che in due anni lo portano alla morte.
I suoi libri sono considerati “un breviario mistico”, e tra essi il Profeta e’ senza dubbio il piu’ famoso. Compare nel ‘23 con 10 tavole ad acquerello dello stesso Gibran, che imitavano la pittura simbolica di Blake. La prima tavola mostra un profeta corrucciato, l’ultima presenta, in mezzo a un abisso di ombre, “la mano creatrice” con un occhio alato; come dice Carlo Bo, “la mano che estrae forme dal caos”.
L’opera fu subito acclamato dalla critica come un capolavoro, divenne un classico e un mito per milioni di giovani. Gibran stesso riteneva fosse la sua massima realizzazione.
Perche’ questo titolo? La parola profezia ha un’origine indoeuropea, pro=prima, phanai=parlare, e significa “parlare prima”. Il profeta e’ colui che guarda avanti, che non si ferma alle cose che gli sono vicine ma parla per ispirazione divina, da una dimensione in cui non esistono presente passato e futuro, ma solo l’essere nella sua atemporalita’, precede il tempo o tocca il cuore delle cose.
Il profeta e’ un ispirato e, come tale, dice e non dice. Seguendo Eraclito: “Il dio accenna, non parla“. La parola allude, evoca, addita, non definisce, non spiega. La profezia appartiene al tessuto religioso dell’uomo, non e’ la semplice divinazione, si muove nel regno dei significati piu’ che degli eventi, lascia al margine del non detto la capacita’ di comunicare la’ dove la parola non suona, ma per Gibran i significati non trascendono la realta’ delle cose quotidiane, il dio e’ qui.
“La vostra vita quotidiana- dice- e’ il vostro tempio e la vostra religione“
“Dio lo vedete giocare coi vostri bambini“
La profezia non e’ evento, e’ senso. Quando Savonarola profetizza la discesa di Carlo VIII, non comunica un fatto ma la necessita’ di un’espiazione. Per questo il profeta non da’ vaticini ma filosofie, non si muove nel mondo delle sostanze ma dei “perche’ “.
In greco si dice ‘prophetes‘ colui che parla per Un Altro, colui che vede piu’ lontano, il veggente, che in ebraico e’ ‘nabi’.
Presso i templi antichi di tutta l’umanita’ i profeti hanno sempre dato voce alle aspirazioni dei popoli e le hanno sintonizzate sulle costanti dell’animo umano non sulle variabili.
Se questa e’ l’anima della profezia, essenziale e’ il linguaggio quasi quanto il messaggio.
Se la Profezia e’ grande mediatrice tra passato presente e futuro, sfera degli dei e sfera degli uomini, permanente e transeunte, significante e significato, detto e non detto, apparenza e senso, anche la forma dovra’ mediare, non potra’ essere la quotidianita’ della prosa ne’ potra’ stare tra i lacci tenaci della poesia. Assumera’ la sua liberta’ nello stare in mezzo, dunque sara’ prosa-poetica, la’ dove il valore poetico non cade sulla forma ma sul significato, sull’evocazione.
La profezia e’ “un discorso altro“, un messaggio che deve essere assunto a piccole dosi perche’ solo cosi’ puo’ dare la comprensione profonda, l’effetto Koan, che non e’ conoscitivo o esplicativo ma trasformativo, proprio perche’ si svolge a un livello “altro” dell’essere.
“Io sono un cacciatore di silenzi, e quali tesori scoperti nei silenzi, fiducioso, potro’ donare?”
E’ proprio questo non detto e non dicibile, che rende suggestivi i versi di Gibran e ne spiega il successo. Abbiamo una poesia che resta tale anche dopo la traduzione perche’ non sta negli accenti delle parole ma negli echi del senso, poesia di significati, quantunque i significati vengano anche dagli effetti perche’ colui che si volge alla verita’ deve pronunciare parole di sospensione e reverenza, deve volgersi alla verita’ in modo rituale, sacro. E usare le parole non come segno ma come simbolo. Il segno apre al riconoscimento, ma il simbolo apre all’immersione nella realta’ profonda.
Protagonista della narrazione e’ Almustafa’, il profeta. Giunge straniero nella citta’ di Orfalese e vi dimora per 12 anni, poi arriva la nave che lo riporta all’isola natia, e’ uno straniero che viene da un altro mondo, perche’ solo chi viene da un’altra terra, da un’altra dimensione, puo’ profetizzare con un dono che non e’ mai dato per sempre, l’alterita’ e’ la stigmate del veggente.
Quando il profeta sta per imbarcarsi ed e’ nella grande piazza davanti al tempio, il popolo va da lui e piangendo lo interroga per l’ultima volta: “Dicci dell’amore, dicci dei figli, dicci del matrimonio, dell’amicizia, del dolore…” Ad ogni domanda il Profeta risponde, e’ il suo testamento spirituale. Dara’ cosi’ 26 sermoni sugli aspetti piu’ importanti della vita umana, poi salpera’ verso quella patria lontana a cui, con concetti platonici, tutti devono tornare.
La vita e’ come e’, non possiamo illuderci, essa e’ sempre intrisa di bellezza e di dolore, e saggezza sara’ vederla nella sua interezza, perche’ un solo legame possiamo porre tra le cose divise ed e’ un amore consapevole, un amore illuminato.
C’e’ un grande sentimento e afflato lirico, nei versi di Gibran, sentiamo gli influssi della sua educazione maronita, del romanticismo tedesco, dei libri sacri cristiani e islamici. Frequenti superficiali analogie con lo Zaratustra di Nietzsche. Anche Zaratustra passa tra gli uomini donando la sua saggezza prima di tornare alla sua isola felice.
Zaratustra saluta cosi’: “Ora io vi ordino di perdere me e di ritrovare voi stessi e solo quando voi mi avrete rinnegato, io tornero’ a voi!“
Almustafa’ dice: ” Soltanto se la mia voce appassira’ sulle vostre orecchie e il mio amore svanira’ nella vostra memoria, io ritornero’.”
Ma le due filosofie sono di segno opposto, Zaratustra esalta il Superuomo che disprezza le masse e si pone sopra ogni legge, Almustafa’ insegna all’uomo la via del rispetto di se stesso, dell’amore e dell’armonia.
Dodici sono gli anni che il profeta passa a Orfalese, dodici quelli che Gibran passa a New York, per cui Orfalese potra’ essere New York come tutto il mondo.
La sacerdotessa Almitra che crede in lui per prima e’ come Mary Askell. La promessa di tornare allude invece alla reincarnazione che viene a Gibran da un Oriente piu’ lontano. La situazione di esilio riporta al primo viaggio del ragazzo libanese in America, ma si universalizza poi nell’anima platonica che e’ sempre esule sulla terra e aspira a tornare alla patria celeste.
Interessante e’ che l’opera nasca in inglese e non in arabo e notiamo come sia difficile comporre un’opera simbolica, allusiva, metaforica, enigmatica come questa usando una seconda lingua, per di piu’ semplice, come la lingua inglese.
L’elemento che permette a Gibran di operare questo miracolo e’ la sua intuizione diretta dell’amore.
Scrive Carlo Bo:
“Per Gibran l’amore pervade la vita come un’unica essenza che gli uomini posseggono in egual misura, una sola verita’ che essi applicano diversamente. L’amore si rivela sempre a tutti, indiscriminato, ma taluni non lo possono vedere ne’ udire, perche’ gli occhi e le orecchie della loro anima sono velati dalle illusioni dei sensi e dal rumore delle parole. Chi riesce a vedere e a udire tale essenza e’ incapace di amare un aspetto della vita, odiandone l’altro, poiche’ l’ha accettata come un’unita’ indivisibile“.
Se Gibran scrisse un libro sul profeta, non presento’ mai se stesso come profeta, tuttavia sulla sua tomba e’ stato scritto: “Qui giace il nostro profeta Gibran.”
Aveva detto:
“Io non lascio dietro di me un pensiero, ma un cuore dolce di fame e di sete“.
…..
Allora nuovamente parlo’ Almitra, e domando’: Che cos’e’ il Matrimonio, o Maestro?
Ed egli rispose, dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
Insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Vi sia spazio nella vostra unita’.
E tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l’un con l’altra, ma non fate una prigione d’amore:
Piuttosto vi sia tra le rive delle vostre anime un moto di mare.
Riempitevi a vicenda le coppe, ma non bevete da una coppa sola.
Datevi cibo a vicenda, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e siate giocondi, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, sebbene vibrino di una musica uguale.
Datevi il cuore, ma l’uno non sia rifugio all’altro.
Poi che soltanto la mano della Vita puo’ contenere i vostro cuori.
Ergetevi insieme, ma non troppo vicini:
Poi che il tempio ha colonne distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.
Allora Almitra domando’: parlaci dell’Amore.
Ed egli alzo la testa e scruto’ il popolo, e su di loro cadde una vasta pace. E con gran voce disse:
Quando l’amore chiama, seguitelo,
Anche se ha vie ripide e dure.
E quando dalle ali ne sarete avvolti, abbandonatevi a lui,
Anche se, chiusa tra le penne, la lama vi potra’ ferire.
E quando vi parla, credete in lui.
Anche se la sua voce puo’ disperdervi i sogni come il vento del nord devasta il giardino.
Poi che, come l’amore v’incorona, cosi’ vi crocefigge, e come vi matura, cosi’ vi potera’.
Come sale sulla vostra cima e accarezza i rami che fremono piu’ teneri nel sole,
Cosi’ discendera’ alle vostre radici, e laggiu’ le scuotera’ dove piu’ forti aderiscono alla terra.
Vi accoglie in se’, covoni di grano.
Vi batte finche’ non sarete spogli.
Vi staccia per liberarvi dalle reste.
Vi macina per farvi neve.
In voi tutto cio’ compie l’amore, affinche’ conosciate il segreto del vostro cuore, e possiate farvi frammenti del cuore della vita.
Ma se la vostra paura non cerchera’ nell’amore che la pace e il piacere.
Allora meglio sara’ per voi coprire le vostre nudita’ e passare oltre l’aia dell’amore.
Nel mondo orfano di climi, dove riderete, ahime’, non tutto il vostro riso, e piangerete non tutto il vostro pianto.
L’amore non da’ nulla fuorche’ se stesso, e non coglie nulla se non da se stesso.
L’amore non possiede, ne’ vorrebbe essere posseduto.
Poi che l’amore basta all’amore.
Quando amate non dovreste dire, “Ho Dio in cuore”, ma piuttosto, “Io sono in cuore a Dio”.
E non crediate di condurre l’amore, giacche’ se vi scopre degni, esso vi conduce.
E una donna domando’: Parlaci del Dolore.
Ed egli disse:
Il dolore e’ il rompersi del guscio che racchiude la vostra intelligenza.
Come il nocciolo del frutto deve rompersi per esporsi al sole, cosi’ dovrete conoscere il dolore.
E se sapeste voi meravigliarvi in cuore dei prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi stupirebbe meno della gioia;
Accogliereste le stagioni del vostro cuore, come avete sempre accolto le stagioni che si susseguono sui vostri campi.
E vegliereste sereni anche negli inverni della vostra pena.
Una parte del vostro dolore e’ scelta da voi stessi.
E’ la porzione amara con la quale il medico, che e’ chiuso in voi, guarisce il vostro male.
Confidate in lui e bevete il suo rimedio, in pace e silenziosi:
Poi che la sua mano, benche’ pesante e rude, e’ retta da una mano tenera e invisibile,
E la coppa che vi porge, sebbene bruci il vostro labbro, e’ stata fatta con la creta che il vasaio ha inumidito con le Sue lagrime sante.
Non dite “Ho trovato la verita’”, ma piuttosto :” Ho trovato una verita’”.
Non dite :”Ho trovato il sentiero dell’anima”, dite piuttosto: “Sul mio sentiero ho incontrato l’anima in cammino”.
Poi che l’anima cammina su tutti i sentieri.
L’anima non va su di una linea, e non cresce come una canna.
L’anima si svolge in mille petali come un fiore di loto.
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Il maestro che cammina all’ombra del tempio, tra i discepoli, non da’ la sua sapienza ma il suo amore e la sua fede.
E se egli e’ saggio non vi invita a entrare nella casa della sua scienza, ma vi conduce alla soglia della vostra mente.
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In fondo alle vostre speranze e ai vostri desideri sta la muta conoscenza di cio’ che oltre la vita;
E, come il seme che sogna sepolto dalla neve, il vostro cuore sogna la primavera.
Fidatevi dei sogni, perche’ in loro si cela la porta dell’eterno.
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Solo se bevete al fiume del silenzio, voi canterete veramente.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
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Ma assai piu’ dolce del sorriso e piu’ grande di ogni desiderio mi giunse
Il vostro infinito:
L’uomo immenso dove voi tutti siete cellule e nervi;
nel suo coro la vostra voce non e’ che un muto singhiozzo.
E’ nell’uomo immenso che voi siete immensi.
E’ nel guardarlo che vi ho guardato e amato.
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Addio, popolo d’Orfalese.
Questo giorno e’ finito.
Si sta chiudendo su di noi come il giglio acquatico sul proprio domani.
Noi serberemo quello che oggi ci e’ stato donato,
E se non bastera’, ci riuniremo di nuovo per tendere insieme le mani al donatore.
Ricordatevi che tornero’ fra di voi.
Un attimo: e il mio anelito raccogliera’ saliva e polvere per un altro corpo.
Un attimo: e in una breve calma di vento un’altra donna mi partorira’.
A voi e alla giovinezza trascorsa in mezzo a voi, addio.
In sogno, appena ieri ci siamo incontrati.
E avete cantato per me solitario, e con il vostro ardore io ho costruito una torre nel cielo.
Ora in voi si e’ perduto il mio sonno, si e’ dileguato il sogno e si e’ spenta l’aurora
Il mattino preme, il dormiveglia si e’ fatto giorno pieno; dobbiamo separarci.
Se ci rincontreremo in qualche memoria tramontata, parleremo insieme e intoneremo un canto piu’ profondo.
E se le nostre mani si stringeranno in altri sogni, costruiremo un’altra torre nel cielo.
..
SUI FIGLI
E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se’ stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E benche’ vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sara’ concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farvi simili a voi:
La vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinche’ le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;
Poiche’ come ama il volo della freccia cosi’ ama la fermezza dell’arco .
…
SUL DARE
Allora un uomo ricco disse: Parlaci del Dare.
E lui rispose:
Date poca cosa se date le vostre ricchezze.
E’ quando date voi stessi che date veramente.
Che cosa sono le vostre ricchezze se non ciò che custodite e nascondete nel timore del domani?
E domani, che cosa portera’ il domani al cane troppo previdente che sotterra l’osso nella sabbia senza traccia, mentre segue i pellegrini alla citta’ santa?
E che cos’e’ la paura del bisogno se non bisogno esso stesso?
Non e’ forse sete insaziabile il terrore della sete quando il pozzo e’ colmo?
Vi sono quelli che danno poco del molto che possiedono, e per avere riconoscimento, e questo segreto desiderio contamina il loro dono.
E vi sono quelli che danno tutto il poco che hanno.
Essi hanno fede nella vita e nella sua munificenza, e la loro borsa non e’ mai vuota.
Vi sono quelli che danno con gioia e questa e’ la loro ricompensa.
Vi sono quelli che danno con rimpianto e questo rimpianto e’ il loro sacramento.
E vi sono quelli che danno senza rimpianto ne’ gioia e senza curarsi del merito.
Essi sono come il mirto che laggiu’ nella valle effonde nell’aria la sua fragranza.
Attraverso le loro mani Dio parla, e attraverso i loro occhi sorride alla terra.
E’ bene dare quando ci chiedono, ma meglio e’ comprendere e dare quando niente ci viene chiesto.
Per chi e’ generoso, cercare il povero e’ gioia piu’ grande che dare.
E quale ricchezza vorreste serbare?
Tutto quanto possedete un giorno sara’ dato.
Perciò date adesso, affinche’ la stagione dei doni possa essere vostra e non dei vostri eredi.
Spesso dite: “Vorrei dare ma solo ai meritevoli”.
Le piante del vostro frutteto non si esprimono cosi’ ne’ le greggi del vostro pascolo.
Esse danno per vivere, perche’ serbare e’ perire.
Chi e’ degno di ricevere i giorni e le notti, e’ certo degno di ricevere ogni cosa da voi.
Chi merita di bere all’oceano della vita, può riempire la sua coppa al vostro piccolo ruscello.
E quale merito sara’ grande quanto la fiducia, il coraggio, anzi la carita’ che sta nel ricevere?
E chi siete voi perche’ gli uomini vi mostrino il cuore, e tolgano il velo al proprio orgoglio cosi’ che possiate vedere il loro nudo valore e la loro imperturbata fierezza?
Siate prima voi stessi degni di essere colui che da e allo stesso tempo uno strumento del dare.
Poiche’ in verita’ e’ la vita che da alla vita, mentre voi, che vi stimate donatori, non siete che testimoni.
E voi che ricevete – e tutti ricevete – non permettete che il peso della gratitudine imponga un giogo a voi e a chi vi ha dato.
Piuttosto i suoi doni siano le ali su cui volerete insieme.
Poiche’ preoccuparsi troppo del debito e’ dubitare della sua generosita’ che ha come madre la terra feconda, e Dio come padre.
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SU GIOIA E DOLORE
Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore.
E lui rispose:
La vostra gioia e’ il vostro dolore senza maschera,
E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso, e’ stato sovente colmo di lacrime.
E come può essere altrimenti?
Quanto piu’ a fondo vi scava il dolore, tanta piu’ gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non e’ forse la stessa bruciata nel forno del vasaio?
E il liuto che rasserena il vostro spirito non e’ forse lo stesso legno scavato dal coltello?
Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che e’ proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi ora gioia.
E quando siete tristi, guardate ancora nel vostro cuore e saprete di piangere per ciò che ieri e’ stato il vostro godimento.
Alcuni di voi dicono: “La gioia e’ piu’ grande del dolore”, e altri dicono: “No, e’ piu’ grande il dolore”.
Ma io vi dico che sono inseparabili.
Giungono insieme, e se l’una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro e’ addormentato nel vostro letto.
In verita’ voi siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete vuoti, siete equilibrati e saldi.
Come quando il tesoriere vi solleva per pesare oro e argento, cosi’ la vostra gioia e il vostro dolore dovranno sollevarsi oppure ricadere.
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SUL DOLORE
E una donna disse: Parlaci del Dolore.
E lui disse:
Il dolore e’ lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza.
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinche’ il suo cuore possa esporsi al sole, cosi’ voi dovete conoscere il dolore.
E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;
Accogliereste le stagioni del vostro cuore come avreste sempre accolto le stagioni che passano sui campi.
E veglieresti sereni durante gli inverni del vostro dolore.
Gran parte del vostro dolore e’ scelto da voi stessi.
E’ la pozione amara con la quale il medico che e’ in voi guarisce il vostro male.
Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenita’ e in silenzio.
Poiche’ la sua mano, benche’ pesante e rude, e’ retta dalla tenera mano dell’Invisibile,
E la coppa che vi porge, nonostante bruci le vostre labbra, e’ stata fatta con la creta che il Vasaio ha bagnato di lacrime sacre. .
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http://www.masadaweb.org
Per Kahalil
TU SIGNORE SIEDI NEL GIARDINO DELLA CREAZIONE
E CONTINUAMENTE CI CHIAMI, INVOCHI IL NOSTRO NOME.
NOI VENIAMO A TE CHE CI HAI VOLUTO, DESIDERATO, ATTESO.
NON LA PAROLA USCIRA’ DALLA NOSTRA BOCCA,
NE LA PREGHIERA SGORGHERA’ DAL CUORE,
POICHE’ SAREMO COME INNAMMORATI NELL’ESTASI DELL’INCONTRO.
Quando sono com me incontro Kahalil ” un cuore dolce di fame e di sete“.
saverio
Commento di Saverio De Pinto — novembre 17, 2009 @ 6:01 pm |